ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

25/9/11 - INCONTRI RAVVICINATI: IVANO BORDON

PARATE ALLA BORDON

Ivano Bordon ha trascorso una vita a difendere i pali dell'Inter: dal 1969, quando arrivò dalla Juventina di Marghera (Ve), la città in cui è nato il 13 aprile 1951, fino al 1983, collezionando 383 presenze. Già, l'Inter: il debutto è di fuoco, negli ottavi di Coppa dei Campioni, edizione 1971-72, contro il Borussia di Moenchengladbach, contro cui, nella gara di ritorno, parando il rigore dello 0-0, permette ai nerazzurri di qualificarsi al turno successivo.

Sempre nell'Inter conquista due scudetti (edizioni 1970-71 e 1979-80) e due Coppe Italia (1978 e 1982). Ma, anche nella Sampdoria (nel 1985), dove gioca tre campionati, conquista il massimo trofeo italiano, prima di chiudere la carriera a San Remo e a Brescia. Con la maglia azzurra ottiene 21 presenze: è campione del Mondo nel 1982 in Spagna come secondo portiere di Dino Zoff, e campione del Mondo in Germania, nel 2006, come preparatore dei portieri azzurri convocati dal cittì Marcello Lippi. Grazie a questo successo, la Figc gli conferisce la “panchina d'oro”, anche perché Ivano Bordon è l'unico portiere italiano ad avere vinto due titoli Mondiali, uno come portiere in seconda, l'altro come preparatore dei portieri.

Qual è stata la parata più bella, più prestigiosa di Ivano Bordon?

“La più importante per la mia vita calcistica e non credo sia sta quella in campo internazionale in Coppa dei Campioni, a Berlino, il 1° dicembre 1971, contro il Borussia Moenchengladbach di Netzer, nella quale parai un rigore, la partita finì zero a zero e con il risultato di 4-2 a nostro favore riportato all'andata superammo il turno”.

Possiamo rivisitare brevemente quanto intensamente quel filmato della sua vita calcistica?

“Era la famosa partita della lattina”.
Quella, se non ricordo male, scagliata dalla tribuna sul capo di Boninsegna?
“Esatto! Quella persa 7-1, poi, non omologata; quindi, fu fatto subito il ritorno e vincemmo 4-2 a “San Siro”, e venne rifatta a Berlino quella partita lì e finì zero a zero. Però, appena dopo un quarto d'ora, ci fu un calcio di rigore che io parai, insomma, e diede un po' la svolta alla partita: fu una delle mie parate più importanti”.

A chi l'aveva parato quel tiro dal dischetto?

“Glielo avevo parato a Sieloff. Che nella gara del 7-1 io entrai al posto di Lido Vieri nel secondo tempo, quando perdevamo già 5-1, e subii uno dei due gol su rigore calciato da Sieloff. Quindi, cercai di ingannarlo nel rigore che parai”.

Lo battè alla stessa maniera, con la stessa traiettoria?

“Sì, io cercai, con una finta, di invitarlo a tirare dalla parte dove mi aveva già fatto il primo gol- quello del 7-1 -, invece, poi, andai dall'altra parte e riuscii a pararlo”.

Si ricorda la data di quella sfida infinita?

“Berlino, 1° dicembre 1971”.

Qualcosa come 40 anni fa, eh?

“Eh, sì, io avevo vent'anni”.

Di cosa si occupa oggi Ivano Bordon?

“Ho sempre fatto il calciatore, e poi, una volta smesso, ho iniziato da subito a fare l'allenatore dei portieri e ho lavorato fino ai Mondiali di Sudafrica del 2010 ed ero nello staff di Marcello Lippi. E' un anno che sono fermo, che sono in pensione”.

Pensione per un grande sportivo come lei è parola troppo grossa. Poi, mi hanno detto che lei si tiene in forma, frequentando la palestra...

“E, lo so, ma l'età, l'età calcistica c'è”.

I primi tuffi, dov'è che li compiuti: all'oratorio?

“Mah, sì, io giocavo nell'oratorio di Marghera, io sono di Marghera, e andavo al patronato. I primi tuffi li ho fatti lì, poi, facevo l'allenamento con la Mestrina, mentre le prime gare ufficiali le sostenevo con la Miranese. Poi, ho giocato negli Allievi e Juniores nel Marghera, e da lì sono passato all'Inter”.

Dove ha vissuto una stagione lunghissima...

“Dal 1966 fino al 1983 l'ho fatto da giocatore all'Inter”.

Cos'è che non ha vinto nell'Inter?

“Nell'Inter ho disputato la finale di Coppa Campioni a 20 anni e l'ho perduta contro l'Ajax di Amsterdam. È, niente, con l'Inter abbiamo vinto Coppa Italia e campionato. Coppe europee non ne ho vinte”.

Parliamo ora di lei e la Nazionale...

“E' sempre stato un buon rapporto: sono sempre andato con molta soddisfazione a rappresentare l'Italia e davanti a me c'era Dino Zoff, quindi, non ho collezionato moltissime presenze: solo 22. Però, diciamo che senza non giocavo molto, però, sentivo sempre l'attaccamento alla maglia azzurra. Quindi, andavo volentieri anche se non giocavo. Non è come succede adesso che, quando uno sa di dover fare il terzo portiere, storce il naso. Per me, importante era avere il mio ruolo in una squadra di club. Poi, andare con la Nazionale era una cosa in più, alla quale ci tenevo sicuramente”.

Ha mai calciato un rigore?

“No, mai. In allenamento, sì. In una gara ufficiale mai”.

Le sarebbe piaciuto?

“Bé, sai, io, quando c'è un calcio di rigore, mi metto dall'altra parte, nella situazione, unica per me, nella quale forse il portiere non gode del vantaggio psicologico nei confronti di chi si accinge a battere il rigore. Quando li battevo in allenamento, capivo che anche il calciatore aveva delle difficoltà a calciarlo: è un momento molto pesante per chi deve calciarlo”.

E' nato portiere oppure è stato un centravanti che ha dovuto indietreggiare nel ruolo?

“No, no, quando si era al patronato, all'oratorio, si giocava, e, quando mancava il portiere, io mi offrivo ad andare a difendere la porta. Poi, quando si faceva un pochino più sul serio, si giocavano partite importanti ed ufficiali, io andavo sempre in porta”.

Mai capitano dell'Inter?

“Capitano dell'Inter, sì, lo sono stato – se ben ricordo – una volta in Coppa Italia, e un'altra lo sono stato anche con la Nazionale Under 21”.

Chi era la sua “bestia nera”, chi le faceva ogni volta gol?

“I giocatori più pericolosi erano Pulici e Graziani del Torino, sicuramente, ed anche Pruzzo quand'era alla Roma qualche gol, me lo faceva”.

Il suo “derby della Madunina”, quello contro il Milan, più decisivo?

“Ne ho disputati tanti: c'era un periodo che noi dell'Inter non riuscivamo a vincere, però, dopo da quel giorno che vincemmo un derby, non ne ho più persi. Sono stati diversi: ho parato un calcio di rigore ad Egidio Calloni e finì 1-0 per l'Inter, poi, vincevamo 2-1 e a tre minuti alla fine, se ricordo bene, ad Antonelli, solo davanti a me, feci una buona parata e salvai la vittoria. E, in un derby, quel gesto fu pesante”.

Non ha mai parato due rigori di fila in 90 minuti?

“Sì, sì, questo episodio me lo ricordo. Andammo ad Avellino e parai il rigore a Colomba, l'attuale allenatore del Parma (ndr)”.

Ne parò due, allora?

“Sì, sì, due in una stessa partita. Non ricordo se sempre a Colomba”.

Qual è stato il momento in cui da calciatore le è venuta la pelle d'oca?

“Bé, pelle d'oca mi è venuta anche se da giovani si è ancora un po' incoscienti, nella finale di Coppa Campioni persa contro l'Ajax: avevo 20 anni ed era un periodo in cui la Coppa dei Campioni la facevano solamente i primi in classifica, solo i vincitori del campionato, non la terza e la quarta meglio classificata”.

In che stadio si disputò quella finalissima Inter-Ajax?

“Purtroppo, eravamo a Rotterdam, in Olanda: giocammo, quindi, in casa degli avversari. Poi, la pelle d'oca mi è venuta quando nell'82 vincemmo i campionati del Mondo in Spagna, e quando da allenatore ho vinto il campionato mondiale del 2006”.

Qual è stato il suo più grande rammarico di portiere?

“Bah, non ne ho tanti di rimpianti. Ho fatto una carriera ricca di soddisfazioni, poi, i momenti più difficili e in quelli meno difficili ci sono in tutti i calciatori. Non rimpiango nulla: il calcio mi ha dato grosse soddisfazioni”.

Forse, non aver mai alzato al cielo una Coppa dei Campioni con la sua Inter?

“E, lo so, va bé. Prima mi aveva chiesto che cosa non ho vinto da calciatore; ed io le ho risposto le Coppe Europee. Ho fatto solo quella finale, perduta contro l'Ajax; sarebbe stato bello, ecco, aver vinto quella”.

Qual è l'avversario più forte incontrato in campo europeo?

“Penso Cruijff: ci fece due gol”.

E come finì quella volta?

“Due a zero: era sempre la finalissima di Coppa dei Campioni a Rotterdam”.

Insomma, Johan Cruijff gli ha lasciato proprio un bel timbro?

“Eh, lo so, ma è stato un grande giocatore”.

Esiste, è esistita, la felicità in Ivano Bordon: e in cosa consiste?

“Mah, la felicità è, secondo me, essere sereno e vivere la mia vita con mia moglie – io non ho figli - in maniera tranquilla, nella quale io posso gestirmi le situazioni. Importante per uno per essere felice è fare delle cose che gli piacciono e non privarsi più di tante cose. O meglio, di qualche cosa bisogna pur privarsi, perché ognuno vorrebbe non farsi mai mancare niente, ma, io penso che la cosa più importante è avere la felicità e vivere serenamente la propria vita”.

Se non avesse fatto il calciatore, cosa le sarebbe piaciuto fare nella vita?

“Mah, non lo so, anche perché io ho iniziato a fare il calciatore a 14 anni e non avevo già in mente esattamente cosa avrei potuto fare da grande. A quell'età, uno gioca, va a scuola. Io frequentavo la scuola di Ragioneria, e, avessi finiti gli studi, forse, sarei potuto diventare ragioniere. Ragioniere, banca, chi lo sa”.

La sua infanzia come è stata: serena, difficile? La sua famiglia era numerosa?

“Una sorella di tre anni più anziana di me, adesso il papà non ce l'ho più, la mamma ce l'ho ancora. Mio papà faceva l'operaio in una ditta che lavorava pietre e produceva mattoni refrattari, quindi, era un lavoro abbastanza pesante, duro. La mia famiglia era una famiglia umile, che andava avanti con lo stipendio del padre operaio e niente, e che poi peno che anche loro – senza penso -, avendo visto andare via da casa il figlio a soli 15 anni, insomma, hanno perso un po' della loro vita, del loro corpo. Però, dopo ho recuperato la loro vicinanza, li ho fatti venire su a Milano, mi sono sposato, ho vissuto abbastanza bene la mia infanzia. Sicuramente, il calciatore che inizia la sua vita in una squadra professionistica deve lasciare da parte certi svaghi, certe cose che un ragazzo della sua età che non fa il calciatore può farle sicuramente. C'è il rovescio della medaglia, poi, alla fine”.

Era scaramantico: prima di ogni partiva celebrava dei riti, prima anche di un rigore per esorcizzare i “cecchini” dagli undici metri?

“No, non facevo alcun rito. Io mi scrivevo in un quadernetto – la televisione, d'accordo, c'era, ma c'erano meno trasmissioni, rubriche approfondite - e riportavo in quale maniera gli avversari calciavano i rigori. Mi segnavo tutto, e poi, ricordandomi come e dove calciava la palla, cercavo di indurlo, di invitarlo a calciare dove volevo io. Queste era le informazioni in più che potevo avere sui rigoristi, ma, gesti scaramantici non ne avevo tanti. Posso dire mi piaceva quando giocavo in casa, a “San Siro”, giocare il primo tempo sotto la Curva dell'Inter”.

Perché la caricava, le trasmetteva una sorta di protezione?

“Sì, ma poi è diventata una sorta di scaramanzia, no? Ti andava bene una volta ed allora cercavi di ripeterla quella posizione, quella con la tua Curva dietro ad incitarti. Chiamarti per nome, sostenerti, incoraggiarti, può darsi che mi trasmettesse maggior sicurezza, forse”.

Che cos'è che le dà più fastidio nella vita di tutti i giorni, cosa invece riesce ancora a commuoverla?

“Mi ha sempre dato fastidio l'egoismo della gente, un po' di menefreghismo nei confronti degli altri. Mi commuovono le situazioni nelle quali vedo qualche atleta, di qualsiasi sport, che raggiunge certi obbiettivi. C'è l'inno, si celebra attorno all'atleta la festa in suo onore mi fa commuovere. Poi, quando vengo a sapere che ho dei parenti che accusano problemi di salute. Ma anche chi fa delle cose belle: dà una soddisfazione interna grandiosa. Sono tutte commozioni che le sento”.

Quand'è che ha pianto l'ultima volta di vero dolore?

“Il vero dolore lo ingenera la perdita dei propri cari; quindi, in questo caso, di mio padre. E dei miei suoceri. Questi sono eventi che fanno piangere di dolore”.

Come si chiamava suo padre?

“Danilo”.

Lei crede in Dio?

“Sì, sì, sì”.

E l'Aldilà, come se l'immagina? Troveremo niente o qualcosa?

“Niente, no: se uno crede in Dio, deve aspettarsi qualcosa di meraviglioso. Io spero, anzi, penso che ci sia un'altra vita, un bel posto, dove puoi rincontrare le persone care che ti hanno lasciato prima”.

Bel posto come?

“Un Paradiso, un Eden, un posto in mezzo al verde, fatto di tanta tranquillità. Ecco, queste cose qui: me l'immagino così”.

Un gol che le è rimasto sul gozzo, in un derby milanese, oppure contro la Juve?

“Gol sul gozzo? Una volta in casa contro il Real Madrid, non ricordo se era una partita di Coppa dei Campioni e di Coppa Uefa: un tiro forte, ed ero abbastanza sicuro di poterlo prendere, sono andato sulla palla tranquillo, invece, il pallone si è abbassato, mi ha preso in vita ed è finito in rete. Poi, lo sa anche lei, quando sbaglia un portiere, certe situazioni pesano sulla psiche del portiere-colpevole. Il ruolo del portiere non deve avere momenti molto lunghi in cui pensare a quello che ha fatto”.

Chi era quel giocatore del Real Madrid?

“Non lo ricordo: so che è stato scoccato un tiro da fuori area, non ricordo l'autore”.

Come finì quella partita?

“Allora, si giocava a “San Siro”, 0-1, o 1-1. Niente, poi, andammo a Madrid e perdemmo non ricordo più se 1-0 o 2-1”.

E' stata questa la “papera” più infelice di Ivano Bordon?

“E' stata questa qua”.

A “San Siro”, e magari lei era dietro la sua Curva?

“No, era dall'altra parte, però, mi ha dato fastidio lo stesso”.

Mai espulso Ivano Bordon?

“No, mai, mai. Oggi, il portiere può essere espulso per via della regola che lo sanziona in uscita e magari commettendo fallo sull'avversario, ultimo uomo. Calcio di rigore ed espulsione del portiere. Io ho giocato fino al 1990 e non esisteva ancora questa regola. Se commettevi, come portiere, un fallo di rigore, l'arbitro ti assegnava il rigore, ma ti ammoniva soltanto. Invece, adesso sono esagerati: danno il rigore e poi ti comminano l'espulsione”.

Qual è stato il complimento più bello, finita la partita, ricevuto da un compagno, da un mister e collega amico od avversario?

“Io ho fatto 5 anni all'Inter con Bersellini, poi, sono andato alla Sampdoria, incontrando ancora Bersellini, che mi ha allenato per altri due anni. Quindi, in tutto ho fatto 7 anni con Eugenio Bersellini, un mister considerato da molti un “sergente di ferro”, un burbero. Ricordo che un sera giocavano in Coppa Campioni, in Francia, a Nantes, sì, con l'Inter, e vincemmo per 1-2, al termine di una serata piovosa, col campo difficile. Io avevo fatto diverse parate e alla fine sentirsi dire dal proprio allenatore – Bersellini - “bravo, complimenti, hai fatto una grande partita!”, ebbene, quei complimenti mi diedero grande soddisfazione”.

Il dolore degli altri cosa trasmette in Ivano Bordon?

“Noi calciatori abbiamo avuto la fortuna di essere gente conosciuta, famosa, e sono stato invitato più di una volta in questi istituti, od ospedali, dove erano ricoverati questi bambini purtroppo ammalati. E, ci io sono andato, e devo dire che al momento così ti viene dentro qualcosa a vedere questi bambini, o le persone anche anziane, eh. E dentro sento un peso che mi pesa, anche se sono sicuro che le nostre visite a loro fanno bene, fanno piacere. Però, è una cosa che mi pesa, che mi addolora”.

La parata più spettacolare, più bella da vedere?

“Mi ricordo un'Udinese-Inter, un colpo di testa all'incrocio ed andai a deviarlo in volo. Chi colpì la palla di testa non lo ricordo; so che vincemmo noi 2-0, ed eravamo allora sullo 0-0”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 21 settembre 2011

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