ULTIMA - 25/4/19 - RISULTATI DELLA 33^ GIORNATA DI ECCELLENZA: VIGASIO IN SERIE D

Si sono giocate oggi le partite dell'anticipo della 16^ giornata di ritorno del campionato di Eccellenza che hanno visto il Vigasio di mister Mario Colantoni vincere 1 a 0 nel suo stadio "Umberto Capone" contro il Caldiero di mister Cristian Soave grazie al gol di Bovi al 12° minuto. I biancazzurri del presidente Cristian Zaffani
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INCONTRI VIP'S

1/11/11 - INCONTRI RAVVICINATI: GABRIELE LAVIA

GABRIELE LAVIA, L'ANTI-CALCIO

Tra il noto attore e regista televisivo e teatrale Gabriele Lavia (nato a Milano il 10 ottobre 1942) e il gioco del calcio non c'è mai stato feeling. Nemmeno un lampo, un abbaglio, un contatto. Il teatro - come quel “fuoco sacro” che Vittorio Gassman aveva detto di essersi impossessato fin da piccolo di lui, il più grande declamatore dell'”Amleto” di William Shakespeare – ha contagiato fin da ragazzino l'attore de “La leggenda del pianista sull'oceano” (1998), di “Profondo rosso” (1975), “Inferno” (1980), “Baarìa” (2009), “Jago” (2009), di “Ricordati di me” (2002), regista di “Sensi” (1986), di “Scandalosa Gilda” (1985), di “La Lupa” (1996), interpretato assieme alla sua ex compagna, l'affascinante attrice Monica Guerritore.

Lavia ha lavorato con i più grandi registi del cinema italiano, da Gabriele Salvatores a Dario Argento, da Giuseppe Tornatore a Gabriele Muccino, da Volfango De Biasi a Pupi Avati (“Zeder”, girato a Milano Marittima nel 1983) a Damiano Damiani.
La sua grande passione è Luigi Pirandello, il gigante dei giganti del teatro italiano e mondiale, è Giorgio Strehler (Trieste 1921- Lugano 1997).

Maestro Lavia, lei e il calcio siete andati d'accordo come il diavolo e l'acqua santa...

“No, non ho mai giocato a calcio perché non ho mai mostrato un grande interesse verso lo sport in generale. Ho sempre fatto ginnastica, così, perché avevo una discreta disponibilità fisica, ma non ho mai praticato nessuno sport”.

Non ha mai inforcato, che so, un paio di sci sulla neve, mai praticato sport d'acqua?
“Per carità, no”.

Insomma, lei è un uomo dedito proprio agli studi e alla cultura...

“Ah, la cultura è una parola troppo usata ed abusata. Insomma, sto a casa, studio, sono a teatro, lavoro, provo. Ho giocato, sì, da ragazzo, ecco sì, e parecchio: a tennis, e parecchio. Ma, ormai si perde nella notte dei tempi. Purtroppo, l'ho lasciato andare perché ero abbastanza bravino”.

Aveva degli idoli dello sport della racchetta: Panatta, Barazzuti?
“No, prima, prima, ma, prima”.

Pietrangeli?
“Pietrangeli, Sirola. Io sono vecchio”.

Nutre una simpatia per una squadra di calcio, per un calciatore che magari ha incontrato nei suoi due mondi, quello del cinema e quello del teatro?

“Guardi, il calcio non è che non mi piace, perché non distinguo una squadra dall'altra: da bambino non mi ci hanno educato; quindi, sono cose che s'imparano da bambini. Il papà ti porta allo stadio, allora poi ci vai, ti viene quella passione. I miei genitori non avevano passioni sportivi, per cui non mi hanno mai portato allo stadio, e, pertanto, né io neppure i miei fratelli ci occupiamo di calcio”.

In pratica, non siete stati iniziati al mondo del calcio...

“Sì, perché è un'iniziazione quella dello sport del calcio nel nostro Paese. Sì, tenevo un po' per il Catania, ma, non credo fosse una squadra molto forte, ai miei tempi adesso non lo so, e per la quale si potessero nutrire passioni”.

Il Catania ha sempre beccheggiato tra la serie A e la B?

“E' sempre stata in bilico tra la serie B e la serie A, nel 1947? Sicuro?”.

Qualche anno più tardi è diventata celebre (inizio anni Sessanta) la famosa frase declamata a “Tutto il calcio minuto per minuto”, “Clamoroso al “Cibali”, quando gli inviati dallo stadio di Catania chiedevano la linea per comunicare la variazione del punteggio allo stadio etneo”...
“Ah, sì, sì”.

La sua famiglia era formata da artisti?

“No, no, però, non aveva passioni sportive, e, quindi, né io né i miei fratelli – ripeto – siamo stati iniziati a questa passione, a questa disciplina”.

Allora, maestro, da dove nasce il suo “fuoco sacro” per il cinema, per il teatro?

“Nasce da bambino, da molto piccolo, perché a casa mia – avevamo, sempre a Catania, subito dopo la guerra – una casa piuttosto grande – ricordo ancora: io avevo tre anni – veniva una compagnia di attori, che fu, diciamo così il seme di quello che poi divenne “Il teatro stabile di Catania”, e, quindi, era una compagnia di attori semi dilettanti, semi professionisti, che provava. C'è sempre stato, nel teatro, il problema di dove provare, e mi ricordo che noi spostavamo tutti i mobili che erano in una stanza, io mi mettevo nell'angolo di questa stanza grande, o potevo mettermi seduto per terra per vedere le prove. E, lì è cominciato in maniera larvale il germe che non a livello cosciente, ma, peggio, a livello profondo, comincia a lavorare come la talpa dell'Amleto, che scava, scava gallerie sotto il Palazzo del Potere”.

E, chissà, quest'arte dell'arrangiarsi quanto avrà stimolato, eccitato la sua fantasia di bambino...
“Sì, sì”.

E, pensare – e qui stiamo toccando un tasto delicato – che il teatro non è mai stato considerato, valorizzato in Italia...

“Il teatro non è mai stato considerato, non ha mai avuto una vita facile. In genere, la cultura, il teatro, l'arte – se è arte vera – in genere è contro il Potere. Invece, il Potere dovrebbe amarla”.

Se io le dico Giorgio Strehler, Vittorio Gassman...

“Strehler è stato il più grande regista sino ad oggi, che ha cambiato il teatro nel mondo”.

Un suo aneddoto con Strehler?

“Strehler era una persona molto strana, molto curiosa, ma, con una straordinaria umanità. Era un artista, e che bisogna dire?”

Si ricorda un consiglio del grande maestro nei confronti di Gabriele Lavia?

“Non dava consigli, non dava mai consigli, non imponeva nulla; però, era – è molto difficile descriverlo – però, è stato il più grande, non c'è ne è un altro come lui, non so per quanto tempo. Non c'è né qua, né all'estero, stiamo parlando di un'altra storia, di un altro pianeta”.

Non esiste l'erede di Streler?
“Non credo”.

Tra Luchino Visconti, Franco Zeffirelli e Federico Fellini chi sceglierebbe?
“Federico Fellini”.

Il grande maestro del cinema neo-realistico, dell'onirico...Che ricordo conserva del grande genio romagnolo?

“Con Fellini abitavamo vicini ed ogni tanto lo incontravo al ristorante. Era una persona, nei rapporti umani, molto timida, molto riservata, molto introversa. Sul set, peraltro, era una persona molto dura, non rigorosa, rigorosissima”.

Che film di Fellini le sarebbe piaciuto interpretare?
“Mah, qualunque film”.

Non gliene viene in mente uno? “La strada”, “La città delle donne”, “La voce della luna”?

“No, io quello che amo di più di Fellini è “Otto e mezzo””.

Ha lavorato, come attore, con registi famosi; ora è passato a sedersi sulla poltrona del set. Ebbene, chi preferisce: Salvatores, Muccino, Pupi Avati, Dario Argento?

“Tutto sommato, così, forse per una questione di simpatia, di tenerezza, forse mi piacerebbe ancora fare un film con Dario Argento. Sì, dovevo farlo, solo che non ho avuto tempo. Adesso lui ha fatto “Dracula”, che tra poco uscirà in tre D, e, però, purtroppo, nel teatro, conta. E' molto difficile in Italia per un attore di teatro riuscire a rendere compatibile l'attività del cinema con quella del teatro perché si accavallano”.

Nella vita, ha avuto più paura di soffrire la solitudine o di ricevere un tradimento di un carissimo amico, della migliore amica, visto che è tradita anche una grande parte del nostro io?

“La solitudine, guardi, è un sentimento costante di ogni essere umano. Quindi, cosa vuole: uno convive con la solitudine, si è sempre soli specialmente nei momenti importanti, quelli in cui devi prendere la decisione, quella decisione che in qualche modo poi partecipa al tuo destino. Sei sempre solo, eh, non vorresti esserlo, vorresti sempre, almeno per me, che ci fosse un altro che prendesse la decisione per te, ma, la devi prendere tu nel segreto della tua cameretta, della cameretta del tuo cuore. Paura di un tradimento, sì, certe volte mi è capitato, sì”.

Un gran dolore, perché muore, si sente tradita una parte – forse la migliore – di te, o no?

“Sì, sì, certo. Sì, però, cosa vuole gli uomini, in genere non è che poi uno si può meravigliare più di tanto. Insomma, l'uomo appartiene a una razza, poco umana: per me, è lievemente peggiore del ramarro”.

E' timido, maestro?

“Io sono abbastanza timido, quando sono sul lavoro, bé, questo no. Ho le idee chiare, magari sbagliate, ma, ho le idee chiare perché non sono un improvvisatore. Quando arrivo alle prove so già tutto di quello che succederà sul palcoscenico, tutti i movimenti, le luci. Poi, magari capita qualcosa, ma, non invento, elaboro. Non mi piacciono i registi che arrivano e non sanno nulla, perché poi si vede che non sanno nulla e continuano a non sapere nulla. Non è vero che in 30-40 giorni di prove impari quello che devi fare, ti vengono in mente le cose”.

Anche perché la parte di un personaggio bisogna saperla interiorizzare, far propria bene, calarsi nella giusta dimensione...

“Lo spettacolo è una cosa complicata”.

Le è piaciuto di più nella vita fare l'attore o il regista?
“Il regista, il regista”.

Anche perché il regista è come un allenatore di calcio: deve preoccuparsi non più di se stesso – come quando era giocatore – ma di tutti i calciatori che scendono in campo, o no?

“Naturalmente, la regia è quella in cui probabilmente faccio meno fatica. Però, se mi dovessero dire, con una pistola puntata alla testa, devi decidere se fare il regista o l'attore, deciderei per l'attore perché il teatro è l'attore, non il regista”.

La felicità esiste, è mai esistita in Gabriele Lavia?

“Mai, no, non so cosa sia. Forse, l'ho provata, ma non me ne sono accorto. Qualche volta, certo, ci sono stati dei momenti, con una donna, con dei figli, quando nascono i figli, quando i figli, le figlie da piccoli ti vengono addosso, ti zompano sulla pancia. Non so, forse quella era la felicità, ecco, sì, era probabile. No, no, io no, non so cosa sia”.

Qual è stata la parte in cui lei si è trovato calato a meraviglia?
“Nessuna”.

E quale le piacerebbe invece?
“Tutte”.

L'Amleto?

“Eh, magari: ormai sono troppo vecchio per rifare l'Amleto, l'ho fatto tre volte di seguito in tre edizioni diverse, però, non ho avuto quella fortuna, io, come attore di trovare la cosa quando tu entri in scena ed è tutto facile. Io quella fortuna non l'ho mai avuta: per me, è sempre una lotta, una guerra, e, quindi, è faticoso. E' doloroso anche: recitare è una cosa non facile, impegnativa, nessuno lo sa, perché in fondo cosa fanno quelli là sopra? Più o meno dovrebbero fare quelle cose che noi facciamo nella vita. Però, recitare è la cosa più difficile che esista: è molto più facile suonare”.

Facciamo finta che noi siamo dei produttori cinematografici o teatrali e le chiediamo di rappresentarci, di metterci in scena l'Aldilà, il “post mortem”. Come ce lo raffigurerebbe, come lo ha decritto Dante nella sua Divina Commedia?

“No, l'aldilà lo descriverei esattamente come l'aldiquà: è una cosa che già gli antichi greci sapevano, che il passaggio dall'aldiquà all'aldilà accade nel tempo presente: “Tutto è ora, tutto è uno” diceva Eraclito. L'aldiquà e l'aldilà sono lo stesso, è solo una coscienza diversa, un punto di vista. Per esempio, quando io tra poco andrò in camera a studiare la parte di un testo di Pirandello, di cui incomincerò le prove tra pochi giorni, nel momento in cui mi metto a studiare, sono già in un'aldilà. E anche, come dice il mito, “devo attraversare la valle della Lete, dell'oblio, della dimenticanza, per essere bene in quest'Aldilà”. E' come quando lei scrive un articolo di sport, tutto quello che c'è attorno non esiste più, e, quindi, si trova in un altrove – noi ci troviamo sempre in un altrove: anche quando uno è con una bella donna, con una ragazza, a passeggiare, oppure a letto, o fa l'amore si trova in un'aldilà. Se lei invece mi chiede l'aldilà dopo la morte...”

Sì, esattamente ci riferiamo al “post mortem”, all'ultraterreno...

“Ah, dopo la morte, questo non lo so”.

Anche perché – immaginiamo – lei non crede in Dio...

“No, no, non credo in Dio. Io non credo, può darsi invece che ci sia. Il problema è che siccome io credo, non debba esistere poi l'aldilà. Perché nella storia dell'Occidente Dio ha una posizione centrale, per cui anche se io non credo in Dio, non posa non avere rapporti con il divino, che è una cultura che attraversa tutta la storia occidentale”.

Quale libro di quale autore sceglierebbe tra Italo Svevo, Luigi Pirandello, Alberto Moravia, Eugenio Montale, Leonardo Sciascia?

“Dei classici del Novecento? Probabilmente, Pirandello, il più grande. Forse, Pirandello tra gli autori è l'unico che può stare vicino a William Shakespeare, Euripide, Sofocle, Anton Cecov, August Strindberg. Veramente, Pirandello è una vertigine. E ha chiuso la strada in qualche modo; non ha aperto una via, perché dopo aver scritto i “Sei personaggi in cerca di autore”, qualcuno mi dica che cosa si può scrivere: tutto quello che si scrive oltre è un salto all'indietro”.

“La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, non le piace?

“No, ma, per carità, sono capolavori assoluti, però, come grandezza in questo caso, da un punto di vista drammaturgico, non si può non riconoscere che Pirandello è il più grande in assoluto, e che l'unico autore moderno che può stare vicino ai grandissimi”.

E del “Il giardino dei ciliegi” di Anton Cecov, cosa ci può dire?

“Eh, Cecov è il mio autore preferito, quindi”.

Avevamo inteso Pirandello...

“No, no, Pirandello è troppo difficile per me. Cecov è il mio autore preferito e “Il giardino dei ciliegi” è un capolavoro: l'ho fatto e spero di rimetterlo in scena un'altra volta. Racconta la fine di un mondo. Cecov è un autore simbolista, e, quindi, quello che mette in scena attraverso “Il giardino dei ciliegi”, questo simbolo del giardino dei ciliegi che viene abbattuto è la fine di un vecchio mondo e la nascita di un nuovo mondo, che è la nascita, l'avvento della volgarità. Il nuovo mondo che viene avanti non è un mondo migliore, ma, è un mondo peggiore. L'antico, vecchio giardino dei ciliegi viene abbattuto e al suo posto chi lo compra farà tante villette a schiera per i villeggianti”.

Se uno vuol conoscere veramente l'animo vero dei russi – ha scritto il grande Enzo Biagi – deve leggere “I fratelli Karamàzov” di Fedor Dostoevskij...

“Purtroppo, Dostoevskij ha un problema per me: non ha mai scritto per il teatro. Peccato! Perché sennò che cosa avrebbe scritto? Ma, probabilmente aveva troppi problemi economici: doveva scrivere a puntate e avere subito il guadagno, e, quindi. O forse non amava semplicemente il teatro: quando ci si recava, non gli piacevano gli attori, le attrici. Però, io ho adattato diversi suoi racconti e brevi romanzi: quindi, lo amo molto. Non sono stato mai in Russia, quindi, non la conosco. So che ho degli amici che ci vanno e ritornano un po' delusi da quello che vedono: ci deve essere anche lì, più che da noi, è più visibile la volgarità, la ricchezza mafiosa esplosa dopo la caduta del muro. Sì, dalla letteratura e dal teatro si capisce il carattere dei russi, la loro grande umanità, pari, però ricordiamolo bene, a quella degli italiani, degli inglesi, degli spagnoli, di tutti”.

Non si è mai commosso nella vita?
“Uh, tante volte!”

Che cos'è che riesce ancora a commuoverla: un fiore simbolo della perfezione della natura, uno splendido tramonto, un gesto di generosità, cosa?

“No, le cose che mi commuovono sono sempre cose che hanno a che vedere con i rapporti umani: un atteggiamento di un uomo verso un altro uomo. In genere, mi commuovo quando ho fatto la “Prima” alla “Scala” di Milano ed è andata in scena non la cantante titolare ma il secondo cast, la protagonista del secondo cast perché stava male. E questa ragazza, tanto carina, tanto dolce, era terrorizzata, sono andato in camerino a farle coraggio – perché era il suo debutto alla “Scala”, teatro molto complesso, molto difficile – dicendole “dirò una preghierina per te”. E, poi, era talmente emozionata che mi sono commosso”.

Cos'è che invece le fa rabbia?
“Uh, guardi, orrore, schifo...”.

La voglia di non voler uscire dal limbo dell'ignoranza, del non sapere di molta gente?

“La voglia di non uscire dall'ignoranza ormai quella è stata superata: ormai questo Paese si è infilato nel tunnel dell'orrore, dall'avvento delle televisioni private. Anche la Rai è diventata una televisione privata, è diventata veramente un orrore. Ma, ci sono alcune cose – e parlo della televisione perché ha avuto più importanza nella vita degli italiani e che in qualche modo con i loro “Format” hanno “deformat” la popolazione-. L'orrore – io ormai sono vecchio – ma posso dire che – non vorrei ripetere le stesse frasi che diceva mio nonno - “che l'essere umano è peggiorato”, la volgarità è peggiorata”.

La maleducazione è imperante, dilagante...

“Mamma mia, mamma mia! Se uno gira per città italiane: Roma, dico Roma, la città probabilmente più importante del pianeta, tenuta così male, così sporca, con questi ragazzi fuori da questi orrendi buchi, con questi bicchieri in mano che imbrattano, che sporcano, e uno dice ma perché a Tokio non è così, ma perché da un'altra parte del mondo non è così? Eppure, sporcano la città: ma, sporcano se stessi, imbrattano la loro lingua. Non c'è una Nazione che ha meno rispetto della propria lingua come l'Italia. Eppure, l'italiano non è la lingua del Potere – non abbiamo vinto la guerra, pertanto, secondo la legge, la regola, chi ha vinto la guerra ha il dominio -. Ed è giusto, quindi, avendo gli americani vinto la guerra, che la lingua è l'americano, non è neanche l'inglese, è l'americano. E, va bene questo. Ma, però, quello che ignorano gli italiani, ignorano i politici, coloro hanno il potere – che forse potrebbero fare qualcosa; non so che cosa, perché non sanno probabilmente di quello che parlano – in tutto il mondo, in tutto il mondo l'italiano ha un'importanza così essenziale. Se lei pensa che tutto il mondo in questo mondo, in tutto il mondo, da qualche parte di tutto il mondo c'è una compagnia che sta provando un'opera lirica. E in questa opera lirica si parla quasi esclusivamente l'italiano. Perché anche opere non scritte da autori italiani, come Mozart, utilizzava i libretti in italiano di Da Ponte. In quante parti del mondo cantanti coreani piuttosto che cinesi, piuttosto che lapponi stanno in questo momento cercando di capire che cosa significa “Non più andrai farfallone amoroso”. Io adesso che vengo da San Francisco, dove ho messo in scena il “San Giovanni” di Mozart, con questa compagnia di attori americani che con tanto amore cercavano, mi chiedevano come si pronunciasse una parola – perché l'americano ha alcuni problemi con le doppie – e se lei pensa che in Cina e in Giappone - dove ho fatto diverse opere liriche – il sogno di ogni orientale è di andare a Firenze, a Venezia e a Roma. E moltissimi si iscrivano a una scuola di italiano, ma, perché forse se non studi italiano non fai affari? Perché vogliono respirare fino in fondo il profumo del nostro Paese, calarsi nell'animo, nelle emozioni, nelle passioni che l'Italia sa accendere, sa vivere. In questo Paese, non solo non ci rendiamo conto non dico di avere l'orgoglio – non significa, sono parole vuote -, ma, non abbiamo la coscienza dell'essere che cosa è stata, la cultura italiana nel mondo”.

Si piange di gioiosa commozione e di gran dolore: quand'è che le è capitato di vivere questi due diversi stati d'animo?
“Piango spesso”.

Quindi, è un personaggio – caliamo la maschera – sensibile, molto sensibile?
“Sì”.

Il “gol” più bello, cioè la cosa che meglio le è riuscita nella carriera di attore e di regista, e quello che sogna di realizzare in futuro?

“Ho fatto qualche spettacolo nella mia vita che anche se a me non piaceva, tuttavia, aveva avuto sul pubblico la presa. E' successo diverso tempo fa come nei “Masnadieri”, “Il Principe di Homburg”, “Il Carlos”: sono stati spettacoli fatti in un momento della vita, in cui la tua maturità fisica, intellettuale ed artistica in qualche modo si coagula, probabilmente anche per congiunzioni astrali favorevoli. Sì, sì, penso che ho qualche bel ricordo”.

Il suo sogno, o il rammarico?

“L'attore è legato all'età fisica e, quindi, ormai non ho molte parti da fare: mi rimangono poche parti”.

Quale personaggio le piacerebbe interpretare?

“Interpretare “Re Lear”, ho fatto tanti Shakespeare, ho fatto “Amleto”, ho fatto “Otello”, “Otello” come regista perché non ci sono parti giuste per me nell'”Otello”, “Riccardo III”, “Riccardo II”... Mi piacerebbe provare a fare “Re Lear”, c'ho un'idea, ogni giorno la cambio”.

E chiudiamo con il grande genio di Federico Fellini...

“Ecco, Fellini era un genio, come ha detto lei”.

Per Fellini “il teatro è finzione”...

“L'arte è finzione, “fingere” è una parola latina, un verbo latino, che significa mettere in opera. E' una messa in opera, una messa in scena. Fingere non vuol dire mentire, ma fare qualcosa. Fingere è il verbo latino con cui venne tradotto il verbo greco “poièin”, da cui “poiesis”, uguale poesia. Poesia e finzione sono lo stesso. Noi nella nostra cultura giudaico-cristiana abbiamo cambiato molti significati perché l'attore veniva considerato appunto perché fingeva, veniva avversato dalla Chiesa, veniva considerato un “mentitore”, per cui la parola “ipocrites” è diventata una parola negativa. Ma, che non hanno niente di negativo in sé, perché significa “in opera”. In greco “ipocrites” è composto da “ipo”=sotto, e “crites”=verità; quindi, attore, ossia interprete, significato positivo, tutt'altro che sprezzante come invece lo si usa oggi. Così come “teatro” deriva dal greco “theatron”=luogo per vedere; e “commedia” è il composto di “kòmos”=corteo festivo e di “odé”=canto. Ma, questi due ultimi termini hanno mantenuto il loro valore, significato positivo, non hanno mutuato l'opposto o hanno assunto senso spregiativo”.
Viviamo una società dell'orrore – ha detto qualcuno. Il grande poeta toscano Mario Luzi declamava così: “Sono sicuro, soltanto la poesia ci salverà”: è d'accordo su questo?
“Non credo però l'uomo sia così attratto dalla poesia. Non lo so: è più attratto dal calcio. O forse non so se il calcio possa fare di più; solo lei lo sa, me lo può dire. Sono vecchio oramai, che speranza posso avere?”

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 29 ottobre 2011

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