ULTIMA - 22/3/19 - COMPOSTI I GIRONI DEL 26° TORNEO “ELIO MONTRESOR”

Si è svolto allo Stadio “Avanzi” il sorteggio dell'attesissima 26esima edizione del Torneo “Elio Montresor” alla presenza dell’Assessore allo Sport del Comune di Verona Filippo Rando, del Presidente della 5^ Circoscrizione Raimondo Dilara, del Presidente della Commissione Sport Marco Padovani e del Consigliere regionale FIGC Mario Furlan. Il Torneo,
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INCONTRI VIP'S

12/11/11 - INCONTRI RAVVICINATI: MONS. GIOVANNI TANI

TANI, MEZZ'ALA “ATIPICA”

Dal 17 settembre 2011 monsignor Giovanni Tani ha iniziato il suo ministero pastorale presso l'arcidiocesi di Urbino-Urbania-Sant'Angelo in Vado. Nato a Sogliano sul Rubicone (Forlì) l'8 aprile 1947, Sua Eccellenza ha conseguito la Licenza in Diritto Canonico nella Pontificia Università Lateranense.
Dal 1985 al 1999 è stato direttore spirituale del Seminario di Rimini, del Pontificio Seminario Romano Maggiore, di cui divenne in seguito Rettore. Dal 2006 è Assistente Spirituale dell'Apostolato Accademico Salvatoriano.

Nel 1992 è stato nominato Cappellano di Sua Santità, papa Giovanni Paolo II. E' un appassionato studioso di Santa Teresa d'Avila. Suo “Il “Castello interiore” di Santa Teresa d'Avila”, un'interpretazione simbolica, scritto nel 1997 per le Edizioni Paoline. E' dotato di uno spiccato e raro dono dell'ascolto e ha un carattere tutt'altro che sanguigno, esplosivo, tipico della gente delle sue parti: il popolo di Romagna.

Monsignor Tani, cosa significa essere il capo della comunità cristiana di una delle cittadine famose per una delle più antiche Università degli Studi d'Italia?

“E' una cosa che sto cercando di capire giorno dopo giorno, e mi pare che l'interesse sia crescente per questa realtà. E' certamente una realtà che ha il suo aspetto di fascino, non fosse altro per la città dove vivo adesso e per la storia che mi precede per questa realtà di Urbino, che si direbbe che è sempre giovane perché ci sono sempre giovani che girano, c'è un bel ricambio. Quindi, io, come guida di questa realtà, di questa arcidiocesi, al momento, significa stare attento, tenere gli occhi aperti, cercare di capire, cercare di mettere nel mio orizzonte tutto quello che mi circonda, non mettere nessun tipo di distanza con niente, in maniera tale che poi in un secondo tempo – che potrà avvenire tra un anno – io sarò in grado di poter dire meglio, di poter capire meglio cosa significa per me essere guida della comunità che vive la Fede in questo luogo, e della comunità che vive la missione in questo luogo”.

Non ha mai giocato a calcio, nemmeno da ragazzino in seminario o in oratorio?

Un bel sorriso precede la risposta del prelato dell'arcidiocesi di Urbino: “Io ho giocato a calcio quando ero piccolo alle Medie, in seminario, anche più grande, e il calcio era lo sport più ovvio, più praticato. Quindi, anche io, non essendo – come dire – un calciatore, non sono stato un talento del calcio, però, anch'io facevo parte delle squadre di questo seminario e, per quanto potevo, mi davo da fare. Giocavo soprattutto – mi sembra – nella posizione di ala, di ala destra, e non avevo una grande aggressività, un grande spirito di attacco, ma tenevo sempre atteggiamenti di difesa”.

E, giù un'altra bella risata: “Però, mi è capitato con una certa frequenza di mettere il piede giusto al momento giusto, e di infilare qualche gol. C'è ancora qualcuno che, quando mi vede e si ricorda un torneo perso proprio per questo motivo, per colpa mia che non ero notoriamente un grande calciatore, gli ho fatto perdere il torneo per il piedino messo al punto giusto”.

Aveva una simpatia per qualche giocatore di allora?

“Io devo dire che sono sempre stato juventino e ho cercato i rimanere tale anche quando non potevo dirlo troppo forte: per esempio, durante i miei anni a Roma. Però, il mio interesse per il calcio non si ferma solamente alla Juventus; a me interessa la Nazionale italiana, ma non entro mia dentro la conoscenza dei calciatori, della squadra, della sua composizione. Io non l'ho mai saputa”.

Un giocatore che le piaceva quando lei rincorreva la palla in seminario?

“Dunque, un nome che mi viene subito in mente è Sivori, oppure, Bettega”.

Attendista come seminarista-calciatore; invece, nella vita, nella sua missione, che ruolo crede di aver sempre ricoperto?

“Mi si attribuisce una qualità di ascolto: io dico quello che raccolgo, mi rendo conto che l'ascolto non è facile per niente. Non è sempre ascolto il solo stare a sentire, anche se è una parte importante dell'ascolto. Non è sempre ascolto lo stare fisicamente lì, perché magari la mente non riesce a stare lì. Però, mi si attribuisce una capacità di ascolto, una capacità di prendere decisioni dopo aver valutato attentamente. E mi riconosco in questo ritratto dipinto dagli altri: cerco di frenare tutte le mie impulsività, diciamo romagnole; le contengo molto, tant'è che mi si ritiene un romagnolo atipico. Prendo le decisioni – ripeto – dopo aver valutato bene la situazione, e dopo essere andato oltre quello che impulsivamente poteva essere il primo istinto”.

La felicità esiste in monsignor Giovanni Tani, e in che cosa consiste? E la solitudine, quella non scelta, quella forte, schiacciante, non l'ha mai provata?

“La felicità, per me, esiste. Che io sia felice è notevole l'espressione; è un'espressione molto forte. Ritengo che possa essere molto calzante l'espressione “sereno”. Sì, credo che questa possa essere adeguata come espressione. Come felicità, direi di sì, anche se spesso questa felicità è collocata negli stati profondi, mentre quelli più attivi o all'esterno, i più visibili possono essere più intrisi di pensosità, a volte più carichi di preoccupazioni, di tensione, in determinati momenti. Devo dire anche in occasione della mia ordinazione episcopale, sì, io ho toccato questo livello di felicità. Che mi ha sorpreso veramente: probabilmente è stato il momento di grazia che ho vissuto: c'era una tale coralità intorno a me, una tale festività che mi veniva da fuori, mi veniva da dentro, non so”.

La solitudine – quella che non la si cerca apposta per meditare – non l'ha mai provata? Siamo nell'epoca della grande comunicazione, ma, c'è tanta gente sola, che non dialoga, e tanta gente che sceglie la via estrema della vita, dimenticandosi il grande dono, il grande valore della nostra esistenza...

“No, la solitudine come peso non l'ho mai sperimentata, perché la vita di un prete è sempre molto piena di incontri sia con persone singole, sia con gruppi di attività, della celebrazione o in altri momenti. E, a volte, c'è proprio il bisogno di avere degli spazi, in cui uno sta solo con se stesso, solo con Dio, solo con le sue letture, c'è proprio un bisogno forte. Per cui, quando mi capitano questi momenti, non sento il peso della solitudine”.

Perché nell'era dei social network, dei cellulari con tanto di computer, degli I-pad, di face-boke è aumentata la solitudine, anziché essere regredita?

“Mah, secondo me, è perché l'interiorità non è abitata bene. L'interiorità, forse, è piena di tanti input che vengono dall'esterno e di tante preoccupazioni che abitano dentro. Ma, non c'è l'equilibrio con la visione della vita che dia senso a tutto questo, per cui uno, a un certo punto, si sente in balìa o delle sue paure o soltanto da quello che viene da fuori”.

Manca un percorso di Fede, o no?

“Manca questo, sì: adesso qui, in questa sede, in questo contesto, non si tratta di misurare quantitativamente il discorso, però, se uno sa che la sua interiorità è abitata da Dio, e che c'è un dialogo interiore che può essere sostenuto e che è un valido dialogo, bé, allora la sua interiorità non è più uno smarrimento, un deserto, ma, insomma, è un qualche cosa di vivo, che non è mai vivo in maniera stabile, ma, deve essere sempre ricostruito come ogni relazione. E, penso che molti, ricorrendo a un linguaggio più abituale, mancando di Fede, mancando di una visione altra sulla vita, magari le situazioni presenti, le difficoltà, anche questa situazione difficile che stiamo vivendo non fanno altro che suscitare paura, smarrimento, disorientamento, mancanza di una prospettiva. Quindi, tutto questo diventa molto pesante”.

Non ha mai pianto nella vita? C'è un pianto di commozione, gioioso, e un pianto di dolore vero in seguito a un qualcosa di grave che le è accaduto. Quand'è che le è capitato l'ultima volta di piangere?

“Ma, io ho pianto sia per consolazione che per dolore. Credo che alcune lacrime di consolazione siano venute recentemente nei vari momenti, nei vari incontri, nelle varie circostanze ultime del mio cambiamento di vita. Momenti di dolore ci possono essere stati per difficoltà, per qualche momento particolarmente difficile, e, quindi, c'è stata anche questa espressione qui, della mia emozione. E, anche in quei momenti lì non ho sentito la solitudine o mancanza di speranza, no. Lì era soltanto un dare spazio a questa forte emozione interiore che si creava”.

L'ultima volta che ha pianto, monsignore, immaginiamo sia stato per la perdita di una persona cara...

“Ad esempio, ho pianto molto, nei momenti del funerale di monsignor Pietro Sambi, che era mio amico, mio concittadino, anche lui di Sogliano sul Rubicone. La sua improvvisa morte, a 73 anni, a Baltimora, mi ha colpito molto. Era nunzio apostolico a Washington”.

Ah, sì, incarico ricoperto prima dal cardinale – romagnolo pure quello – Pio Laghi, e dall'attuale arcivescovo metropolita di Loreto, monsignor Giovanni Tonucci...

“Sì, infatti. Ecco, ad esempio, quello è stato un momento in cui ho provato forte dolore. Era metà estate di quest'anno, e lui è morto il 27 di luglio, e il funerale deve essere stato concelebrato il 2 di agosto, se ricordo bene”.

È, senta, monsignore: il 27 luglio è nato mio papà, il 2 di agosto invece io: provi a mettere la schedina la prossima volta...

Ed, alé, altra lunga, anche se pacata, risata del prelato neo-urbinate: “Ebbene, ritornando a quell'avvenimento, non ho nascosto le mie lacrime, qualcuno se né pure accorto”.

Cos'è che le dà più fastidio e cosa invece riesce ancora a muoverla a commozione?

“Bé, fastidio durante la giornata è il ritmo arruffato di contrattempi, il non poter gestire bene il tempo, questo mi dà fastidio”.

Sì, ma ci riferiamo anche ai fattori esterni...

“Ah, esterni: una certa superficialità. Mi urta un po' – però, questo dovrebbe di più interrogare che urtare – vedere che molti vivono di niente”.

In che senso?

“Cioè i discorsi sono sul niente, banali, superficiali”.

Qual è il peccato mortale più grave: il non ammettere che esiste la possibilità di abbracciare la Fede, o, perlomeno, di tentare di cercarla: o non ammettere categoricamente che non esiste Dio?

“Bé, non ho mai fatto questo tipo di riflessione. Mah, io sto riflettendo in questo periodo, in questo tempo, dove ci sono tante problematiche sociali, rimango sempre sorpreso – forse, è un po' infantile la mia sorpresa – che ci possa essere qualcuno che pensa e progetta di fare male”.

Le sue origini, la sua famiglia?

“Sì, sì, eravamo quattro fratelli, due maschi e due femmine. Il papà era un artigiano, un dipendente del Comune, era un elettricista, un idraulico: aveva una bottega, dove vendeva elettrodomestici. Insomma, spaziava in un po' tutti i campi. Papà si chiamava Luigi, la mamma – ancora al mondo, 90 anni, Elisabetta, chiamata Tina – era casalinga”.

E' stata mamma Tina a trasmetterle la Fede?

“Mah, in casa l'ho respirata. Mio babbo era molto riservato, molto contenuto, mia mamma invece più aperta, più esplicita, ma, in casa la Fede si è sempre respirata. Mio babbo non mai mancato la messa alla domenica, per dire. Quindi, è una fede che è venuta fuori fin dall'inizio”.

Perché è importante credere in Dio?

“Perché è la nostra verità. Noi siamo liberi di credere o di non credere, però, la Fede è una scelta che ha una sua razionalità, nel senso che è molto semplice: se noi siamo creati da Dio, il nostro funzionamento, il nostro buon funzionamento è stare con Dio, stare nel programma che Lui ha messo dentro di noi. Nel progetto che Lui ha messo dentro di noi, parlando in termini attuali. Per cui, uno può scegliere anche un altro programma, ma, poi si rende conto che non funziona”.

E' vero che il peccato mortale più grande, più grave è non voler credere che esista un Dio e, quindi, abbracciare una fede, qualsiasi essa sia. Oppure, il sentir dire “a me non interessa”, ovvero l'indifferenza...

“Se uno afferma questo, superficialmente, senza farsi nessuna domanda su quello che afferma, bé, direi sì che è una cosa grave. Se uno, invece, pur facendosi delle domande e poi cercando di aprire un discorso sulla Fede, cercando la Verità, non riesce ad approdare alla Fede, ci sono tanti percorsi che rimangono molto particolari e un po' misteriosi – come chi invidia chi ha la Fede -, allora, questa realtà qui credo che meriti molto rispetto, molta attenzione”.

Dove andremo a finire, come sarà l'Aldilà, come se l'immagina, lei, monsignore? Ha paura della morte?

“Mah, il pensiero della morte c'è senz'altro. Paura? Sa quando le cose uno pensa che siano ancora lontane, come la morte, non ha quell'immediato impatto di paura. Io penso all'Aldilà come una realtà bellissima, una realtà di una bellezza sempre rinnovata, sempre nuova, una bellezza che non annoia minimamente. Un puntino di vita, ecco, con la presenza di Dio, con la realtà della Comunione dei Santi, e una pace, un qualcosa che più di così non riesco ad immaginare, però, ritengo che sia proprio l'approdo pieno della propria esistenza, e un approdo che, essendo una consegna totale a Dio, non saprà di nessuna staticità, di nessuna noia, ma, sarà una gioia. Molto spesso ho pensato così: come uno non si stanca mai di gioire, se la gioia gli dura mezz'ora, un'ora, tre ore, una giornata, una settimana e non si stanca perché è gioia, così anche l'Eternità sarà una situazione del genere, dove uno potrà godere infinitamente di Dio, della Sua Bellezza, e finalmente capire veramente e rendersi conto di che cos'è la Bellezza”.

Alcuni teologi sostengono che l'inferno è vuoto: esistono solo il Paradiso e il Purgatorio. Una sua riflessione a riguardo...

“La mia riflessione è duplice: da una parte, se l'inferno fosse vuoto, potrebbe essere segno di una mancanza di libertà vera dell'uomo perché non sarebbe libero di scegliere di non stare con Dio. Dall'altra, i percorsi del cuore, il mistero dell'incontro dell'uomo con Dio è così profondo, così insondabile che non possiamo mai capire che cosa succede. Perlomeno, nell'attimo del passaggio da questa vita all'Eternità. Per cui, tra queste due ipotesi rimango sospeso”.

Che cosa le trasmette il dolore altrui e cosa invece la commuove (prima non aveva risposto a questa seconda parte dell'interrogativo)?

“Bé, ci sono delle commozioni quotidiane, molto semplici, come guardare la natura, guardare un tramonto, guardare la città, ad esempio, le varie prospettive, le angolature, lo sguardo su questa città di Urbino. A volte, io uso la macchina fotografica e cerco certi aspetti, degli angoli, delle prospettive: mi piace fermare con l'obbiettivo tutto questo”.

E il dolore di un bambino minato dal cancro o la solitudine di un anziano parcheggiato in un cronicario?

“Mi commuove il pianto degli altri. Mi colpisce, perlomeno mi ferma, mi fa interrogare, mi chiedo anche personalmente se sono interrogato da quella situazione, se quella situazione mi chiede qualche cosa e rimango colpito. Poi, c'è una risonanza che continua dentro di me, dopo quegli incontri. Mi commuove una bella lettura, mi commuove un film. Un gesto di solidarietà che vedo fare con entusiasmo ed amore”.

Se non avesse fatto il prete, cosa le sarebbe piaciuto di più diventare da grande?

“Da piccolo dicevo che volevo fare il camionista”.

Le piaceva girare...

“Mi piaceva perché c'era il papà di un mio amico che faceva il camionista, ed era, quindi, più una scelta legata al mezzo che alla voglia di girare. Poi, da grande, quando sono arrivato al momento della scelta un po' più decisa, mi ricordo che avevo in mente anche Medicina o Sociologia – sa, erano gli anni del Sessantotto, delle Contestazione -”.

Come vorrebbe combattere una notte di insonnia, con quale tipo di lettura?
Le proponiamo un testo sulla vita di don Lorenzo Milani, di Giuseppe Dossetti, di don Carlo Gnocchi, di don Luigi Sturzo, di Giorgio La Pira: quale di questi chiederebbe?

“Se devo scegliere in base alle conoscenze che ho, potrei scegliere don Gnocchi perché non lo conosco tanto. Se devo scegliere in base al mio curriculum di vita, potrei scegliere Dossetti, La Pira, don Milani. Questi qua li ho conosciuti, Dossetti l'ho conosciuto personalmente, per cui, trovandomi soltanto con questi cinque libri, forse, la scelta cadrebbe su quello che conosco di meno, ecco”.

E, se invece le offrissi “Il curato d'Ars” e “Diario di un parroco di campagna”, chi gradirebbe?

“Per una notte insonne, il “Diario di un curato di campagna” di George Bernanau”.

Recentemente, anche papa Ratzinger ha scritto su “Sport e vita”.

“...L'allenamento induce più autocontrollo, cioè più superiorità intesa come autodominio e scongiura maggiormente la manipolazione delle teste dell'uomo. Rende più liberi della vera libertà, che è quella dell'animo...” Ed ancora: “...La magìa è il desiderio inconscio di Paradiso che ha ognuno di noi. E questo desiderio anela ad andare Là dove è partito...”.

Una sua riflessione, monsignor Tani...

“...Da dove è partito il nostro tragitto... Dico che questa è la visione dell'uomo che sa integrare in maniera totale spirito, anima e corpo, e che quello che succede dal punto di vista del fisico ha un radicamento profondissimo nello spirito, nella psiche, per cui anche una disciplina come lo sport – che richiede tanta attenzione, tanto allenamento, tanto tempo – senz'altro porta anche un frutto interiore nella bellezza della persona, nell'ordine della persona, nella capacità della persona di sapersi dominare, ecc... E questa è una visione integrale dell'uomo; per cui, non è che ci possa essere una divisione tra quello che è il fisico corporale da quello che è spirituale. No, visti tutti insieme”.

Prima ha detto che segue la Nazionale: chi le piace oggi come giocatore?

Ancora un sorriso di monsignor Giovanni Tani precede una delle ultime risposte: “E' sempre una domanda difficile. Sì, la seguo, mi piace il gruppo che si dà da fare”.

E non è bello vedere segnare in azzurro Balotelli?

“Ieri sera – l'ho sentito vagamente – ha segnato lui, contro la Polonia. E' bello, certo: speriamo che gli italiani possano riconciliarsi con lui, e che il giocatore si calmi un po'”.

La spiegazione del suo motto, qual è?

“E' una frase della liturgia, ed era il motto dello scorso anno al Seminario Romano. Quando è stata l'ora della nomina, anche se altre frasi mi giravano per la testa, però, ho visto che era stato un motto molto presente e così ho deciso di sceglierlo anche per il mio episcopato”.

Tornando nuovamente ai nostri azzurri, la nominiamo cittì di un'ipotetica Nazionale degli ultimi pontefici: dove schiererebbe Ratzinger, dove Wojtyla, dove Giovanni XXIII, dove Paolo VI?

“La risposta la ritengo un po' banale, però, mi è saltato in mente questo: Ratzinger in porta Wojtyla all'attacco”.

E papa Roncalli, quello del “quando andate a casa, date una carezza ai vostri bambini!”, e papa Giovambattista Montini, Paolo VI?

“Ah, sì, sì, papa Giovanni potrebbe giocare o come libero o come ala. Paolo VI? Un gran terzino”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 12 novembre 2011

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