ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

5/8/11 - INCONTRI RAVVICINATI: MONS. FRANCESCO MARINELLI

PARATE ALLA MARINELLI

A tu per tu con l'arcivescovo di Urbino-Urbania-Sant'Angelo in Vado (Pu), monsignor Francesco Marinelli, nato ad Appignano del Tronto (Ascoli Piceno) il 10 ottobre 1935. Quando raggiungiamo la città degli illuminati duchi di Montefeltro, i quali diedero vita ad una delle più antiche Università d'Italia, Sua Eccellenza sa già che gli subentrerà il 17 di settembre monsignor Giovanni Tani, romagnolo di Sogliano sul Rubicone (FC) (8 aprile 1947). Ma, la sua non è assolutamente una sorta di bilancio, come si suole accompagnare dopo la reggenza durata undici anni di una cittadina che rappresenta il “luogo dell'anima” - come amava chiamare la “città dei duchi” l'ultimo grande nostro saggista del 900, il suo a lungo Magnifico Rettore Carlo Bo -, bensì un'accurata analisi dei temi che sempre hanno accompagnato e per sempre accompagneranno l'esistenza dell'uomo.
Grande la cultura del prelato piceno (laureato e in Teologia e in Filosofia, e conseguimento pure della licenza di Diritto Canonico), il quale fino ad ora ha curato la pubblicazione di circa una ventina di libri e ne ha realizzati altrettanti di suo pugno.

Durante la sua carriera, ha svolto importanti e particolari incarichi per la Santa Sede, dopo essere stato ordinato sacerdote nel 1961.
Monsignore, ha mai giocato a calcio da bambino?

“Bé, in seminario giocavamo sempre a calcio, anche con i gruppi sportivi della città. Io facevo da portiere, paravo abbastanza, non a sufficienza molte volte”.

Le sono servite, quelle parate, a parare i colpi della vita, o no?

“No, colpi nella vita non ce ne sono stati. Basta saperli prendere e saperli digerire. Poi, quando sono stato parroco ad Ascoli, mi sono interessato molto di sport, per tre anni, prima di partire per Roma ed appena entrato in parrocchia – in una parrocchia messa male sia dal punto di vista dell'edificio sia perché era priva dell'oratorio, diretto da un parroco molto anziano -, la prima cosa che ho fatto è stata la costruzione attorno alla chiesa di un campo sportivo, e questa è stato accolto molto bene dagli abitanti di Poggio Libretta, un centro residenziale non lontano da Ascoli. E lì abbiamo fatto la squadra femminile di pallavolo sia quella maschile di calcio e in tre anni è stato un successo che mi ha dato molta soddisfazione. Quando poi sono tornato a Roma, è rimasto sia nella gente che in me il ricordo di questa piccola parrocchia, anche perché avevamo lavorato insieme ai ragazzi non soltanto nell'oratorio, ma anche per quanto riguardo il restauro della chiesa. Una chiesa mezza cadente, se non addirittura cadente, senza riscaldamento, senza nulla, e abbiamo rifatto il pavimento, il tetto, tutt'attorno gli spazi per i giochi. E questo è stato il momento bello per me e forte per i ragazzi. Ci si incontrava spesso nelle gite sia verso il monte dell'Ascensione a San Marco sia nei paesi e santuari vicini. E' il ricordo più bello di quella mia esperienza di tre anni. Poi, mi hanno richiamato a Roma – avevo studiato al Seminario Maggiore – sia la Filosofia successivamente il corso teologico – per un insegnamento nella Pontificia Università Lateranense, e alla “Propaganda Fide”, e ho dovuto lasciare quella parrocchia, che però mi è rimasta sempre nel cuore. Tant'è che, quando debbo portare degli esempi nelle mie lezioni universitarie, mi rifacevo sempre ai momenti forti della mia presenza come parroco in quella comunità della provincia di Ascoli. E, dovunque sono andato, mi sono interessato anche all'evangelizzazione attraverso lo sport, promuovendo l'iscrizione al campionato e vincevamo spesso, nonostante fossimo in periferia. Ricordo addirittura che in una corsa podistica siamo partiti alle cinque del mattino, tutti pigiati in 5-6 persone dentro la mia macchina, (per fortuna non siamo stati fermati dalla polizia!), e abbiamo vinto quella corsa pure noi. Allora, quando siamo rientrati a Poggio Libretta, fummo accolti dall'esplosione della gioia di tutta la gente fuori dalle loro case: è stata una grande gioia”.

Ha tifato sempre Ascoli e magari Juventus?

“No, no, la Juventus no. Ho tifato sempre Ascoli e adesso tifo Roma. L'Ascoli, che ha avuto un grande allenatore, no, in Carletto Mazzone, di un'umanità incredibile, e poi il proprietario della squadra, l'ingegner Costantino Rozzi, anche lui una persona devota ed attenta ai valori dello spirito dello sport e ben voluto da tutti nella città di Ascoli”.

Il suo stemma, monsignore?

“Quando mi hanno chiamato per accettare la diocesi di Urbino, abbiamo fatto con un gruppo di studenti e con l'allora mio segretario, due segretari, abbiamo ideato lo stemma. Io ho insegnato sempre all'Università Lateranense Teologia Sacramentaria, cioè tutti i sacramenti, in particolare, il sacramento dell'ordine – dei preti e dei vescovi – e il sacramento dell'Eucarestia. Allora, ho fatto uno stemma un po' particolare: una croce sullo sfondo, dopo delle spighe e dei grappoli d'uva. Le spighe, che volevano indicare l'Eucarestia, e i grappoli d'uva il sangue di Cristo. E' stata una cosa direi al di fuori della logica degli stemmi come si fanno, perché deve essere compreso. Difficilmente, gli stemmi si comprendono, se non vengono spiegati”.

Con scritto sotto?

“Il motto era “Pastor in sanguine testamenti aeterni” “Pastore nel sangue dell'alleanza eterna con Gesù Cristo”, tratto da una frase di San Paolo, in cui si parla di Cristo, che ha fatto con il sangue una nuova alleanza tra il popolo e Dio. Il Pastore è Cristo e noi siamo coloro che lo rappresentiamo sulla scia degli apostoli”.

Si aspetta dall'Aldilà, come sarà il “post mortem”?

“Eh, c'è una continuità tra l'al di qua, dove stiamo attualmente, e l'Aldilà. Noi siamo talmente presi dall'al di qua, perché magari non abbiamo quella spiritualità forte che avevano i santi – come, per esempio, San Paolo, che diceva “Voglio morire per abbracciare il Cristo” - quindi, un passaggio che è difficile, ma che deve avvenire. L'uomo non può finire soltanto nello stato della vita terrena. Una volta, in un libro, leggevo: “La morte è come un parto: quando la donna partorisce prova dolore. Allora, il passaggio dalla vita materiale alla vita spirituale dell'Aldilà comporta anche questo un dolore, una sofferenza. San Paolo diceva “Cupio dissolvi, ed esse cum Cristo”, cioè “Desidero che il mio corpo si maceri per essere unito a Cristo”. Però, io non vedo l'Aldilà, come uno stadio – questo è difficile comprenderlo e spiegarlo alla gente, eh – uno stadio del tutto nuovo, perché l'Aldilà è già presente nell'al di qua. Porto un esempio: attraverso il sacramento, noi veniamo divinizzati; nell'Eucarestia c'è presente il Cristo risorto in corpo, sangue, anima e divinità. Quando si fa la Comunione, quando faccio fare la Comunione qui sia sotto le specie del pane come anche sotto le specie del vino, ci si unisce a un corpo risorto. Quindi, c'ha anche una sua corporalità l'Aldilà; certo, non è la corporalità che abbiamo noi oggi. Quindi, la corporalità comincia nella vita di qua”.

Che cos'è che le provoca dispiacere e cosa invece la riesce a far ancora commuovere oggi?

“Dà fastidio, soprattutto, un certo tipo di cultura , i Mass Media di ogni tipo, che non vanno alla ricerca della verità: oggi c'è il soggettivismo assoluto. Individualismo e soggettivismo assoluto: allora, è un girare su se stessi, un crearsi i valori da sé, per cui alla fine si va allo sfacelo. Non ci sono dei punti di riferimento precisi. Anche se fosse un punto di riferimento magari che non è trascendente, ma dei valori devono essere accettati da tutti. Altrimenti non si capisce più niente, c'è, viene fuori una Babilonia”.

E cos'è che la commuove ancora, la bellezza del creato, il volontariato?

“La bellezza del creato a me piace molto perché io ho girato il mondo intero, ho girato quando stavo a Roma, soprattutto, perché poi sono stato impegnato in maniera concreta. Ho girato il mondo, portando i pellegrini con l'Opera Romana Pellegrinaggi, nel mondo intero. Sono stato in Terra Santa 37 volte, in tutti i Paesi dell'Oriente, dell'Estremo Oriente. Quindi, questa capacità dell'uomo di produrre cultura, per certi aspetti, e poi mi commuove, anzi, mi fa male, che non si riesca a dialogare in profondità, ecco. Poi, quello che mi commuove molto, no, più che mi commuove mi dà sicurezza, mi dà piacere, mi dà conforto è l'aver fatto qui, in Urbino, un Congresso Eucaristico Diocesano dopo 60 anni, e abbiamo instaurato l'adorazione perpetua, notte e giorno. Sembrava una cosa – ho dovuto andare contro ogni... perché la gente, no, la gente sì, ma anche delle persone responsabili dicevano “ma è impossibile in Urbino, ci sono degli studenti, non c'è rispetto...Ebbene, sono sei anni in cui c'è ancora questa adorazione perpetua, notte e giorno continua, in una chiesa al centro della città. E, fa piacere vedere gli studenti mentre vanno alla giornata o durante la notte; quindi, abbiamo una chiesa dove si adora costantemente Gesù esposto solennemente nell'Eucarestia. C'è un turno di un'ora, di notte o di giorno, ci vado anch'io. Mi metto lì, lasciando da parte tutto, preoccupazioni o tutte le tensioni che possono esserci nella vita, a contemplare il Cristo risorto. Non chiedo niente, guardo soltanto l'ostia, e penso di essere con Gesù risorto, lì, con la Madonna, e sono le ore più belle. Questo è un po' la consolazione spirituale forte che ho”.

Se Gesù Cristo ritornasse sulla terra oggi, che umanità troverebbe?

“Eh, quello che c'è adesso: l'umanità che c'è adesso. Gesù ritorna sulla terra tutti i giorni. In ogni mese c'è la presenza di Cristo già. Quindi, è un Suo ritorno; questo discorso non vale soltanto per quando tornerà alla fine dei tempi, ma la domanda fatta riguarda anche oggi: quando tu tutti i giorni, oggi viene, c'è stata una messa, la gente ha partecipato, si è unita al Risorto, e poi viene il giorno dopo. Quando ritorna, cosa ha portato di nuovo il suo ritorno? Come si è preparata la terra ad accoglierlo, io, la comunità cristiana ad accoglierlo, l'uomo?”

E, che risposta si è dato lei, monsignore; secondo me, l'uomo dei nostri giorni è più egoista, più indifferente, per fortuna, non in tutti i casi?

“Mah, questo non lo so se oggi la gente sia più cattiva di una volta, non lo so. Forse, nemmeno lo credo. Quando si contattano personalmente le persone, sotto la corteccia, sotto le spoglie di un'autosufficienza, o di altro, nel profondo si vede che la gente un po' di coscienza ce l'ha. E molta. Porto un esempio: io ho avuto contatti con persone, che magari erano considerate un po' ai margini della vita cristiana, della vita religiosa, invece, andando a scovare in fondo, scopri un anelito, c'è un desiderio della verità, dell'amore, dell'affetto, della comprensione. Ed anche qui in Urbino, dove si diceva che è un paese un po' particolare dal punto di vista religioso, invece, ho trovato una religiosità meravigliosa. Facendo però bene attenzione a fare una distinzione tra religiosità e cristianesimo. La religiosità la può avere chiunque, mentre essere fedele a Cristo è un'altra cosa. Essere legato ad una Persona, che è la Persona divina, è un'altra cosa. Forse, bisognerà crescere da un sentimento di religiosità generico a un sentimento di fiducia e di fede verso una Persona precisa, che è Cristo risorto, morto e risorto”.

Questo libro tratterà il tema della felicità e della solitudine: esiste la felicità, non ha mai provato la solitudine?

“La solitudine nei riguardi degli uomini, sì; la solitudine nei riguardi di Dio, no. Anzi, nei momenti più difficili, dinanzi alla solitudine per causa degli uomini, mi sono sempre, non dico rifugiato, a Dio, alla Madonna. Io vengo dal Seminario romano Maggiore e la Madonna che si venera presso il Seminario Maggiore è “Mater mea, fiducia mea”. Quando sono venuto qui ero un po' titubante, sì, perché da un'Università, passavo da Roma, per venire in una città bellissima, stupenda, ma sempre piccola, e un po' non dico paura, ma di disagio. Poi, entrando dentro, mi sono incontrato con due immagini della Madonna della Fiducia, che è venerata nel Seminario Romano. Perché il mio predecessore, anche lui, aveva studiato nel seminario romano, e, quindi, questa fiducia mi ha dato forza e ho cominciato a lavorare con tutta la mia energia, senza risparmiare nulla”.

Non è stato mia felice; e in che cosa consiste la felicità per lei, monsignor Marinelli?

“E, bisogna vedere cosa si intende per felicità. La felicità, Tommaso D'Aquino ha degli articoli, dei trattati forti su tutte le virtù e su tutti i sentimenti che uno può avere. Io credo che la felicità è un trovarsi a proprio agio con se stesso, con il creato, con il trascendente, poi, siccome questo non è possibile in maniera assoluta, bisogna avere fiducia. Quindi, la felicità, se manca la fiducia nel futuro, la fiducia in uno stadio migliore, penso che ci sia sempre un tarlo dentro che non la fa percepire”.

Quand'è che ha pianto di vero dolore l'ultima volta?

“Se lei mi parla di dolore di testa, io non ho pianto mai”.

Non so, per un amico, un diacono perduto, un familiare mancato; la sua famiglia era numerosa?

“No, una famiglia normale, avevo una sorella, che è morta, poi, c'ho un fratello, c'ho nipoti”.

I suoi genitori erano operai, contadini?

“Operai, sì, e mamma era casalinga. Ho vissuto un'infanzia serena, ricordo bene anche la Scuola, tutti i compagni di scuola della mia classe. Poi, i primi anni di seminario l'ho fatto nel seminario di Ascoli, con il vescovo monsignor Morgante”.

Ha mai pianto per un tradimento o dalla rabbia?

“Questo sì, questo sì; che sia stato un pianto o che sia stato un dispiacere forte, soprattutto, questo, non saprei dirlo, dispiacere forte sì, cioè riporre fiducia in un collaboratore e poi ti senti in qualche maniera tradito, non compreso, questo veramente fa male e fa male forte. Non si sa a volte come reagire. Certo, bisogna perdonare, riallacciare i contatti, però, fa soffrire, anche questo sì”.

“Maledictus est homo qui confidit in homine” ovvero “Non sarà felice l'uomo che pone la fiducia nel suo simile” riporta la Bibbia...

“Sì, chi confida nell'uomo”.

Cosa le trasmette il dolore degli altri, un bambino piccolo affetto da un male incurabile, un anziano lasciato solo in un cronicario, altro?

“Questo mi fa soffrire molto, perché uno sente la propria impotenza. Il desiderio forte che ha dentro, anzi, un istinto spirituale che ha forze per la soluzione, ma, la soluzione non si trova. Per cui, si rimette, non dico, in discussione tutti, ma in movimento tutti i nostri rapporti con Dio, i rapporti con gli altri, il rapporto con le famiglie, ecc. Di questi casi io ne ho avuti molti. Porto un esempio di alcuni ragazzi morti in un incidente al mare nei primi anni che sono venuto ad Urbino, poi, alcuni che erano cristiani, hanno fatto i funerali”.

Cosa ha detto ai loro familiari, che parola di conforto ha dato?

“In genere, non dico parole; in genere, abbraccio o il papà o la mamma, sto vicino a loro, poi, dopo sussurro qualche parola, però, che non sembrino o non siano parole di conforto, così, passeggere; la gente, quello che vuole è sentire la partecipazione. Al 50mo del mio sacerdozio, dedicato alla Madonna della Fiducia, non ho recitato un'omelia particolare, ma, ho recitato il salmo “Miserere”, poi ho recitato il canto del “Te deum!” e c'è già tutto lì il ringraziamento verso il Signore, nel “Miserere” siamo nella misericordia di Dio, e, poi, “Et nunc dimitti!” e “Adesso Signore, posso partire!“, oppure “Eccomi, sono pronto, mio Signore!””.

E' vero che chi ha Fede sopporta meglio il dolore, la sofferenza, il disagio?

“Questo sì, perché porto un esempio: però, questo parlo come esempio mio. Quando mi sento male o vivo delle difficoltà, l'unica soluzione che ho non è data dalle ragioni che posso portare, ma è Cristo morto, risorto, nei momenti particolari della Sua vita, che ha vissuto quel momento che io sto vivendo, per cui cerco di sentirmi abbracciato a Lui”.

Come amava dire San Paolo: “Getta, rivolgi tutte le tue preoccupazioni nel mio cuore!”

“Perfetto!”


Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 6 luglio 2011

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