ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

18/8/11 - INCONTRI RAVVICINATI: ROBERTO HERLITZKA

HERLITZKA, L'”AMLETICO”

E' uno dei più grandi attori che il nostro teatro e cinema ha sfornato. Tanto bravo, quanto sconosciuto ai più, soprattutto a quelli che non sono del mestiere: per il suo carattere schivo ad ogni forma di reclame, di pubblicità. Nato a Torino il 2 ottobre 1937, Roberto Herliktza – dal cognome di origine ceca (che fa rima con quel genio di Franz Kafka, ceco pure lui, l'autore in lingua tedesca de “Il Processo”, de “La Metamorfosi”) - non è riuscito a conseguire nella città della Mole Antonelliana la laurea in Lettere, divorato com'era subito, da bambino, dal “fuoco sacro” del teatro, della recitazione, come la chiamerebbe il grande Vittorio Gassman.

Piccola ma significativa anche l'esperienza di doppiatore, ma, i suoi cavalli di battaglia sono stati il palcoscenico e la pellicola. Non ama la notorietà, né le foto di copertina, ma, è vasta la sua produzione, lui, fiero allievo del grande maestro d'Accademia Orazio Costa. Eccolo, allora, siamo nel 1960, nella “Francesca da Rimini”, in “Don Giovanni” (1966), in “Prometeo”, in “Otello”, in “Senilità”, guidato da registi come Calenda, Gabriele Lavia e Squarzina.

In televisione appare nel 1970 a fianco del grande Alberto Lupo, di Valeria Fabrizi e di Enzo Garinei in un “Un certo Harry Bent”. Lavora molto anche sotto la regista, allieva di Federico Fellini, Lina Wertmuller, a fianco di Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, Eros Pagni.
Ma, anche a fianco dell'indimenticabile Ugo Tognazzi, nel 1983, in “Scherzi del destino in agguato dietro l'angolo come un brigante da strada”. E vince il “Premio Gassman”.

Sono suoi compagni di scena pure Ottavia Piccolo, Andrea Occhipinti, Lucia Bosè, ne “La Certosa di Parma” diretto da Mauro Bolognini nel 1981.
Recita con Silvana Mangano, Marcello Mastroianni, i veri sex simbol dell'Italia del dopo guerra, con lo straordinario Philippe Noiret e con Stefania Sandrelli. Nel 1992 gli viene assegnato il premio “Aldo Moro” di Buongiorno, che vede la partecipazione anche di Kim Rossi Stuart.

Nel 2004 ecco i due più prestigiosi riconoscimenti del settore: il “Nastro d'Argento” come miglior attore protagonista in “Buon giorno, notte” di Marco Bellocchio (2003), ma, pure il “Premio Pasinetti”, riuscendo così a vincere il duello con il rivale Gian Maria Volontè. Sempre per la tivù, ha preso parte – colui che guidava il commando di banditi – allo sceneggiato “La Piovra 7 – indagini sulla morte del Commissario Cattani” (1995). Ha lavorato anche per il regista Roberto Faenza, nel 1997, in “Marianna Ucrìa”, tratto da un romanza di Dacia Maraini.

Maestro, il cognome tradisce origini ceche, o no?

“Sì, ma i miei genitori e i miei nonni erano italiani. E' una cosa che risale ai loro genitori o, addirittura, ai loro nonni. Si perde un po' nella notte dei tempi l'origine del mio cognome”.

Ha mai giocato a calcio?

“Quando ero bambino, giocavo, sì, un po'. Poi, ho smesso”.

In che ruolo le piaceva giocare?

“Mah, non avevo un ruolo preciso, giocavo così, in quella posizione che mi capitava. Non era il calcio una delle mie discipline sportive più intense”.

Coltivava la passione per qualche altra disciplina sportiva?

“No, devo dire che ho fatto per un po' di tempo sci d'acqua, ma, solo occasionalmente. Non ho mai avuto uno sport preferito, non ho mai praticato niente di assiduo”.

Lei è nato a Torino nel 1937: aveva qualche simpatia per la Juventus, per il Torino o per qualche altro club?

“Sì, io tenevo per la Juventus”.

C'era qualche giocatore che le piaceva della Juventus?

“Mah, mi ricordo anche la formazione dei bianco-neri di allora: Sentimenti IV, Varglien, Rava, Parola, De Petrini, Locatelli, poi, in attacco, mi perdo un po'. Invece, ricordo bene anche il Torino, anzi, posso dire che ho smesso di fare il tifoso quando il Grande Torino è caduto. E' stato uno choc così, che mi ha evidentemente allontanato un po' da quegli interessi”.

Già, parliamo della tragedia consumata sulle colline torinesi di Superga il 4 maggio del 1949: di ritorno da un'amichevole in Portogallo – contro il Benfica: gara per celebrare l'addio al calcio del portoghese Josè Ferreira – l'aereo, un trimotore Fiat delle aviolinee, che riportava a casa il Grande Torino di Valentino Mazzola, di Bacigalupo, Gabetto, Maroso si schiantò, avvolto da un'insolita nebbia, sulle colline di Superga, vicino alla Basilica, poco prima di atterrare. E quasi tutti i giocatori di quella favola granata perirono...

“Io sentii il botto: io e tanti altri. Al momento, non si capì cos'era, cosa fosse successo a Torino”.

Era a scuola?

“No, ero a casa. Mi ricordo che la tragedia avvenne nel pomeriggio, non ricordo l'ora esatta, però, mi ricordo di aver sentito quel lontano boato, e poi si è saputo cos'era”.

Anche lei prese parte a quei funerali quasi di Stato, che fecero piangere tutta l'Italia calcistica e civile?

“No, no, io non ho partecipato, assolutamente no”.

Entriamo ora, maestro, nel vivo del nostro libro: la felicità esiste e, se sì, in cosa consiste?

“No, questa non è domanda, cui si possa rispondere. Qualunque risposta si dia a questa domanda è tutto insufficiente. Non credo, comunque, che sia facile o forse nemmeno possibile ottenerla. La si può ricordare”.

Nel senso che consiste in brevi lampi?

“La si può ricordare intanto a brevi lampi, ma, anche in periodi, o, addirittura, come un qualcosa che si aveva e non si ha più, e, quindi, ci se ne rende conto dopo, quando appunto non c'è. E' una cosa che appartiene più che altro alla sua assenza: la si prova quando non c'è”.

Qual è stato il momento più esaltante della sua lunga carriera di attore teatrale e cinematografico?

“Mah, guardi, forse ne ho avuti più di uno, però, quello che potrei definire come tale fu quando il mio maestro Orazio Costa approvò la mia operazione teatrale – che era la riduzione a monologo dell'”Amleto”, che feci sentire – aspettandomi di essere piuttosto maltrattato, e invece ebbi da lui un'approvazione veramente sentita. Ecco, questo è stato il momento più alto dei miei successi”.

Com'è nata la sua passione attoriale?

“E' nata già da bambino, più che altro perché io mi ero del tutto infatuato, innamorato di un attore, Laurence Olivier, che era un grande attore inglese che aveva fatto film su Shakespeare – ha fatto l'”Amleto”, l'“Enrico V”, il “Riccardo III” - e, vedendo questi film, il mio desiderio si era trasferito alla sua immagine, cioè avrei voluto essere lui, insomma. Un fatto fantastico, che naturalmente poi si è sovrapposto, unito con la mia passione per la poesia, per la letteratura, per il teatro. Questa può essere l'origine; sicuramente un'origine di tipo che potrei definire un po' narcisistico, nel senso che il mio desiderio di essere, di fare l'attore coincideva con il desiderio di piacere a me per primo, ma, agli altri soprattutto”.

Qual è il personaggio che ha rappresentato e che meglio riflette la sua persona, il suo carattere, il suo istinto, la sua personalità?

“Mah, questo è molto difficile da dire perché la mia personalità io non so quale sia; posso dire qual è il personaggio che mi è risultato più naturale personificare e allora posso dire, a tal riguardo, che fosse stato l”Amleto” di William Shakespeare. Perché è quello in cui ho riconosciuto non certo nulla di simile per quanto riguarda le nostre vicende, ma, il carattere, il modo di essere”.

La solitudine, l'ha mai provata, quella brutta, pericolosa, diciamo così?

“No, non posso dirlo; può essermi successo per qualche giorno quando ero ragazzino per la situazione puramente tecnica, non perché nessuno mi avesse abbandonato. Non è una condizione che io abbia mai vissuto, e, comunque, se mi è capitato non l'ho considerata una sofferenza”.

L'amore: esiste, oppure esiste solo nelle favole, nei film?

“No, no, esiste sicuramente; credo che non esista, o perlomeno non sia alla portata così di essere, chiamiamoli, normali, l'amore felice, l'amore riuscito, l'amore senza problemi. Non dico che non esista: qualcuno può anche pensare di averlo ottenuto o di poterlo ottenere, però, come sentimento, se uno lo prova, come posso averlo provato io ma come credo che tantissimi lo possono provare, credo che sia soltanto un'aspirazione oppure qualcosa di negativo, insomma, un po' come si parla della felicità. E' una cosa che non si riesce ad impugnare davvero!”

E' difficile incontrare, provare l'amore veramente, totalmente contraccambiato: vuole dire così, maestro?

“Soprattutto, trovarlo e mantenerlo, come condizione stabile. Non dico che non si possa ottenerlo in certi momenti, ma, non come risultato. Vede, dottore, il mio parere sul tema amore risente di un'atmosfera letteraria, artistica, nel senso che gli amori che normalmente vengono rappresentati dall'arte sono tutti amori infelici perché il desiderio di possedere qualcosa, qualcuno, non realizzato, ispira gli artisti – infatti cantano gli amori infelici -. Ma, se devo invece dare un parere da persona normale, non da artistoide, da aspirante artista, non posso dire che l'amore invece non esista, che non sia possibile, perché sono molti i casi di unione tra due persone che s'amano e realizzano questo sentimento in modo illimitato: un esempio è quello tra me e mia moglie Chiara. Di due persone che vivono una specie di simbiosi, per cui diventano indispensabili le une alle altre: questo è un genere di amore perfettamente realizzato, anche se con tutte le luci, le ombre, le difficoltà che comporta questo sentimento anche quando è pieno. Si può dire che la beatitudine dell'amore non è realizzabile altro in qualche momento, oppure come assenza, come ricordo, come desiderio, e non come stato costante. Però, l'amore concretamente come sentimento è realizzabilissimo, tant'è vero che ci sono molte coppie che non possono assolutamente separarsi; pena, addirittura, la morte di entrambi”.

Come la storia di Giulietta dei Capuleti e Romeo dei Montecchi...ambientata qui a Verona dal grande William Shakespeare?

“Sì, certo. E, questo, poi, avviene quando oltre al sentimento c'è qualche comune aspirazione, come, ripeto, nel caso mio sia io che mia moglie Chiara siamo entrambi innamorati, oltre che di noi, dell'arte. E, in questo caso, nell'arte che io pratico, che io cerco di praticare. Un amore che purtroppo molte volte non si raggiunge, ma che quando funziona diventa un fatto che non ha fine, e, quindi, lo si può considerare un fatto assolutamente positivo di questo sentimento. Che, peraltro, nel suo aspetto di desiderio, di aspirazione è più facile da cantare che quello invece in cui la cosa è ottenuta”.

Non le è mai capitato nella vita di dover improvvisare una scena, una parte in un copione che non era previsto?

“Lei dice sulla scena? Sì, sì, di improvvisare mi è capitato più di una volta; anzi, le dirò che in genere le prove che si fanno di uno spettacolo sono delle improvvisazioni, perché uno non è che vada in scena già sapendo quello che farà; lo prova, improvvisandolo, e poi viene fissato. Se poi glielo chiede il regista, fa quello che il regista gli chiede. L'improvvisazione, dunque, è un aspetto molto importante di quest'attività. Anche facendo cinema, forse, addirittura di più, perché in cinema le cose che si fanno immediatamente vengono fissate dalla macchina da presa, per cui ha modo di non perdere moltissime sue spinte immediate, che magari invece in teatro è più difficile conservare, è più difficile mantenere”.

Quel grande genio di Federico Fellini diceva che “il teatro è finzione”?

“E' certo che il teatro è finzione, ma, lo è tutta l'arte, anche il cinema è finzione perché sono cose che gli uomini immaginano e che fissano in qualche modo, che trasmettono agli altri come qualcosa di credibile o di non credibile, ma, sempre qualcosa di personale. L'arte ripropone la realtà anche nei suoi aspetti più crudeli – vedi “La deposizione del Cristo” dell'Andrea Mantegna o “La crocifissione di Cristo” del Matthias Grunewald, raffigurato in stato ormai di quasi decomposizione, a Conrad, e quella è arte sen'altro. L'arte è – come diceva il mio maestro Orazio Costa - “sempre rappresentazione della vita. Si fa l'arte per rappresentare la vita”. Naturalmente, la vita la si può rappresentare in mille modi diversi, ma, lo scopo è quello”.

Lei è superstizioso?

“Sì, abbastanza”.

E in cosa consiste questa sua scaramanzia?

“Mah, nei luoghi comuni della superstizione, quelli che tutti conosciamo. E' una sorta di rito, se mi casca per terra il copione del lavoro che sto facendo lo devo battere tre volte, la sedia non si fa girare su una gamba, non si passa sotto le scale, il gatto nero è meglio evitarlo”.

Non si indossa niente di viola...

“No, invece, il viola è un colore che mi piace e non l'ho mai rifiutato, anche se in scena lo faccio per non scandalizzare i miei colleghi. Personalmente, non mi fa nessuna impressione, anzi”.

Cos'è che riesce ancora a farla commuovere e cosa invece le dà più fastidio nella vita?

“Posso commuovermi per tantissime – per alcune cose -: la mia è commozione così di partecipazione e di osservazione per certe cose. Mi può commuovere una cosa perché è molto bella, o una cosa che è molto priva di come dire, insomma, perché vedo qualcosa o qualcuno che non ha o che perde – compreso me stesso, naturalmente – oppure mi può commuovere un'opera d'arte, una storia, insomma, ecco. Sono parecchie le cose che mi possono commuovere. Fastidio? Sono tantissime le cose che mi possono dare fastidio, cose soprattutto che intervengono sulla mia personale personale tattilità; non perché io voglia stare sempre tranquillo, ma perché ho bisogno di una certa serenità, di un certo equilibrio per o pensare o per fare quello che mi garba, e qualcosa che interviene per disturbarmi, ecco, questa mi dà molto fastidio”.

Stiamo sullo stato d'animo della commozione. Qual è il poeta che l'ha colpito di più nel cuore: Dante, Carducci, Pascoli, Ungaretti, Leopardi?

“Mah, diciamo che i poeti mi piacciono tutti, ognuno al momento più degli altri. Però, quelli che posso eleggere come miei poeti più familiari sono certamente Dante, Petrarca e Leopardi. Può darsi che le commozioni maggiori, le partecipazioni maggiori che ho avuto le debbo proprio a Petrarca”.

E Giuseppe Ungaretti?

“Ecco, Ungaretti mi piace molto, ma lo conosco molto meno di questi: ne ho letto qualche verso che naturalmente ricordiamo tutti, però, non assolutamente non quanto quel che le ho detto”.

Di Dante, per esempio, cos'è che la commuove: il canto di Paolo e Francesca, quello di Pia de' Tolomei, quello dell'amato maestro Brunetto Latini, il sospirato incontro in Paradiso con Beatrice, quale?

“Ma, tutto. E' difficile perché Dante è teoricamente senza limiti, nel senso che è una specie di moltitudine di poeti, per cui anche in quel caso, quando uno legge una delle sue cose, dei suoi versi, sia la più bella che ci sia. Poi, ne legge un'altra e pensa la stessa cosa. Per cui, certo, poi ci sono dei versetti che tutti ricordiamo e quelli li ricordiamo perché sono di una bellezza assoluta, ma, la bellezza di Dante la si deve scoprire, e la si può scoprire un po' in ogni parola del suo poema”.

Ammettiamo che io sia un produttore teatrale o cinematografico e le affidi di rappresentarmi in scena o in pellicola l'Aldilà: come lo rappresenterebbe?

“L'Aldilà? Mah, io non ci ho mai pensato; certamente, anche perché io non ho mai pensato più di tanto di fare io lo sceneggiatore o di mettere io in scena qualcosa. E' chiaro che la prima cosa che mi viene in mente è quella cui è ricorso Dante. Però, se mi chiede quale sarebbe l'immagine che io personalmente sceglierei, forse, sceglierei un'atmosfera abbastanza inerte, abbastanza nebbiosa, o una mancanza di contorni, insomma, ecco. Qualcosa che però sarebbe soltanto l'inizio poi di un'esperienza alla quale non mi sono mai dedicato. Ho sempre e soltanto avuto l'immagine di quella che può essere l'accoglienza in un altro mondo, ma, non di quale può essere il suo modo, la sua consistenza”.

Accoglienza in un altro mondo, abbiamo capito bene, maestro?

“No, l'accoglienza dell'altro mondo, ma, non poi il modo in cui si espande, diciamo”.

Quindi, par di capire, lei non crede in Dio...

“No, no, io in Dio ci credo. Ci credo anche. Naturalmente, lei mi potrà chiedere allora perché non credere al Paradiso, all'Inferno, ecc...Temo che sarebbe un po' troppo facile che le cose fossero così, e poi soprattutto non potrebbero che essere un quadro immaginato da noi, perché, in realtà, la nostra innocenza o la nostra colpevolezza è una cosa che possiamo misurare per quanto riguarda questa vita, ma, per quanto riguarda poi l'eterno, forse, i parametri cambiano. Certamente, non dico che cambino al punto da rivalorizzare persone che quaggiù siano troppo colpevoli, ma, cambia forse il metro di giudizio: non credo che ci possiamo arrivare, da qui”.

Non le è mai venuta la nostalgia di rivedere la mamma, il padre, gli amici cari perduti, e non ha mai cullato il desiderio di volerli vedere, lassù, nell'altro mondo come lo chiama lei?

“Io ho pensato a questo, anche perché il modo in cui li abbiamo allacciati è sempre un modo non tanto pacifico, nel senso che se ne sono andati – come a tutti capita – non essendo felici. E, quindi, il fatto di poter ricostituire un rapporto come può essere stato nei suoi momenti migliori certamente ricorre a questo desiderio: di poterli rincontrare. Ma, non ho mia veramente pensato che questo sia possibile”.

Si ricorda un insuccesso che ha avuto nel cinema o in palcoscenico?

“Di insuccessi ne ricordo tanti; ne ho avuto parecchi. Poi, soprattutto ogni volta che uno non ha un successo, in realtà, è un insuccesso, perché non si può – almeno io non posso – fare questo lavoro semplicemente accontentandomi di farlo o di averlo fatto. E' chiaro che se a me il modo in cui l'ho fatto è già un successo e tante volte lo è, anche più che se piace agli altri, oppure perché è piaciuto a qualcuno, al cui giudizio io tengo, e reputo vicino al mio o quasi. Però, poi, ci sono anche gli insuccessi veri, quelli diciamo così tangibili, e sicuramente ne ho avuto tanti, ma, non è che me li ricordi in maniera particolare, non rimangono cioè come delle ferite non rimarginabili”.

Ricorda una gaffe, clamorosa?

“Ah, bé, gaffe, sì, e preferisco proprio non pensarci. Sì, mi capita di fare delle gaffe, mi è capitato e purtroppo mi capitano”.

Lei ha partecipato in tivù anche allo sceneggiato “La Piovra 7”...

“Sì, ho fatto un personaggio in un episodio, un personaggio di un testimone di un'azione criminale che aveva testimoniato per l'appunto, e che poi per salvarsi dalla vendetta si era finto pazzo, Ecco, mi ricordo questa situazione e mi ricordo che lo feci parlando in siciliano perché dovevo essere un siciliano”.

Meglio nella vita passare per pazzi e non far sapere da che parte si sta, o essere sempre e comunque se stessi?

“Ma, io non posso dire che la sincerità faccia parte di me o del mio comportamento: io non sono una persona che si comporta sempre in modo sincero. In genere, prima di attivare ad esprimermi faccio sempre qualche congeniale valutazione sulle persone o sulla situazione. Non per viltà, ma, anche per timidezza, per timore forse di colpire, di ferire gli altri. Quando, invece, la situazione richiede a me un atteggiamento del tutto sincero, allora magari esagero persino, butto via ogni forma di reticenza, di tatto, e divento anche troppo diretto. Normalmente, sono quello che si può chiamare un ipocrita, senza voler attribuire a questa parola tutto il suo significato negativo”.

Insomma, getta la maschera anche lei, lontano dalle luci della ribalta...

“Quando getto la maschera, sì, allora divento...Però, non sono i miei momenti migliori: in genere, poi, mi pento sempre di aver seguito, aver dovuto seguire il mio impulso. Tanto non è anche meglio che ogni tanto lo si faccia, ecco”.

Il dolore degli altri cosa trasmette in lei, in un “attore” della vita oltre che del palcoscenico?

“Io lo sento molto il dolore degli altri: è una delle cose che mi possono commuovere. Come attore, in effetti, rappresentare il dolore mi riesce non dico facile, ma, abbastanza più naturale che rappresentare, per esempio, l'allegria di un personaggio, perché ho per mia costituzione una certa conoscenza sia del dolore altrui che del mio: è una componente della vita che mi è abbastanza nota”.

Perché in teatro o al cinema, finzioni della vita, e nell'esistenza è più difficile far sorridere che far piangere?

“Mah, dipende: a me non è tanto difficile farle sorridere in scena come anche a volte nella vita. Io ho una certa carica di umorismo, di ironia anche se vogliamo, ed è una degli aspetti del mio carattere che chiaramente in un altro versante della mia persona mi riesce abbastanza agevole manifestare. Come appunto dicevamo prima del dolore. Per cui, certo fare il comico stabilmente è molto difficile. Bisogna avere proprio la vocazione ed io non ho la vocazione, però, una certa facilità di dare corpo alle cose buffe, alle cose che fanno ridere, bé, credo di averla”.

Il suo sogno nel cassetto e il suo più grande rimpianto?

“Il sogno, bé, ormai non si può più chiamare un sogno: quelli posso averli avuti di molto forti fino a un certo punto della mia vita, poi, si oltrepassa un certo e ci si rende conto che i sogni debbono restare tali, non possono realizzarsi. Però, non dico con questo che io non continuerò a nutrire ambizioni; che sono, oltre a quelle di continuare o di fare delle cose bene, ma di essere riconosciuto, di ricevere un riconoscimento sempre più grande per quello che faccio e farò. I rimpianti nei confronti del mio lavoro, tutto sommato, non posso dire di averne, anche perché non ho mai fatto nulla che non volessi fare. Sia nel bene che nel male, sia nelle cose riuscite cioè sia in quelle non riuscite. Semmai può dispiacermi di non avere accettato una parte o due, che poi mi sono reso conto che poi avrei forse dovuto fare. Ma, sono stati molto occasionali, molto rari”.

Qual è il verso di un poeta che ci può regalare, così, ex abrupto, cioè all'improvviso?

“Bé, è un po' difficile; a parte che ci sono dei versi meravigliosi che non sono né di Dante né di Petrarca”.

Coraggio, maestro, ne scelga uno, anche se di un altro poeta, se preferisce!

“Parlo di un verso, ovviamente. Bé, di Dante e di Petrarca ce ne sono parecchi che si potrebbero definire i più belli, sempre considerando il fatto che se uno ne legge un altro trova che sia più bello quell'altro. Però, uno dei versi più forti, più straordinari potrebbe essere quello di Cesare Pavese che dice “Verrà la morte, avrà i tuoi occhi”. Quello è certamente è un verso di grandissimo tenore. Ma, ce ne sono anche altri: c'è un verso di quel poeta ignoto che si chiama Lorenzo Calogero, poeta calabrese che praticamente non ha avuto successo in vita, e neanche dopo. Però, esiste un suo libro, e dice: “Folle sul tuo cuore come sul cuore di leone”. Che, peraltro, ricorda un verso di Petrarca, che dice, parlando della sua amata, che “di notte gli sta sul cuore come un leone”. C'è, quindi, anche un ricordo, che forse non è del tutto casuale, ma, sicuramente ce ne sono anche altri. Sono quelli che mi sono venuti in mente adesso, visto che mi ha chiesto di improvvisare: in altri momenti, me ne verrebbero in mente certamente altri, per cui è molto difficile sceglierli, così su due piedi, all'improvviso”.

Quand'è l'ultima volta che ha pianto di dolore?

“Ah, guardi, questo non lo so. Sinceramente, non lo so; preferisco non pensarci perché sono esperienze che rimangono estremamente personali: è un po' come i versi: non saprei qual è stato il momento”.

La sua infanzia, com'è stata: serena, difficile?

“No, no, io non posso dire che la mia infanzia sia stata difficile. Anzi, è stata un'infanzia, a parte i dolori ovviamente che posso aver provato perché sono una persona sensibile, come tutti quelli che lo sono, però, la mia infanzia io la ricordo come un bel periodo, come un periodo di successo in qualche modo: è stata più difficile l'adolescenza”.

Perché?

“C'è una bella differenza tra l'infanzia e l'adolescenza, perché nell'infanzia si hanno certe necessità e sono state soddisfatte, la maggior parte; nell'adolescenza le necessità cambiano e non è tanto la famiglia che ti circonda che le può soddisfare quanto invece il mondo, perché è lì che si incontra il mondo e il mondo, nel mio caso, è stato meno comprensivo rispetto al sottoscritto. Ma, intendiamoci, questo lo dico io, mentre un altro può sostenere il contrario perché nell'infanzia si può essere mal ricevuti dagli altri, e nel mio caso, grazie a Dio, no. Nell'adolescenza ho incontrato più nemici e, soprattutto, più delusioni”.

Non ha mai sofferto per amore?

“Sì, certo, tante volte”.

Allora si è innamorato più volte, non una o due come sostengono i meglio informati in questo campo.

“Sì, sì, come no. Non, non credo che sia vero, rispondendo alla sua domanda”.

Quindi, “pene d'amore, pene d'inferno”...

“Certo, l'ha detto qualcuno che l'ha provato, e molto prima di noi”.

Di lei si può dire “Vissi d'arte, vissi d'amore”, come nella Tosca di Giacomo Puccini?

“Mah, insomma, io credo che questo si potrebbe anche dire perché in fondo ho vissuto d'arte e continuo a vivere d'arte: se non ci fosse in me l'arte, se non l'avessi a disposizione, bene o male che io la faccia, non avrei altre ragioni di vivere. Poi, dell'arte l'amore fa parte. Sono due cose molto intrecciate insieme”.

Per sconfiggere l'emozione, ogni volta che lei appare sul set o sale sul palcoscenico è sempre stato se stesso o ha dovuto mettersi una maschera, una sorta di filtro protettivo?

“No, la maschera protettiva salendo sulla scena mai. Semmai mi sono più di una volta ripetuto “Io vivo per questo” per richiamarmi alla necessità di affrontare l'emozione o anche per la paura del momento, per potere continuare a campare. Non tanto per fare quella sera bella figura, ma perché un cedimento sarebbe un po' come uno che cammina su una corda e mette un piede in fallo: se lo facesse, non so se riuscirebbe poi ad andare avanti, e un pochino può essere questo che uno deve affrontare ogni volta che si presenta sulla scena”.

I suoi genitori erano insegnanti, avevano fatto teatro anche loro, provenivano da quel mondo?

“No, mio padre aveva, per breve periodo, fatto l'artista, faceva il cantante di musica da camera e lo ha anche fatto, smettendo poi abbastanza presto; mia madre non aveva una professione”.

Famiglia numerosa?

“No, no, siamo io e un fratello. Poi, mio padre e mia madre si sono separati, mio padre si è sposato con un'altra donna, ha avuto una figlia, che è mia sorella. Non sono, quindi, cresciuto con mio padre, ma con mia madre: il padre l'ho conosciuto che avevo sette-otto anni”.

Maestro, si è laureato?

“No, non mi sono laureato: mi sono iscritto a Lettere, ho dato quattro esami, poi, ho smesso”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 18 agosto 2011

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