ULTIMA - 18/3/19 - LA VIRTUS VINCE A TERAMO E INTRAVEDE LA SALVEZZA

Continua la serie positiva della Virtus Verona di mister Gigi Fresco che vince per 2 a 1 allo stadio “Bonolis” a Teramo e la salvezza ora sembra davvero possibile. I rossoblu veronesi hanno un ottimo approccio alla gara e all’11° sono già in vantaggio. Onescu dalla destra con un traversone basso taglia l’area biancorossa e sulla palla arriva in spaccata
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INCONTRI VIP'S

21/9/11 - INCONTRI RAVVICINATI: SERGIO BRIO

GIOCARE CON...BRIO

Sergio Brio nasce a Lecce il 19 agosto 1956, nella squadra che lo vede approdare subito in C1, e farsi notare dalla Juventus, che prima lo gira per tre stagioni alla Pistoiese per poi tenerselo ininterrottamente dal 1978 al 1990. Stopper all'inglese, giocava di anticipo e al volo contro tutti, pronto ad avanzare ed irrompere anche in rete (9 i gol in 157 gare in bianco-nero e 5 nelle competizioni europee), una sola vola espulso (e con l'ammenda di una sola domenica e basta).

Il “trampoliere” juventino si trasforma in un gladiatore nel breve, ma, è sempre leale nella lotta, insuperabile frontalmente e sulle parabole, amico degli amici, indifferente con gli avversari. Già, la Juventus: è la squadra con cui vince tutto quello che c'era da vincere in Italia (4 scudetti e 3 Coppe Italia) e in campo internazionale (SuperCoppa Europea, Coppa delle Coppe, Coppa Uefa, Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale).

Ma, il cittì della Nazionale Enzo Bearzot non ha occhi né per lui né per Furino, ed, allora, la Vecchia Signora diventa padre e madre del centrale difensivo bianco-nero. Che, appesi gli scarpini al chiodo, intraprende anche la carriera di allenatore: è vice di Giovanni Trapattoni alla Juventus, poi, nel Cagliari, sempre all'inizio degli anni Novanta. Vanta un'esperienza, nella stagione 2003-4, nella Jupiler League, guidando in Belgio il Mos e salvandolo dalla retrocessione in serie B.

Senta, Brio, scegliamo, tra i tanti, il momento più bello, la copertina più rappresentativa dei suoi momenti più belli da calciatore.

“Quando nel 1985 arrivammo con la Juventus sulla cima del mondo, vincendo la Coppa Intercontinentale a Tokio. E' il massimo cui un giocatore possa aspirare e la conquistammo contro l'Argentinos Juniors Calcio, anche con un mio gol su rigore”.

Oltre a voi bravi cecchini, ci fu uno strepitoso Stefano Tacconi tra i pali durante quegli interminabili calci di rigore, o no?

“Sì, è vero”.

Esiste un rammarico in tanti anni di carriera punteggiati da scudetti e trofei internazionali?

“La morte di Scirea, sicuramente: Gaetano era il mio compagno di reparto e ho condiviso con lui tante gioi e tanti dolori. E, poi, la morte nel maggio 1985 – finalissima di Coppa dei Campioni contro il Liverpool - dei 39 caduti a Bruxelles, all'”Heysel”. Questi due fatti tragici vanno al di là dell'aspetto puramente agonistico e li voglio scegliere perché i sentimenti che provo verso Gaetano Scirea e tutti quei tifosi morti per una partita di calcio sono ancora in me molto forti”.

Qual è stato l'avversario più tosto con cui lei si è misurato?

“La punta più difficile da marcare è quella più completa dal punto di vista tecnico. Ed allora dico due giocatori: uno era Van Basten, che era alto quanto me, rapido, destro e sinistro, buono di testa, bravo nei movimenti, ed era difficile da marcare; l'altro era Altobelli, che spesso m'ha fatto gol, e, se vuole, le racconto un episodio che mi è successo. Un giorno ero a Forte dei Marmi, e il presidente Boniperti mi chiama al telefono (non c'erano ancora i cellulari), quello presso il bar della stazione balneare in cui stavo soggiornando. In quei cento metri io le penso tutte e comincio a preoccuparmi: magari non sono più della Juventus, Boniperti mi avrà venduto. Quando vado lì, a rispondere al telefono, Boniperti mi chiede “Ciao, Sergio, come stai?”, “Bene, presidente” rispondo, “e lei?” “Bene, grazie. Guarda che ti ho preso Altobelli così l'anno prossimo non ci fa più gol”. Questa fu una battuta grandissima di un grandissimo presidente quale era Boniperti”.

Che ricordo conserva dell'Avvocato, Gianni Agnelli?

“E' stato unico. Persona speciale, persona molto modesta; a uno può sembrare che lui fosse importantissimo, ma, lui non lo faceva notare né pesare a nessuno. Quindi, è stato anche una persona che ci ha dato anche dei consigli”.

Un aneddoto tra Sergio Brio e l'avvocato Gianni Agnelli?

“Due cose: mi disse che l'unica volta che l'Avvocato Agnelli è stato messo in difficoltà è stato per colpa mia. Perché io sono arrivato alla Juventus in prestito dal Lecce e non giocavo: ho giocato la prima partita e in quel periodo in cui non giocavo, quando andammo a trovarlo a Villar Perosa, la domenica mattina prima della gara come era sua abitudine fare, sorsero un po' di discussioni, visto che l'Avvocato si interessava anche degli altri calciatori. E Trapattoni mi riferì più tardi che l'unica volta che l'avvocato Agnelli mi ha messo in difficoltà è quando bisogna far giocare Brio, perché mi hanno parlato tutti bene di questo giocatore”.

Ma, un rapporto diretto tra lei e l'Avvocato, che so, una battuta che le è rimasta impressa?

“Quando io ho smesso di giocare, andai a trovarlo in Fiat, nel giugno del 1990, e c'erano i Mondiali di calcio in Italia. Mi recai nel suo ufficio per salutarlo e lui mi pregò di consultare un libro a colori sui Mondiali mentre stava concludendo una telefonata. Finita, la conversazione telefonica, mi esclamò: “Allora, che fai? Intanto, tieni questo libro!” Me lo regala, Avvocato?, chiesi. “Certo che te lo regalo, dopo tanti anni che hai trascorso alla Juventus”. E poi mi disse: “Ma, mi ha detto Paolino Rossi che ha smesso di giocare perché ha preso tante botte...”. “Eh, avvocato” replicai, “anch'io ne ho prese di botte...”. “Sì” aggiunse l'Avvocato “ma ne hai anche date!””.

La Juventus può aver pagato le gravi conseguenze della nota vicenda “Moggiopoli” perché non c'era più la figura di un personaggio importante qual era sicuramente l'Avvocato?

“Bé, non voglio risponderle: lei si è già dato la domanda ed anche la risposta”.

Esiste un rigore clamorosamente sbagliato da Sergio Brio, cui non era richiesto, da difensore, la finezza dei piedi?

“Sì, ne ho sbagliato uno che era valido per la qualificazione nella Coppa dei Campioni contro il Real Madrid. Fu per me un colpo, ma, poi, c'è da dire che io facevo parte della batteria dei rigoristi, eh. Io, nei novanta minuti regolamentari, non ero uno dei rigoristi, o il rigorista ufficiale, ma, in Coppa Italia e in altre manifestazioni mi incaricavano di andare sul dischetto: facevo parte dei cinque che dovevano batterli i rigori”.

Dopo quello sbaglio contro il Real Madrid pianse, fu decisivo ai fini del risultato quel suo errore dagli undici metri?

“Bé, uno sicuramente ci resta male. Ma, la vita deve continuare, perché, se3 uno pensa sempre a quel rigore sbagliato, non va avanti. Siamo dei professionisti e sappiamo che il pallone può andare dentro e può andare fuori. Quindi: dobbiamo farcene una ragione. Chi non se ne fa una ragione, non è un professionista”.

Ma, quella volta, contro i “bianchi” di Madrid, il suo errore fu decisivo o no?

“Fu decisivo il mio errore e quello di Manfredonia , che non era mai andato sul dischetto, e di Favero, che anche lui non era mai andato su un calcio di rigore. Anche perché qualcuno non l'ha voluto tirare...”.

Sì, come nella finalissima di Coppa dei Campioni 1983-84, disputatasi all'”Olimpico”, tra la Roma e il Liverpool, e sia Falcao che Cerezo non ebbero il coraggio di andare a battere i calci di rigore dopo l'1-1 finale...

“Come le dicevo prima, siamo professionisti tutti, però, quando c'è da prendersi i meriti, ce li prendiamo volentieri, quando c'è da prendersi i pomodori, nessuno li vuole prendere. Favero e Manfredonia si presero i pomodori, pur non avendo delle colpe”.

Quand'è che ha pianto di commozione calcistica e quando di dolore vero?

“Di commozione calcistica, quando ho smesso. Ho smesso a Lecce, nella mia città, in Lecce-Juve, e mi ricordo sempre che mia sorella è venuta a prendermi al campo – perché poi rimanevo a casa – e nel tragitto per tornare a casa mi sono messo a piangere”.

Un gigante come lei, Brio, un cuore ce l'ha?

“Tutti dicono che non ho un cuore, ma io ce l'ho”.

Cos'è che la commuove tutti i giorni e cosa invece le dà più fastidio?

“Mi commuove il fatto che io abbia dato veramente il cuore per questa Juve; ci abbiamo messo l'anima per questa società, per questa maglia. E, invece, mi fa schifo l'ipocrisia della gente”.

Un bel tramonto, un film dalla trama commovente, un capolavoro, un gesto di grande generosità la toccano, oppure la lasciano indifferente?

“Cerco sempre di aiutare il prossimo perché so che io sono una persona fortunata, perché il calcio mi ha dato i soldi, mi ha dato la fortuna di essere famoso, di conoscere Agnelli, di conoscere Boniperti, di conoscere il famoso Segretario di Stato degli Usa Henry Kissinger, di entrare alla Casa Bianca, di conoscere persone e luoghi che mai mi sarei immaginato di conoscere. Quindi, mi considero un uomo fortunato”.

Il dolore degli altri che cosa trasmette in un gigante buono come lei?

“Fa un certo effetto. E sicuramente fa un certo effetto; per me, sì. Questi sono i valori della vita: esistono altre cose nella vita più importanti dei soldi, e che noi sottovalutiamo”.

L'ultima volta che ha pianto?

“Nell'aprile del 1980, quando mi sono rotto tutti i legamenti a Vado Ligure. Credevo di non giocare più a calcio. Come credevano tutti che non avrei più messo piede in campo. Compreso chi mi aveva operato. Invece sono resuscitato dopo un anno, giocando per dieci anni in serie A”.

Parlando, invece, di dolore affettivo, non fisico?

“Quando ho perso mamma e papà e i suoceri”.

La sua famiglia, ci parli un po' dell'ambiente in cui è cresciuto.
“Ho una gemella e una sorella più grande di dieci anni”.

E' nato nella bambagia?

“No, no, i genitori facevano i parrucchieri: non stavano male, però, non stavano neanche male. Conducevano una vita normale, non m'hanno mai fatto mancare niente e io ovviamente li ho accuditi fino alla morte perché trovo giusto che quando i genitori hanno bisogno nel periodo finale della loro vita, tu figlio devi assolutamente essere presente ed al loro fianco. Sempre”.

Lei crede in Dio?

“Sì, ma non frequento; devo essere onesto”.

Nell'Aldilà lei ritiene che troveremo qualcuno, qualcosa oppure niente?

“No, non lo so, non me lo pongo in questo momento il problema: sono sulla terra e poi si vedrà quando morirò”.
Non le piacerebbe rivedere, oltre ai suoi genitori, il grande Gaetano Scirea, gli amici cari scomparsi prima?
“Bé, sicuramente, i miei genitori”.

Come se l'immaginerebbe l'Aldilà?

“Spero che sia migliore della vita terrena”.

Il giocatore più grande assieme al quale lei ha giocato?

“Uno direbbe subito Platinì, no, ma ricordiamoci che quando Platini ha giocato nella Juve è diventato grande in Italia perché l'abbiamo fatto diventare noi con Tardelli, Gentile, Zoff, Bettega, che non erano meno forti di lui. E' diventato grande perché c'erano loro”.

Ed anche con Antonio Cabrini...

“Bravo, bravo!”

In Europa qual è stato l'avversario più difficile che le è toccato di marcare?

“Jan Rush, del Liverpool. Che in seguito venne in Italia, nella Juventus”.

E dello “Squalo” - Joe Jordan, quello senza gli incisivi – si ricorda?

“Ho un episodio su Joe Jordan; se vuole glielo racconto. A Torino abitavo in un palazzo, dove risiedeva anche il presidente del Milan Club di Torino. Un giorno, dopo averlo affrontato e marcato a “San Siro”. Lo incrocio sulle scale, il presidente rosso-nero, e lui che mi dice: vedrai che hai a che fare con un grande giocatore: ti farà dannare! Io ero molto amico di questo dirigente milanista. Andò a finire che io giocai abbastanza bene, quasi lo annullai, e nella casella della posta trovai un bigliettino con su scritto “Joe Jordan, “lo Squalo”, lo hai fatto diventare una sardina!””.

Espulso?

“Una volta soltanto: la partita la conoscono tutti, l'hanno fatto vedere in tutte le salse. E' quella di Napoli-Juventus, quando al “San Paolo” Maradona fece il gol all'incrocio dei pali su punizione. Era una giornata piovosa e, alla fine del primo tempo andai a saltare di testa marcato stretto da Bagni. Che mi rifilò una gomitata: premetto che io sono molto amico di Bagni. Mi diede una gomitata e l'arbitro Redini, all'ultimo minuto del primo tempo, ci espulse tutti e due. Gli vado incontro, spiegandogli che io non l'avevo neanche toccato: “No, no, tutti e due fuori!”. Arrivai nello spogliatoio e Boniperti si precipitò su di me assieme a Trapattoni e mi disse: “Ma, non vedi che l'hanno fatto apposta per farti arrabbiare? L'hanno fatto apposta per farti cadere nella rete della provocazione?”. Intanto – risposi – siamo stati espulsi tutti e due, eppoi, io non l'ho toccato Bagni. E' la prima volta, presidente Boniperti, che non tocco una persona! Così fu. In settimana riguardammo attentamente il filmato in questione e l'avvocato Chiusano, il nostro difensore, vide anche lui il filmato e pronunciò: “Guarda che Brio non ha fatto niente! Anzi, è stato Bagni che gli ha rifilato una gomitata. Mi accompagnò alla Commissione Disciplinare e il Giudice appioppò due giornate a Bagni e una sola a me”.

Sergio Brio e la Nazionale: un matrimonio mai nato né consumato...

“Ho finito con l'Olimpica; nella nazionale Maggiore non ho mai giocato, ma non è un problema perché non ho mai fatto una polemica né mi sono mai creato un trauma o un senso di inferiorità. Tutti gli allenatori hanno diritto di scegliere gli allenatori che vogliono loro. Io non facevo parte delle preferenze di Bearzot né di Vicini; ognuno può fare ed agire come vuole ed è giusto che sia così. Come Trapattoni ha scelto sempre me nella Juventus, mai quello dopo, non ha mai preso Vierchowod, anche se aveva la possibilità di prenderlo. Ha sempre avuto fiducia di me ed io l'ho ripagato. Un allenatore è impossibile che possa cambiare idea, se ha delle preferenze: allora, in voga eravamo in quel ruolo io, Collovati e Virchowod. Se a lei piace mangiare un piatto di spaghetti anziché un piatto di fagioli, è giusto che mangi un piatto di spaghetti invece di un piatto di fagioli: a ognuno deve essere riconosciuta la libertà di scegliere. E io non farò mai alcuni reclamo perché so che l'allenatore ha il diritto di scegliere il giocatore che vuole”.

Il gol più decisivo e quello più bello dal punto di vista stilistico?

“Il più pesante è quello che ho ricordato prima nella finalissima della Coppa Intercontinentale a Tokio. Quello che mi è rimasto più nel cuore, anche se ne ho fatto uno di destro al Napoli incrociando ed insaccando, scelgo quello contro la Roma, l'anno in cui i giallo e rossi vinsero lo scudetto, anche se vincemmo noi e quella volta segnarono Falcao, Platini e Brio (1-2 all'”Olimpico”). Si pensò che quella sconfitta potesse mettere in discussione lo scudetto dei romani, ma, così non fu, però, quel mio gol fece tremare la Roma”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 19 settembre 2011

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