ULTIMA - 21/2/19 - 1^ EDIZIONE DELLA VIAREGGIO WOMEN'S CUP, ECCO LE 8 SQUADRE

Bologna, Fiorentina, Florentia, Genoa, Inter, Juventus, Sassuolo e Spezia sono le otto formazioni femminili che dal 18 al 26 marzo prossimo daranno vita alla prima edizione della Viareggio Women’s Cup, organizzata dal Cgc Viareggio: la manifestazione, come il torneo maschile, è riservata alle formazioni Primavera. Il torneo femminile sarà articolato in due
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INCONTRI VIP'S

23/7/11 - INCONTRI RAVVICINATI: PIETRO VIERCHOWOD

“PIETRO IL RUSSO”

E' uno dei giocatori italiani più longevi: ha smesso nel 2000 alla rispettabile età di 41 anni (è nato infatti a Calcinate di Bergamo il 6 aprile 1959). Non solo, ma Pietro Vierchowod è stato a lungo l'azzurro più datato, segnando a 33 anni, 11 mesi e 18 giorni, superato da Christian Panucci, realizzatore a 35 primavere e due mesi. In serie A colleziona la ragguardevole cifra di 562 gare, quarto assoluto in questo speciale record dietro a Paolo Maldini, a Gianluca Pagliuca e a Dino Zoff.

Dal 1981 al 1993 gioca in Nazionale (45 le maglie, 2 le reti segnate), disputando tre Mondiali e laureandosi nel 1982 campione del mondo in Spagna, senza, però, essere mai utilizzato dall'allora cittì Enzo Bearzot. Ha debuttato nella Romanese, in serie D, vivendo poi con i lariani l'ascesa dalla serie C1 alla A. Poi, è a Firenze, quindi, a Roma, dove vince lo scudetto nella stagione 1982-83. Lunga (dal 1984 al 1995) la sua militanza nella Sampdoria del presidente e petroliere, il dottor Paolo Mantovani: con i blu-cerchiati vince scudetto (1990-91), Coppa delle Coppe (1989-90), ben 4 Coppe Italia (1985, 1988, 1989 e 1994), una SuperCoppa Italiana (1990-91).

Poi, conquista la Coppa “con le orecchie”, la più prestigiosa per una squadra di club europea: con la Juve, nella stagione 1995-96, mentre l'anno prima (1995), sempre con i bianco-neri di Torino solleva in cielo la SuperCoppa Italiana. L'ultimo club di serie A a beneficiare della forza fisica, della tempra teutonica del difensore di origini russe, è il Piacenza (dal 1997 al 2000). La carriera di allenatore non è altrettanto costellata di successi e trionfi: guida il Catania, in C1, il Florentia Viola (C2), poi, nel 2005 la Triestina, in serie B, ma, non riesce a terminare il mandato. Dal 2008 è opinionista Rai a Sabato Sprint, assieme a Sandro Mazzola e ad altre prestigiose “firme”.

Le sue origini sono russe?

“Sono ucraine, perché mio padre era ucraino. Era arrivato in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, si è stabilito qui a fine del conflitto mondiale e poi sono nato io”.

Qual è la ricetta della sua longevità?

“Ho sempre detto che sono tre i fattori: senz'altro la natura mi ha dato una mano, poi, il modo di gestire la propria vita da vero professionista, e la terza cosa non avere mai subito gravi infortuni. Queste sono le tre cose che ti permettono nello sport di portarti più in là con gli anni”.

Adesso è un apprezzato opinionista sportivo televisivo...

“Sì, dopo l'esperienza che ho avuto a Trieste, mi sono detto che era meglio fare qualcosa d'altro, perché se io devo combattere con certi presidenti, che decidono tutto loro, perché sono i padroni del vapore, a me non stava bene e ho preferito scegliere un'altra strada”.

L'emozione più forte che ha vissuto da calciatore?

“La cosa più bella che mi è capitata nel calcio è stato quando a 37 anni ho giocato la finale di Coppa dei Campioni, finale che avevo in precedenza disputato con la Sampdoria ma l'avevo persa contro il Barcellona di Ronald Koeman, e, dopo 3 anni che l'avevo persa, ho avuto la fortuna a Roma, nel maggio del 1994, di vincerla, ai rigori, con la maglia della Juventus. No, non ho calciato un rigore, ma, ero a centrocampo che seguivo trepidante la successione dei calci di rigore e ho provato attimi da pelle d'oca, perché perderla un'altra volta sarebbe stato brutto”.

Conserviamo un gol importante, un gol pesante nel repertorio di “Pietro il russo”?

“Io sono stato uno dei difensori, come centrale, che ha fatto più gol, perché solo in serie A ne ho fatti 38. Ne ho fatti diversi di importanti, ma, mi piace ricordare gli ultimi della stagione '98-99, a Piacenza, dove feci 5 gol e ci salvammo con gli emiliani nelle ultime giornate, perché non era una squadra di prima fascia”.

Il più carino dal punto di vista stilistico?

“Mah, il più bello, secondo me, dal punto di vista stilistico, visto anche che non ero mancino, è stato in Sampdoria-Torino, dove pareggiammo 2-2 ed io feci gol al novantesimo grazie a un tiro al volo di sinistro, con la palla che usciva fuori dall'area”.

Qual è stato il giocatore avversario più tosto?

“Io ho marcato i più grandi giocatori, da Van Basten a Maradona, però, la difficoltà mia non era opposta a questi giocatori molto tecnici, perché sai di dover andare in campo concentrato, e sai che tutto quello che riesci a dare può andare bene. Semmai, ho avuto molte difficoltà con giocatori non magari importanti e che giocavano in categorie inferiori, però, arrivavo alla fatica non concentrato al massimo ho fatto delle brutte figure”.

Può ricordare contro chi?

“Sì, contro Claudio Selvaggi del Torino e del Cagliari. Che era un ottimo giocatore, con il quale abbiamo disputato il Mondiale di Spagna 1982 assieme, ma, a me dava molto fastidio perché non riuscivo mai ad anticiparlo e mi irretiva, mi faceva anche innervosire. E mi hanno anche espulso due volte contro di lui”.

Il compagno invece più forte con cui ha giocato?

“Di compagni ce ne sono stati tanti: Falcao, che in assoluto reputo il più grande giocatore, e Tonino Cerezo, due brasiliani. Falcao l'ho avuto quando ho vinto il mio primo scudetto nella Roma, e Tonino Cerezo l'ho avuto nella Sampdoria quando abbiamo vinto nella stagione 1990-91 lo scudetto. Due dei giocatori più forti con cui io abbia giocato”.

Lei è uno dei pochi giocatori italiani – ora si è aggiunto anche Zlatan Ibrahimovic – che ha vinto scudetti con club diversi...

“Sì, a Roma, a Genova, poi, ho vinto la Coppa dei Campioni con la Juventus. A parte gli scudetti, ho vinto anche il campionato di serie C con il Como e ho poi conquistato la B sempre con i lariani. Per me, è stata una vittoria dello scudetto anche gli ultimi due anni con il Piacenza, salvandoci dal baratro della retrocessione in B”.

Ha vinto scudetti in maniera sparpagliata, non tutti cioè in uno stesso grande club, come poteva essere la Juve, il Milan o l'Inter.

“Vincere uno scudetto a Roma (1982-83) dopo quarant'anni dall'ultimo tricolore capitolino (1943) penso che sia molto più difficile che vincerlo a Milano o a Torino”.

Falcao, secondo lei, se non abbiamo capito male, addirittura più forte di Maradona?

“No, è stato il più forte dei compagni con cui ho avuto la fortuna di giocare. Maradona e Van Basten, invece, i giocatori più forti contro cui ho giocato”.

Un rigore clamorosamente sbagliato?

“Ne ho sbagliato in finale al “Marassi”, in Sampdoria-Torino”.

Era importante?

“Era importante sì, perché nella gara di ritorno della Coppa Italia prima sbagliai io e poi Vialli e perdevamo 0-2 subito. Poi, noi realizzammo gli altri tre rigori e il Torino sbagliò gli altri rigori e noi conquistammo la Coppa Italia. Sì, come dice lei, si trasformò in uno sbaglio veniale, quel rigore inizialmente sbagliato, perché poi rimediarono i miei compagni, per fortuna”.

Entriamo nel vivo del nostro libro: quand'è che ha pianto di rabbia?

“Di rabbia? Non ho pianto, ma mi sono arrabbiato quando a “Wembley” ho perso la Coppa dei Campioni con la Sampdoria, nel 1992. Ma, non perché abbiamo perso, ma, solo perché abbiamo perso contro una squadra che allora era inferiore a quella Sampdoria”.

Esiste la felicità, e in che cosa consiste?

“Mah, la felicità esiste: puoi anche perdere, vincere, pareggiare, ma se tu fai bene e a casa rientri contento per il lavoro svolto, per aver dato in campo il meglio di te, la felicità è godere un'impresa in compagnia dei tuoi compagni, anche se oggi, appena finita la gara, ogni giocatore scappa a casa o in compagnia del suo procuratore. Felicità è anche preparare nel migliore dei modi, nei minimi dettagli il proprio lavoro, per presentarsi alla domenica nel migliore delle condizioni”.

La solitudine, l'ha mai provata Pietro Vierchowod?

“No, assolutamente, perché i calciatori hanno tutto il tempo di libertà che vogliono avere. A parte il sabato e la domenica, quando tutti i loro coetanei vanno da divertirsi, a fare serata, i calciatore dal lunedì al giovedì la libertà è massima. Insomma, dopo aver sostenuto due ore di allenamento, tu sei libero di fare qualsiasi cosa”.

La depressione non l'ha mai conosciuta, come ha confessato Gianluigi Buffon qualche anno fa?

“No, perché il calcio è uno sport e divertimento ed anche nelle sconfitte uno deve essere consapevole di compiere il proprio dovere e de ve essere contento anche per questo”.

Lei crede in Dio?

“Sì”.

Perché crede in Dio?

“Credo, perché, ragionandoci, con tutte le migliori combinazioni che esistono in una persona o nel creato, mi sembra strano che la natura abbia agito tutto da sola”.

Il dolore degli altri che cosa trasmette in un “corazziere” come Pietro Vierchowod?

“Mah, il dolore degli altri vuol dire anche comprensione verso chi ha dolore. Certo non puoi provare lo stesso dolore che sta provando quella persona, però, commozione verso quella persona, sì. Non ci puoi fare niente perché magari il destino è così, però, solo cercare di immedesimarsi nel dolore provato dai genitori di un bambino affetto da cancro, quello si può fare”.

Cos'è che la commuove nella vita di tutti i giorni?

“Le disparità che ci sono tra le persone”.

Questo però fa parte di più delle cose che le danno maggiormente fastidio, o no?

“La commozione significa anche vedere un tramonto, per dire: è una cosa bella, che ti può commuovere. Ho capito che non ti puoi caricare il dolore dell'altra persone sulle tue spalle, ma puoi cercare di capire il dolore degli altri. Che non è facile; anzi, è molto difficile”.

L'ultima volta che ha pianto di vero dolore?

“Di vero dolore quando sono mancati i miei genitori e altre volte uno può piangere per altre situazioni, è vero. Ma, il vero dolore si prova quando si accusa una perdita molto importante”.

La sua, allora, non è stata un'infanzia felice, serena?

“No, è stata un'infanzia normale, tipica di una famiglia povera, però, sempre dignitosa. Fino a 14 anni abitavo in un paesino vicino a Bergamo, a Spirano, mio padre faceva l'operaio, mia madre invece la casalinga. Nonostante fossimo poveri, ho trascorso serenamente la mia infanzia, senza alcun problema. Senz'altro non avevo le cose che avevano gli altri bambini della mia età, ma, andavo a giocare tutto il giorno all'oratorio, ma mi divertivo lo stesso. Non era il massimo, però”.

Il suo idolo ai tempi dell'oratorio, chi era?

“Tifavo per la Juventus, e tenevo ai giocatori di quel periodo. Mi ricordo del portiere Anzolin: ai miei tempi si poteva ascoltare solo la radio e mi piaceva perché all'inizio io giocavo portiere, poi, ho cambiato. Mi piaceva sentire quando si collegava con “Tutto il calcio minuto per minuto””.

Rimpianto da calciatore?

“Rimpianti nessuno, perché ho avuto tanto, gloria, fama, soldi, una bella famiglia, per cui non rimpiango niente. Anche se adesso hai più facilità e benessere, ai miei tempi ho fatto vent'anni lavorando ma nel contempo divertendomi”.

I soldi, la fama le hanno cambiato la vita?

“No, assolutamente. L'unica cosa che il calcio mi ha dato è stata la maggior disponibilità di denaro, per vivere e per godere di maggior libertà. Penso che i soldi ti danno più libertà, non la felicità”.

Quanti figli ha?

“Mi sono sposato presto, a 22 anni e ho tre figli, uno di 28, mia figlio 23 e l'altra piccola 16”.

E' superstizioso?

“No, assolutamente, non ci credo proprio nella superstizione”.

E, l'Aldilà, un bel giorno, come se l'immagina?

“Non lo so, ma, spero che non sia come quaggiù, che non ci siano le differenze che ci sono di qua”.

Come vorrebbe che fosse?

“Un posto dove non ci siano le differenze che ci sono qua e che uno coroni le aspettative che aveva qui in terra e che non è riuscito a raggiungere”.

Chi vorrebbe riabbracciare subito, i suoi genitori?

“A parte i miei genitori, che li ho persi troppo presto, anche gli amici che ho perso quando ero giovane. Mi piacerebbe incontrarli di nuovo, rivederli. Rivedere tutte le persone care, quella sarà una bella cosa”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 10 luglio 2011








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