ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

18/9/11 - INCONTRI RAVVICINATI: ALESSANDRO SCANZIANI

CUOR DI SCANZIANI

L'Italia ricorda ben pochi faticatori del centrocampo, i cosiddetti “motorini”, dotati tecnicamente e capaci, soprattutto, di vedere la porta. Ed è stato questo, la visione della porta avversaria, la precisione balistica e la grande correttezza in campo, a costituire il più grande rammarico di Alessandro Scanziani, quello di non aver mai potuto indossare la maglia azzurra.

Alessandro nasce a Verano Brianza il 23 marzo 1953 da un padre che l'avrebbe voluto farmacista, e che sarebbe stato disposto a vendere la fornitissima stazione di servizio pur di vedere sistemato alla grande il figlio, invece calciatore. Ed Alessandro, in parte, ha cercato di accontentare il genitore, iscrivendosi alla Facoltà di Farmacia, ma, dopo due soli esami superati, era attratto dalle magiche sirene del calcio giocato.

Lunga, intensa la sua carriera. Che parte dalla Pistoiese, passa per i lombardi del Meda, poi, per Livorno, Como (1974-1977) e, infine, sosta per due stagioni nell'Inter di Evaristo Beccalossi, di Beppe Baresi (dal 1977-1979), in cui conquista la prima delle due Coppe Italie (1977-78). Altre due stagioni nell'Ascoli, quindi, le grandi soddisfazioni nella Sampdoria (dal 1981 al 1986) e la prima Coppa Italia sollevata (edizione 1984-85) in cielo dai blucerchiati dal loro capitano, Alessandro Scanziani, appunto. Poi, è con il Genoa (dal 1986 all'88) e, in ultimo, all'Arezzo.

Intensa anche la carriera di allenatore: Como, Modena, Lumezzane, Spal, Lecco, Pro Sesto, Pergocrema.
Scanziani ha anche fatto politica (è stato Consigliere Comunale nella sua Verano Brianza), diventando poi apprezzato commentatore di partite di calcio per varie emittenti televisive.
Mezzala di punta, nell'Inter del presidente Ernesto Pellegrini ha collezionato in tutto 46 gare, realizzando 8 reti. Come calciatore professionista, ha superato le 500 presenze, griffando 80 e più reti.

Quando lo intervistiamo, non sappiamo che è appena stato colpito da un grave lutto: il 17 luglio (proprio di domenica, il giorno del Signore) l'amatissima moglie Maria Pia – che gli ha dato tre splendide figlie – è venuta a mancare a soli 58 anni. Scanziani, espulso solamente due volte in tante e tante battaglie sotto il sole e in mezzo al fango, il “gigante settepolmoni” di tante squadre mostra, durante il nostro delicato colloquio, il suo lato più intimo e più sensibile, lacerato da una ferita che gronda ancora, comprensibilmente, molto sangue.

Da cosa nasce la sua longevità calcistica?

“Sicuramente, dalla fortuna di avere avuto un fisico buono, che non ha subito gravi infortuni: solo qualche problema al ginocchio, un menisco quando ormai avevo 33 anni. Eppoi, probabilmente perché ho sempre fatto una vita sana, vedi buona alimentazione e a letto presto alla sera, per cui, senza stravizi credo si possa durare di più”.

Qual è stato il momento più bello di tanti anni di calcio e diverse squadre?

“Mah, a mio modo di vedere, ce ne sono stati più di uno. Uno dei primi il passaggio all'Inter, anche se da piccolino ero di fede milanista, però, uno nasce con una fede e rimane quella, tante cose si cambiano, la fede calcistica no. Sono arrivato in una grande squadra, in una grande società conosciuta in tutta Italia e in tutto il mondo, Forse, la gioia più grande è stata quella di aver prima riportato la Samp in serie A e poi di aver vinto la prima Coppa Italia con la maglia blucerchiata. E, da capitano”.

Esiste nella carriera di ogni calciatore il gol bello stilisticamente e quello più importante ai fini del risultato. Vogliamo sceglierli?

“Non è facilissimo. Forse, il più bello, dal punto di vista stilistico, quello al primo anno di serie A in casa, allo stadio “Sinigaglia”, con la maglia del Como e contro il Bologna: un tiro al volo da 25 metri, che si è insaccato all'incrocio ed è stato, secondo me, uno dei più belli. Oppure, un altro con l'Inter, uno in rovesciata a Roma – l'ho appena visto, fatalità, su “you tube” – sotto porta, contro i giallo e rossi”.

Quello, invece, più pesante?

“Non ho mai fatto un gol decisivo per la vittoria di un campionato né per la conquista di una delle due Coppe Italia che ho vinto (una con l'Inter e l'altra con la Samp), ma, uno che mi ricordo con più piacere è stato quello segnato alla Juve, con la Samp, perché fare gol alla Juve, allora, non era assolutamente impresa facile e mi ricordo un gol mio e uno di Platinì dall'altra parte. Quando ti confronti con questi campioni e riesci magari e metterti anche a segnare, sicuramente è motivo di orgoglio”.

Era successo al “Del Duca” di Ascoli?

“No, al ritorno, al “Comunale” di Torino, dove vincemmo 2-3, e per l'Ascoli andare a vincere a Torino era un evento straordinario”.

Chissà che contento sarà stato il presidente dei marchigiani, l'ingegner Costantino Rozzi?

“Sicuramente, sì; era un grande presidente, era un vulcano, anche se non era facile dialogare con lui, perché, alla pari di tantissimi presidenti di allora, avevano sempre ragione”.

Un'autorete clamorosa, esiste nel suo album dei ricordi?

“Diciamo che di autoreti clamorose, decisive, ricordo di non averne mai fatte: ecco, deviazioni su tiri da fuori area, o dalla distanza. Mi ricordo un retropassaggio con l'Inter, sempre ad Ascoli, e con il mio amico Ivano Bordon in porta: la palla colpì l'incrocio dei pali, ma, per fortuna, si trattò di una quasi autorete”.

Un'espulsione, magari, la più lunga?

“Ho subito solo due espulsioni, una all'inizio della carriera e una alla fine. Una con il Como a Varese, in un derby accesissimo, un'espulsione gratuita perché ho fatto una brutta entrata per allontanare la palla, in quanto c'era il mio compagno Fontolan a terra, ed, essendo l'avversario arrivato prima di me, io presi prima la palla e l'arbitro pensò che la mia fosse l'intenzione di fare del male all'avversario. E venni espulso. L'ultima ad Arezzo, nell'ultimo anno in cui ho giocato, tra l'altro, da capitano, ed anche quella per incomprensione con l'arbitro. Altrimenti, ero cattivo, deciso, ma falli gratuiti sicuramente non li ho mai fatti, né ho dovuto reclamare con l'arbitro al punto di essere espulso”.

Il giocatore che l'ha fatta ammattire di più?

“Premetto che non sono stato un marcatore né avevo una benché precisa disposizione tattica in campo. Ricordo all'inizio della carriera, la prima amichevole che sostenni con il Como contro il Milan mister Pippo Marchioro mi mise a marcare Rivera, che, tra l'altro, era un po' il mio idolo, e non beccai mai la palla. Però, penso che abbiano fatto brutte figure in tanti contro Rivera. L'altra contro Maldera, del Milan, in un derby studiato a lungo tutta la settimana perché Maldera in quel periodo faceva un sacco di gol, e ci si preparava a dovere sul come marcarlo, ebbene, l'ho marcato bene, però, alla prima attenzione, lui mi fece gol comunque. Questo in un derby Milan-Inter, sì”.

Lei ha avuto la sorte di giocare nell'Ascoli dei tanti laureati: in testa il portiere Felice Pulici, poi, De Vecchi, entrambi laureatisi in Giurisprudenza ed oggi apprezzati avvocati. Non le è mai venuta la voglia di imitarli anche fuori dal campo, non si è lasciato contagiare da loro?

“No, io, finito il Liceo Scientifico, mi sono iscritto all'Università, a Farmacia, nell'anno in cui mi sono iscritto la società – perché allora noi giocatori appartenevamo ai club – la società mi mandò in prestito un anno al Livorno, in C, per cui ho detto “provo un anno, se va bene, bene, altrimenti continuo gli studi di Farmacia. Perché Farmacia? Perché l'idea di mio papà era quella di volermi vedere sistemato, conducendo una farmacia dalle mie parti. Il primo anno ho provato, ho superato un esame, poi, il secondo ne ho sostenuto un altro, ma, ho cominciato a giocare in serie B, ed, allora, l'impegno calcistico mi ha assorbito completamente. In più, la voglia di studiare non era tra le migliori”.

Papà, allora, aveva dei bei soldini per rilevare una farmacia, o no?

“Ma, papà aveva un bar-tabaccheria-stazione di benzina: lavorava lui, 24 ore su 24, la nonna, la mamma, le due sorelle, e pensava, quindi, di essere in grado di comperarla se non da solo assieme a un cugino, di 3-4 anni più grande di me, e che sta seguendo anche lui il Corso di laurea in Farmacia. Ma, nella vita bisogna fare quello che piace, non quello che è più remunerativo. E' già una fatica dover andare a lavorare ogni giorno; se poi si esercita un'attività che non piace, è difficile vivere”.

Ci sembra un Gabriele Oriali più moderno in campo, simbolo della combattività, della resistenza fisica, della corsa, della lotta. Qual è stato il suo rammarico più grande?

“Forse, un rammarico è stato quello di essere arrivato all'Inter forse un po' troppo presto, e non a 27-28 anni, come quando sono andato alla Samp. Dove, con più esperienza, ho potuto giocare più da protagonista. L'altro rammarico – ogni tanto ci penso, ma, non vado oltre più di tanto – è quello di non essere stato convocato in Nazionale, visto i gol che facevo da centrocampista. Non tutti i centrocampisti che venivano convocati in azzurro possedevano il mio piede, non proprio quello perché non discuto che fossero più bravi di me, ma, non vedevano la porta, non avevano il mio stesso senso del gol. Avevo questa facilità di tirare e segnare: ho fatto un'ottantina di gol, mentre gli altri centrocampisti sempre convocati in Nazionale, ne hanno fatti meno della metà rispetto a me. Però, sinceramente, quelli che hanno chiamato se lo meritavano”.

Il dolore altrui che cosa trasmette ad Alessandro Scanziani, un “guerriero” di tante battaglie sull'erba e sul fango?

“Sicuramente, una sconfitta della nostra società, la quale non è in grado di prendersi cura dei più deboli...”.

Il colloquio si interrompe improvvisamente: Scanziani abbassa precipitosamente il tono della voce e spiega: “Guardi, io ho perso la moglie due mesi fa, il 17 luglio, e tutte le volte che mi recavo in ospedale a trovare mia moglie vedevo i bambini ammalati di cancro, in “Oncopatologia Neonatale”, bambini più o meno messi male, con flebo e tubicini da tutte le parti, e la cosa, tra virgolette, mi consolava, perché dicevo “almeno mia moglie fino a 58 anni è arrivata, insomma””.

Lei l'ha persa la Fede, se ce l'aveva, oppure, questa grave perdita l'ha aiutata a rafforzare?

“No, l'ho sempre avuta, sono stato sempre un cattolico praticante, ho tre figlie che sono l'immagine del nostro grande amore, mio e di Maria Pia. Secondo me, ci credono tutti in Dio, anche se ufficialmente dicono di no”.

Come s'immagina l'aldilà, visto che lei ha ammesso di crederci?

“Me l'immagino così come spesso faccio fatica a capire il Disegno che Dio ha su di me e sulla mia famiglia. Per cui, non so come sarà. So che c'è, ma, spero solo nell'Aldilà di ritrovare mia moglie”.

Che cos'è che la commuove e cosa invece le procura maggior fastidio nella vita di tutti i giorni?

“Mi commuove qualsiasi cosa mi succede, tipo leggere una lettera, un bigliettino di condoglianze, che mi sono arrivate in questo periodo, o vedere un film un po' strappalacrime, che me le strappa appunto, e allora non riesco a trattenermi. Che mi dà fastidio è la presunzione mia o di una persona di non voler imparare dai propri errori, perché il presuntuoso pensa sempre di essere dalla parte della ragione e di non sbagliare mai”.

Anche l'arroganza di certi potenti, o no?

“No, l'arroganza fa parte dell'uomo così come gli errori fanno parte della natura umana. C'è chi lo è di meno e chi lo è di più arrogante; qualche volta, in certe situazioni, fa anche bene avere un po' di presunzione, per cercare di emergere in questo tipo di società e, soprattutto, nel mio lavoro. Però, il capire i propri errori penso che sia importante”.

Il calciatore o i calciatori assieme ai quali ha avuto la fortuna di giocare?

“Ne metterei due o tre: uno come Vierchowod, uno come Trevor Francis - che non è stato fortunato per via degli infortuni subiti ai tempi della Samp -, penso che siano stati tra i migliori con cui ho giocato. Potrei dire anche Beccalossi, se avesse avuto la mia testa, probabilmente avrebbe giocato dieci anni in Nazionale. Adelio Moro aveva un piedino fatato: diciamo che sono stato fortunato perché ho giocato con tanti forti giocatori, lo stesso Liam Brady, che non era male nemmeno lui. Mancini e Vialli. Li stavo dimenticando, Dio mio”.

Tra gli avversari, abbiamo detto Rivera, Platinì e poi chi ancora?

“Maradona, Zico, Falcao: ce ne sono stati di stranieri talmente forti che sono venuti qui in Italia nel mio periodo”.

Anche Attilio Lombardo, con cui, immaginiamo, lei avrà giocato nella Sampdoria?

“No, non ho giocato, perché io non c'ero già più. Non è che io me ne sia andato, per carità, è che non mi hanno più voluto”.

La felicità esiste, e in cosa consiste per Alessandro Scanziani?
Il nostro “capitano di tante battaglie” tira un lungo sospiro, mormorando: “Bella domanda questa!”
Poi, riattacca:

“Bé, la felicità è svegliarsi tutte le mattine, nel vedere le persone care vicine (e la voce comprensibilmente si abbassa perché è chiaro il riferimento alla cara Maria Pia che non c'è più da un paio di mesi a questa parte), e diciamo nell'avere un buon rapporto, una buona armonia con le persone in genere, ed ancora di più, con chi ami e da chi sei amato”.

Lei è stato a lungo calciatore lontano da casa: non ha mai provato la solitudine?

“In genere, no, perché ho avuto la fortuna di aver avuto una bella famiglia, come papà, mamma, le sorelle, ed anche adesso, in questo momento di tragedia, come la morte di mia moglie, sono comunque sempre circondato dalle figlie, dalle sorelle, dalle nipotine, dagli amici, per cui non sono mai stato lasciato solo un attimo e non so cosa sia la solitudine dal punto di vista di non aver avuto vicino delle persone. A volte ti senti solo magari quando hai da affrontare un compito che spetta a te; se magari non ce la fai, ti senti un po' impotente. In quel momento, magari, vorresti che ci fosse qualcuno che ti aiuta a risolvere il problema. Quando il problema è tuo è tuo, insomma, c'è niente da fare”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 10 settembre 2011

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