ULTIMA - 18/3/19 - LA VIRTUS VINCE A TERAMO E INTRAVEDE LA SALVEZZA

Continua la serie positiva della Virtus Verona di mister Gigi Fresco che vince per 2 a 1 allo stadio “Bonolis” a Teramo e la salvezza ora sembra davvero possibile. I rossoblu veronesi hanno un ottimo approccio alla gara e all’11° sono già in vantaggio. Onescu dalla destra con un traversone basso taglia l’area biancorossa e sulla palla arriva in spaccata
...[leggi]

INCONTRI VIP'S

2/8/11 - INCONTRI RAVVICINATI: ZBIGNIEW BONIEK

IL “BELLO DI NOTTE”

“Bello di notte”: così aveva chiamato Zbigniew Boniek, per tutti “Zibì”, l'avvocato Gianni Agnelli, presentandolo alla “mente grigia” della diplomazia statunitense, Henry Kissinger. Polacco di Bydgoszcz, dove è nato il 3 marzo 1956, Zibì era fortissimo nelle ripartenze, veloce ed efficace anche in fase di conclusione a rete (amava calciare anche con il sinistro). Centrocampista di razza, ha iniziato nel suo Paese, nel Zawisza Bydgoszcz, il club della sua città, per approdare al Widzew Lodz, squadra in cui si è messo in mostra quando risultò decisivo rigorista nei sedicesimi di finale di Coppa Uefa, eliminando quella Juventus, di cui poco dopo fece parte. E, infatti, giunge in Italia nel 1982, anche se pareva ormai certo il suo trasferimento alla Roma del presidente Dino Viola.

Ma, con un colpo di mano, il presidente bianco-nero Giampiero Boniperti lo assicura alle “zebre” torinesi, che, grazie a una sua fantastica doppietta – segnata il 16 gennaio 1985 –, permette alla Juve di conquistare la sua prima Supercoppa Europea. Boniek è altrettanto decisivo anche nella tragica finalissima – disputatasi in Belgio - di Coppa dei Campioni, quella tenutasi il 29 maggio 1985 all'”Heysel”, contro gli inglesi del Liverpool: per un fallo commesso ai suoi danni nei pressi dell'area di rigore, viene concesso ai torinesi il penalty che Michel Platini trasforma, consentendo alla Vecchia Signora di alzare per la prima volta al cielo la Coppa con le orecchie.

Poi, la parentesi con la maglia della Roma, la lunga rincorsa mancata ai danni della Juve e la conquista della Coppa Italia, edizione 1985-86 (con la Juve l'aveva già sollevata nella stagione 1982-83). Vince anche la Coppa delle Coppe, nel maggio 1984 e lo scudetto bianco-nero annata 1983-84. Risulta ancora oggi essere il giocatore polacco più forte: con la Nazionale bianco-rossa ha disputato in tutto 80 partite, realizzando 24 reti.
E' tra i 100 migliori giocatori al mondo, tra i i 50 “indimenticabili” della storia della Juventus.
Sfortunata, invece, la carriera di allenatore: ha guidato Lecce, Bari, Sambenedettese ed Avellino, è stato anche dirigente della Federazione calcistica polacca, diventandone il cittì breve tempo, dal luglio al dicembre del 2002, sedendo in panchina solamente 5 gare. Oggi è un apprezzato commentatore della “Domenica Sportiva” di Rai 2.

Mister Boniek, qual è stato il momento più esaltante della sua carriera di calciatore?

“E, ma sai, così, a bruciapelo, è una domanda molto difficile da rispondere. Io penso che i momenti belli nella mia carriera calcistica sono stati tanti anche perché ho avuto la grazia e la fortuna di vincere tante partite. Sicuramente, il terzo posto nell'82 con la Nazionale polacca ai mondiali: è stata una roba splendida perché era un momento difficile e delicato per la Polonia: c'era il coprifuoco, c'era Solidarnosc che combatteva per darci la liberazione, e devo dire che sicuramente il terzo posto nell'82 è stata una cosa molto positiva. Poi, ci sono anche i trionfi con la Juventus; non so, abbiamo vinto un po' di Coppe, mi sono messo anche in mostra, abbiamo vinto contro il Liverpool la finale a Torino di Supercoppa Europea, dove io ho segnato tre gol e il giorno prima mi è nato il bambino. Diciamo, i momenti belli ci sono stati un po' dappertutto: ho giocato in Polonia, vincendo due campionati, con il Widzew Lodtz, con la Juventus, con la Roma, e ho sempre avuto modo di gioire e di essere contento”.

Qual è il suo più grande rammarico di calciatore?

“Mah, diciamo che il rammarico grande non c'è stato. Certo, se si potesse rigiocare la finalissima di Coppa dei Campioni contro l'Amburgo, ad Atene, mi farebbe molto piacere, perché ritengo che questa è stata solo una disgrazia che ha causato molte conseguenze. Un'eventuale vittoria ci avrebbe permesso di rigiocare subito la Champion's League, di fare la Coppa Intercontinentale, e questo sicuramente mi è rimasto dentro lo stomaco, e rimarrà per tutta la vita. Purtroppo, nella carriera di uno sportivo ci sono tante vittorie e c'è anche qualche sconfitta significante. E, questo, sicuramente è il rammarico più grosso perché ritengo che quella era una Juventus fantastica, e non si avrebbe dovuto perdere una finalissima come quella di Atene”.

Il giocatore più forte assieme a cui ha giocato, sicuramente, Michel Platini; l'avversario più forte, invece?

“Io ho giocato contro tutti i più forti giocatori degli anni Ottanta; sicuramente, Platini faceva parte dei giocatori più bravi. Come compagno era ideale, perché era forte, ma nello stesso tempo sapeva stare bene con il gruppo, condivideva gioie e dolori con tutti quanti, non rubava spazio a nessuno, era un grande realizzatore, ma anche un grande “impostatore”, fautore del gioco. Chiaro, ho giocato anche contro Maradona, contro tanti altri, e devo dire che all'epoca i giocatori bravi ce ne sono stati parecchi”.

Il suo avversario più irriducibile, più tosto?

“Sa, ma, quando giocavo io a calcio si giocava a marcatura a uomo. Praticamente, su tutte le partite che ho fatto io in Italia, quasi sempre sono stato marcato individualmente a uomo, e non era una cosa, una vita facile”.

Ma, il più spietato dirimpettaio chi era?

“Quello che io apprezzavo, apprezzo di più era Vierchowod, perché era uno veloce, uno forte, ma molto leale. Poi, c'erano quelli che ti prendevano per la maglia, che ti volevano colpire, che ti volevano farti male, ma, di questi è meglio non parlare perché oramai i tempi dimenticati...Vierchowod è stato uno dei giocatori più bravi che mi hanno marcato, ecco”.

Lei crede in Dio, e perché?

“Mah, guardi, io credo in Dio, sono credente, vado in chiesa, è una cosa mia, una cosa personale. Poi, è una bella domanda perché uno crede in Dio. Perché, secondo me, ognuno di noi c'ha bisogno di credere in qualcosa che fino in fondo non è facile da capire. E' questa una delle domande che non mi sono mai posto e sulla quale non ho mai cercato di interrogarmi su perché io credo in Dio, perché c'ho bisogno di questa guida spirituale, però, l'accetto e io so che nella vita poi un giorno se riesco a capire, capirò, se non riesco a capire, pazienza. Però, pazienza, comunque, sono un credente. Come tutti i polacchi”.

Secondo, lei Boniek, l'Aldilà esiste; e come vorrebbe che fosse?

“Guarda, no, no, no, no, non lo so” e giù un sorriso di Zibì, imbarazzato forse per la delicatezza e la singolarità della domanda: “Ho visto diversi filmati, ho visto diversi ipotesi di com'è l'Aldilà. E' molto difficile spiegare e immaginarsi come può essere. Diciamo forse che questa difficoltà di immaginare ti fa ancora credere in più. Se sarà una sorpresa che c'è l'Aldilà, bene, l'accettiamo volentieri. Sicuramente, come Aldilà uno se si immagina i colori, non so azzurri e bianchi – colori diciamo di pace e di tranquillità – bé, alla fine è molto difficile immaginarsi cosa c'è dietro il muro”.

Il dolore dell'altro, di un bambino affetto da male incurabile, la solitudine di un anziano parcheggiato per sempre in un cronicario, cosa trasmette a un grande campione come Boniek?

“Guardi, questa è una cosa che mi tocca, che mi dà molto fastidio, perché le malattie dei bambini sono cose mi danno fastidio. Spesso, disgraziatamente, ho avuto modo di salutare, di andare al funerale di un figlio di qualche mio amico, che purtroppo è scomparso per malattia breve e dolorosa, di quelle che non ti perdonano. Uno si lascia interrogare ma perché mai una persona così pulita, sana, ci doveva lasciare, invece, ci sono tanti balordi che campano. Ed anche questo ti fa rinforzare, ti fa pensare, ti fa porre tante domande. Comunque, sono troppo sensibile al dolore dei bambini, per questo cercherò meno possibile, anche perché in me si apre sempre una ferita”.

Cos'è che la commuove e cos'è che le dà fastidio del mondo d'oggi?

“Mah, ci sarebbero troppe cose che uno non sopporta, ma, qui cominciamo a parlare poi di politica, di modo di governare, di come siamo governati, no? Di governati nel senso attuale, non nel senso di destra o sinistra, ma di come stanno le cose. Ci sono troppi problemi: aumentano sempre le difficoltà, cresce il numero di persone insoddisfatte che hanno dei problemi, e ci accorgiamo vivendo accanto a loro. Speriamo che le cose migliorino in futuro”.

Cos'è che la commuove: uno splendido tramonto, un cielo stellato, un gesto di generosità, il volontariato, cos'altro?

“Ma io sono uno che si commuove facilmente: ci sono tante cose che mi fanno commuovere. Sì, potrebbe, come ha detto lei, un bel tramonto, o tante altre cose, la felicità degli altri, un bambino gioioso, o uno dei miei figli che studia bene o che fa altre cose. Ripeto, ci sono tante cose che mi commuovono, sono uno che si commuove facile”.

La solitudine, l'ha mai provata; e la felicità, cos'è per Boniek?

“Felicità per me è una giusta divisione tra sogni e realtà. Ognuno di noi c'ha sogni, poi, se si riescono a tramutare in realtà, uno è più felice, uno è meno felice. La proporzione tra sogni e realtà è uguale alla felicità”.

La solitudine, non l'ha mai provata?

“No, non l'ho mai provata, però, non c'ho assolutamente paura perché, nonostante parlo spesso in televisione, mi piace la solitudine, mi piace leggere, mi piace così pensare e guardare la gente, non sono uno che spende troppe parole durante la giornata. Non c'ho paura di solitudine, anche se devo dire che non la soffro perché c'ho intorno la famiglia, tutti quanti”.

Il gol più bello come stile e quello più importante, più pesante?

“Diciamo che il gol più bello che ho fatto io così, diciamo qualcosa c'è stato. Però, per la potenza, per la precisione, sicuramente la partita contro il Belgio ai Mondiali del 1982, il primo gol con la Nazionale della Polonia. Ho visto che il portiere non è riuscito neanche ad alzare la mano che da 16 metri ho messo palla sotto la traversa. Quello era un grande gol. Invece, il più bel gol, il più importante della vita è quando ho conosciuto la mia moglie, quando mi sono sposato: al mondo c'abbiamo tre bambini, c'abbiamo nipoti. E, forse, questo è quello che mi dà, mi ha dato più soddisfazione: è un gol che dura per sempre”.

Qual è un aneddoto simpatico, curioso, affettuoso dell'Avvocato Gianni Agnelli nei riguardi di Zibì Boniek?

“E l'Avvocato ce ne aveva tantissime di battute, eh”.

Allora, ne scelga una in particolare.
“L'Avvocato?”
Un gesto, un regalo, una battuta...

“L'Avvocato una volta mi disse: sai che tu mi piaci perché non c'hai paura mai di nessuno. Si vede che sei un polacco, perché solo voi e i finlandesi andavate ad affrontare i carri armati tedeschi a cavallo, però solo voi pensavate di vincere”.

Da ragazzo per quale giocatore teneva?

“Quando ero piccolo, per poco tempo, mi è piaciuto molto Gunter Netzer, il biondo centrocampista e nazionale tedesco, molto forte. Però, poi, alla fine, presto ho cominciato a giocare bene ed allora ho dovuto confrontarmi con tutti quanti ed allora...”

Un grande giocatore polacco, che ha giocato nell'Hellas Verona, è stato il nazionale Zmuda. A lei piaceva Jaroslaw Lato, altro nazionale polacco?

“Per me, i giocatori più forti della Nazionale polacca con cui ho giocato erano Leonard Lubanski e Kazimierz Deyna. Che oggi non c'è più”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 2 agosto 2011

Visualizzato(2767)- Commenti(8) - Scrivi un Commento