ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

3/8/11 - INCONTRI RAVVICINATI: MONS. GIOVANNI TONUCCI

TONUCCI, “IL PORTIERE” DELLA MADONNA DI LORETO

Prima di varcare la porta che dà sulla piazza e immette nel santuario della Madonna di Loreto, non si può non imbattersi nella gigantesca statua in bronzo che raffigura papa Giovanni XXIII, e che quasi ci accompagna all'ingresso della piazza dove si contempla la splendida basilica.
Ma, anche quella di papa Sisto V, al secolo Felice Peretti, fa bella mostra di sé, a un passo dal portone di ingresso del visitatissimo santuario marchigiano. E' la giovane suor Barbara ad introdurci nella stanza dove saremo accolti da monsignor Giovanni Tonucci (Fano di Pesaro Urbino, 4 dicembre 1941), arcivescovo metropolita di Loreto dal 18 ottobre 2007 secondo la volontà di papa Benedetto XVI.

Dopo aver completato gli studi di teologia e dopo essere stato nominato vescovo il 19 marzo 1966, Tonucci entra nel servizio diplomatico della Santa Sede e consegue, presso l'Università Lateranense, i dottorati di teologia e di diritto canonico.
Intensa la sua attività diplomatica, inaugurata a Yaoundè, in Camerun, proseguita poi a Londra e a Roma, dove viene assegnato presso la 1^ Sezione degli Affari Generali della Segreteria di Stato della Santa Sede, dove lavora con il piacentino monsignor Agostino Casaroli (futuro porporato e Segretario di Stato Vaticano di papa Giovanni Paolo II; prima del cardinal Angelo Sodano), per poi (nel 1978) passare alla II^ Sezione dei Rapporti con gli Stati, guidata dal futuro cardinale, il romagnolo Achille Silvestrini.

E' nunzio apostolico a Belgrado, nel 1984, poi è a Washington, nel 1987.
Il 21 ottobre 1989 è sempre nunzio apostolico in Bolivia e il giorno dell'Epifania dell'anno successivo, il 1990, papa Giovanni Paolo II lo ordina vescovo. Riceve l'incarico anche di “osservatore permanente della Santa Sede” presso le Nazioni Unite, ottiene la nunziatura apostolica a Nairobi, capitale del Kenia. Dall'ottobre 2004 è “ambasciatore” per conto del Vaticano per la Svezia, la Danimarca, la Finlandia, l'Islanda e la Norvegia.
Il 18 ottobre 2007, papa Benedetto XVI lo consacra arcivescovo prelato di Loreto, un ennesimo riconoscimento che s'accompagna con la nomina di Delegato Pontificio del Santuario della “Santa casa”.

Monsignor Giovanni Tonucci finora ha scritto quattro libri, l'ultimo nel 2007. Tonucci ha molto sofferto per la recente ed improvvisa scomparsa del fratello Paolo Maria, missionario in Brasile negli anni tra il 1965 e il 1994 e difensore dei diritti dei poveri, al quale non era stata allora riconosciuta dal Governo dello Stato sudamericano la cittadinanza dall'allora dittatura brasiliana perché considerato “persona indegna”.

Monsignor Tonucci, lei ha incontrato tante popolazioni e ha stretto la mano a grosse personalità di diversi Paesi; che idea si è fatto della felicità e della solitudine?

“Io ho sempre sentito una grande gioia nel lavoro che ho fatto innanzitutto perché avevo sempre la sensazione precisa di essere in prima linea lavorando per la Chiesa. E, quando si parla del servizio diplomatico della Santa Sede, qualche volta qualcuno che ha poca conoscenza e molta fantasia, immagina che sia qualcosa di burocratico, che abbia poco a che fare con il lavoro dell'apostolato e, quindi, del lavoro pastorale. Per me è stato sempre esattamente il contrario: innanzitutto perché ho lavorato con dei nunzi apostolici, con dei capi ufficio, tutti quanti vescovi e sacerdoti che guardavano alla persona dietro le carte. E sono stato vicino, come un collaboratore lontano, ma vicino spiritualmente a dei papi come Paolo VI, Giovanni Paolo I nel breve pontificato e Giovanni Paolo II,anche se rapidamente con papa Benedetto XVI, e ogni volta mi sono reso conto che quello che noi facciamo e quello che io cercavo di fare era proprio aprire gli spazi della Chiesa nel mondo di oggi e, soprattutto, avere dei contatti con realtà diverse storicamente, etnologicamente, culturalmente, ma con una base unica, sempre grande, sempre bella, cioè
L'umanità. Sono stato in Africa undici anni della mia vita, sono stato in America del Nord e in America del Sud, in Europa, ebbene, in ognuna di queste circostanze, di queste situazioni mi sono trovato con persone – specialmente con dei giovani – con le stesse qualità, gli stessi problemi, gli stessi desideri. E' vero, cambiano tante situazioni, cambiano le condizioni anche sociali, ma l'uomo e la donna rimangono le stesse persone. Siamo al di là dei vari colori, delle lingue che essi parlano e il contatto cuore a cuore è immediato. E, allora, in questo contatto, devo dire, noi come sacerdoti, come vescovi, diplomatici o semplicemente pastori, abbiamo da portare qualcosa di molto bello, di molto importante che è quel concentrato di umanità e di ricchezza divina che è l'annuncio del Vangelo”.

La felicità: l'ha mai provata e in che cosa consiste?

“Mah, nel riuscire a fare qualcosa che senti come bello e senti come utile. Arrivare stanchi alla sera e poter dire anche oggi ho dato una mano al buon Dio a fare del bene, bé, questa è una grande soddisfazione. E devo dire che nel lavoro, ovviamente, non sempre tutto va benissimo: mi ritengo fortunato perché ho avuto sempre la gioia, la fortuna sì di collaborare con grandi capi missione, grandi vescovi, grandi poi anche cardinali, e direi mi sono trovato sempre in consonanza con loro. Ma, questo non vuol dire che qualche volta non ci siano state delle difficoltà, si arriva a capirsi, ma magari si passa attraverso dei momenti difficili. Però, non mi è mai capitato di arrivare alla sera e dire ho perso il mio tempo, sto perdendo il mio tempo, oppure ho sbagliato strada; e questo credo che sia un grande segreto di felicità perché non ho mai avuto bisogno di arrivare alle vacanze per sentirmi soddisfatto. Ero già soddisfatto, anche se affaticato, ma soddisfatto del lavoro che facevo”.

Non ha mai provato, lei che ha avuto modo di girare il mondo, un senso di solitudine, lontano dai suoi familiari, dai suoi affetti più cari?

“No, no mai ho sentito la solitudine: anzi, quando riuscivo ad essere solo, ero contento perché avevo qualche momento per me stesso. Le dico una battuta: quando a Nairobi, in Kenia, la segretaria - veniva su al venerdì – veniva da me e mi diceva “Mah, Eccellenza, ho visto che per il fine settimana non ha nulla da fare, è possibile?” Le ho detto sì guardi, non lo dica a nessuno, altrimenti arrivano a chiedermi di fare altre cose; per una volta che c'ho due giorni di libertà, nel senso che posso essere solo e fare un pochino delle mie cose e rivedere la mia corrispondenza, per carità, non dica niente a nessuno perché è un tempo preziosissimo. La solitudine come fosse sentire nostalgia di casa, nostalgia dell'Italia, nostalgia della famiglia, questo mai; neppure nostalgia dei Paesi nei quali sono stato. Io sono stato bene in tutti i Paesi in cui ho lavorato e sono venuto via sempre con un po' di rammarico, ma non ho mai desiderato di tornare là a scapito del posto in cui ero. Sono state tutte esperienze belle, ma ognuna mi ha dato una diversa, bella soddisfazione, e non ho mai rimpianto quello che avevo fatto prima. Ecco, ho chiuso delle fasi della mia vita con un senso di gratitudine – anche con le persone con cui avevo lavorato – ma senza rammarico: si gira pagina, si va avanti con la stessa gioia. Che ho provato prima”.

Ha mai giocato a calcio, da ragazzino, monsignor Tonucci?

“No, guardi, io ci ho giocato, ma fin da piccolo ho avuto un gran problema con il calcio perché io ero piccolissimo e le pallonate mi mettevano paura. Quando giocavo in porta la mia posizione di difesa era questa, per cui evidentemente ero una schiappa. Quello che io ho fatto – intanto, in seminario per lo più giocavo a pallavolo, i pochissimi tentativi di tennis sono andati avanti senza grande risultato – quello che mi è sempre piaciuto fare – e che mi manca un po' – è il nuoto. Anche perché quando si va in giro per il mondo, nelle nunziature apostoliche, nello sport che preferisci – in questo caso il tennis – devi trovare il partner adatto, più o meno della tua levatura, altrimenti non ti diverti (se vinci sempre tu o vince sempre quell'altro non c'è divertimento), e, allora, vedevo che quello che potevo fare liberamente ed anche da solo era solo nuotare. Per cui, una delle prime funzioni che svolgevo, arrivando in una nuova capitale, era quella di cercare una piscina più vicina e più conveniente e ci andavo a nuotare”.

Proprio come papa Giovanni Paolo II, davvero un pentatleta (portiere, nuotatore, sciatore, canoista, ecc...). Personalmente, ho potuto vedere con i miei stessi occhi il cardinal Pio Laghi, romagnolo di Brisighella di Ravenna nmancato nel gennaio del 201O, amare il gioco del tennis; lui che era stato nunzio apostolico negli Stati Uniti oltre che in Argentina...

“Sì, lui giocava a tennis, giocava a squash e correva anche. Laghi era veramente attento alla sua vita sportiva: lo era così, faceva jogging tutti i giorni e, quando eravamo a Washington, lui tutti i santi giorni andava a giocare a tennis, oppure a giocare a squash al George Town. Quando io potevo, andavo a George Town, ma andavo a nuotare”.

Non ha una fede calcistica segreta?

“Ma, guardi io sono sempre stato dall'infanzia, anzi diciamo non sempre perché io come forse tutti quanti ero un tifoso del Grande Torino. Quando è successa la tragedia di Superga, nel 1949, io ho pianto tantissimo, ricordo ancora i momenti in cui la radio dava la notizia e io ho pianto, pianto, pianto. E, quindi, mi sono dichiarato vedovo del calcio. E, da allora in avanti, fino a quando così dai giornali ho capito che c'era questa nuova stella che emergeva ed era Giampiero Boniperti. Da lì divento juventino e naturalmente è una “fede”. Quando i miei nipotini, i figli dei miei fratelli, mi chiedevano per chi io ero tifoso, dicevo loro, mostrando con l'indice il bianco del colletto e il nero della veste, rispondevo loro: guarda, vedi, mi son fatto prete apposta. Adesso, naturalmente negli anni in cui sono stato all'estero, uno continua ad essere juventino senza manco sapere chi gioca in bianco-nero, perché chi vuole me lo dicesse in Bolivia come andavano le partite, ecc. Però, la fede e l'affetto è rimasto lo stesso ed anche qui, a Loreto, proprio nell'ambiente della Delegazione pontificia, siamo io, il vicario, e tutti i collaboratori siamo juventini. C'è qualche “scomunicato” che è interista, ma, insomma, e polemizziamo allegramente tutti i giorni. Certamente non è il momento migliore per essere juventini, perché siamo in una lunga crisi, ma torneremo grandi, vai!”

I dolore degli altri cosa trasmette in un padre come lei?

“Lei ha detto la parola “un padre come lei”. Ecco, io soprattutto nelle due esperienze più lunghe e più povere che ho vissuto come nunzio apostolico, Bolivia e Kenia, ho accettato proprio la paternità di alcune persone che ho cercato di aiutare spiritualmente ed anche materialmente nella vita. Persone che avevano difficoltà enormi, perché mancavano di famiglia o per malattia, ed ecco che alcuni di loro – ricordo un ragazzo che avevo battezzato quando aveva sui 18 anni ma che non conosceva i suoi genitori: e, quindi, ha avuto un nome, ha avuto data di nascita tutto fittizi – però, è qualcuno che a un certo punto mi ha chiesto di chiamarmi babbo, non padre quanto prete, ma padre. E, poi, se n'è aggiunto un altro. E in Kenia lo stesso si è ripetuto. Direi come tutti i genitori si hanno delle grandi belle soddisfazioni, ma si hanno anche delle delusioni. Ricordo che a uno di questi ho detto “adesso riconosco che sei veramente figlio mio, perché ti rivolgi a me solamente per chiedermi i soldi”. Tipica relazione padre-figlio, no? Però, devo dire che questo, ecco, nasce da che cosa? Dal contatto con la difficoltà, con la sofferenza, e con la comprensione che ci sono cose che in queste situazioni, in questi Paesi sono davvero proibite proibitivi per certi ragazzi o ragazze che non hanno chi li appoggia. E sono ragazze o ragazzi molto intelligenti, molto bravi, che però non hanno alle spalle una famiglia che possa garantire loro lo studio. Io ho un ragazzo, a cui voglio un bene dell'anima, e lo conoscevo da quando aveva quattro-cinque anni, in Kenia. Prima di partire dal Kenia mi sono impegnato con quello che era il suo formatore in una scuola, in un istituto per ragazzi nati sieropositivi, e mi sono impegnato per mantenerlo, ecc., ecco. Anche lui è figlio mio, ma mi rendo conto che anche questo è orfano, sieropositivo, bravo e intelligente, ma non avrebbe alcuna possibilità nella vita se non avesse qualcuno che l'appoggia, che lo sostiene. Ed io lo faccio con piena coscienza perché capisco che l'unico modo di dare una lettura al mistero del dolore nella vita è quello di cercare di risolverlo positivamente attraverso la nostra volontà. Io credo che molte cose che accadono nel mondo siano il risultato della cattiveria umana: l'egoismo, ecc. Non è per puntare il dito contro nessuno perché sono storie che vengono da lontano, da molto lontano: diciamo che è il peccato originale che scatena tutto questo, però, io credo che come il peccato porta del male, il nostro impegno di bene può portare rimedio. Non arriviamo a tutto, ma qualcosa lo possiamo fare. Ed io cerco di fare questo poco”.

Dopo la vita che Aldilà ci aspetta? Come se lo immagina, come vorrebbe che fosse?

“Mah, io cerco di non immaginarlo perché non riesco, va al di là delle nostre percezioni. Però, io vedo un momento di grande gioia, diciamo, Qualcuno che mi dice una cosa che mi piace perché riconosce qualche cosa di profondo che è successo. Quel momento di gioia lo facciamo eterno, cioè che vive sempre: e questa mi sembra una cosa bellissima. E l'incontro, poi, da un punto di vista umano, l'incontro con tante persone, per le quali ho lavorato o che ho ammirato tanto, mi trovo di fronte a nostro Signore, Maria: eh, oh, sono il padrone di casa, eh. Quindi, dico, dovrà avere un'attenzione per me la Madonna. Poi, San Giovanni l'evangelista, che io amo moltissimo, perché è il mio santo patrono, perché ho studiato il Vangelo, mi ispira queste cose. Ecco, questi incontri credo che siano una parte, lo dico dal punto di vista umano, la parte più bella, ma, probabilmente tutto questo avviene in un attimo, nella visione di Dio, dove non c'è un prima e un dopo, ma godiamo di questa grandissima gioia, ecco”.

L'ultima volta che ha pianto di dolore quand'è stato?

“Ohi, io tendo a piangere ogni tanto. Per la morte di mia madre, ma parliamo di più di trent'anni fa ho pianto tanto”.

Era casalinga o insegnante? E il papà, che mestiere faceva?

“No, era casalinga. Babbo era infermiere, un grande infermiere, ha lavorato tanto ed era stimatissimo dai dottori. Ricordo quando lui – dunque, è morto nel 1992 – era all'ospedale in seguito a un ictus che l'ha messo fuori gioco; ebbene, noi vegliavamo su di lui durante la notte, è stato quindici giorni prima di morire, e dei dottori che venivano, guardavano e diversi mi hanno detto: “sai, tuo padre per me è stato molto importante perché quando ero un giovane dottore mi ha aiutato moltissimo”. Una persona, mio padre, assolutamente degna; certo, quello che m'ha fatto piangere di più è la morte di mio fratello, perché mio fratello Paolo, missionario, sacerdote come me, persona con la quale ho trovato una comunione profondissima. Io sono stato in Brasile sette volte a visitare dove lui lavorava e lui è venuto in tutti i posti dove io sono stato. Per cui mi ha visitato in Camerun, a Londra, a Roma ovviamente, anche a Belgrado, a Washington, poi, due volte era venuto in Bolivia. Poi, è morto, ma mi ha fatto veramente piangere tanto e non ho vergogna nel piangere, la trovo una realtà così bella. Anzi, direi che posso ringraziare il Signore quando posso piangere”.

Cos'è che la fa ancora commuovere oggi?

“Situazioni umane: io provo commozione quando, per esempio, anche nella situazione molto banale di un film ben fatto, in cui ci sono sentimenti belli e forti, io mi commuovo, io mi commuovo. E' un momento – mi rendo conto che è tutta quanta una finzione – ma, mi commuovo anche se so benissimo che si tratta soltanto di una finzione teatrale, fatta da attori bravi, ecc. Mi piace molto adesso, con questa invenzione dei dwd, trovo estremamente interessante poter vedere con calma dei film, guardandoli anche da un punto di vista di elaborazione, no, e cercando, per quanto possa, di seguirli nella lingua originale, e tanto che nella televisione non credo che ci sia niente che valga la pena di essere visto, alla sera guardo e vedo quel po'. Ma, ecco, quand'anche fosse una scena patetica, una scena di dolore, ecc., è fatta bene, mi tocca veramente. Lo sento, perché ci vedo delle situazioni umane che ho vissuto, che ho avuto l'occasione di vivere, per cui mi identifico. Potrà essere un momento, d'accordo, ma lo trovo molto bello, molto genuino”.

Siamo nell'era della grande comunicazione, eppure, gli uomini di certi continenti, pur avendo tutto, non hanno niente (dentro), dai social network ai telefonini dell'ultima generazione, da internet a face book?

“Perché quest'epoca di grande comunicazione è tutta una comunicazione falsa: non è la comunicazione fatta faccia a faccia con le persone, ma è quella fatta tramite il telefonino, ecc. Allora, io ho sempre rifiutato di dare, come chiedono, “mi dai la tua amicizia?”: mi sembra che anche nel termine è talmente falso che ho sempre risposto di no, Con face book non voglio avere nulla a che fare con altre cose simili. Appunto, il dire “ho tanti amici nel mio sito”; ma, cosa vuol dire? Ma, dico, ma l'amicizia è una cosa seria! L'amicizia è guardarsi in faccia, è aiutarsi, è camminare insieme, è dirsi le cose, ascoltarsi, quelle cose lì. Per carità, io trovo che internet, le E-mail possono essere utilissime per tante cose: è lo stesso che io sento per il telefono . Il telefono io non riesco ad adoperarlo per lunghissime conversazioni: mi piace essere molto puntuale, ti dico, ho detto, finito il discorso. Il fatto è che i giovani sono diversi. Per dirgliene una: nella nunziatura in cui io ero, mi chiama il segretario e comincia un lunghissimo discorso. Ora era al massimo a quindici metri dal mio studio. Dopo un po' che parlava, gli ho detto: “Sta a sentire, vieni qua, parliamo. Maichol, vieni!” E per lui era normalissimo parlare a lungo al telefono, anche se eravamo a pochissima distanza. Quando io sono partito per il Camerun, non potevo neppure telefonare a casa perché i telefoni non erano a quel punto lì. Era il 1971-1973 e i telefoni africani non riuscivano a fare una interurbana ben fatta. Già, da Londra riuscivo a telefonare a casa, avevo ancora mio padre e mia madre, ma, ne facevo un uso estremamente limitato”.

Si è mai innamorato? Se è così ancora un bell'uomo, figuriamoci da giovanotto che stragi di cuori avrà fatto nella sua Fano.

“Quando ero ragazzo, sì, sì, sì mi sono innamorato, certo. Il sì – sia ben chiaro – è relativo alla prima parte della sua domanda, eh. Poi, io ho un grandissimo ricordo di questa ragazzina, che non ha mai saputo che io ero innamorato di lei, però, è rimasta una cosa molto bella, per la quale non ho mai provato vergogna. Quando ho smesso di essere innamorato di lei, poi, mi sono reso conto che il Signore mi chiamava a qualcos'altro e ho pensato per un paio d'anni a questa realtà e dopo sono entrato in seminario. Per cui, direi sono passato da un innamoramento all'altro, penso di essere innamorato anche adesso. Ma, innamorato, diciamo così, della Chiesa. Dire innamorato di nostro Signore è banale. Devo dire sono innamorato, sì, ma di quello che è il lavoro per la Chiesa”.

Ha paura della morte?

“No, io più volte ci ho pensato anche perché mi sono trovato a sfiorare la morte più volte e mi sono sempre detto “io ho paura di soffrire, perché credo di essere un gran vigliacco quando mi viene il mal di testa o il mal di denti divento un miserabile”. No, la morte non mi mette paura: forse perché la sento lontana, non lo so: però, ci ho sempre pensato molto. Anche se talvolta erano pensieri quasi adolescenziali, no? Immaginare la morte in una maniera così, un po' romantica, con un po' di gente che piange attorno, che rimpiange la mia presenza. No, però, la vedo con molta serenità. Mi rendo conto che ormai, insomma, il gioco della mia vita in gran parte è fatto, e so che è una delle cose cui devo pensare. Sto pensando alla tomba del vescovo di Loreto e in una delle cripte qui della nostra basilica, come vescovo, ho diritto di essere sepolto nella cattedrale. E' un pensiero così: vorrei sperare che sia qualcosa che arriva serenamente. Ecco, come dico “Signore, fammi soffrire poco, anche se mi andrebbe bene per scontare i peccati”. Però, se mi fa soffrire poco, mi fa addormentare, così, una morte del giusto, in un istante, ecc., mi piacerebbe molto”.

Una sera io, monsignore, le offro dei dwd, siamo in compagnia, uno sulla storia di don Lorenzo Milani, uno su padre David Maria Turoldo e uno che ricorda le “Confessioni” di Sant'Agostino. Quale sceglierebbe di vedere per primo?

“Ma, io vorrei vedere don Milani, perché mi piace moltissimo il suo modo di educare, ho letto i suoi scritti e ho un fratello che è molto legato all'esperienza del famoso “prete di Barbiana”, per cui conosco un sacerdote di Firenze che è stato un suo compagno di scuola. E' quello che sentirei immediatamente più vicino, perché ci sono delle cose, riguardo il linguaggio, che lui dice e che io condivido perfettamente. Sant'Agostino, senza dubbio, è un grande e io lo sento, lo sento sì, ma è quel maestro talmente grande, che è troppo lontano. Non è in discussione. Chi discuterei, eventualmente, è David Maria Turoldo perché lui ha scritto soprattutto poesie. Io ho due libri delle sue poesie, ma non sono mai riuscito ad entusiasmarmi. Mi dispiace e quando sento, per esempio, il cardinal Ravasi che cita Turoldo, lo sento sempre citare delle cose molto belle. Quando io l'ho letto direttamente, non mi ispira. Lo sento distante. Questione di esperienze, questione anche di modo di esprimersi. Così”.

Lei ha girato tanti Paesi, diversi continenti, ed ammettiamo che lei, una volta nominato cardinale, entri in concistoro per eleggere il futuro successore di papa Benedetto XVI – per amore di Dio, lunga vita all'attuale pontefice!- in questo momento per il bene dell'umanità intera?

“Di gente bella “dentro” ce né tanta. Ma, io vedrei bella la presenza di un latino americano perché è un continente pieno di iniziative, pieno di speranze, pieno di tanto cattolici. Che hanno bisogno di essere confortati e confermati. Ma, io credo che se fossi tra questi, senza guardare alle provenienze alle provenienze dei vari cardinali, dovrei cercare di conoscere la persona. E io ho sempre difeso quando mi dicevano, essendo nunzio apostolico in giro per il mondo, ma quando avremo un papa, quando avremo un papa così cosà, dicevo io credo che Paolo Giovanni II non è stato eletto perché è polacco, ma perché è lui. Non immaginate che sia così”.

Non è stato il figlio di una soluzione politica quale la caduta del Comunismo nei Paesi dell'Est...

“Senza volere essere polemico con nessuno – immaginatevi! - voi immaginate che tutti i polacchi siano come lui, ma lui, Giovanni Paolo II è un'eccezione. Io, in buona sostanza, credo che un pontefice si qualifica per quello che è lui, cioè per la sua personalità. Poi, il fatto che venga da conta poco. Anche la Germania per Ratzinger: ma, è più romano di tanti altri! E immagino anche alcuni cardinali latino-americani, che sono capaci di avere questa grande universalità. Non dico che l'Africa...Ma, sai, quando dicono “ma è già nato il papa africano, oppure non è ora di eleggerlo?”, dico che non è attraverso queste categorie che si può eleggerlo: facciamo un papa perché ...Purtroppo, si fa molto così: per i cardinali. C'è bisogno di un cardinale, È, allora facciamo quello lì. Io ho conosciuto dei cardinali che erano delle persone “povere”, diventati cardinali soltanto perché erano lì e perché non c'era niente altro. Ora io vorrei sperare che nella scelta del papa, che ha una responsabilità così grande, deve ispirare più di un miliardo di persone, di fedeli. Deve essere un leader mondiale”.

Anche nei confronti delle altre professioni religiose, nell'ottica di un ecumenismo reclamato da papa Giovanni Paolo II in quella famosa “Giornata della pace” che aveva indetto ad Assisi a metà degli anni Ottanta, o no?

“E anche, come dice lei, nei confronti delle altre religioni. Allora, questo evidentemente richiede delle persone che siano, per quanto sia possibile immaginare, ecco, direi degli al di sopra della media normale. O per una ragione o per l'altra. Perché noi abbiamo visto delle persone – quando dicevano di Papa Giovanni XXIII che era una persona semplice o sempliciotta, dicevano solamente una gran bestemmia – perché era un uomo raffinatissimo...”

Come lo era Giovanni Paolo I, Albino Luciani...

“Esatto, la loro – cioè di questi due pontefici cui ci riferiamo - la sapevano presentare in quel modo, che permetteva loro di trasmettere dei messaggi fortissimi. Allora, erano delle persone eccezionali nel loro campo, nel loro modo di essere, così era altrettanto per il filosofo ma, nello stesso tempo, sportivo e comunicatore Woytjla e lo stesso per il teologo Ratzinger”.

In ultimo, monsignor Tonucci, ci spieghi il motto del suo stemma.

“”Prior dilexit nos”. Lo preso da San Giovanni, che è il mio patrono, e vuol dire “Ci ha amati per primo”, e mi è sembrato un motto positivo perché dà un tono alla vita. Come dire, la tua vita deve essere una risposta a Dio che ti ha amato per primo. Mi piace come messaggio per me e come messaggio da offrire agli altri”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 28 giugno 2011

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