ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

7/8/11 - INCONTRI RAVVICINATI: MONS. GERVASIO GESTORI

GESTORI... DI “CUORI INTERISTI”

L'ultima diocesi che incontri a Sud delle Marche è quella di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto.
Una diocesi recente, la più giovane di Italia, come avrà modo di illustrarci la sua storia monsignor Gervasio Gestori, milanese di Barlassina, dove è nato il 1° febbraio 1936.
E' vescovo di tale diocesi dal 7 settembre 1996, consacrato dal cardinal Carlo Maria Martini. E' membro del Consiglio per gli Affari Economici della CEI, Segretario della CEM (Conferenza Episcopale Marchigiana) e delegato della stessa per la Cooperazione missionaria tra le Chiese per la Promozione e il sostegno economico ala Chiesa. Intelligenza vivace, memoria di ferro, performance di vero atleta, Gestori si dichiara tifoso milanista e dell'umanità in generale. La sua esperienza ecclesiale in Lombardia, sotto la benedizione e guida di porporati importanti (oltre al già citato cardinal Carlo Maria Martini, anche il futuro papa Paolo VI e il cardinal Giovanni Colombo, arcivescovo pure lui della più grande diocesi cattolica nel mondo, appunto quella di Milano), il sacerdote non nasconde la sua simpatia anche per i rosso e blu della Sambenedettese, caratterizzato dal pubblico, dal sostegno caldo ed incessante dei suoi tifosi.

Una diocesi giovane, quella di San Benedetto, monsignore, frutto del “matrimonio”, dell'unione – chiamiamola laicamente così – voluto dal beato Giovanni Paolo II...

“Sì, il termine “matrimonio” è piuttosto scherzoso, anche se è bello. Questa diocesi, in fondo, è la più giovane d'Italia, con una cattedrale che ha soltanto 25 anni di vita. Prima era semplicemente una parrocchia al centro della città di San Benedetto del Tronto. Questa diocesi è stata voluta da Giovanni Paolo II, creata il 30 settembre 1986, grazie alla fusione di due diocesi antecedenti, quella di Ripatransone, voluta da San Pio V, nel 1571, anno della battaglia di Lepanto, su indicazione di San Filippo Neri, amico di San Pio V, e poi la seconda diocesi voluta da Sisto V, al secolo Felice Peretti, un papa marchigiano nato qui, a Grottammare, e creata, questa diocesi, nel 1586, 15 anni dopo. Fusero le due diocesi e sorse questa di San Benedetto del Tronto, che si estende in buona parte lungo la costa, da Cupra Marittima a Mattia Sicuro, sono 40 km di costa, con praticamente i due terzi della popolazione della diocesi. Poi, all'interno, va sulle colline sia marchigiane sia abruzzesi, e poi si estende ai monti della Laga e ai monti sibillini. La Vetta del Dettore e della Sibilla sono cime molto alte, che appartengono a questa diocesi truentina”.

Quante anime in tutto abbraccia la vostra diocesi?

“La diocesi attualmente comprende 140.000 abitanti, però, si raddoppia perché qui in estate registriamo un afflusso turistico notevole, sia da Roma, sia dal Veneto, sia dalla Lombardia. E, quindi, in estate, quando i miei confratelli si riposano perché vanno in vacanza loro e i loro fedeli, qui la vacanza d'estate non è concessa. Noi la vacanza la faremo in Paradiso”.

Lei ha appena citato San Filippo Neri: sua l'intuizione degli oratori, poi, divenuti realtà grazie a San Giovanni Bosco. Un suo parere sulla rivalutazione di questi centri voluta recentemente dalla CEI...

“Io sono nato in oratorio. A sette-otto anni, mio papà mi portò all'oratorio del mio paese, Barlassina, vicino a Milano, e ogni parrocchia ha un oratorio. Ho imparato a stare insieme, a giocare a pallone, a carte, a questi sport, gare di catechismo, preghiera. Era normale per un ragazzo, per un giovane, per un adolescente di Milano. Quindi, sono convintissimo della grande funzione educativa che l'oratorio ha; sia funzione umana, sia funzione civile, sia funzione ecclesiale e sportiva. I ragazzi lì imparano a crescere e l'allenatore intelligente va dove ci sono i ragazzi che giocano in oratorio e da lì nascono i vari Mazzola, Rivera, Riva”.

Lei a chi teneva da ragazzino?

“Da bambino e tuttora io sono un nerazzurro, un interista. Ricordo la grande squadra del dopo guerra dell'AmbrosianaInter, con, eh, adesso, la memoria!, del 1947-48-49, e da allora io sono interista nerazzurro e ogni domenica vado a controllare cosa ha fatto l'Inter e sono circondato da tifosi nerazzurri. Anche le mie suore filippine sono nerazzurre e alla domenica dobbiamo seguire i risultati di questa squadra, che quest'anno ci ha un poco deluso, ma che ci ha dato dei risultati meravigliosi due anni fa, tre anni fa, quando ha conseguito delle vittorie sia a livello di campionato che di Champion's”.

Lei giocava a calcio in oratorio?

“Sì, io ho giocato terzino, destro, ma sono entrato in seminario a undici anni, però, giocavamo a calcio. C'erano i numeri delle squadre e ho giocato, in pratica, fino alla Terza Liceo. Dopo, quando studiavo Teologia mi appassionavo, ma , soltanto a livello teorico”.

Qual era un giocatore che le piaceva molto?

“Ricordo Mazzola, sì, ricordo Facchetti, che, tra l'altro, io sono stato parroco a Melzo, e lui è della zona di Treviglio di Bergamo, mi pare”.

Dice giusto, monsignore.

“Poi, Burgnic, sì, anche lui. Poi, altri che adesso la memoria non mi aiuta a ricordare”.

Ma, basta e avanza, reverendo.

“E, poi, ricordo con entusiasmo, la direzione tecnica di H.H., ah, quando l'Inter vinse la Coppa Intercontinentale per due volte, sì, sì. Il cavalier Angelo Moratti, il presidente. Però, ricordo anche che si chiamava AmbrosianaInter, ed allora, mi sono detto: io vengo da Milano e devo avere delle simpatie per la squadra di Sant'Ambrogio, per il rito ambrosiano di Milano”.

“A 9-10 anni, quando raccoglievo le figurine dei calciatori, e c'era scritto AmbrosianaInter. Lì, forse, è scattata la simpatia verso i nerazzurri, anche se allora era già grande il Milan, ma io ricordo il Torino di Bacigalupo, Maroso, Valentino Mazzola, fino a Ferrari II, la famosa squadra che poi perì sulla collina di Superga nel maggio del 1949”.

Terzino all'oratorio, nella vita che ruolo ritiene di aver ricoperto?

“Questa è una bella domanda. Nella vita? Nella vita umana, civile, sociale ed ecclesiale personalmente io non sono né un conservatore né un avventuriero. Usiamo un gergo politico né di destra né di sinistra. Amo la situazione mediana moderata, però, il vangelo ci sprona a guardare avanti, a saper rischiare non in maniera superficiale e così, inconsistente, ma, in maniera motivata, sapendo che non si è soli, c'è la grazia del Signore. Alcide De Gasperi diceva che il suo partito, la DC, era al centro, ma guardava a sinistra. Ecco, io penso che dobbiamo guardare a sinistra, nel senso del vangelo, di affrontare le verità in maniera coraggiosa, con quel discernimento che ti fa vedere i bisogni del futuro e li affronti con la sapienza che viene dall'alto”.

Quindi, tornando alla “fede calcistica”, nessuna passione per la Sambenedettese?

“Ma, per la Sambenedettese sì. Io tifo la Sambenedettese: mi spiace che quest'anno è rimasta in serie D ancora, è precipitata dalla B. Mi dispiace perché qui c'è una scuola che ha sfornato grandi portieri. Purtroppo, è precipitata in serie D per motivi non sportivi, ma economici, però, la tifoseria Sambenedettese è da serie B, dal punto di vista del numero e del calore. Il tifo della città e nella vallata del Tronto è molto forte e qui non si fa fatica a raccogliere anche 5-6 mila tifosi per una partita di calcio a San Benedetto. Lo stadio, poi, è molto bello: è da serie B, eh”.

Esiste la felicità?

“La felicità c'è, va conquistata e va meritata. E qui parlo da vescovo: il vangelo è una bella notizia, è un buon annuncio. La parola “beati” nel vangelo ricorre tante e tante volte: la prima volta che ricorre è a proposito della Vergine Maria, quando avendo detto “sì” all'angelo Gabriele che Le proponeva di diventare madre del Salvatore del mondo, credendo, disse “sono la serva del Signore”. Poi, incontra la sua parente Elisabetta, la vede talmente contenta che le dice: “beata te, perché hai creduto”. Ecco il collegamento: la beatitudine e la Fede. Quando una persona crede, si fida e s'affida a Dio, può essere tranquilla, beata. E la beatitudine è una cosa ancora più profonda e più grande che non la felicità, che non la gioia. Che possono essere di facciata, esteriori, superficiali. La beatitudine è una cosa del profondo, che c'è anche quando ti fa male un dente, o hai un dispiacere, ma ti senti beato perché, se credi, non vieni meno al rapporto di fiducia tra te e Dio. Quindi, ti sei affidato a Lui e ti fidi di Lui, e questo ti rende beato. Quindi, la beatitudine, per me, c'è, va conquistata e va in qualche modo meritata come dono, che discende dall'alto: la Fede, la Fede”.

La solitudine, padre, l'ha mai provata?

“No, no”.

E perché molti giovani la soffrono, nonostante i molti ritrovati della tecnica e dell'elettronica (vedi social network, face book, telefonini dell'ultima generazione, internet)?

“Perché sono “villaggi virtuali” quelli, sono collegamenti virtuali, non reali. Sono collegamenti che avvengono a livello anche vastissimo in tempo reale, va bene, ma, non sono collegamenti reali, ma collegamenti fittizi. E, quindi, fasulli, che sfiorano, ti accarezzano, ma non ti penetrano nell'anima, non ti toccano nel profondo. E, quindi, la solitudine, in questo nostro mondo globalizzato, è largamente presente e diffusa. Si abbatte la solitudine mediante la Fede, che ti fa credere nella presenza del Signore che ti è vicino, che conosce, ti conosce, ti vuole bene, non ti lascia mai solo. “Io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” e ci ha donato la Sua Parola, che è parola di verità, ci ha donato l'Eucarestia, ci ha dato il Suo Spirito attraverso la Cresima. Fede, battesimo, Cresima. E l'Eucarestia. Il Signore non ci lascia soli, mantiene le promesse: “Sarò con voi fino alla fine del mondo”. Non sono promesse da marinaio, ma promesse fatte da Cristo: è questione di Fede. Chi crede non si sente solo. Nella mia vita mi sono sentito solo qualche volta, a livello psicologico qualche volta sì, specialmente da vescovo, perché il vescovo, avendo l'autorità, alcune volte si sente solo. L'autorità isola anche perché le responsabilità sono tue e soltanto tue, e devi prenderle tu: ascolti, ti confronti, condividi e prendi in mano la tua coscienza e ti chiedi: adesso cosa faccio? Cosa decido, chi scelgo? Però, è una solitudine che non mi è pesata più di tanto. Sento il bisogno della solitudine io, perché in mezzo alla gente dalla mattina alla sera mi chiedo ma quand'è che potrò avere un po' di pace? Per esempio, adesso faccio questa intervista, domani io ho deciso vado in montagna dalla mattina alla sera per respirare un po' di aria diversa, per riflettere, per camminare in mezzo ai boschi, per trovare un po' di solitudine che mi permette poi di affrontare le persone e condividere in maniera non distaccata, ma intensa e vera”.

Il dolore degli altri cosa le trasmette?

“Sofferenza. Ho in mente il patrono di Milano, Sant'Ambrogio, di cui si diceva: gioiva con chi era contento e piangeva con chi era nella sofferenza. Ecco, quando io incontro persone - e ne incontro spesso – che sono nella sofferenza, o per mancanza di soldi o per crisi affettive o per ingiustizie che subiscono, non rimango indifferente. Sarebbe un affronto all'umanità di chi mi sta accanto, sarebbe una mancanza di onestà con me stesso: devo condividere la sofferenza con l'altro. Dopo, occorre anche uno sforzo per auto controllarsi perché, se condividi troppo, è come il medico: se si immedesima troppo nel malato, non lo guarisce e s'ammala lui”.

Il dolore estremo porta alla morte. Quand'è che ha pianto l'ultima volta di grande dolore? Quand'è che si è commosso di grande gioia?

“Mah, cerco di essere anche molto controllato. Il dolore più grande che ho avuto è stata la morte di mia madre. Non penso di fare un affronto a mio padre, morto prima di mia madre: sì, ho sofferto per la morte di mio padre, però, quando è morta mia madre, però – sono passati vent'anni – lì davvero ho sofferto, ho sofferto. Pianto? No. Ho pianto di gioia, sì: adesso io ricordo con estrema lucidità, quando, uscendo dal duomo di Milano, incontrando mia madre, appena ordinato prete, io ho pianto, ho pianto di gioia”.

Ordinato sacerdote da chi?

“Nel 1959, 28 giugno, da Giovanni Battista Montini, che sarebbe diventato poi Paolo VI. Più recentemente ho pianto di gioia no, ma commozione forte, con tentativi di lacrime che escono dagli occhi, quando vedo bambini accostarsi alla Comunione con semplicità, mamme che portano in braccio una creatura con tanto affetto, o anziani che vivono una giovinezza spirituale briosa, o quando celebro qualche matrimonio, e sento anche delle musiche appropriate, oppure, come ieri sera, celebrando la messa in cattedrale per la festa del Corpus Domini, ho visto la chiesa gremita di persone, di bambini bianco-vestiti, la commozione mi prende un poco”.

Che cos'è che le dà più fastidio, rabbia, e come sarà l'Aldilà, come vorrebbe immaginarselo?

“Ci sono diversi motivi che mi infastidiscono”.

Il tradimento, la falsità, l'orgoglio di non voler ammettere che esista un Dio che non ci abbandonerà mai, fino all'ultimo a nostro fianco?

“Sì, anche l'incapacità o la non volontà di ascoltare i bisogni degli altri e la Parola di Dio. E, poi, la mancanza di attenzione sincera al bisogno dei poveri e dedizione totale alla chiesa di Dio. Che è nostra “Madre spirituale”. E tanti motivi ancora, però, i motivi che mi infastidiscono sono molto di meno e meno forti di quelli che mi rallegrano e mi danno consolazione e gioia. Che un vescovo ha qualche problema, ma ha anche come tante consolazioni”.

E l'Aldilà cosa ci riserverà, come sarà? Come una sorgente che zampilla perennemente, come una luce che non si spegnerà mai?

“Mah, penso che il bello debba ancora venire. Su questa terra non ne sono sicuro, nell'altro mondo sì. Dove spero di incontrare Gesù, i miei cari, tante persone che mi hanno voluto bene e alle quali ho cercato di fare del bene. E questo mi dà una grande consolazione e un grande coraggio”.

Se Gesù tornasse sulla terra oggi, che uomo troverebbe?

“E' difficile entrare nella mente del Figlio di Dio che ritorna sulla terra. Ho fatto fallimento? No, non lo direbbe. E' stato previsto: quando il Figlio dell'Uomo ritornerà sulla terra, troverà ancora della Fede? Ma, penso di sì, perché la Fede è diffusa più di quanto noi possiamo pensare. Come anche i confini della Chiesa sono molto ampi, più vasti di quello che si può percepire in base alle indagini e i registri di battesimo. Cioè, il bene è molto più diffuso rispetto al male, anche se il male fa più rumore”.

Sant'Agostino dice che la “felicità è dove è Paradiso”...

“Certo, la coincidenza è chiara. Su questa terra la felicità è più sperata, è maggiormente creduta ed è ogni tanto intuita. Quella vera, totale, perenne sarà soltanto nell'altro mondo. In altre parole, il Paradiso in terra non c'è: c'era. E' stato chiuso dopo il peccato di Adamo ed Eva. Ma, c'è nell'altro mondo, che è quello vero. Ecco perché prima ho detto che il bello è ancora da venire”.

Don Lorenzo Milani, padre David Maria Turoldo, Sant'Agostino e Tommaso D'Aquino, la lettura di quali di questi tre personaggi preferisce in una notte di estate?

“Io ho insegnato Filosofia per vent'anni nel seminario di Milano e mi sono laureato – come ricorda lei adesso – alla “Cattolica”. Allora, conosco abbastanza il pensiero di Tommaso D'Aquino, mi leggo “La summa teologica” in latino ogni tanto per dilettarmi, intellettualmente però il mio amore grande è per Sant'Agostino. E lo cito in tutte le mie omelie spesso perché Agostino è vecchio di giovane, è morto 1700 anni fa, ma è ancora attualissimo. Chi mi chiede cosa mi consiglia da leggere, un libro che mi aiuti a riflettere, a crescere, ad approfondire, io rispondo prendi le “Confessioni di Sant'Agostino”: è un libro attualissimo. E' un libro attualissimo, che fa del bene ai credenti e ai non credenti. Che fa capire il percorso umano, religioso, psicologico, filosofico, teologico di questo personaggio dall'intelligenza davvero straordinaria. E' stato convertito, ascoltando Ambrogio, andava nella cattedrale per studiare la sua retorica, ma non poteva rimanere estraneo ai contenuti di quello che Ambrogio diceva, e lì la Grazia di Dio l'ha folgorato e venne battezzato la notte del sabato santo, la veglia pasquale, in quel battistero che è stato riscoperto quarant'anni fa a Milano quando hanno lavorato per fare la metropolitana ed è emerso dai sotterranei il battistero ottagonale, dove lì Ambrogio fece diventare cristiano Sant'Agostino”.

Il motto del suo stemma, suo significato...

“Veritas et caritas”, tratto da Agostino. Veritas perché la verità è la verità; ho insegnato filosofia per vent'anni e il termine filosofia vuol dire amore per la sapienza, amore per la verità. E, poi, la carità, l'amore perché “Deus caritas est”, “Dio è amore”. E, allora, Agostino è stato capace di sintetizzare la verità e la carità in questo motto tipicamente agostiniano, che ho sentito anche umilmente applicabile alla mia vita”.

Il suo cardinale preferito: Schuster, Colombo, Montini o Martini?
Quest'ultimo abbiamo visto con lei, monsignore, e Fidel Castro...

“Tutti, però, io guardo a il Beato Alfredo Ildelfonso Schuster come al cardinale che mi ha cresimato quando io avevo sei anni, mi ha accolto in seminario a undici anni e, praticamente, l'ho visto morire quando frequentavo la Seconda liceo, perché era lì ospite in seminario a Venegòno Inferiore (Varese) per passare qualche giorno di ferie. La sera prima che lui morisse, sotto il portico del seminario, ho visto questo cardinale che camminava lentamente e che sarebbe morto qualche ora dopo. Ecco, io guardo a Schuster come a un pastore formidabile. Posso aggiungere che io seppi informalmente diventare vescovo di San Benedetto del Tronto il 12 maggio 1996, al termine della beatificazione di Alfredo Ildefonso Schuster (1880-1954) in Vaticano, per opera di Giovanni Paolo II. Terminata la celebrazione in piazza San Pietro, prima incrocio lo sguardo del cardinale Bernardin Gantin(1922-2008), che era il Prefetto della Congregazione dei vescovi, e mi guarda in maniera un po' diversa dal solito. E mi chiedevo: ma, cosa succede? Poco dopo, in piazza San Pietro, incontro monsignor Dionigi Tettamanzi, allora arcivescovo di Genova, e mi confida: “guarda che ieri sei stato nominato vescovo di San Benedetto del Tronto”. L'avrei saputo ufficialmente, in segreto , il 3 giugno successivo, pubblicamente invece il 21 giugno successivo, però, collego questa prima notizia informale, segretissima, con la beatificazione di Schuster. Quindi, non posso che essere devoto di questo grande arcivescovo di Milano”.

E, il cardinal Giovanni Colombo, che rapporto ha avuto con lei?

“Giovanni Colombo aveva fatto da Rettore in Seminario a Milano e poi fu il mio vescovo quand'ero prete a Milano, per tanti anni”.

Infine, il grande Giovanni Battista Montini, Paolo VI?

“Giovanni Battista Montini mi ha ordinato prete: quindi, di lui ho un ricordo grandissimo, perché poi è diventato papa e lo ammiravo per la sua sapienza, la sua capacità di approfondire i problemi, di trattarli. E Martini è stato arcivescovo quando io ero parroco a Milano. Nominato vescovo, volli essere ordinato vescovo da Martini nel duomo di Milano. Quindi, sono onorato di aver ricevuto il dono spirituale anche dal cardinal Martini. Quindi, sono quattro grandi arcivescovi: Schuster, Martini, Colombo e Montini”.

Si è mai innamorato nella vita?

“Del Signore. Del Signore. Di una ragazza no; ammiro le belle donne, sarebbe sbagliato non ammirarle. Però, entrato in seminario a undici anni, che vuoi? Quindi, la mia vita, come dire, custodita, preservata, ma non bloccata, complessata. Sono stato educato ad una visione ampia, profonda, libera della vita. Io sono grato ai miei grandi educatori”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 27 giugno 2011

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