ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

9/8/11 - INCONTRI RAVVICINATI: GIANNI CERQUETI

CERQUETI E' TIFOSO TERNANO

L'apprezzato telecronista della Rai, Gianni (Giovanni) Cerqueti rivela la sua “fede calcistica” per la Ternana (rivendicando le origini marchigiane dei suoi genitori) e non invece, come molti gli attribuiscono erroneamente per quella Roma, dove lui è nato nel quartiere Aurelio il 26 maggio 1958, tirando i primi calci al pallone nel ruolo di libero, lui grande estimatore di Francesco Totti. Dopo l'importante tirocinio svolto sulla popolare Videouno, emittente capitolina con in studio il “Barone” Nils Liedholm, Cerqueti entra in radio, dopo aver vinto il concorso presieduto dall'attuale senatore Sergio Zavoli, e nel 1994 affianca il mitico Bruno Pizzul nelle telecronache della nostra Nazionale di calcio.

L'anno successivo è alla conduzione della popolare rubrica di calcio “Dribbling”, su Rai due, a fianco della nota ed inesauribile “mitraglietta” Paola Ferrari, quindi, conduce “90mo minuto”, in onda sempre sulla rete di Stato. Dopo aver affiancato Fabio Bizzotto nelle telecronache degli azzurri, nel 2003 rimane il solo tele-commentatore. Assieme a Carlo Nesti ed ancora a Stefano Bizzotto, con il ritorno della Champion's League in Rai, è uno dei massimi opinionisti. E' la prima voce Rai delle partite del calcio di club, e della manifestazione della Coppa Italia, commentatore – come molti si ricordano – del trionfo in Champion's League (edizione 2009-10) dell'Inter di Mourinho contro il Bayern.

Ha mai giocato a calcio?

“Sì, come penso quasi tutti coloro che poi il destino ha avviato nel percorso professionale nel giornalismo sportivo, e io penso che molti di noi possano essere definiti – mi riferisco al giornalismo sportivo – un po' dei calciatori mancati, perché questo imput, quest'impulso c'è sicuramente in un Paese che qualcuno ha definito addirittura “fondato sul calcio”, come è questo nostro grande Paese. Io ho giocato a livelli amatoriali, ma ho avuto anche la grande gioia, la grande soddisfazione di far parte della Nazionale italiana radiocronisti Rai, grazie alla splendida idea che allora ebbe l'allora nostro vice-direttore della testata sportiva Mario Giobbe, per cui ci siamo tolti tante soddisfazioni, abbinando al piacere del giocare contro la Nazionale Cantanti piuttosto che la Nazionale degli Arbitri, la gioia infinita di poter fare del bene, perché erano incassi che andavano in beneficenza e, vista anche l'alta capacità di richiamo, di aggancio come la Nazionale Cantanti, a volte sono stati degli introiti importanti, e, quindi, abbiamo girato tanti stadi italiani di primo livello, battendoci per quelli che erano i nostri mezzi, poi, l'età purtroppo si è fatta sentire e questa Nazionale alla fine si è sciolta. Però, ho vissuto degli anni molto belli, che mi hanno un pò consentito di prolungare, a me e ad altri colleghi, tele e radiocronisti della Rai, questo sogno che insomma avevamo tutti noi da bambini”.

In che ruolo giocava?

“Guardi, io molto molto immodestamente, giocavo da libero, cioè ero quello che aveva la responsabilità, perché noi non giocavamo in linea, schierati cioè con la difesa a zona, giocavamo addirittura a volte molte partite con due stopper e un libero e due difensori laterali, cioè una difesa a cinque proprio perché eravamo consapevoli delle nostre difficoltà soprattutto di ordine atletico, ed affidavamo a qualche elemento di maggior talento, tipo Bruno Gentile, che poteva essere un giocatore di discreta categoria, o ad altri, le capacità realizzative, però, soprattutto pensavamo a non prenderle perché gli altri quasi sempre erano più allenati di noi, e, quindi, cercavamo di essere un pochettino umili e modesti. Questo, naturalmente, non ci evitava anche qualche defaillance sul piano dei risultati, ma, era veramente l'ultima cosa perché il bello era quello di stare insieme, ritrovarsi e soprattutto sapere di poter fare del bene a chi ne ha tanto bisogno”.

Lei è nato a Roma nel 1958; qual era il suo quartiere di riferimento?

“Io sono nato a Roma in una clinica del quartiere Primavalle, a via di Torre Vecchia, ma sono cresciuto nel quartiere Aurelio. Sono rimasto lì fino al 1994, quando poi mi sono spostato in un'altra zona di Roma, sulla Cassia. L'Aurelio è un quartiere molto lontano da San Pietro, un quartiere molto grande, e ho avuto anche la grande fortuna di fare tutto il percorso scolastico – cioè dalle Medie Inferiori alle Medie Superiori ed anche l'Asilo – tutto nello stesso quartiere. Ho avuto la fortuna, sa, a Roma non è facile, di poter frequentare da casa al Liceo Classico a piedi. A Roma è un po' una rarità. C'era la succursale di un Liceo che aveva la sede centrale a Monteverde, altro quartiere di Roma, io, però, potevo andare a Roma da 6-700 metri da casa e, francamente, considerando come lei diceva a Roma la vastità, è stato un privilegio non da poco. Ma, l'ho scontato in parte perché ho fatto il 4° e 5° Ginnasio, ovvero i primi due anni, andando a scuola di pomeriggio dal lunedì al venerdì. E la mattina del sabato. Questo mi ha comportato due anni importanti dell'adolescenza una vita un po' al contrario, perché quando gli altri erano liberi io andavo a scuola io ero libero insieme ai miei compagni verso le sette, sette mezzo di sera, quando però la giornata poi era finita e si doveva rientrare a casa. Quindi, due anni sono stati molto problematici, dover andare a scuola, avendo appena pranzato, con il mangiare sullo stomaco: davvero un'esperienza molto particolare. D'altronde, questa era la scuola, non avevamo la palestra, andavamo a fare le nostre due ore settimanali a Villa Panfili, addirittura all'aperto”.

La sua prima maglia da piccolo calciatore era giallo e rossa come la sua grande “fede” romanista?

“No, io non so chi le abbia dato questa informazione priva di fondamento. Può essere nata per il fatto che professionalmente io sono stato - e ricordo con grandissimo piacere quest'esperienza – in qualche abbinato a epoche d'oro della Roma, perché quando ero in una emittente privata – Videouno, un'edizione elettronica di “Paese Sera” – cui debbo buona parte della mia carriera, ben 8 anni, e quelli iniziali della mia attività lavorativa, ebbene, Videouno nel 1983 ebbe come commentatore settimanale per un'ora in studio una volta alla settimana Nils Liedholm. E quella trasmissione la conducevo io. Era una trasmissione semplice composta dall'allenatore della Roma, Liedholm, che poi avrebbe vinto lo scudetto 1982-83, da un giornalista – il sottoscritto –, le telefonate della gente e tre minuti di filmato. Questa era la trasmissione, e lei può immaginare che, visto il rendimento della Roma all'epoca, quante persone, pur essendo la televisione privata molto piccola, quindi, con una capacità di penetrazione sul territorio, perché si arrivava fino ai confini del Lazio, insomma, perché questo consentiva al trasmettitore di quell'emittente, può immaginare che riscontri avesse. Può immaginare che riscontri avesse. Allora, forse, questo può aver determinato l'abbinamento di cui lei mi parlava. Ma, io non sono tifoso della Roma. Peraltro, in tempi recenti, io non ho mai negato il mio apprezzamento per quello che considero uno dei più forti giocatori italiani del dopo guerra – ma, anche qui scopro l'acqua calda, che è Francesco Totti – e allora magari per aver detto nel corso forse di domande precise da parte del conduttore di “90° minuto” - mi ricordo l'anno del terzo scudetto della Roma (2001) io feci un pronostico prima di Natale, che poi sfortunatamente trovò conferma nei fatti – mi fu chiesto da Fabrizio Maffei chi, secondo me, avrebbe vinto lo scudetto e io dissi la Roma e tra i motivi dissi che aveva il più forte giocatore italiano. Magari, questo fatto, che prescinde da qualunque appartenenza al tifo giallo-rosso, può avere indotto qualcuno a scrivere delle cose, di cui lei mi riferisce, ma tengo a precisare che bisogna essere molto attenti quando si parla di un giornalista del servizio pubblico. E, quindi, bisognerebbe essere meno superficiali nel licenziare giudizi e dare certe patenti di tifoseria, perché in questo argomento la cosa non mi riguarda”.

E, infatti, si seppe solamente poco dopo la sua scomparsa la fede viola del grande conduttore di “Novantesimo minuto”, Paolo Valenti. Non è, dunque, romanista, quindi, è laziale?

“Né romanista né laziale. Il percorso della mia famiglia è piuttosto lineare. Io, purtroppo, non ho più né padre né madre né sorella, ma, tutti e tre sono nati in un paese dell'alto Marchigiano, dal paese da dove io le sto parlando in questo momento, che è Esanatoglia, e, quando mia sorella aveva due anni, la famiglia – perché mio padre trovò lavoro in un ospedale di Terni – si trasferì a Terni. Dove è stata per dieci anni, e, incinta di me, mamma, babbo e mia sorella si trasferirono a Roma perché mio padre, appunto, ebbe una nuova opportunità lavorativa in una clinica di Roma – mio padre faceva il tecnico di laboratorio – e io sono quindi nato a Roma, ma, oriundo marchigiano in una famiglia che per dieci anni ha vissuto a Terni. E questo fa sì che io – la cosa può essere sorprendente, ma chi mi conosce da vicino la sa molto bene – sono tifoso della Ternana. Un tifo che purtroppo non posso poi vivere, come dire, personalmente per ragioni e professionali, e, purtroppo, solo raramente mi può capitare di incrociarla, insomma, ecco”.

Già, lo stadio “Liberati” di Terni, dove verso la metà degli anni Settanta il Verona di Gianfranco Zigoni, battendo per 1 a 0 il Catanzaro di Massimo Palanca, conquistò il suo ritorno in serie A...

“Stadio intitolato a un campione del mondo di motociclismo, cioè Liberati”.

Anche il mio seme dinastico, Gianni Cerqueti, nasce nel Maceratese, esattamente ad Antico di Pieve Torina...

“E' veramente una coincidenza incredibile, perché il padre di mio padre, di cui porto il nome, ovvero mio nonno – io, purtroppo, non ho avuto il piacere di conoscerlo perché è venuto a mancare prima che io nascessi – cioè Giovanni (come me all'anagrafe e così chiamato sia in famiglia che nel contesto amicale proprio per distinguermi dal nonno; che era invalido della Prima Guerra Mondiale. Era ceco, fu ferito da una pallottola di rimbalzo e quindi non ha mai visto mio padre, che nacque nel 1920) Cerqueti, ebbene, mio nonno era di Pieve Torina, pensi un po' lei”.

Magie del calcio, stranezze della vita, singolarità dello stesso mestiere. Un suo giudizio su internet...

“Internet è un grandissimo strumento di democrazia, che allarga la partecipazione a cose fondamentali del nostro essere, ma, si dovrebbe essere sempre molto attenti sulla verifica rigorosa delle fonti perché poi possono venir fuori “belle” sorprese”.

Il suo ideale da ragazzino e il giocatore di oggi da lei preferito?

“Guardi, in questo momento la risposta è facile e ho avuto anche il piacere di poterlo raccontare in svariate telecronache, tra cui la finale ultima di Champion's a Wembley, io penso che Lionel Messi sia destinato, al di là di quello che ha già fatto ma insomma considerato l'età che ha e il potenziale ancora straordinario ancora da esprimere diventerà sicuramente uno dei più grandi di tutti i tempi, e credo che un giorno si parlerà di Messi come oggi si parla di Maradona, di Pelè o di Di Stefano. Chissà dove potrà arrivare Messi, di cui mi piace moltissimo anche la scelta di fedeltà al Barcellona, che pagò le spese, costosissime, per le cure ormonali, che non poteva sostenere in Argentina – si era trasferito a Barcellona, e c'è anche una storia molto bella sul piano personale -. Per quanto riguarda qualche anno indietro, il giocatore che mi faceva impazzire – io sono del 1958, ed ho avuto il tempo di ricordarlo – io penso che la classe di Gianni Rivera rimane veramente ancora luminosa, è proprio un faro nel nostro passato diciamo così calcistico, perché è un giocatore che faceva della classe, dell'intelligenza, della precisione, dell'eleganza, un fuoriclasse anche fuori dal campo, con la sua intelligenza, cosa che poi ha dimostrato con la carriera anche a livello politico ed attualmente anche nel suo nuovo ruolo ricoperto nella Figc (si occupa del Settore Giovanile e Scolastico, quindi, un compito molto delicato ed affascinante). Io consideravo Rivera un grandissimo fuoriclasse e poi potremmo anche allargare il discorso a livello internazionale. Però, a livello nazionale, io da lontano, da Roma, vedevo le prodezze di Rivera come una cosa meravigliosa, questa sua capacità di pescare il compagno con i suoi assist leggendari, le sue finte, la sua eleganza, anche la sua capacità realizzativa, insomma, lui che era il 10 per eccellenza, il regista, il “finisseur”, diciamo così, avevo Rivera come grandissimo punto di riferimento. Giocando poi modestamente da difensore e in ruolo lontano anni luce dal suo”.

Felicità e solitudine: esistono in Gianni Cerqueti?

“Ma, guardi, ho provato molto di più la seconda che la prima. E' un'esperienza che conosco meglio, la solitudine, soprattutto negli ultimi anni, quando appunto nello spazio in pratica dal 1999 al 2005, cioè in 6 anni, io ho perso padre, sorella e madre nell'ordine. Però, ho avuto anche una grande fortuna: di essere adottato dal mio amico fraterno, il dottor Vincenzo Leanza, il mio compagno di banco del Ginnasio e del Liceo, e da sua moglie, che veramente mi hanno avvolto, protetto col loro affetto e con la loro amicizia. Devo dire la stessa cosa, la stessa terminologia la devo spendere per Auro Bulbarelli, che molti conosceranno e che considero il mio fratello più piccolo (Auro è molto più giovane di me: ha 12 anni meno di me), lo considero un altro fratello non di sangue, ma, è come se lo fosse. Ci siamo conosciuti nel 1995, ed è nata subito un'amicizia che io considero tra le cose più preziose della mia vita. Questo ha attenuato un po' una solitudine che per fatti di famiglia, soprattutto negli ultimi anni, ho sperimentato, vissuto, con cui ho dovuto anche combattere, e, poi, grazie a due, tre amici – che per fatti personali non voglio citare, ma che sono veramente un cordone di protezione – diciamo che ho potuto un po' bilanciare i rischi di un senso di solitudine, in quei rari momenti lasciati liberi dagli agi, dalla professione e dal lavoro. Per quanto riguarda la felicità, io credo che esista e ne ho anche le prove. Io vedo in molti casi intorno a me persone che sono conferma di felicità, però, credo che la felicità non possa essere poi vissuta sempre al cento per cento. E' uno stato molto particolare, in cui tutto va al cento per cento, è una congiunzione astrale molto particolare che non può reiterarsi, ripetersi, e, quindi, magari forse bisogna scendere un po' di gradino, ma, per esempio, felicità come senso di appagamento, pienezza del vivere, queste sono cose che si possono vivere, che vanno guadagnate, perché non sono cose che ti vengono regalate, e, quindi, io credo che sono condizioni che uno deve sapersi meritare anche con il sacrificio, con l'impegno e con l'andare verso glia altri”.

Il dolore degli altri cosa trasmette in Gianni Cerqueti?

“Guardi, una cosa è immediata: l'impotenza. Quando vedi la sofferenza e non puoi fare nulla per combattere e contrastarla. Però, io credo che su scala più grande si possa comunque fare qualcosa, magari non nell'immediato. Io ho avuto un amico carissimo medico, che ha perso la figlia per leucemia all'età di tre anni. E, su questo non si può fare nulla nell'immediato, però, per esempio, si può lottare perché la ricerca possa fare passi in avanti per combattere meglio e magari vincere un giorno la leucemia. Cioè io credo che la visione del dolore che purtroppo ci circonda e noi siamo in una parte privilegiata del mondo, che è l'Occidente europeo, siamo poi un Paese meraviglioso, al di là delle difficoltà di questo momento che poi non riguardano solo l'Italia, insomma, noi siamo dei privilegiati rispetto ad altri contesti dello scenario planetario. E, quindi, bisognerebbe sempre ricordarci che c'è sempre chi sta peggio e anche chi sta molto peggio. Noi troppo spesso dimentichiamo di quanto siamo privilegiati, e se passassimo almeno un momento della giornata nel riflettere su questo, cioè sui nostri privilegi, ci verrebbe più naturale spenderci per gli altri e fare, non dico, cose mirabolanti, ma basterebbe pochissimo da parte di tanti, se non di tutti, per migliorare la situazione, magari anche poter evitare in futuro tragedie che capitano e che, purtroppo, lì per lì ti lasciano un senso di impotenza”.

Quand'è che ha pianto l'ultima volta Gianni Cerqueti?

“Guardi, io credo che questa sia una dimensione molto personale: si può piangere per tante ragioni, ma guardi le assicuro che si può piangere anche a freddo. Si può anche piangere senza che scendono lacrime, e forse il pianto più doloroso è il pianto interiore, cioè quello che non viene portato all'esterno dalle lacrime. Su questo mi consenta un velo di privacy”.

Lei crede in Dio, Gianni? E, se sì, perché? Ed ancora: come vorrebbe che fosse l'Aldilà, chi vorrebbe incontrare, se per caso mi rispondesse di crederci?

“Guardi, da qualche anno, grazie soprattutto, alle letture dei libri di Odi Freddi, scienziato matematico – ma, non vorrei essere limitativo nella definizione – io ho un po' cambiato negli ultimi anni un certo tipo di percezione di problematiche, non mi preoccupo tanto dell'Aldilà. Spero che qualcuno cui ho voluto bene, che mi ha voluto bene mi metta una mano sulla testa, ma, al di là di questo, io credo che bisognerebbe occuparsi dove siamo, la vita che facciamo, del nostro giorno. Credo che dovremmo avere il dovere imperativo di dedicarci a migliorare la condizione di vita e delle persone tutte ora, qui, in questo momento, in questo pianeta. Per quanto mi riguarda, credo che l'Aldilà in questo momento non è un obiettivo primario. Io credo che c'è talmente tanto da fare qui che poi forse se avanza il tempo, ma in realtà facciamo ancora troppo poco sull'esistente. La mia è una dimensione, la mia, più laica negli ultimi anni, con il massimo rispetto che io porto alle persone per tutte le loro convinzioni religiose. A prescindere dalla religione di appartenenza. Io sono cresciuto con un certo tipo di cultura cattolica, com'è quasi inevitabile in questo Paese, però, negli ultimi anni ho cercato di focalizzare la mia attenzione su problematiche laiche, e mi pongo meno domande, meno problemi su dimensioni che rimangono comunque affascinanti, ma sono diventato, come dire, più concreto. Questo non vuole dire che sono diventato migliore, vuol dire però che io ho percepito la necessità di spendere energie e trovare le risorse, la forza dentro e con l'aiuto degli altri per fare meglio qui, in questo momento, durante la questa nostra vita”.

Che cos'è – lasciamo da una parte il calcio – che la commuove e cos'è che le dà fastidio nella vita di tutti i giorni?

“Mi commuove l'andare verso gli altri, mi commuove vedere un medico che alla fine della sua giornata lavorativa, magari, mentre è appena arrivato a casa, è ancora disponibile di fronte a una chiamata. Questo è quasi implicito per quella autentica missione, che è appunto la Medicina, e credo che ne sia perfettamente consapevole chi percorre questa strada. Però. Mi commuove la persona che pensa più altri che a se stesso, la persona che non dice mai di no, la persona che tiene sempre le porte aperte”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 3 agosto 2011

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