ULTIMA - 21/5/19 - MARCOLINI SCARPA D'ORO, PASSARIELLO SUPER-BOMBER DI TERZA

Si sono chiusi tutti i campionati dilettantistici della nostra provincia dall’Eccellenza alla 3^ categoria che hanno laureato i nuovi capo-cannonieri dei vari gironi e la nuova scarpa d’oro 2018-19, queste tutte le classifiche finali. In Eccellenza, dove si sono giocate 32 partite, chiudono appaiati in vetta a 16 reti Mariano Mangieri del Pozzonovo ed
...[leggi]

INCONTRI VIP'S

1/10/11 - INCONTRI RAVVICINATI: FELICE PULICI

L'ALTRO PULICI, FELICE

Personaggio straordinario, Felice Pulici, il portiere del primo scudetto della Lazio (1973-74) di Giorgione Chinaglia, di Renzo Garlaschelli, di Vincenzino D'Amico, degli sfortunati Luciano Re Cecconi (ucciso per sbaglio dall'amico orafo dopo un imperdonabile scherzo!) e Mario Frustalupi, di un mister fantastico come Tommaso Maestrelli, il quale fece appena in tempo a vedere l'apoteosi dei suoi ragazzi, di Pino Wilson, capitano in campo ed avvocato nella vita. Alla pari di Pulici, oggi impegnato anche nell'aiuto ai ragazzi sordomuti (“Vado a scuola per imparare a comunicare con queste straordinarie creature!”)
Pulici - l'altro Pulici era il famoso “Puliciclone” Paolino, altro nome legato allo scudetto del Toro di mister Gigi Simoni e del presidente dei granata piemontesi Orfeo Pianelli -, ovvero una vita trascorsa nella Lazio, prima come calciatore, poi, come collaboratore del presidente Sergio Cragnotti prima e di Claudio Lotito poi, quindi, la carriera forense, già individuata quando, assieme ad altri colleghi della pelota, una domenica dell'aprile 1974 (quello dello scudetto) all'”Olimpico” contro il Verona (4-2), inscenò il primo sciopero dei calciatori in Italia, chiedendo a Pino Wilson di indossare la fascia di capitano e di rimediare in cambio, consapevolmente, il cartellino giallo dall'allora arbitro Gonella, ed ai compagni di non guadagnare le scalette degli spogliatoi durante la pausa del tè, ma sostando provocatoriamente in piedi e con disposizione tattica. Felice Mosè (secondo nome ereditato dal nonno) nasce a Sovico, in Brianza, il 22 dicembre 1945.

Le prime parate nella squadretta dell'oratorio, l'A.S.D. Azzurra Oratorio Albiate, poi, le giovanili nella vicina Lecco, valido trampolino di lancio per il Novara in C1 ed approdato grazie anche a lui e ai suoi prodigiosi interventi in serie cadetta. Contro la Lazio, i piemontesi subiscono 5 gol, ma, questa è la fortuna non la Caporetto di Felice Pulici, il quale l'anno successivo alla debacle passa alle “Aquile” biancazzurre romane capitanate dal presidente Umberto Lenzini. Per due volte consecutive (1972-73 e 1973-74) la sua “saracinesca” risulta la più abbassata in assoluto nel campionato italiano, e il premio è lo scudetto del maggio 1974.

Nell'autunno del 1978 risale al Monza, poi, ridiscende ad Ascoli, vivendo 3 stagioni di fila, e chiudendo la carriera con un ritorno di fiamma alla sua Lazio. Ha anche intrapreso la carriera di allenatore delle promesse laziali, e a due riprese ha ricevuto l'incarico di Responsabile del Settore Giovanile. Simpatizzante della Destra italiana, nel 2005 ha tentato, senza riuscirci, di essere eletto nel Consiglio regionale del Lazio, nella Lista di Francesco Storace, ma, pur ottenendo più di 1500 voti, non è riuscito nell'obiettivo.

Qual'è stata la parata più importante della sua carriera di calciatore?

“Mah, credo, credo eh, quella in un derby qui a Roma, su un colpo di testa di Pellegrini, cross di Bruno Conti, dove mi sono trovato proiettato in area all'incrocio dei pali alla mia sinistra, respingendo il colpo di testa a non più di cinque metri dalla porta, e in un contesto di partita, al termine della quale vincemmo per 1-0 grazie a un gol di Giordano. E' stata la mia più bella partita in ambito professionistico e la dedicai al nostro mister, Tommaso Maestrelli – che non stava per niente bene -, e che cinque giorni dopo ci lasciava per andare in altri luoghi”.

L'essersi chiamato come il grande attaccante del Torino, Paolino Pulici, le ha giovato o le ha invece pesato come una sorta di ombra lunga?

“No, perché io ho un'età più vecchia della sua, quindi, ho fatto breccia io come nominativo; però, lui ha acquisito più titoli come attaccante perché i goleador hanno sempre maggior visibilità, sono maggiormente menzionati. Quindi, è un dubbio che giovato notevolmente questo binomio. Tra l'altro, nel rapporto Pulici-Pulici, io mi sono avvalso di un momento storicamente codificato, che è stato una parata sul mio omonimo, e su calcio di rigore, con una famosa frase di Ciotti “Pulici contro Pulici” durante la trasmissione “Tutto il calcio minuto per minuto””.

Quel confronto tra i due Pulici era avvenuto a Torino o all'”Olimpico” di Roma?

“No, a Torino, a Torino”.

Come finì quella gara?

“Zero a zero”.

Quindi, fu, la sua, avvocato, una parata importante, o no?

“Eh, certo, sicuramente”.

Lei, oggi, Felice Pulici, è un apprezzato professionista del tribunale, è stato uomo di Claudio Lotito e prima ancora di Sergio Cragnotti, per caso, non è diventato avvocato frequentando ad Ascoli – durante la sua parentesi – giocatori che poi si laurearono in Legge come William De Vecchi e prim'ancora, alla Lazio, capitan Pino Wilson?

“No, la volontà è successiva, perché io ero già diplomato geometra – conseguito al “Mosè Bianchi” di Monza - prima di arrivare a Roma ed ero anche iscritto al Collegio dei Geometri della Provincia di Milano, e svolgevo la professione di geometra, e contemporaneamente giocavo come calciatore professionista nel Novara. Il mio desiderio era quello di approdare un giorno all'Istituto Geografico “De Agostini” di Novara, perché veramente portato per la progettazione di strade e amavo la topografia e la costruzione. A Novara, è vero, ci sono arrivato, ma per giocare a calcio, non per svolgere la professione di geometra né di entrare nella “De Agostini”. Terminata la carriera, per potermi riproporre come dirigente, visto che come allenatore non avevo un'indole particolare perché non mi piaceva quel ruolo, a Roma mi sono iscritto all'Università “La Sapienza”. E, in quattro anni ho conseguito anche la laurea in Giurisprudenza, per poi proseguire i miei studi e continuare quindi, anche in ambito dirigenziale attraverso anche un'esperienza diversa, non solo calcistica, ma anche legale, perché iniziavo a capire che un dirigente non si può costruire così su due piedi, soltanto per la semplice ragione che vanta un passato calcistico anche importante, ma, un dirigente deve avere anche delle basi diverse, grazie alle quali sia in grado di sviluppare certe tematiche in occasioni particolari di rappresentanza del club”.

In che occasione ha indossato i gradi di capitano della Lazio?

“Accadde il 14 aprile 1974 (anno per noi trionfale), all'”Olimpico”, contro il Verona, e fu la prima serrata dell'Associazione Calciatori. In tutti i campi fu osservato il ritardo di dieci minuti, per una pretesa, secondo noi giustissima, che era quella della firma contestuale dei calciatori. Allora, i giocatori non avevano ancora quel grande peso che hanno oggi: quel trasferimento coatto, che per noi non era giusto che si verificasse. Essere trasferiti in un altro club senza la volontà del calciatore era ingiusto. Fummo preavvisati tutti noi della categoria calciatori che, se avessimo aderito a quella sorta di mini sciopero, i capitani di ogni squadra sarebbero stati sanzionati, fui sanzionato io con l'estrazione del cartellino giallo e con un'ammonizione, anziché Pino Wilson – che era il nostro unico capitano – ma che era già in diffida e un altro giallo non l'avrebbe visto in campo la domenica successiva. Partita che si dimostrò uno dei capisaldi dei successi che ottenemmo quell'anno coronato con il raggiungimento dello scudetto, perché fu molto apprezzato anche il nostro gesto, quello che inscenammo. Alla fine del primo tempo, sul risultato di 1-2 per il Verona, decidemmo di non raggiungere lo spogliatoio per la rituale pausa, ma, scegliemmo di rimanere in campo e ci schierammo secondo modulo sul campo, aspettando l'intervallo per una decina circa di minuti l'inizio delle ostilità. Una partita che facemmo nostra con una bella rimonta di 4-2”.

Qual è stata la papera più clamorosa commessa da Felice Pulici?

“Io le vorrei chiedere così, una cortesia personale: di identificare come errore di un portiere con un termine veramente offensivo, che è quello della papera. Si commettono gli errori e si dice: qual è stato l'errore più grave che ho commesso? Non glielo so dire, anche perché potrebbe essere stato un gol che mi sono fatto da solo, ma che in realtà non è mai stato un gol vero, perché se oggi, con tutta la tecnologia che abbiamo a disposizione, lo volessimo dimostrare ci si accorgerà che in quel derby Roma-Lazio un tiro del romanista Spadoni da centrocampo non era mai entrato nella mia porta. Comunque...”

Le era sgusciata via la palla?

“No, no, io l'avevo parato, perché tirò da metà campo, ma, poi nella dinamica proprio della mia persona, nel fare quella parata, commisi quel mezzo passo indietro perché ero un po' troppo in avanti e avevo dovuto quindi retrocedere, bloccai il pallone diretto all'incrocio dei pali, e l'arbitro Gonella su segnalazione dell'Assistente concesse il gol. Che gol non era”.

La sua proverbiale “bestia nera”, chi era?

“La mia “bestia nera” è stato un giocatore con la maglia a strisce della Juventus: un certo – non so se è stato importante nel nostro calcio e in quello mondiale -, un certo Roberto Bettega”.

Si ricorda un gol in particolare?

“No, ha sempre fatto gol con tutte le parti del corpo, non c'era problema. Era il mio incubo!”

Il giocatore invece più forte con cui lei ha giocato?

“Io credo sia stato Mario Frustalupi. Aveva di grande che possedeva una grande capacità mentale di gestire la partita a suo modo e di far girare la squadra come voleva lui. Se lei avesse avuto la fortuna di venirmi dietro la porta dopo cinque minuti dall'inizio della partita, le dicevo già il risultato”.

Fu una Lazio “bella e maledetta”, fortissima, ma, anche sfortunatissima (morti premature di mister Tommaso Maestrelli, dei giocatori Luciano Re Cecconi e l'ex Inter Mario Frustalupi)...

“ Sì, anche del medico sociale dottor Ziaco, dell'accompagnatore Bezzi, del padre spirituale don Lissandrini”.

Questi lutti, queste disgrazie, avvocato, non l'hanno fatto riflettere?

“Credo che sono i casi della vita che ti portano poi inevitabilmente a perdere quelli che sono anche i perfetti particolari, via. Bisogna farsene una ragione, perché tanto prima o poi li ritrovi”.

E, quasi senza farlo apposta, entriamo in uno degli argomenti clou di questo nostro viaggio: lei crede in Dio, e come s'immagina l'Aldilà?

“Io ho un grande amico, che mi porto sempre per mano, è straordinario, che credo non solo per detta degli altri, ma per mia precisa convinzione, convincimento, sia stato un grande Dottore della Chiesa”.

Sant'Agostino?

“Esattamente! Le so a memoria”.

Davvero un grande, Pulici, perché tutti dicono di avere in casa “Le Confessioni” di Sant'Agostino, ma, vorrei vedere quanti lo hanno letto fino in fondo...

“Ce una frase con cui Sant'Agostino chiude il libro – visto che alla fine non ci arriva nessuno – ed è capire e dire come e dove si trova il cielo di questo cielo”.

Come se l'immagina allora l'Aldilà?

“Come la continuazione di questo mondo”.

Sì, però, con sfondi e toni diversi...

“Certo, non c'è ombra di dubbio”.

Avvocato civilista o penalista?

“Penalista, perché nell'ambito sportivo la parte che viene maggiormente sollecitata sono ovviamente le sanzioni che vengono inflitte, e, quindi, il rapporto con le varie Commissioni dà più un risvolto nell'ambito penalistico che civilistico”.

Esiste la felicità? E in cosa consiste?

“La felicità esiste sì, hai voglia! Consiste nel fatto che bisogna cercarla la felicità. Felicità, per me, significa essere in grado di vivere soprattutto per gli altri. Quando ci si trova in una situazione dove il tuo apporto ha beneficiato altri soggetti e sono stati soddisfatti del tuo comportamento, del tuo intervento, questo è già un modo per essere felici”.

Cos'è che le dà più fastidio oggi e cosa la riesce ancora a commuovere?

“Credo che questi siano tutti atteggiamenti molto personali: mi dà fastidio l'arroganza che esiste in questo periodo, la facilità poi di come tutto è messo a disposizione e quindi tutto è lecito quando la mia crescita cristiana sotto un certo profilo è stata espressa su basi completamente diverse da quelle che sono tutt'ora. Oggi mancano dei riferimenti importanti, soprattutto, quello, a mio parere, della famiglia, che non è in grado ora come ora di avere un controllo particolare sui propri figli. Oggi essere genitori è molto più difficile di un tempo”.

Non ha mai battuto un calcio di rigore?

“No. Non era mio compito”.

Ma, le sarebbe piaciuto calciarne almeno uno?

“Non ero particolarmente “innamorato” di quella specialità: il mio era un momento completamente diverso, quello di riuscire a giocare la partita in anticipo ed essere soddisfatto perché giocare una partita in anticipo significava comunque indirizzare la volontà degli altri verso quelle che erano le mie attenzioni: cioè, quelle di non prendere mai gol”.

Qual è stato il suo più grande rimpianto di calciatore?

“Nessun rimpianto; assolutamente, no. Sono vissuto in un periodo dove c'erano tanti grandi campioni, soprattutto in porta. Avrei voluto magari giocare una partita con la Nazionale “A”, mentre ne ho giocate tre con la Nazionale “B”: forse quello. Ma, non è un rammarico, è solo una cosa che mi è venuta meno”.

Il più grande portiere chi è stato per lei? Riccardo Albertosi?

“Io parto con Gylmar, portiere del Brasile, del Grande Brasile dei Mondiali del 1958, che mi ha permesso di continuare su questa strada già intrapresa da ragazzino. Quel rammarico di non essere stato mai convocato nemmeno per una partita con la Nazionale maggiore era dovuto anche dal fatto io per due anni alla Lazio sono stato il portiere della difesa meno battuta del campionato, nella stagione 1972-73 subendo 16 gol, e nel 1973-74, quando abbiamo vinto lo scudetto. Eppure anche quella volta, ai Mondiali di Germania del 1974, mi fu preferito un terzo portiere, oltre a Zoff e ad Albertosi, che non era certamente il portiere bravo e meritevole anche lui di far parte di quella spedizione azzurra, e che era Luciano Castellini del Torino. Grandissimo amico mio, ma, quella valutazione di un biennio di risultati importanti ottenuti – come noi della Lazio – non era stata poi presa in considerazione”.

Abbiamo scoperto che lei come secondo nome si chiama Mosè...

“Era il nome di mio nonno. Già, Mosè, un altro personaggio fuori misura per tutti. E' stato uno dei “fenomeni” di nostra conoscenza, cioè, mi spiego, della storia, del mondo”.

L'ultima volta che ha pianto l'avvocato Felice Pulici?

“Sotto il profilo emotivo, sono un po' fragilino; quindi, lo faccio spesso, anche quando sono soddisfatto di qualcosa, vivo questi momenti un po' particolari. Tante volte si può piangere anche per gioia, soprattutto”.

I suoi genitori li ha ancora?

“No, ho perso mio suocero quest'anno: 99 anni il 3 gennaio del 2011 ed è uno forse dei momenti particolarmente tristi della mia vita finora”.

Maestrelli, Re Cecconi, Frustalupi: chi metterebbe al primo posto tra le persone, gli amici calcisticamente più cari?

“Metterei sicuramente Maestrelli, perché con lui non parlavo mai; lo penso e lo dico anche con orgoglio: sono stato la persona più vicina a lui, perché bastava uno sguardo per capirsi al volo”.

Burrascoso il litigio con il presidente Claudio Lotito, che segna il suo “divorzio” dalla Lazio...

“Sì, nel 2006, dopo un burrascoso litigio con Claudio Lotito e in piena bagarre di “Moggiopoli”, lascio la società alla quale mi sono dedicato anima e cuore sia come calciatore che come dirigente. E vado a scuola presso un istituto di via Nomentana, imparo la lingua dei segni per le persone sorde e lavoro con il Comitato Paraolimpico e collaboro con la Federazione Italiana Sport Sordi di Italia, dove da cinque anni svolgo quest'attività. E attraverso la volontà di conoscere questo tipo di mondo attraverso una loro comunicazione che è fatta ormai di segni costanti e continui, dove hanno una capacità sensitiva straordinaria come soggetti, perché riescono con la vista e con la loro sensibilità a leggere nel cuore e nell'anima delle persone. Ed è una delle tante cose che in questo momento io sto imparando vivendo in mezzo a loro, e con loro spero di arrivare lontano. La presidente attualmente è una signora di Verona, che si è trasferita per lavoro (fa la bancaria) a Roma e in questo momento sta cercando anche lei di imparare il difficile mestiere di Presidente”.

Che differenza corre tra un portiere di ieri e uno di oggi?

“Anche una volta vincevano i campionati, però, il mondo stranamente si ricorda quella formazione della Lazio che vinse il suo primo scudetto nel 1973-74. E siamo già nella prima decade del 2000”.

Perché, secondo lei?

“Prima di tutto, perché è stata una novità assoluta, l'esplosione di una squadra che ha portato il calcio moderno, e si sono accorti troppo tardi, qui in ambito della Nazionale, dopo aver visto ai Mondiali di Germania 1974 come giocava il “calcio totale” la Nazionale dell'Olanda, ed anche noi praticavamo un gioco pressoché simile da due anni. Arriviamo sempre con lo scoppio ritardato”.

Avrebbe dovuto giocare più a centrocampo che in porta un soggetto tutto fosforo come lei, avvocato...

“No, no, la porta...- vedi -...il portiere ha una caratteristica rispetto agli altri; ha una maturità ed una crescita diversa perché è sempre ed esclusivamente solo per risolvere i problemi. E deve farlo nell'arco di una frazione velocissima di secondo”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 10 settembre 2011

Visualizzato(2941)- Commenti(8) - Scrivi un Commento