ULTIMA - 26/3/19 - IL PUNTO SULLE NOSTRE SQUADRE GIOVANILI ELITE E REGIONALI

Facciamo il punto sulle squadre giovanili veronesi dei tornei Elite e Regionali delle categorie Juniores, Allievi e Giovanissimi, quando mancano poche gare alla fine dei campionati. Nella categoria Juniores Elite, girone A, comanda ora il Camisano che con 50 punti precede il San Giovanni Lupatoto di mister Matteo a 46 punti dopo la sconfitta 1 a 0 contro il
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INCONTRI VIP'S

31/7/11 - INCONTRI RAVVICINATI: MONS. LUIGI CONTI

ATTACCANTI ALLA CONTI...

Monsignor Luigi Conti, nato a Urbania il 30 maggio 1941, è stato elevato alla dignità di arcivescovo metropolita da papa Benedetto XVI il 13 aprile 2006, quando il Santo Padre ha deciso di affidargli l'arcidiocesi marchigiana della nuova (2009) provincia di Fermo. Attualmente, il prelato ricopre l'importante incarico di Presidente della CEM, la Conferenza Episcopale Marchigiana. E' stato ordinato presbitero il 26 giugno 1965 per l'allora diocesi di Urbania-Sant'Angelo in Vado (Pesaro), mentre il 28 giugno 1996 viene eletto alla sede dell'arcidiocesi di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia ed ordinato vescovo il 21 settembre sempre di quell'anno. Troneggia, in un palazzo che delimita la piazza centrale di Fermo, un significativo monumento in bronzo di papa Sisto V, Felice Peretti, ma, si nota anche un palazzo – ora sede della Biblioteca Comunale - con l'effige di cardinali, a testimonianza che la cittadina marchigiana è stata per secoli – fino alla seconda metà circa del 1800 – un efficace avamposto, una sede di cardinali dell'allora Stato Pontificio.

Fabriano è diventata da poco provincia, monsignore...

“Sì, è diventata provincia recuperando l'aspetto la sua identità perduta nel 1860, quando è stata tolta la provincia a Fermo ed è stata data ad Ascoli. Quando io sono arrivato, cinque anni fa, l'iter era ancora nella fase iniziale, dopodiché si è giunti a questa decisione da parte del Parlamento, del Governo. Venendo io dalla provincia di Pesaro-Urbino, immaginavo che forse si potesse creare una provincia Fermo-Ascoli o Ascoli-Fermo. Peraltro, mi è sembrato che le cose fossero ormai piuttosto avanti e, quindi, accettiamo questa configurazione, anche se ancora oggi si parla insistentemente di provincia da abolire. Direi, comunque, che davvero il Fermano ha una sua identità, e che, quindi, c'è un'anima in questa provincia, che nell'arco di questi due anni si sta effettivamente rivelando come un'ulteriore opportunità per questo territorio. Sono contento, perché, venendo da Macerata dove sono stato vescovo per dieci anni, qui trovo anche una provincia, la provincia fermana”.

Lei, monsignore, è stato anche “visitatore” delle Chiese orientali a Roma, o no?

“Sono stato visitatore dei seminari delle Chiese orientali: questo fu un incarico, al quale mi chiamò il cardinale Achille Silvestrini, quando era Prefetto di quella Congregazione, e ho vissuto con gioia, direi una esplorazione nuova per me – io ero stato rettore al Seminario Maggiore a Roma per una decina d'anni – e ho conosciuto questi seminari che hanno una storia particolare e hanno, soprattutto, una spiritualità, della quale anche le Chiese d'Occidente possono nutrirsi”.

Ma mai giocato a calcio da ragazzino?

“Sì, tanto tanto. Giocavamo a calcio – tieni conto che noi siamo i figli della guerra, perché io sono del 1941 e il mio paese, Urbania, venne bombardato nel 1943 – e lì eravamo un gruppo di amici, compagni di infanzia, e avevamo uno spazio in cui giocavamo a calcio tutti i giorni. Fra l'altro, alcuni compagni della mia infanzia sono cresciuti in quell'ambiente - oggi, per esempio, il professor Paolo Cellini credo che sia il presidente della Figc della regione Marche – e, quindi, lo spirito era questo. Naturalmente, lui ha fatto l'insegnante per tanti anni, però, ha coltivato questo spirito – io sono entrato in seminario e in seminario era un po' più difficile giocare a calcio perché allora si vestiva la talare e la tiravamo su fino ai fianchi e poi giocavamo”.

In che ruolo giocava?

“Ah, io come attaccante”.

Aveva una simpatia allora?

“Io, più che altro, avevo una squadra del cuore, che era la Vecchia Signora, che è la Juventus. Posso dire che tenevo a Boniperti, però, in quegli anni non ricordo di aver tifato per una persona in particolare. Per la squadra bianco-nera sì, e sono tutt'ora rimasto fedele”.

Il suo motto del suo stemma qual è?

“Il motto del mio stemma è “Consummati in unum”, ovvero “Perfetti nell'unità”, perché la mia passione è che all'interno di una chiesa locale si detta convergere verso l'unità: presbiteri, persone consacrati, laici, famiglie, ed è un motto che è stato preso dal vangelo di Giovanni, al capitolo 17, ed è importante questo motto per me specialmente in questa chiesa metropolitana di Fermo, perché è una chiesa molto vasta come territorio, ha 58 Comuni e quasi 300.000 abitanti, e, quindi, nel panorama complessivo delle Marche dove sono 13 diocesi per un milione e mezzo di abitanti, è la chiesa più antica e più vasta, sia come territorio che come popolazione. Forse, il territorio della diocesi di Camerino la supera perché contiene tutta la montagna, ma, la diocesi ha poco più di 50.000 abitanti. Anche perché negli anni 70 c'è stato questo cosiddetto “boom economico”, la nascita del moderno sviluppo marchigiano, che ha provocato un fenomeno di slittamento di tutte le popolazioni montane verso la costa. Difatti, questa diocesi è una città ininterrotta da Pedaso fino a Porto Potenza Picena; ormai è tutta una città e si comprende bene anche come sia cambiato lo stile di vita, il costume, la mentalità dopo che, grazie a Dio, l'ingegno marchigiano si è espresso in una serie di comparti artigianali, industriali. In modo particolare, qui, nel Fermano, il comparto calzaturiero, che ha avuto un grande sviluppo. Quindi, possiamo dire che è una Chiesa molto interessante, soprattutto perché si è rinnovata in questi ultimi decenni in modo sorprendente e ha raccolto anche le sfide della trasformazione sociale, della cultura che in qualche modo si esprimono attraverso la cultura mediatica. E qui vedo che c'è anche un grande sviluppo sull'uso dei media, e le nuove generazioni sono talvolta vittime, tal altra protagoniste, in senso positivo, di questa cultura”.

Siamo nell'epoca della più sofisticata elettronica (vedi cellulari) e della grande comunicazione, ma, ci si sente sempre più soli, più infelici, senza capacità di dialogo. Perché, secondo lei, monsignore? Seconda domanda: la felicità esiste e in che cosa consiste?

“Sì, diciamo che questa invasione devastante dei Media e dell'uso della comunicazione in realtà speso induce spesso a non comunicare più. Perché si vuole la comunicazione superficiale, perché la solitudine è un riflesso talvolta cercato anche dalle nuove generazioni, oppure, se le nuove generazioni – a causa anche della testimonianza delle nostre generazioni – sperimentano la solitudine è perché anche il tipo di aggregazione che vivono talvolta si affoga un po' nell'alcool, si affoga un po' nelle droghe. Grazie a Dio, questo territorio è ancora abbastanza sano, però, devo riconoscere che negli ultimi dieci-quindici anni c'è stato un degrado, soprattutto perché le nuove generazioni non si nutrono di grandi ideali oppure necessariamente scivolano nell'individualismo e anche nel nichilismo”.

Ed anche nel relativismo, come più volte ricorda il Santo Padre...

“Esatto!”

La felicità esiste, Eccellenza?

“Sulla felicità l'uomo di oggi si interroga. Sto notando che stanno facendo pure dei convegni su quest'argomento. Purtroppo, l'esito finale è che si fa un'equazione finale tra felicità e benessere. Ora posso capire il valore del benessere, ma, il benessere non è la soglia ultima, il vero messaggio che la Chiesa può e deve dare in circostanze come questa. E' bene lavorare, impegnarsi sulle cose penultime (lavoro, famiglia, i valori umani che abbiamo ricevuto anche dai nostri padri, ma, dopo le cose penultime bisogna gettare lo sguardo sulle cose ultime, e la Chiesa ha il compito di richiamare proprio le cose ultime come senso della vita presente. E i giovani sono molto attenti e sensibili davanti a questo tipo di proposta”.

Dove andremo a finire un giorno?

“Saremo tutti nell'abbraccio della misericordia di Dio, cioè sperimenteremo davvero cos'è la felicità e capiremo che l'amore vero è quello gratuito, quello che Dio dà a noi senza chiedere nulla. Perché noi diamo amore perché ci aspettiamo qualcosa in cambio. L'Amore di Dio ci stupirà”.

Ammettiamo che domani Gesù faccia il suo ritorno sulla terra: che uomo trova?

“Il vangelo fa un'altra domanda: dice “se il Signore viene, troverà la Fede sulla terra?” Ecco, la risposta è qui: cioè troverà delle persone, che, per la loro Fede, saranno in grado di intercedere – come Abramo intercedeva per Sodoma - ma, saranno in grado di intercedere per tutta l'umanità, saranno in grado di ridare la speranza in tutta l'umanità. In fondo, la Chiesa è questa: deve rimanere un piccolo gregge, che però dà un segno di speranza. Deve rimanere un lievito che si perde nella pasta, ma sa gonfiare la pasta. Deve essere quel sale, che a sua volta si perde, si scioglie, però, dà sapore. E credo che la Chiesa del nostro tempo, anche in virtù della grande avventura degli ultimi papi, da Paolo VI a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI, la Chiesa sta esattamente facendo questo”.

Lei, ci dica la verità, monsignore, ha paura di morire, di fare il famoso salto?

“Ma, io non so veramente se ho paura o non ho paura, la morte certamente è un interrogativo, ma, non so perché non ci penso. So soltanto che ho bisogno di dare la vita ogni giorno e, quindi, desidero morire rettamente – se così posso dire – ma, per amore, non per altro. Poi, verrà il momento, e lì si apriranno i cieli e sarà la gioia eterna, spero. Spero di non fare troppo Purgatorio”.

Reverendo, ci dica la sincera verità, lei non si è mai innamorato?

“Sì, a suo tempo sì. Come tutti gli adolescenti, penso che..., ma, anche questo mi ha educato, mi ha fatto forse capire che quell'amore, seppur vero, seppur sincero, autentico, non mi bastava. Forse, Dio voleva altro e Dio me l'ha rivelato”.

La sofferenza degli altri, cosa le trasmette?

“La sofferenza degli altri, in alcuni momenti – ricordo soprattutto gli anni in cui ero parroco a Roma in una parrocchia grande, di circa 30.000 abitanti – la sofferenza degli altri in certi periodi della mia vita mi ha indurito il cuore. Mi sono come ribellato davanti a Dio soprattutto per la sofferenza degli innocenti, però, ho capito anche che il primo innocente è Lui. E, se davvero come abbiamo nella rivelazione cristiana Lui ha dato la vita per noi, forse avrà un senso anche questo. Vedremo un indomani, quando saremo a faccia a faccia con Lui”.

Cos'è che la commuove e cosa le dà fastidio?

“Mi commuove la grande solidarietà, che si intravede tra le gente. Io trovo che la nostra gente marchigiana non ha perso questo valore, che deriva dalla famiglia patriarcale, e, invece, mi fa arrabbiare tanto è l'egoismo, soprattutto, l'egoismo esercitato nei confronti dei poveri. E, questo è un momento in cui la Chiesa è messa alla prova perché tante famiglie sono in difficoltà , tante famiglie, anche in questa diocesi, hanno ricevuto ingiunzioni di sfratto, lì davvero facciamo di tutto per poter andare incontro a questi bisogni. Un bisogno più recente, che purtroppo ancora non trova ancora risposte è la perdita di lavoro di persone di 40-45-50 anni, che non rientrano nel mercato di lavoro. E, questo è davvero un dramma; mi diceva un padre di famiglia “io non ho più il coraggio di guardare mia figlia, una figlia di nove anni, perché non so più cosa dirle”. E, su questo la Chiesa invita alla solidarietà e noto che l'invito della Chiesa è sempre efficace: finora abbiamo dato speranza a tanta gente”.
La sua infanzia, come è stata?
“La mia infanzia è stata serena; noi eravamo quattro figli. Un dramma che, però, ha anche orientato la mia vocazione è forse stata la perdita di una sorella di otto anni, quando io ne avevo dodici: lì mi sono ribellato. Mi sono ribellato a Dio, mi sono allontanato dalla Chiesa, non andavo più a messa con i miei genitori e ho osservato i miei genitori: i quali hanno continuato ad andare alla messa, hanno continuato a pregare tutte le sere, hanno continuato a dirmi che Dio è buono e, dopo qualche mese, io sono tornato al Signore per la loro testimonianza”.

Le origini dei suoi genitori?

“Mio padre era autista: noi veniamo da una famiglia contadina, sì. Mio padre era autista, ma la famiglia d'origine era contadina. Il ceppo è quello sano, del contadino che, quando cala il sole, si ferma, si raccoglie in preghiera della sera, e poi si raduna, dopo la cena, anche nel dialogo, nell'incontro e nella preghiera del rosario. Io credo che la mia vocazione è nata in famiglia”.

Quand'è che ha pianto l'ultima volta di commozione e di grande dolore?

“Di commozione tante volte: una volta che ricordo bene è quando ero parroco a Roma, ho conosciuto una famiglia in cui c'era una mamma vedova e due figlie di 19 e 23 anni, tutte due portatrici di un handicap molto grave, però, molto intelligenti, molto capaci di affetto. Nell'arco di un mese e mezzo, tutte e due sono morte. Lì, in un certo senso, dicevo prima, mi sono un po' ribellato , però, lì ho pianto. E, dopo è venuta la consolazione, non so da dove, non so perché, ma il Signore certamente mi ha aiutato. Ecco, in queste circostante mi è accaduto, quando ho visto perire i piccoli, i poveri, i deboli”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 6 luglio 2011

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