ULTIMA - 20/4/19 - LA VIRTUS VERONA CERCA OGGI A FANO TRE PUNTI SALVEZZA

Operazione Fano iniziata: la Virtus Verona è partita ieri alla volta delle Marche dove oggi alle ore 16.30 si giocherà una fetta di salvezza nello scontro diretto in programma allo stadio "Mancini" di Fano. Prima di partire, l'allenatore rossoblu Luigi Fresco ha così commentato la vigilia del match: "Se vinciamo mettiamo una serie ipoteca
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INCONTRI VIP'S

26/7/11 - INCONTRI RAVVICINATI: LUCIANO CHIARUGI

QUEL “CAVALLO PAZZO” DI CHIARUGI

Attaccante esuberante, maniaco, malato del dribbling continuo e delle serpentine in mezzo al campo, occhi vispi sotto la cascata di riccioli neri, Luciano Chiarugi di Ponsacco di Pisa (13 gennaio 1947) si racconta in una nostra lunga intervista tra un tunnel esercitato al passato, uno sguardo al presente e un'occhiata retrospettiva al proprio “io”. Gioca nella Fiorentina dal 1965 al 1972 e conquista il secondo storico scudetto viola (1968-69). Ma, anche la Mitropa Cup (la mamma della Coppa Uefa, stagione 1965-66) e la Coppa Italia dell'edizione 1965-66. Sempre con i gigliati totalizza 139 presenze, contrassegnate da 33 reti.

Poi, passa al Milan di “paròn” Nereo Rocco – dal 1972 al 1976 –, dove si rivela decisivo con il suo gol che abbatte il Leeds United nella greca Salonicco (maggio 1973), in occasione della finalissima di Coppa delle Coppe a gara unica, conquistata dal “Diavolo” rosso-nero per 1-0 ed arrivatoci, il Milan, per aver conquistato la Coppa Italia nella stagione 1972-73. Con i rosso-neri vede sfumare al “Bentegodi” di Verona la conquista della stella del decimo scudetto rosso-nero (20 maggio 1973).
In Nazionale colleziona solamente 3 presenze (zero reti), poi, nel 1976, passa al Napoli del “Petisso”, al secolo Bruno Pesaola, quindi, alla Sampdoria, in B (1978-79), infine, al Bologna (1979-80). Il viale del tramonto per Cavallo Pazzo è segnato dalla militanza nel Rimini, nella Rondinella, e nelle ultime tre stagioni vissute nella Massese. Luciano Chiarugi ha anche allenato, per un breve periodo, la Fiorentina nella disastrosa stagione 2002, poi, nel 2007 il Poggibonsi (C2) ed, infine, la Primavera della Fiorentina (2009).

Qual è stato il momento più bello della sua vita di calciatore?

“Mah, il momento più bello è stato coronare il sogno di esordire in serie A con la maglia della Fiorentina, di cui ero già un tifoso da piccolino, l'avevo già nel cuore. Fu uno dei tanti passaggi che mi hanno fatto veramente sognare; poi, ce ne sono tanti altri, ma esordire a 18 anni con la Fiorentina era il sogno che cullavo fino da bambino alla Scuola Calcio al Nag di Firenze. Facevo avanti e indietro, tutti i giorni, da Ponsacco, e sognavo l'esordio nella Fiorentina. Mi ha riempito di grande entusiasmo, l'esserci riuscito, e mi ha permesso di continuare a credere in questa favola meravigliosa che è il calcio”.

Qual è stato il gol più bello dal punto di vista stilistico e quello invece più importante?

“Sicuramente di gol ce ne sono stati belli, perché i gol stessi sono tutti belli, anche se non sono magnifici a livello di esecuzione. Hanno comunque una valenza e una importanza grandiosa. Io dico che il gol più importante che tutt'ora viene ricordato è stato quello al “Comunale” di Torino, contro la Juventus, uno dei due gol che ci ha permesso di vincere il secondo scudetto della nostra storia nell'anno 1968-69. Un gol memorabile, che, dopo 40-42 anni, la Fiorentina non è ancora riuscita a centrare il terzo obiettivo dello scudetto”.

Come è stato quel gol?

“Il caso, la fortuna, a volte, vuole metterci lo zampino, mentre altre volte non succede. Una punizione che dovevo battere io, invece, Amarildo – siamo due mancini e quella posizione era congeniale per noi! - che ha detto “vai tu!”. E io ho detto “Va bene”. Ed aggiunsi: “Nildo – diminutivo di Amarildo – guarda che io non sono un giocatore da area di rigore”, “ma” ho aggiunto “sono un giocatore da periferia perché i colpitori di testa erano Maraschi ed altri bravi a saltare di testa”. Io al limite se veniva fuori questa palla in area, avrei potuto cercare di intervenire. Cosa che fu perché Amarildo calciò forte contro la porta difesa da Anzolin, che non ha trattenuto la palla, io sono andato di istinto e trovo questa palla e faccio gol. Casualità, ama, allo stesso tempo, la capacità di credere in una palla che poteva dire tanto e che poteva dire poco. Io ci sono riuscito e quel gol ha permesso al sottoscritto e alla Fiorentina – visto che dopo ho fatto il passaggio dello 0-2 alla Juve a Marschi – di vincere questo sospirato scudetto e soprattutto vincere in casa della Juventus”.

Lei è stato con Amarildo siete stati nel Milan, o no?

“No, io sono andato dopo. Amarildo venne a giocare a Firenze dopo che era stato al Milan. Tre-quattro anni dopo lo scudetto sono passato al Milan, nel 1972-73, ed Antognoni era venuto alla Fiorentina. Non avrei mai pensato che il suo arrivo alla Fiorentina procurasse il mio trasferimento a Milano, ma, a Milano trovai un grande campione come Gianni Rivera”.

Lei ha perduto col Milan un grande scudetto nel maggio 1973...

“Esatto, proprio a Verona. 5-3 per la squadra di Zigoni e proprio in una maniera incredibile, nel senso che il Verona era già salvo e non aveva più niente da dare né da chiedere al campionato. Noi venivano dalla vittoria di Salonicco al mercoledì notte, e quel bis avrebbe reso memorabile quella stagione. Avremmo fatto, come ha fatto l'Inter di Mourinio due anni fa, cioè avremmo vinto tre competizioni: Coppa Italia, scudetto e Coppa delle Coppe. Era, quello perduto a Verona, uno scudetto estremamente importante perché sarebbe stata la stella del decimo scudetto, ed è stato un piccolo dramma calcistico. Lo stadio “Bentegodi” era tutto imbandierato da vessilli milanisti e noi trovammo una giornata veramente sfortunata. I gol del Verona furono quasi due autoreti e vi lascio pensare in che dramma siamo caduti a livello sportivo”.

Fu in quell'occasione che Chiarugi versò le lacrime più amare di calciatore?

“Sicuramente: quella è stata una delle volte che ho pianto di rabbia. Ho pianto perché era una cosa che veramente sentivamo di conquistare la stella: dopo sì abbiamo vinto la Coppa Italia, battendo la Juventus a Roma, il mercoledì avevamo conquistato la Coppa delle Coppe a Salonicco facendo appunto – questo è un altro mio gol importante della mia carriera – il gol dell'1-0. Un gol che abbiamo difeso a spada tratta, però, dalla gioia del mercoledì siamo passati al dramma della domenica sera. Quella domenica, al “Bentegodi”, ho pianto perché era una cosa troppo bella per me personalmente, perché per me era il primo anno a Milano e vincere e lottare per dieci mesi per uno scudetto e vedere poi come l'abbiamo perso, è stato veramente un dramma sportivo che m'ha fatto piangere e non me ne vergogno di dirlo ancora adesso a distanza di quasi 40 anni dall'accaduto”.

Forti gli inglesi del Leeds United, o no?

“Non forti, ma fortissimi: in attacco avevano Joe Jordan, lo “Squalo”, poi al Milan e al Verona, e quella finale la vincemmo, ma veramente il Leeds United poteva vincere con diversi gol di scarto. Ma, la nostra difesa e il portiere soprattutto vissero una serata straordinaria, che ci permise appunto con quel gollettino mio segnato al 6° minuto di portare a casa questo trofeo”.

Qual è stato l'avversario più duro?

“Nella mia carriera ne ho incontrati di diversi, ma Angelo Anquilletti, che poi ho ritrovato come amico al Milan – è stato uno dei terzini più bravi di quelli che posso ricordare. Perché? Perché, nonostante tutto, era un po' similare a me dal punto di vista strutturale, fisico, e quando trovavo difensori che avevano rapidità mi mettevano in difficoltà. E' stato uno di quelli che mi ha messo maggiormente in difficoltà. Poi, mi sfuggono altri. Una volta mi ha marcato un “nobile”, Trapattoni, non per dire che Anquilletti non era un nobile, ma, Trapattoni che era un mediano, venendo a Firenze, Rocco lo mise a marcarmi ed io ebbi la fortuna, tra le altre cose, di fare uno o due gol a quel Milan. Però, il Trap era insuperabile davvero in tutto e per tutto. Io ebbi la fortuna che quella palla passò attraverso le gambe di tutti e mi sono trovato puntuale sul secondo palo a girarla in rete. Il Trap, però, per tutto il resto della partita, mi ha fatto vedere poco la palla. E lui quella gara se la ricorderà, visto che sono rimasto amico ed abbiamo parlato di quella volta delle due mie reti segnate a Firenze contro il suo Milan”.

Come nascono i suoi gol direttamente dalla bandierina; alla pari del suo predecessore, l'inglese Mortensen (Italia-Inghilterra a Torino nel 1949) e maestro di Massimo Palanca del Catanzaro?

“Esatto, io credo di essere stato il precursore in Italia di questa specialità. Poi, è venuto fuori alla grande Palanca, essendo sinistro anche lui, a Catanzaro, dove si sapeva bene che l'effetto vento poteva favorire quella caratteristica realizzativa”.

Certo, ma come è nata questa sua prerogativa?

“Giocando a Firenze, ho provato addirittura a fare questo colpo ad effetto, grazie a Dio cavandomela bene con queste punizioni, tipo Corso, a foglia morta e con il colpo tagliato. E, allora, in allenamento provavo e riprovavo a tirare in porta direttamente dalla bandierina del calcio d'angolo. E ho visto che funzionava. Tant'è vero che l'allenatore, anche se non era molto d'accordo, speso e volentieri mi permetteva di provarlo. E in tanti colpi sono stato anche fortunato, perché questo pallone che assumeva questa traiettoria un po' particolare calciata dal mio piede mi ha permesso di essere abbastanza conosciuto per questo colpo balistico e m'ha permesso anche di fare qualche gol o di mettere in difficoltà . E di fare svariati gol, perché queste traiettorie erano piuttosto insidiose e difficoltose”.

Il suo mister negli anni d'oro della Fiorentina era Beppone Chiappella?

“Sì, poi, è subentrato Bruno Pesaola, sì, “Il Petisso”. Diciamo che con Chiappella ho esordito ed ottenuto la consacrazione calcistica, e lui è stato un padre per tutti noi giovani. Lui era stato un ex calciatore capiva le nostre difficoltà e ci ha aiutato molto e gli sono molto grato. Pesaola aveva un po' la indole Argentina gli piacevano questi colpi ad effetto e sotto di lui mi sono un po' più sbizzarrito e mi sono permesso a volte questi colpi. Anche se lui diceva: “Vengono a saltare in area di rigore, cerca di limitarti e di non cercare sempre di fare il gol perché poi a volte la palla non andava sempre in porta; anzi, spesso e volentieri andava a finire fuori e questo faceva arrabbiare non solo l'allenatore e i miei compagni, ma anche il pubblico”.

Il suo gol più celebre nato direttamente dal calcio della bandierina?

“Sicuramente, in Fiorentina-Torino, al “Comunale”: è stato un colpo diverso dal colpo ad effetto solito, di sinistro a rientrare la palla. Quella volta lo feci dalla parte opposta, calciando di esterno sinistro – e questo è stato un colpo balistico che la storia non ha mai registrato – un colpo di esterno sinistro e sono riuscito a fare gol. Di solito, la traiettoria era l'inverso: palla a rientrare e di sinistro contro la porta, ma, calciate di esterno destro e far gol come riuscii quella volta al “Comunale” di Firenze contro il Torino, ebbene, credo che fosse stato un colpo veramente che è rimasto nell'immaginario collettivo di chi ama il calcio”.

Chi c'era dall'altra porta quella volta?

“Mi sembra che c'era Lombardo sul palo, e io ho detto Vieri, ma una volta mi hanno detto che era un altro portiere, o Sattolo o qualche altro. Ci fu la grande indecisione tra il portiere e chi doveva rinviare la palla sul palo. Io ebbi la fortuna di fare questo gol straordinario, che, come ha detto lei, è entrato negli annali del nostro calcio”.

Un rigore clamorosamente sbagliato?

“Sì che c'è: in un Napoli-Fiorentina, no, in Napoli-Pisa. Giocavo nel Napoli e il Pisa era allora in serie A”.

Già, un gol contro la squadra della sua città, o no?

“Esatto, è questo il discorso e siccome ci tenevo tanto allora sbagliai il calcio di rigore - anche se io non ne ho calciati moltissimi - proprio a Pisa, dove c'era tutto il mio paese che era venuto a vedermi. E questo per me è stato veramente uno smacco, perché io essendo un provinciale del paese di Ponsacco, quella sera fu un po' amara, perché, oltre a non giocare troppo bene, sbagliai anche il calcio di rigore. E' un ricordo che mi sono sempre portato dietro”.

In porta allora chi c'era, Dino Zoff?

“No, io giocavo nel Napoli. E' stato il portiere del Pisa”.

Lei crede in Dio?

“E' sempre stato un percorso che ho fatto assieme a Lui. Insieme a Dio, perché nonostante nella mia vita calcistica ho attraversato delle vicissitudini, un po' particolari, ho ricevuto dai miei genitori l'educazione che Dio esiste, per me credere in Lui è stato fondamentale. Io con la preghiera ho risolto tantissimi dei miei problemi”.

L'Aldilà, Luciano Chiarugi come se l'immagina?

“Le dico la verità: mi incuriosisce sempre molto quando ci sono delle trasmissioni di gente che pareva già morta e in coma e che dice di aver visto questi fasci di luce e che dobbiamo credere che l'Aldilà esiste. Questo ci dà speranza e ci deve togliere le paure di quello che pensiamo ci possa capitare speriamo il più lontano possibile. Ma, io credo e prego molto tutti i giorni”.

Come se l'immagina, come un campo di calcio, come una sorgente di acqua perennemente zampillante?

“Me l'immagino come a volte leggo, come a volte dicono i vescovi, o i preti domenicali o nelle confessioni. Come ce lo figurano: un mondo che è bello poterlo immaginare, meraviglioso come dovrebbe essere. Infatti, i tre stadi della nostra vita ci fanno un po' pregustare l'inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Quando siamo felici, il Signore ci dà questa gioia e credo che meglio di così non si possa stare. I momenti difficili bisogna saperli affrontare e certi passi fra la felicità e fra l'infelicità che abbiamo questo Purgatorio e gli altri due stadi della vita ci dovrebbero aiutare a comprendere, ad educarci come sarà il passo che faremo quando il Signore ci farà chiudere gli occhi”.

Chi vorrebbe riabbracciare nell'Aldilà i genitori?

“No, i genitori, purtroppo, non li ho più, li ho persi 10-12 anni fa. Sicuramente spero di ritrovarmi, se sarò io il primo – e stiamo parlando in una maniera un po' forte – a riabbracciare tutte quelle persone che ho voluto bene e che me ne hanno voluto, e con cui sono stato bene in terra. Eppoi, di trovarmi insieme alla mia splendida famiglia, frutto di un percorso che ho fatto, e mi dispiacerà pensare perché si ha figli giovani, si ha nipoti. Oggi o domani il più lontano possibile assieme a loro, perché l'Aldilà poi ci riserverà tante belle cose e speriamo di essere stati il più bravo possibile per ottenerle. Che, come dicono, come c'è ilo Paradiso c'è anche l'inferno e il Purgatorio. Io spero di essermi sempre comportato con onestà e con una bella morale specialmente col prossimo. Poi, tutti noi non siamo dei santi, in qualche cosa pecchiamo. Spero che, sotto quest'aspetto, di essermi meritato un pezzetto di Paradiso”.

Il suo idolo da ragazzino?

“Vivendo in un piccolo paesino, gli idoli veri e propri li ho cominciati a sognare quando andavo a vedere giocare i grandi campioni e per me, allora, che ero un raccattapalle, erano tutti mostri sacri. E l'ho fatto per giocatori importanti, che potevano essere Montuori, Gratton, Chiappella, Cervato o tantissimi altri”.

Hamrin?

“No, con Hamrin ho avuto la fortuna di giocarci insieme. E' stato per me un amico forte, lui per noi, anche se più grande di noi, è stato un grande consigliere. Quando ero un ragazzino, i giocatori come Montuori, Robotti, Castelleti, Virgili, Giuliano Sarti erano dei mostri sacri. Poi, abbiamo cominciato a scoprire l'attricetta, i cantanti che ci facevano sognare, Katrin Spaak, che era un'attrice carina, bellina, che poi faceva tante cose. Poi, la vita ci ha chiesto di essere noi un po' dall'altra parte, di salire noi sulla ribalta che sognavamo di calcare e di diventare, noi, degli idoli per altre persone. Ho sempre cercato di essere un professionista umile, disponibile, cresciuto da quegli occhio sgranata con cui guardavo esterrefatto i grandi campioni viola del primo scudetto, ho cercato di condividere essere assieme agli altri sia le critiche che i complimenti che mi venivano rivolti”.

La felicità secondo “Cavallo Pazzo” Luciano Chiarugi?

“La felicità è saperla vedere tutti i giorni con i propri occhi. E' chiaro – non è retorica – solamente il guardare uno più sfortunato di noi ci deve far rendere conto di questo. Il mondo ci può riservare certe malinconie, che a volte ci attanagliano, per tanti ovvi motivi; ci arrabbiamo per niente, invece, bisognerebbe avere una filosofia di vita più sana, più reale e più spesso spontanea e più al servizio degli altri nostri simili. Senza pensare di essere un personaggio famoso. La felicità ha tante sfaccettature, sì, che si possono riscontrare sia nei grandi ambienti, ma soprattutto negli umili e nei poveri, vivendo con loro che ci possono insegnare tantissime cose”.

E la solitudine, che idea si è fatto di questo stato d'animo a volte non richiesto?

“Io credo che tutti noi avvertiamo la solitudine soprattutto quando abbiamo di tutto. Ma, spesso e volentieri la solitudine cerco di sconfiggerla quando mi assale e credo che nella mia vita meravigliosa calcistica, ho provato anche dei momenti tenebrosi e molto molto molto difficili. Cerco di combatterla, cercando di pregare. Questa me la farà allontanare. Credo che la solitudine e l'indifferenza siano delle cose tra le più tremende possibili. Io quando intuisco – glielo dico fra virgolette - che una persona è triste o che è sola, cerco, in qualche maniera nel mio piccolo, di fare qualcosa, di aiutarla”.

Il dolore degli altri, di un bambino affetto da cancro, di un anziano parcheggiato in un ospizio, cosa le trasmette?

“Già, al sentire questa sua domanda, mi fa scorrere dei brividi, perché intorno a noi vediamo delle situazioni che sono veramente ingiuste, non umane. Spesso e volentieri il Signore dice “che è nella sofferenza che si va incontro a Lui”. E, allora, io dico sempre di avere Fede, di credere. La vita, purtroppo, a tutti riserva un qualcosa che ci farà finire ciò che di spiacevole è intorno a noi. E' chiaro che la sofferenza, pensando ai genitori di quel bambino colpito da un male terribile che soffrono magari più del bambino, mi disarma, mi rende molto triste”.

Quand'è l'ultima volta che ha pianto di grande dolore? E cos'è che la commuove tutti i giorni?

“Non sono d'accordo con tutti quelli che sono convinti che uno che piange è perché è un esaurito o depresso. Mi fa commuovere quando vedo che c'è un bambino che non sta bene, che c'è un genitore che soffre, che c'è una testimonianza di una persona guarita. Ho visto Broggio in televisione e mi hanno colpito i casi di altri persone che sono state miracolate. E dire già questa parola, miracolate, mi fa venire i brividi. Ci sono tante espressioni e spesso sono di gioia: quando qualcosa di bello che mi capita, mi commuovo perché so che me l'ha data Dio e lo ringrazio. Piango anche su una gioia che ho ricevuto. E così quando ho smesso di giocare a calcio, quando si ricordano di me mi fa piangere”.

E quand'è che ha pianto di gioia?

“Quando ho visto nascere il mio nipotino Tommaso, avuto da mio figlio Matteo e da sua moglie Laura. Non ho pianto lì, ma – è banale quello che dico – ma, farmi veder piangere da mio figlio e da mia nuora non mi andava, ma ho pianto dalla gioia dopo, quando sono andato a prendere la macchina e non mi vedeva nessuno”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 20 giugno 2011

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