ULTIMA - 21/5/19 - MARCOLINI SCARPA D'ORO, PASSARIELLO SUPER-BOMBER DI TERZA

Si sono chiusi tutti i campionati dilettantistici della nostra provincia dall’Eccellenza alla 3^ categoria che hanno laureato i nuovi capo-cannonieri dei vari gironi e la nuova scarpa d’oro 2018-19, queste tutte le classifiche finali. In Eccellenza, dove si sono giocate 32 partite, chiudono appaiati in vetta a 16 reti Mariano Mangieri del Pozzonovo ed
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INCONTRI VIP'S

6/8/11 - INCONTRI RAVVICINATI: MONS. GERARDO ROCCONI

DON ROCCONI, IL “LOBELLO DELLA PACE”

A Jesi, cittadina laboriosa nel cuore delle Marche, quella attraversata dal fiume Esina, sulla splendida piazza Federico II di Svevia, dove una scritta scolpita sul pavimento di pietra bianca ricorda che lì nacque in una tenda la notte del 25 dicembre 1194 l'imperatore (figlio di Enrico IV, nipote di Federico Barbarossa di Svevia e di Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II il Normanno), troneggia la cattedrale di Jesi, in cui fa bella mostra di sé la Porta in bronzo del Giubileo realizzata dallo scultore marchigiano Paolo Annibali (classe 1958, e presenti le sue opere non solo nelle Marche, ma anche in Toscana), autore anche di realizzazioni monumentali di carattere pubblico oltre che sacro, come quest'ultima realizzata in due anni, dal 2002 al 2004. Sono circa le 21.30 passate da poco quando attraversiamo il portone d'ingresso della Curia jesina, dove ci accoglie con tanto affetto ed umanità monsignor Gerardo Rocconi, nato a Corinaldo di Santa Maria Goretti, in Senigallia, il 14 novembre 1949.

Ordinato sacerdote nel 1973, il prelato ci trasmette con il suo sorriso rande entusiasmo, Fede solida, dedicando ai fedeli delle ore da trascorrere in confessionale durante alcune giornate della settimana per ascoltare i più bisognosi o i peccatori desiderosi di perdono.
Da vicario generale della diocesi della marchigiana Senigallia (1992), nel 1994 viene nominato Prelato d'onore da Sua Santità il beato Giovanni Paolo II. Gli viene affidata la diocesi di Jesi il 29 aprile 2006, e dal gennaio 2009, per due volte al giorno, alle 7.00 del mattino e a mezzanotte, tiene una rubrica radiofonica con una sua riflessione sul Vangelo del giorno.

Senta, monsignore, non ha mai giocato a calcio da ragazzino in oratorio, o, più grande in seminario?

“Giocavo in seminario e quasi giocavo anche bene. Sì, sì, giocavo a calcio e la squadra del seminario di Senigallia era una delle più forti della città, a parte la Vigor”.

In che ruolo giocava?

“Portiere, portiere”.

Aveva qualche portiere di quel periodo cui lei si ispirava?

“Una volta, quand'ero ragazzo, mi piaceva Omar Sivori. Eravamo tutti Juventini in seminario. Poi dopo crescendo ho frequentato il corso per arbitri, ma, poi, motivi di studi, il Seminario stesso hanno fatto in modo che perdessi un po' questa passione, che la trascurassi. Però, fino ai 22-23 anni ero un arbitro iscritto al Centro Sportivo Italiano, il Csi, e dirigevo i tornei tra oratori, ecc...”

Da qualche anno a questa parte, la Cei ha dato disposizione di rivalorizzare gli oratori. Cosa può significare in una società sempre più multietnica come quella nostra, ma non solo?

“Noi qui in diocesi siamo convintissimi dell'opportunità di ridar vita agli oratori. Quindi, ogni anno c'è qualche parrocchia che, accanto alle altre attività di pastorale giovanile e dei ragazzi – quindi, le varie associazioni dalla ACR agli scouts, ecc... - stanno riaprendo gli oratori. Quindi, sono diverse parrocchie, esattamente 11, che nel giro di quattro anni hanno ripreso l'attività oratoriale. Noi qui a Jesi ci siamo appoggiati un po' al CSI, anche perché la sede provinciale del CSI l'abbiamo nei locali diocesani, per cui naturalmente è avvenuta tale vicinanza, e vediamo che le cose stanno prendendo campo. Siamo convintissimo dell'opportunità che esso offre; è chiaro che l'oratorio non risolve i problemi della pastorale giovanile, né oggi di fronte al discorso dell'educazione e dell'educare la trasmissione della Fede non è che risolvi i problemi in tutto e per tutto, però, sicuramente è un contatto che ci permette di avere con i ragazzi, sicuramente quello che viviamo concretamente è anche una porta verso gli stranieri – perché gli oratori sono frequentati dagli stranieri o da ragazzi di altre religioni, quindi, è un importante motivo di aggregazione per tante e tante persone che provengono da fuori – quindi, personalmente sono convintissimo e sto spingendo anche i parroci perché aderiscano a questo progetto-oratorio che abbiamo in diocesi. Negli ultimi 4 anni, 11 oratori hanno aperto in diocesi: quindi, se proseguiamo con questo ritmo, credo che in breve tempo tutte le parrocchie possano aderire”.

In questo libro si parla di felicità e solitudine: esiste la felicità e in che cosa consiste; e la solitudine l'ha mai provato, e nel qual caso come l'ha combattuta?

“Mah, io credo che bisogna che stiamo ben attenti al significato che diamo alle parole: la parola felicità è una parola grossa. Noi quando parliamo di felicità, ci viene subito in mente un'assenza di problemi, grandi motivi di vita. Allora, la gente fatica, lotta e quindi parlare di situazioni che vanno sempre bene, che vanno sempre lisce non credo che sia una cosa fattibile, una cosa possibile. Però, è possibile vivere una vita che abbia un grande significato, questo sì; pur in mezzo alle vicissitudini, pure in mezzo a tutto ciò che è capitato nella mia vita sacerdotale – e non è il caso di raccontare qui -, ma, mi sono imbattuto con persone che vivevano in un'estrema sofferenza, e nello stesso tempo avevano una pienezza del cuore. Persone che morivano col sorriso sulla bocca, i giovani, e quelli sono i miei santi privati, che ho assistito fino all'ultimo momento. Questo per dire come è possibile vivere una vita in questa maniera, cioè dare un forte senso alla propria esistenza. Ecco, come si raggiunge tutto questo? Ecco, io sono sacerdote e son convinto che questo è possibile in un discorso di Fede: quando diciamo che il Signore guarisce il nostro cuore, dà essenza alla nostra vita, quando i discepoli di Emmaus nel loro triste viaggio verso Emmaus Lui però scaldava il cuore e loro stessi riconoscevano che ardeva il loro cuore, ebbene, questo ci fa capire che certi incontri con Gesù sono capaci di cambiare la vita. Per me, l'incontro di Gesù nella mia vita, la Sua presenza in me, la Sua compagnia forte e bella, sicuramente ha un significato grande. Ciò non toglie la durezza di alcuni momenti, non toglie la fatica del vivere perché questo fa parte proprio del nostro essere creature. Il fatto stesso che la presenza del Signore dia un senso forte alla mia, alla nostra esistenza, ecco, credo che questa sia la cosa che conta. Ed è quello che io sto dicendo ai ragazzi che incontro, alle loro famiglie, ai sacerdoti. La Fede non è fare delle cose, la Fede non è nemmeno vivere dei valori: è ancora riduttivo se vediamo la Fede come vivere dei valori belli, interessanti, sublimi. No, la Fede non è questo, o perlomeno non è questo in prima battuta. La Fede è l'esperienza di un'amicizia col Signore, è un incontro, un'amicizia forte ed allora da questo incontro può nascere anche una pienezza del cuore”.

E la solitudine?

“La solitudine, cosa devo dire? Io in questa vita che faccio da vescovo, dove non ho tre minuti per me, li devo rubare, ho bisogno un po' di solitudine”.

E' una conquista, allora, non una cattiva compagna...

“Io mi sono trovato sempre a vivere in situazioni di vita molto belle, grazie a Dio. Sono stato all'inizio vice-parroco di parrocchie grandi, poi, parroco di Chiaravalle con 14.000 persone, poi, a Senigallia parroco di due diocesi più una stretta collaborazione con il vescovo, per cui, il dire come devo riempire la mia giornata non si è mai posto come problema. Dovevo rubare del tempo per ritagliarmi un po' di tempo per me, altrimenti rischiavo di non avercelo, tant'è vero che mi sono abituato ad alzarmi prestissimo proprio”.

E come mai, allora, si avvertono tante solitudini in un mondo della grande comunicazione e degli ultimi ritrovati della tecnica e del progresso scientifico?

“Io posso dire la mia visione: le cose non riempiono, l'avere tante cose, l'avere tanti amici virtuali non riempie la vita. Quando incontro i ragazzi e parliamo della Fede, io dico sempre loro: voi parlate di realizzazione, che è la vostra parola grossa. Realizzarsi non vuol dire fare tanti soldi, avere tante cose, nemmeno essere i primi a scuola, nemmeno avere chissà quale prestigio; realizzarsi vuol dire spendere la propria vita in un atteggiamento di amore e di gratuità. La persona che riesce a conquistarsi una vita così è un essere realizzato. Se pensiamo che la realizzazione consiste nel raggiungere determinati obbiettivi, ma secondo una logica molto mondana, alla fine, si è sempre vuoti. Puoi vivere immerso in mezzo alla gente, ma sei solo; puoi vivere in mezzo a tante cose, ma sei solo, perché la solitudine non è un fatto di quantità di persone o di cose che hai attorno, la solitudine è un fatto di cuore”.

Il dolore dell'altra persona cosa le trasmette?

“Mi trasmette sentimenti di tanta tenerezza. Io, grazie a Dio, durante il mio ministero ho avuto la fortuna di potere incontrare tante persone, anche perché è stato un aspetto della mia vita dove ero un po' portato al colloquio, al dialogo, al sacramento della riconciliazione. Per un periodo, ho fatto anche l'esorcista, e questo mi dava la possibilità di incontrare tanta gente dove il diavolo non centrava niente, però, era gente comunque sofferente e bisognosa di sostegno e di accompagnamento, per cui mi sono trovato a contatto con tanti sofferenti. Ecco, io molte volte la cosa più importante era vivere nei confronti di queste persone un atteggiamento di accoglienza, di ascolto. Vedendo la gente soffrire, una domanda mi si pone: questo qua come fa a reggere? E nei riguardi di me stesso, mi domando ed io come faccio a reggere? Allora, senza paura, indico la strada che ho percorso io. Ecco, io la vivo così questa situazione. Porto un esempio per tutti, quello di una ragazza che aveva vissuto molto male la sua vita, poi, alla fine si ritrova a 27 anni con l'Aids. Durante questo periodo, di due anni tra il momento questa malattia è diventata conclamata e la morte, questa ragazza ha fatto un'evoluzione enorme nella Fede, ed è arrivata a dirmi: “Don Gerardo, io sto scoprendo il senso della vita oggi, sto scoprendo il valore della vita oggi, la bellezza dell'incontro col Signore oggi. Che le devo dire, don Gerardo? Signore grazie per l'Aids!”. Ecco, queste sono cose che ci fanno venire la pelle d'oca, ma che ci fanno anche capire come un incontro col Signore cambia veramente la vita e allora di fronte al sofferente bisogna avere il coraggio di dargli un messaggio che Gesù ti guarisce. Tutto il resto sono tutte chiacchiere, puoi mostrare solidarietà, ma, alla fine, la persona sofferente si ritrova sola. Quindi, ha bisogno di una compagnia che ci sia anche quando tu non ci sei: il Signore”.

Il dolore estremo porta alla morte: come sarà l'Aldilà, monsignor Rocconi?

“Per me, l'Aldilà è stare nel cuore di Dio: questo è un abbraccio. E' un abbraccio, dove noi una cosa sola con Gesù siamo, con un linguaggio ovviamente tutto nostro, ma, nell'abbraccio della Santissima Trinità nel ruolo dei figli, nel ruolo dei figli, mica del Figlio. Siamo, quindi, nel cuore di Dio, per cui siamo nella Luce, nella gioia, nella pienezza, nella pienezza della realizzazione, perché saremo immersi nell'Amore, perché alla fine ciò che si realizza è l'Amore. Siamo nel cuore di Dio, quindi, in una vita in pienezza di Amore; ed allora per questo l'Aldilà è beatitudine, è felicità. In fondo, chi rifiuta tutto questo per scelta propria, non perché Dio lo manda all'inferno, alla fine cosa vivrà? Vivrà una solitudine estrema, la solitudine estrema, cioè non poter amare, e quindi il vivere l'angoscia, la tristezza per non essere inserito nell'Amore. Quindi, vive questa disperazione”.

Cos'è che riesce a commuoverla tutti i giorni e cos'è che invece non sopporta?

“Ma io mi commuovo facilmente negli incontri con le persone, nell'ascoltarli. Ogni settimana ricevo sempre tutti, qui in cattedrale, e dedico una mezza giornata a ricevere la gente a ruota libera, come si dice. Mi metto là in duomo e la gente può venire liberamente perché credo che ci sia qualcuno che trova difficoltà a prendere il telefono, a chiedere un appuntamento, a salire i sacri palazzi, no, e a volte ci sono dei pomeriggi in cui vengono anche venti persone, e ognuno viene con le sue angosce, i suoi problemi. E sono normalmente incontri con la sofferenza. Allora cosa mi commuove? Mi commuove i giovani che vogliono vivere bene, anche questi giovani che vogliono vivere bene, vogliono dare un senso alla loro vita, e quindi anche persone che soffrendo, chiedono dove possono trovare la forza. E il compito mio è proprio quello di far sentire loro questa vicinanza e quest'indicare con chiarezza che nell'abbandonarsi in Gesù una pace possono trovarla. Cos'è che mi fa dispiacere, mi ha chiesto? Sicuramente quando vedo le divisioni, le liti, a volte anche nei nostri ambienti ci sono incomprensioni: ecco, questo mi dà molto fastidio perché alla fine vedo che è difficile anche tirare delle conclusioni, organizzarsi anche quando ci sono ripicche. Questo è la cosa che mi blocca: perché io far da giudice, di prendere una posizione proprio non è il mio stile. Ed allora quest'incomprensione tra due persone mi crea un disagio enorme”.

Ammettiamo che Gesù faccia ritorno sulla terra oggi: che umanità troverebbe nel 2011?

“Bé, io penso più o meno come duemila anni fa: cioè troverebbe tanta gente semplice, piccola, che gli andrebbe dietro, lo capirebbe al volo, e troverebbe, tanta gente, proprio quelli che oggi noi consideriamo un po' più bravi, un po' più sapienti, un po' più intelligenti, che probabilmente non lo riconoscerebbero. A volte persone che sembrano portare avanti il mondo alla fine li vedi così meschini, diciamo pure”.

Se trovasse un po' di tempo nella solitudine conquistata, le farebbe più piacere un libro scritto da don Lorenzo Milani, una poesia composta da padre David Maria Turoldo o l'ultimo libro scritto dal cardinal Carlo Maria Martini?

“Mah, io sceglierei altre letture, altra roba”.

Immaginiamo Sant'Agostino, “Le confessioni”...

“Leggerei Santa Teresina di Lisieux, di padre Charles de Foucauld, libri che escono dai monasteri...”

“Il curato d'Ars”, ovvero San Giovanni Maria Vianney, “Storia di un parroco di campagna” scritto dall'autore cattolico e francese George Bernanos...?

“Sì, “Il curato d'Ars, la “Storia di un parroco di campagna”, certo, certo. Sì, io sono una vocazione monastica mancata”.

Il suo motto?

“”In verbo Tuo”, tratta da quell'episodio evangelico, dove Gesù dice a Pietro: “Getta ancora una rete, dopo aver lavorato una notte inutilmente”. E Pietro risponde: “Sulla Tua Parola getto una rete”. E presero una gran quantità di pesci. Quindi, è un po' il non capire per affidarsi a Lui”.

Lei, monsignore, ha paura di morire? Ci dica la verità.

“Io ho fatto la prova una volta: ero convinto di dover morire in una situazione particolare – che poi si è rivelata una sciocchezza – ero convinto di non scapparci. L'ho vissuta con una serenità estrema, ed, anzi, mi sono messo lì proprio dicendo “Eccomi! O inneggiando il canto della compieta, “Nunc dimittis...”. Ero realmente convinto di non uscirne vivo e l'ho vissuta con quella serenità che ti fa e ti dà forza per superarla. Oggi, non so, la sua è una domanda difficile, però, le posso dire che mi ci preparo, perché la morte è un po' come un esame. Ora dell'esame si ha paura, ma, del mese dopo l'esame – che è la professione, che è il diploma che attende con ansia - uno l'attende. Ed io mi sono messo in questa prospettiva. In fondo, se vediamo questa vita terrena come un fidanzamento, bé, il fidanzamento reclama il matrimonio; se lo vediamo invece come un tempo di gestazione, è certo che un bambino che dentro la pancia sta bene, ha tutto. Però, chiunque di noi dice: ma, guarda che è meglio nascere”.

Si è mai innamorato?

“Bé, sì, da ragazzetto. Sono entrato in seminario abbastanza presto, da ragazzetto sì che mi sono innamorato. Un'infatuazione, insomma, e con l'Altra Parte, Dio, che lo sapeva” e, giù un bel sorriso dell'episcopo iesino.

Chi ha Fede sopporta meglio il dolore: è vero?

“No, più che quello, io credo che chi ha Fede sa dare un senso o no alle cose perché il male, perché i chiodi nei polsi di Gesù facevano male alla stessa maniera a Lui e ai due che stavano accanto a Lui. Quindi, pari pari. Quindi, chi ha Fede non è che vive un dolore meno intenso; diciamo che dà un senso a tutto, sa vedere oltre. Però, quella che è la sofferenza è uguale per tutti; anzi, chi ha Fede acquista una sensibilità, per cui certe sofferenze credo le sente quasi di più. Quindi, più che la Fede come una droga, un analgesico, non la vedo nei rapporti di chi sta soffrendo”.

La sua infanzia, padre, come è stata?

“La mia infanzia è stata abbastanza serena. Mio padre era facchino, mia madre casalinga: due persone stupende, mio padre, specialmente, un uomo di un'onestà specchiata. Mia madre non poteva lavorare perché io c'avevo un fratello poliomielitico, e quindi le era possibile solo fare qualche oretta così di pulizia delle case. Mio padre faceva il facchino, quindi, un lavoro molto pesante, molto umile; quindi, non è che in casa circolassero soldi, oltretutto in un periodo dove si faceva fatica a trovare il mangiare, però, ciononostante, io vedevo mio padre di un'onestà, di una rettitudine, che mi ha trasmesso. E l'infanzia trascorsa con mio padre è una delle cose che mi commuove al solo pensarla. Io da ragazzino diciamo che non ho avuto niente di superfluo, niente proprio niente, però, di questo niente magari al momento ci potevo soffrire un momentino, ma, ora sono orgoglioso. Una cosa bella è pensare di vedere mio padre come origine della mia vocazione: quando io ero piccolino, che ancora non andavo a messa, lui andava a messa, poi, tornava e mi raccontava quello che era stato detto a messa. Mio padre era così: un uomo rude, senza cultura perché mia madre, per dire, non è manco andata a prendere la mia pagella delle Elementari perché doveva andare a badare le pecore: questo per dire l'ambiente dove vivevo. E non è che andasse meglio a mio padre, che a 8 anni è stato mandato dalla famiglia in un paese diverso da Corinaldo a lavorare in una famiglia. Una volta, se volevi campare, si faceva così. Vengo, dunque, da una famiglia così, genitori che non hanno studiato, però, c'era questa fiaccola della Fede sempre accesa”.

Cosa mi consiglierebbe di dire e di fare, se un giorno avessimo la possibilità di incontrare nuovamente tutti i nostri cari mancati?

“Rincontrarli, rivederli è un bellissimo momento di gioia. Quando mia madre è morta, tre anni fa, dopo una malattia lunghissima e mi accorgevo che stava andando verso la fine, ho chiesto al Signore un regalo accompagnando la mia richiesta a questa preghiera: “Padre, mia madre ha sofferto sempre, Ti chiedo un dono: prendila con Te durante la settimana santa! Perché sapere che mia madre è con Te, Dio, durante la settimana santa mi dà un segno di speranza, di Resurrezione”. Bé, è una coincidenza, eh. Però, mia madre è morta non solo durante la settimana santa, ma, addirittura il venerdì santo. Il sabato santo abbiamo officiato la sepoltura, in quei due giorni non si dice la messa, il giorno di Pasqua io ho detto la messa di Resurrezione. Allora, vedi, io direi proprio questo: guarda che i progetti del Signore sono belli, sono grandi, e il Signore fa le cose tutte belle. E, quindi, nel momento in cui arriviamo alla conclusione, al gran finale, ci ritroveremo là dove è la nostra sede definitiva. Ebbè, oh, è arrivato il momento del matrimonio, il momento della festa e, quindi, della gioia infinita”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 28 giugno 2011

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