ULTIMA - 20/4/19 - LA VIRTUS VERONA CERCA OGGI A FANO TRE PUNTI SALVEZZA

Operazione Fano iniziata: la Virtus Verona è partita ieri alla volta delle Marche dove oggi alle ore 16.30 si giocherà una fetta di salvezza nello scontro diretto in programma allo stadio "Mancini" di Fano. Prima di partire, l'allenatore rossoblu Luigi Fresco ha così commentato la vigilia del match: "Se vinciamo mettiamo una serie ipoteca
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INCONTRI VIP'S

20/7/11 - INCONTRI RAVVICINATI: GIUSEPPE FURINO

LA “FURIA” BIANCO-NERA

Mediano che giocava con l'elmetto, alitando sul collo di quell'avversario le cui calcagna non mollava un secondo, Giuseppe Furino (nato a Palermo il 5 luglio 1946) è, assieme a Giovanni Ferrari, il calciatore che ha vinto più scudetti (otto, e tutti con la maglia della Juventus!) nel nostro calcio. A dispetto della sua certo non stratosferica statura (169 cm), “Furia” in campo si trasformava in un autentico gigante, sempre a caccia del pallone e sempre nei momenti palpitanti e nevralgici della partita. Dopo l'esperienza nella squadra che gli ha dato i natali, il Palermo (ma, prima due stagioni di apprendistato nel Savona, in B e in C), eccolo debuttare proprio contro i rosa-nero siciliani con la casacca della Vecchia Signora (campionato 1969-70).

Da quella volta, ben 15 tornei consecutivi consecutivi con il “giocattolo” preferito della famiglia e, soprattutto, dell'Avvocato Gianni Agnelli: famosa la frase del “Signor Fiat” “è inutile avere Platini, se il gioco passa attraverso i piedi di Furino”. Diventa il capitano e la “bandiera” della Juventus dei dorati (e scudettati) anni Settanta, della Juve del primo Trapattoni in panchina, del primo trofeo europeo (la Coppa Uefa vinta nel maggio del 1977), della Coppa delle Coppe (1984), del Mundialito Club (1983) e delle due Coppe Italia (1973 e 1983).

Conflittuale il suo rapporto con la Nazionale, guidata da cittì che non avevano occhi per Furino: e così da Ferruccio Valcareggi – che, comunque, lo fece debuttare ai Mondiali di Messico 1970 - a Fulvio “Fuffo” Bernardini per finire ad Enzo Bearzot: solamente tre i gettoni di presenza in azzurro. Ma, il capitano siciliano si sfoga, profondendo impegno ed energie per quella maglia a strisce verticali bianche e nere, che diventa ormai la sua seconda pelle: 361 le partite disputate con le “zebre” piemontesi.
Lotta, combatte su ogni pallone e su tutte le zone e le zolle del campo, ma, segna col contagocce: storica la sua rete, fatta di rabbia e di disperazione, al “Comunale” di Torino, con la sua Juve che, nell'anticipo di campionato del 30 aprile 1977, pareggiava fino a un minuto dal termine contro il Napoli, ed impegnata su due fronti, quello dello scudetto da strappare dal petto dei “cugini” del Toro e la conquista del primo trofeo europeo (la Coppa Uefa).

Ebbene, “Furia” arriva con la forza della disperazione, sospinto dall'ultima stilla che si agitava in corpo, e caccia la palla oltre la linea, superando anche un terreno reso un autentico acquitrino per l'abbattersi di un nubifragio sullo stadio. E' stato osservatore dei giovani talenti bianco-neri, non ha mai voluto allenare, non gli sono mai piaciute le interviste e i giornalisti. Oggi fa l'agente assicuratore.

Senta, Beppe Furino, quand'è che le è venuta in campo la pelle d'oca?

“Mah, sicuramente, per uno come me che è nato nel settore giovanile della Juventus quando ho debuttato in serie A con la Juventus: quello era il raggiungimento di un traguardo che all'inizio della mia esperienza calcistica nel settore giovanile bianco-nero non avevo neanche preso in considerazione. Quando si è realizzato, però, ho avuto una soddisfazione immensa, oltre alla consapevolezza di aver procurato la soddisfazione anche a tutti i vari collaboratori, allenatori, istruttori che io ho avuto fino dai miei anni della Scuola Calcio alla Juventus”.

Poi, lei, se non andiamo errati, è stato, a sua volta, un talent scout dei giovani talenti della Juventus, o no?

“Sì, fu Boniperti che mi volle poi a dirigere il settore giovanile e furono ani di lavoro intenso perché la Juventus, per scelta propria, gli anni precedenti al mio arrivo, aveva rinunciato ad avere un settore giovanile importante. Si cambiò registro e fu fatto un ottimo lavoro: oggi abbiamo ragazzi che giocano in serie A ed altri che giocano nella Juventus; questi sono il frutto del lavoro mio e dei collaboratori che avevo allora. Sono Marchisio, De Celio, Giovinco, sono gli ultimi del mio lavoro”.

Che ricordo ha dell'Avvocato Gianni Agnelli?

“Mah, quello di un tifoso che stava vicino anche alla squadra, con un suo modo, che sembrava distaccato, ma invece era presente, ma molto, perché insomma la Juve era una sua creatura”.
Celebre una frase dell'Avvocato nei suoi riguardi, Furino: “E' inutile avere Platini se il gioco passa attraverso i piedi di Beppe Furino”...“Bé, avevo 38 anni e questo fu per me un motivo di orgoglio, perché ancora a quell'età ero un giocatore importante e in grado di svolgere il mio compito. Andava interpretata questa frase, perché sicuramente Platini non era un giocatore di centrocampo, ma era un trequartista e questo fu uno dei motivi per cui poi ci fu la chiusura, l'uscita mia dal calcio e stavano arrivando le nuove leve, tipo Bonini ed altri giocatori che oltretutto fecero molto bene per la Juventus. Era un periodo in cui io avevo già preso la decisione di chiudere col calcio”.

Qual è stato il gol più belo che lei ha segnato, forse, quello grazie al quale la Juve sconfisse negli ultimi minuti (2-1) al “Comunale” il Napoli, nel campionato 1976-77, l'anno della doppietta bianco-nera scudetto-Coppa Uefa?

“Con il Napoli non se è stato il più bello, ma il più importante certamente, perché quella volta avevamo il Torino che non mollava a un punto e tutte le volte dovevamo vincere. Giocavamo al sabato perché eravamo impegnati anche nella Coppa Uefa e quindi c'era una lotta a distanza ravvicinatissima tra noi e il Torino”.

Qual è stato il mediano più forte che ha incontrato da avversario in tanti anni di serie A, in tante battaglie?

“Italiano?”

Se vuole, anche straniero.

“Mah, a livello di giocatori stranieri c'erano giocatori importanti come il tedesco Rainer Bonhof, il centrocampista tedesco del Borussia, del Colonia, dell'Herta Berlino, poi, c'era Billy Bremmer, che era il mediano scozzese del Leeds, poi, bisognerebbe pensarci un po'. Ma, erano questi giocatori molto importanti. A livello italiano, era sempre la solita minestra scaldata, si incontravano sempre le stesse persone. I miei antagonisti erano Rivera, Mazzola, ma, poi, chi ricordo in modo particolare sicuramente sono due giocatori che avevano un età un po' più grande di me, però, sono stati delle pietre miliari a centrocampo: mi riferisco a Bulgarelli e a Ferrini, due giocatori con i quali avrei voluto giocare, li avrei voluti in squadra con me”.

Il più grande rammarico di Beppe Furino calciatore è la Nazionale?

“Sì, un po', sicuramente a livello di Juventus, di squadra di club, io mi sono tolto tutte le soddisfazioni. A livello di Nazionale, mi sono imbattuto nelle persone sbagliate, nel mio periodo. Fu un periodo, eccetto il 1970 in cui arrivammo secondi ai Mondiali del Messico, poi ci fu un periodo molto buio anche per la miopia dell'allora selezionatore”.

Come ci si sente essere il calciatore vivente (l'altro è stato Giovanni Ferrari) più medagliato, più scudettato d'Italia?

“Ci si sente...Mah, questi sono traguardi che vivi in modo importante quando sei in attività, adesso ti fa piacere. A dire il vero, mi fa più piacere quando mi incontrano per strada ancora ora, e mi salutano con grande affetto e stima. E questo a 30 anni e più da quando ho lasciato il calcio: la cosa mi riempe ancora di soddisfazioni”.

Qual è stato il giocatore avversario con cui ha duellato a suon di scintille?

“Mah, erano giocatori che posso ricordare: chiaramente due giocatori li ho già citati. Più che scintille, erano uomini di centrocampo, con i quali mi confrontavo in continuazione: c'era Benetti, prima che Romeo arrivasse alla Juve, poi, Bertini che giocava nell'Inter ed ex Fiorentina, poi, De Sisti, Bulgarelli. Erano tutti giocatori di grande valore”.

Lei crede in Dio?

“Mah, io sono cattolico, non praticante, questo sì”.

Lo immaginavo, anche perché quasi tutti i nostri intervistati rispondono così.

“Però, sa è vero, occorrerebbe soffermarsi un momentino e dedicare un po' di tempo anche al nostro spirito”.

Quando un giorno si spegnerà la luce, ovvero lasceremo la terra, cosa ci attende nell'Aldilà?
Un lungo silenzio precede la risposta di “Furia”:

“Mi auguro...in questo momento faccio fatica a pensare in un Aldilà, ma, spero e credo che ci possa essere una continuità della nostra esistenza”.

Come vorrebbe che fosse, un campo di calcio con l'erba sempre verde e il cielo sempre bell'azzurro, come?

“Vorrei che ci fossero tanti campi di pallone, tanti campi di golf” e, finalmente, ecco sciogliersi in un bel sorriso il capitano indomabile della Juventus del Trap, “e tante spiagge, un mondo dove regna l'armonia”.

Che cos'è che le dà fastidio e che cos'è che riesce ancora a toccarla emotivamente oggi?

“La rabbia è quella di vedere la nostra Italia così in difficoltà, vedere un bel Paese come il nostro vivere un'esistenza difficile e dove tutti pensano per se stessi e non per la collettività”.

L'egoismo...

“Troppo egoismo”.

E, invece, cosa la commuove, un pianto di un bambino – lei è nonno -, un bel tramonto, rivedere un gran bel gol, un gesto di grande altruismo, cosa?

“No, non sono nonno. Non ancora. Ho una figlia soltanto, Federica, e fa la giornalista. Lei mi sta facendo riflette su una cosa sulla quale noi nella nostra vita non riusciamo mai a soffermarci e a dedicarci cinque minuti per riflettere sul senso della nostra esistenza. Nel frattempo, cerco di immaginare qualcosa che abbia un senso di emozione per me. Arrivati all'età di 65 anni, con un passato così pieno di soddisfazioni e un presente di grande attenzione sui fatti della vita, potrebbe essere sicuramente il sorriso di mia figlia soddisfatta”.

Il dolore degli altri, cosa trasmette in un “duro” in campo come era Beppe Furino?

“Mi trasmette la convinzione che non si fa mai abbastanza per il prossimo; e, quindi, vedere le persone a volte in difficoltà perché hanno bisogno di aiuto, ti fa ragionare, ti porta in una dimensione più terra terra, e lasciare la posizione di essere al di sopra delle parti. Sono situazioni che meriterebbero il giusto tempo per fare una riflessione, una meditazione”.

Lei è mai stato felice, e in cosa consiste la felicità in Beppe Furino?

“Mah, ci sono stati momenti di felicità e non una felicità continua, anche se non ho nessun rimpianto della mia vita e del mio passato. Però, momenti di felicità sicuramente ci sono stati e grandi. E uno deve essere soddisfatto di questo”.

E deve saperli cogliere, saperli gustare, o no?

“Sì, soprattutto quando uno come me è stato fortunato, ha fatto una vita anche bella. Momenti di felicità è anche quello di vedere attorno a sé gente che ti vogliono bene, che ti apprezzano, che ti amano, che ti salutano per strada”.

Le ha insegnato di più Boniperti, il Trap o l'Avvocato Agnelli?

“Ognuno aveva qualcosa da dirti: se pensiamo al momento in cui uno si forma, allora, devo dire che importante è stato Boniperti, il quale mi ha permesso di affrontare la carriera professionistica con la giusta personalità professionalità. Essendo nato alla Juve, ricordo la figura di Ercole Rabitti, il quale mi ha dato un'impostazione valida, accompagnata da validi insegnamenti. Un personaggio non noto, ma indispensabile. Gli altri sono stati compagni di avventura nel calcio, tutti nella loro parte, nel loro ruolo: Trapattoni, Boniperti, l'Avvocato. Anche l'Avvocato era il punto di riferimento massimo di tutti, mentre Trapattoni e Boniperti erano operativi per i giocatori”.

Si ricorda il più bel complimento ricevuto dall'Avvocato Gianni Agnelli, un regalo, che so, di matrimonio, altro?

“Io quello che ho apprezzato come regalo è stata una targa che ho ricevuto quando ho fatto il debutto nella Juventus: una targa che veniva assegnata a chi proveniva dalla Scuola Calcio bianco-nera”.

Il debutto con la Juve contro chi?

“Contro il Palermo”.

Neanche farlo apposta, proprio contro la squadra della sua città...

“Sì. Ebbè, ma io l'anno precedente avevo giocato nel Palermo, e, quindi, è stato una sorta di piacevole coincidenza. Oltretutto la squadra del Palermo era composta per 10/11mi da ragazzi che avevo frequentato ed avuto come compagni di squadra l'anno precedente”.

La pelle d'oca le è venuta il giorno del debutto con la maglia della Juventus?

“Fu un tumulto di emozioni, basta. Soprattutto per la soddisfazione di aver coronato un cammino partito da piccolo, dalla Scuola Calcio bianco-nera”.

Quand'è che ha pianto di vero dolore? Forse, quando è morto Gaetano Scirea?

“Io non ho la lacrima facile: sono un po' così, un po' duro. Certo, ho provato molta compassione, molto dolore per la scomparsa di Gaetano Scirea. E' stata la perdita di un ragazzo giovane”.

Il nonno, Beppino pure lui, era sindaco, lo zio medico. Se non avesse fatto il giocatore, cosa le sarebbe piaciuto fare l'assicuratore, come adesso?

“No, no, sicuramente no avrei fatto quello per cui mi ero diplomato in tecnica, cioè il perito elettronico. Avevo ricevuto delle richieste di colloqui da parte, mi ricordo, della Olivetti, poi, da un'altra azienda di Torino, e, quindi, molto probabilmente, sarei andato a lavorare”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 19 luglio 2011

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