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E' stata una bella partita, quella giocata ieri sera a Montecchio Maggiore, fra il Bassano e il Montorio, calcio valida per il titolo Regionale di Prima categoria. I giallorossi di mister Francesco Maino partono subito forte e passano in vantaggio dopo soli 5 minuti con Cosma, che, su invito di Garbuio, mette in rete con un tiro da sotto
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INCONTRI VIP'S

29/7/11 - INCONTRI RAVVICINATI: ANDREA BATTISTONI

LA BACCHETTA MAGICA DI BATTISTONI

Andrea Battistoni è uno dei più giovani direttori d'orchestra del mondo. Nato a Verona il 2 luglio 1987, debutta al teatro di Basilea nel 2008, dirigendo “La Bohème” di Giacomo Puccini. Giovanissimo, si è esibito in tutti i più prestigiosi palcoscenici d'Italia e d'Europa. Ha partecipato a diversi Festival, ha diretto titoli operistici famosi come “Il viaggio a Reims” e “Il Barbiere di Siviglia” di Gioacchino Rossini, “Il matrimonio segreto” di Domenico e “La Traviata” di Giuseppe Verdi. Dal gennaio 2011 è Primo Direttore Ospite del Teatro Regio di Parma. “Ha il fuoco vivo nella bacchetta” ha detto di lui la critica, preconizzandogli un futuro strepitoso.

Come si vive, dovendo crescere prima della propria età?

“La presa di responsabilità nei confronti della mia professione è stata facilitata in giovanissima età dal mio rapporto con la musica. E' una professione, quella del direttore d'orchestra, che è molto difficile per me definire tale. Prima di ogni cosa, la musica da direttore d'orchestra è la mia forma di espressione, è il mio piacere, è una delle cose che mi rende più felice nella mia vita. Quindi, anche la presa di responsabilità nei confronti di una professione che comunque comporta una certa dose di stress, di difficoltà, di confronto con altre personalità importanti, sicuramente è stata facilitata dal mio rapporto con la musica, prima di tutto. E, quindi, in questo senso, non mi pesa”.

Una gioventù passata sugli spartiti musicali oltre che sui libri di scuola, o no?

“Sì, ho fatto il percorso scolastico tradizionale pari a qualsiasi altro mio coetaneo italiano, ho conseguito la Maturità Classica qui a Verona, all'Istituto “Agli angeli”, e, parallelamente a questi studi scolastici, ho cominciato lo studio del violoncello, che è stato il mio primo strumento, il mio primo contatto con la musica. Mia madre è pianista, mio padre, chirurgo, è un grande appassionato di musica, entrambi mi hanno sempre incoraggiato allo studio della musica. Per me la musica non è mai stata la rivelazione, come succede per tanti altri colleghi, ma, è stato un rapporto basato invece sulla quotidianità, sul contatto giorno per giorno, creando così un rapporto molto naturale. La musica faceva e fa tutt'ora parte della vita di casa. Quindi, già dai 7 anni ho cominciato a studiare la musica, a studiare il violoncello, e successivamente, quando ho raggiunto l'età giusta, sono entrato in conservatorio, e mi sono diplomato in violoncello, sì, a Verona”.

Quand'è arrivata la prima direzione d'orchestra?

“E' stata davvero per me un'autentica rivelazione: attorno ai 14-15 anni ho cominciato a suonare in orchestra e non conoscevo il repertorio sinfonico, per l'orchestra, e mi si è spalancata davanti un mondo, un mondo nuovo, e da lì il desiderio di dirigere, di essere colui che può suonare l'orchestra l'interesse è scattato ed ho cominciato gli studi per avvicinarmi alla professione”.

La prima ufficiale dove?

“Nel 2008, a Bergamo, con l'orchestra di Padova e del Veneto. Concerto sinfonico che ha dato il via a tutto”.

Poi, a Verona...

“Poi, a Verona, la prima esperienza è stata già nel 2009 con un concerto di musica contemporanea, partito un po' in sordina, ma che ha subito scatenato molto entusiasmo al teatro Filarmonico da parte del pubblico ma anche dall'orchestra, con cui da subito si è creato un bellissimo rapporto. Poi, è seguita “La Bohème”, sempre al teatro Filarmonico di Verona, un altro concerto e a giugno di quest'anno il “Barbiere di Siviglia” in Arena”.

Non le sembra di aver bruciato troppo presto, sull'altare di questa contaminazione musicale, le tappe e parte della sua infanzia? O pensa di recuperarla un giorno, adesso, in qualche maniera?

“Mah, io come carattere non tendo a sacrificare niente sull'altare di chissà quale passione per quanto divorante: non mi sono fatto mancare niente della mia gioventù. Credo che sia finito il tempo di immaginare l'artista un po' disadattato, che vive distaccato dal mondo, dal suo tempo e dalle sue problematiche. Per considerarsi davvero completo, deve partecipare al suo mondo”.

Maestro, ha mai giocato a calcio?

“No, non sono un grande appassionato devo dire”.

Pratica qualche altra disciplina sportiva?

“Nessuna”.

Qual è l'unico sport che riesce a fare oltre che pizzicare le corde del suo violoncello o far roteare le bacchette?

“Una partitina a calcio tra buoni amici, in realtà, ci può anche stare, ma, in mezzo ai prati. Mi piace molto fare delle belle camminate in montagna, quello sì: dovessi scegliere un'attività, punterei su quella”.

Diventerà un Riccardo Muti: siamo già a buon punto, o no?

“Oddio, speriamo. In realtà, ogni artista ha una sua strada, un suo percorso, credo non debba mai cercare di simulare un altro; semmai di ispirarsi, questo sì certamente, alle grandi figure di oggi. Magari una carriera come quella di Muti sarebbe un sogno grandissimo da realizzare”.

Von Karajan?

“Sarebbe il modello in assoluto, accanto al nostro Toscanini, per quanto mi riguarda, da imitare. Nel loro, Arturo Toscanini ed Herbert Von Karajan, sono stati i direttori d'orchestra che hanno innalzato qualitativamente il livello dell'orchestra e il senso della professione del direttore d'orchestra”.

Papà e mamma sono contenti della professione da lei imboccata?

“Sì, assolutamente sì. Sì, loro sono contentissimi, anche perché non ho mai manifestato particolare desiderio di intraprendere altre strade, tanto meno che quella medica”.

E' figlio unico?

“Ho un fratello più piccolo, Pietro, di cinque anni”.

La felicità esiste per Andrea Battistoni?

“Questa è una domanda molto singolare, particolareggiata. Bé, sicuramente la vita presenta dei momenti di felicità, questo è vero: cos'è la vita se non un alternarsi continuo di privazioni o di grandi guadagni? Io credo che nel momento in cui raggiungi una qualsiasi cosa nella vita, da una realizzazione professionale, artistica, piuttosto che sentimentale, nel momento in cui tu raggiungi quello per cui ha sperato e sudato per tanto tempo, ebbene, quello credo che sia un momento di vera felicità. Poi, ci sono altre graduazioni del sentimento stesso, che è molto complesso da spiegare, ma credo che sia il raggiungimento di un qualcosa per cui si è agognato tanto”.

Il grande Federico Fellini era un genio malinconico. Lei, piccolo genio, è malinconico?

“Penso che Fellini con malinconia rappresentasse quello stato particolare a cavallo tra la felicità e quella tristezza. Sono entra,bi stati di forte ispirazione creativa”.

Che strumento musicale intonerebbe per un “omaggio a Fellini”?

“Essendo un direttore e conoscendo molto bene la musica di Nino Rota, penso che l'orchestra nel suo complesso sia in grado di rendere la sfaccettatura a diamante della personalità di Fellini. Questo clown triste...”.

Si riferisce al film “La Strada”, con la superba Giulietta Masina e il grande Antony Queen. E, invece, Sergio Leone, il maestro dei film western?
“Sergio Leone è un regista che mi ha molto incuriosito, proprio per la capacità di costruire tensione. Poi, io sono anche un fumatore di toscano, quindi, con Sergio Leone andrei molto d'accordo. Ho sempre in mente, parlando di lui, l'immagine di Clint Eastwood che mastica il sigaro, pronto ad estrarre dalla fondina il revolver. Le note di Ennio Morricone sono praticamente automatiche da associare, i suoi suoni, a quelli dell'orchestra, e a dei suoni molto onomatopeici, che richiamano immediatamente il suono di campane, fruste, spari”.

Non ha mai conosciuto quel genio delle colonne musicali dell'82enne Ennio Morricone?

“No, non l'ho mai conosciuto; mi piacerebbe”.

Le sue grandi colonne sonore hanno accompagnato la nostra vita, eh!

“Sono d'accordo con lei”.

La solitudine, l'ha mai provata?

“La solitudine sicuramente fa parte in un certo senso del mestiere del musicista, anche perché siamo costantemente in viaggio e una grossa parte della nostra vita è per forza di cose segnata da momenti di solitudine, che, comunque, possono rivelarsi momenti molto creativi, molto affascinanti, proprio perché possono diventare gravidi di sensazioni, di ispirazioni e lasciano spazio alla propria immaginazione. Può riempire questa solitudine, ecco, se la vogliamo guardare in un senso positivo. Poi, esistono anche momenti di grande sconforto e la grande fortuna di noi che facciamo musica è avere scelto una professione che ha a che fare con sentimenti, alla fine, allo stato puro. Per cui nel momento in cui siamo tristi, possiamo andare ad attingere a una musica che ci risollevi, al contrario, quando siamo allegri e felici, possiamo tranquillamente abbandonarci alle musiche più dolorose, più strazianti, provare delle sensazioni che ci sembrano, che ci sono magari lontane, e poi tornare tranquillamente nella nostra dimensione distesa, serena. Il saper far viaggiare le emozioni credo che questo sia l'essenza del musicista”.

La tromba e il violino vanno bene per accompagnare momenti tristi, malinconici dell'esistenza?

“Sì, sicuramente, il suono della tromba che richiama un po' alla solitudine delle caserme piuttosto che il violino che evoca un mendicante di strada possono essere benissimo gli strumenti adatti”.

Lei crede in Dio?

“No, io non sono credente”.

Quindi, il problema di come e se esiste l'Aldilà lei non se lo pone nemmeno?

“Io sono aperto a qualsiasi tipo di possibilità: non sento dentro di me la necessità assoluta di un dopo. Io credo se questa vita ci è stata data, se ci è stata data questa grande “lotteria cosmica” - che è già una grande fortuna - e credo che mettere il più possibile a buon fine, a buon frutto questo tempo che ci è stato dato, una vita sempre interessante, sempre piena di sensazioni, di emozioni, possibilmente di donare qualche cosa di sé agli altri; credo che conoscere quanto più possibile questo nostro mondo sia già una grandissima sfida, e alla fine di una vita un grandissimo risultato. Quindi, in questo momento della mia vita, non sento neanche una particolare necessità di un dopo. Se si dovesse spegnere improvvisamente la luce e tornare in quel posto di cui non abbiamo assolutamente alcuna memoria né sensazione, non avrei nessun tipo di rimpianto, confortato dalla speranza di aver vissuto una vita piena di emozioni e, soprattutto, di sensazioni”.

Quindi, un Aldilà non c'è per lei, né un Dio che castiga o che assolve?

“Francamente, non lo posso sapere come nessuno lo può sapere, per cui non sono così categorico perché qualsiasi scuola può avere ragione. Io non ne sento la necessità, ecco”.

Il dolore degli altri che cosa trasmette ad Andrea Battistoni?

“Sicuramente sono immagini, casi, sensazioni, quelle di un bambino malato o di un adulto, che fanno scorrere un brivido lungo la spina dorsale. Non essendo certi di questo “dopo” strano, che può contenere qualsiasi cosa, la speranza è quella di mettere a buon frutto questo tempo che ci è stato dato, che ci siamo presi, che ci è stato regalato, nessuno lo può sapere. E, il fatto di rendersi conto che la tragedia è sempre dietro l'angolo, lancia sempre un'amara consapevolezza su questo tempo che in fondo è così fragile. In un certo senso, l'unica maniera per esorcizzare – siamo spaventati da queste cose ed è come guardarsi in uno specchio e pensare che queste malattie, queste cose possono accadere anche sulla nostra pelle – per cui l'unica maniera per esorcizzare tutto questo è di offrire un conforto a chi soffre, cercare di sollevarle dalla malattia, da una sofferenza di un amico. Per togliersi da quest'ombra che s'allunga sulla vita e cercare di esorcizzarla, e di alleviare il più possibile la sofferenza delle persone che purtroppo la stanno vivendo”.

Ha mai pianto per un amico perduto, per un parente stretto mancato?

“Per fortuna, mi ricordo di aver pianto per la scomparsa di mio nonno paterno (che già se n'è andato da parecchi anni), per un'amica che è scomparsa tragicamente. Ma, per fortuna, finora, in poche occasioni”.

Pianto dalla rabbia, non le è mai successo in scena di rompere le bacchette?

“No, anche se potrà succedere. No, quello di rompere le bacchette fortunatamente no, anche perché con l'orchestra non si può avere quel tipo di rapporto che avevano i direttori della vecchissima scuola, per quanto grandi, si rapportavano in maniera diversa con l'orchestra. Una volta il maestro veniva definito tale perché insegnava la musica a delle persone che facevano altri lavori o non erano preparate quanto lui nell'eseguire. Ora il livello medio delle orchestre si è alzato in maniera vertiginosa e si ha di fronte veramente dei professionisti che vanno trattati con la dovuta gentilezza e garbo. Ma si è più in una sorta di “democrazia”, non c'è più la “monarchia assoluta” del maestro”.

Non ha mai pianto per un amore finito male?

“Sì, certo, come succede a tutti. Forse, sono tra i momenti più altamente lirici e drammatici della vita. La vita va avanti e la fortuna di fare altri nuovi incontri è un'altra bellezza della vita”.

E' meglio, in amore, lasciare o essere lasciati?

“Ah, questa è una bella domanda. In un certo senso, è meglio lasciare, perché si è più preparati. Comunque, il tormento esiste da entrambe le parti: è sempre triste quando una storia arriva al capolinea, fa parte dei cicli, dei grandi cicli della vita”.

“Vissi d'arte e d'amore” si declama nella Tosca...
“Queste sono le due cose che guidano la nostra vita; altrimenti, la vita che cos'è? Amore, unione e poi una grande opera d'arte”.
Qual è l'opera che le piace di più?

“Bé, se parliamo di opera lirica, “Le nozze di Figaro” di Mozart. Se parliamo, invece, di sinfonie, la “Patetica” di Ciaikovskij”.

A noi piace Beethoven...

“Beethoven, se dovessimo tenere un compositore in tutta la storia della musica, lui sarebbe quello che vincerebbe la sfida. Senza di lui, non avremmo niente di quello che affrontiamo ogni giorno. Ha preso i binari della musica della sua epoca, li ha divelti e li ha fatti girare completamente da un'altra parte. Grazie a lui la musica ha cambiato completamente stile e linguaggio. Prima di lui, la musica era un gioco per ricchi e nobili, oppure era un'indagine personale di un compositore sulle possibilità organizzative, quasi matematiche della musica. Con Beethoven, finalmente la musica diventa il diario intimo delle sensazioni del compositore”.

Che cos'è che le dà fastidio e cosa la commuove nella e della vita?

“Il fastidio è anche un certo imbarazzo è non riuscire a trovare un contatto con persone mentalmente chiuse, con cui non si riesce ad instaurare un dialogo, nemmeno abbassando il tono della conversazione. Anche nella mia professione il dialogo è importante: non aprirlo è molto imbarazzante e fastidioso”.

Perché nell'era della grande Comunicazione si comunica poco?

“Paradossalmente, si comunica poco perché si comunica troppo: cioè si comunicano troppe cose e male. Se si comunicassero poche cose e dette in maniera profonda, probabilmente sarebbe un mondo che si capirebbe di più. Invece, abbiamo un continuo travaso di informazioni, ma mai di contenuti veri e propri”.

Se fosse chiamato a salvare un bimbo in coma, che musica suggerirebbe a mo' di musicoterapia?

“Confesso di non conoscere la musicoterapia, che ha una sua valenza ma che ha anche degli studi molto specifici e quindi non entro in questo campo. Una musica estremamente ritmica, molto vitale forse potrebbe richiamare dal coma una persona in coma. Gli farei sentire qualcosa di scatenato come la “Sagra della primavera” di Igor Fedorovic Stravinskij, che pulsa potenza, gioia di vita”.

Cos'è che la fa commuovere?

“Sicuramente, avendo scelto di dedicare la mia vita alla musica, ci sono poche altre cose come la musica che mi trasmettono determinate sensazioni. La musica ti fa conoscere emozioni che un altro non potrebbe conoscere. Un depresso con istinti suicidi, ad esempio, che ascolta Ciaikovskij può provare le emozioni e dopo ritornare nella sua vita di tutti i giorni. E questa è la grande magia della musica. Poi, mi emozionano tutti quei momenti di vera amicizia e di generosità di persone che dimostrano la loro vicinanza e che ti sostengono. Il vero valore dell'amicizia mi continua a commuove profondamente”.

“Il canto del cigno” di Sesan, “L'ave Maria” di Shubert, chi preferisce?

“Da violoncellista, dovrei dire “Il Cigno” di Sesan perché è stato una delle prime cose che mi hanno fatto studiare e ho suonato a tanti matrimoni e in tante altre occasioni. Sicuramente scelgo “Il Cigno”. Certo che Franz Shubert è un autore che riesce a parlare in maniera così profonda e coinvolgente al cuore delle persone che potevo tradire anche il violoncellista e scegliere Franz Shubert”.

Il sogno della sua carriera?

“Bé, i sogni sono tanti. Un sogno importante è continuare in questa strada. Con questo ritmo sarebbe davvero eccezionale per poter crescere e conoscere orchestre sempre più importanti e fare la musica a un alto livello. Le grandi orchestre possono aiutarmi ad esprimere quello che provo e sento verso la musica. In secondo luogo, cominciare a scrivere anch'io la musica e portare qualcosa di mio agli altri”.

Il suo autore preferito?

“Probabilmente Ciaikovskij”.

La malinconia, come la sconfigge un piccolo genio come il maestro Andrea Battistoni?

“La malinconia? Più che altro la nostalgia. Che provo quando sono distante da casa. Più viaggio per lavoro, più i colori di Verona, i suoi profumi, le sue piazze, i suoi monumenti, la visione della collina dal ponte Pietra – che è una delle viste più belle al mondo, secondo me – devo dire che mancano ogni giorno di più”.

Di cosa non potrebbe fare a meno, maestro?

“Di un buon sigaro verso sera”. E giù una splendida risata, che suggella sia il carattere che il momento magico vissuto da questo giovane genio della bacchetta.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 8 luglio 2011

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