ULTIMA - 27/5/19 - AIAC VR: INCONTRO FORMATIVO CON STEFANO BIZZOTTO

L’Associazione Italiana Allenatori Calcio sezione di Verona informa che organizza per lunedì 3 giugno 2019, con inizio alle ore 20.30, un interessante serata formativa dal titolo "La comunicazione nel mondo del calcio". L'incontro si terrà presso l’aula 1 del palazzotto Gavagnin (difronte alla sede della società Virtus Vecomp) in via
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INCONTRI VIP'S

22/11/11 - INCONTRI RAVVICINATI: RENATO COPPARONI

COPPARONI:“QUANDO FECI INFURIARE MARADONA”

La fama di Renato Copparoni, nato in Sardegna, a San Gavino Monreale (oggi Vs, provincia del Medio Campidano, regione Sardegna), il 27 ottobre 1952, si perpetua nella storia del nostro calcio per quel rigore parato con il Torino al Maradona “napoletano”. Copparoni è cresciuto nel Cagliari (dal 1972 al 1978; esordio in A il 13 maggio 1973 in Cagliari-Torino: 1-0), all'ombra di quel grande portiere, Enrico Albertosi e come alternativa ad Adriano Reginato, e poi al Torino come riserva prima di Giuliano Terraneo, Silvano Martina e poi di Fabrizio Lorieri (dal 1978 al 1987 e 31 presenze), per chiudere la carriera nella stagione 1987-88 nell'Hellas Verona – come alternativa al grande Giuliano Giuliani -, scaligeri guidati da mister Osvaldo Bagnoli.

A 35 anni debutta in Coppa Uefa con la maglia del Toro e subisce nei quarti di finale un gol direttamente da calcio d'angolo dall'ex Inter Hansi Muller, in forza agli austriaci del Tirol Innsbruck. Si è laureato in Scienze Politiche, tentando invano anche di fare il bis anche in Giurisprudenza. Appesi i guantoni al fatidico chiodo, ha allenato i portieri a Foggia, a Roma (quelli della Lazio), a Nuoro. Oggi ricopre l'incarico di di un'importante azienda emiliana con ramificazioni in Sardegna.

Dottor Copparoni, lei ha legato la sua fama principalmente per quel rigore parato al grande Diego Armando Maradona. Ce lo vuole ricordare quell'attimo fatale?

“Sì, è vero sono stato il primo portiere in Italia a parare un calcio di rigore a Maradona. E' stato un colpo di fortuna, perché di rigori se ne possono parare anche a giocatori famosi – rientra nei compiti degli estremi difensori – ma, passare alla storia come il primo portiere che ha negato un calcio di rigore al più grande giocatore del mondo è stato, come sono solito dire, un bel colpo di fortuna. Durante un campionato, campioni di quel calibro, se ti va bene e da titolare sempre, li incontri due volte all'anno. Poi, devi aspettare altri anni. E' stata fortuna mista a bravura”.

E' accaduto quando?

“In Napoli-Torino, ai primi di marzo del 1986. Vinse il Napoli 3-1, è stata una bella partita, con occasione da entrambe le parti, e Maradona fece delle giocate incredibili. Però, al campione argentino gli mancò il gol perché quel giorno io parai di tutto, coronando a cinque minuti alla fine la domenica di grazia con quel calcio di rigore parato”.

Si era preparato durante la settimana, immaginava dove l'avrebbe potuto indirizzare quel penalty “El Pibe de oro”?

“Ha tirato a destra, quella volta, ma, un paio di domeniche prima aveva calciato un rigore a Zenga dell'Inter, - mi pare fosse Napoli-Inter -, e avevo visto che Zenga si era mosso un po' in anticipo, cioè non aveva aspettato proprio l'ultimo istante e poi aveva scelto di andare da una parte. Io da ciò mi sono detto che era meglio stare fermi, non dargli alcuna indicazione, anche perché lui avendo anche un piede abbastanza piccolo, corto, anche all'ultimo momento poteva cambiare direzione. Ho pensato dentro di me: non gli do alcun riferimento, sto fermo e all'ultimo vediamo dove tuffarci. E così è stato con lui. Lui, dopo aver visto che non andavo né a destra né a sinistra, ha dovuto calciare e io ho fatto un passo in avanti, senza fornirgli indicazione alcuna, ha calciato la palla, che non era forte, ma piazzata, guardando il portiere. Sono stato bravo in questo, nell'attendere la sua mossa senza scoprirmi, perché mi tremavano i muscoli delle gambe perché l'istinto del portiere è quello di andare incontro alla palla. Da una decina, undici per l'esattezza, di metri, si cerca sempre di anticipare il tiro dell'avversario ed eventualmente di pararlo. Sono rimasto fermo ed è andata bene”.

Lei non si è mai proposto dagli undici metri?

“Sì, qualche volta, per divertirci, durante gli allenamenti, anche perché avrebbero stracciato il cartellino al mio allenatore, con tanti giocatori bravi con cui ho giocato: da Riva a Pulici, da Graziani a Elkjaer”.

Qual è stata la sua “bestia nera”; chi le faceva sempre gol?

“Una “bestia nera” è stato Boninsegna, ex Cagliari: quando è passato nell'Inter e noi del Cagliari l'abbiamo rincontrato a “San Siro”, da avversario però, lui ci ha rifilato un secco 4 a 0, con quattro gol firmati da lui. Mi sembra fosse stato il 1974. Mi massacrò, praticamente; è stato un incubo. Che me lo sono portato dietro per un po' di tempo, perché quattro gol non sono pochi, e, poi, perché sono stati ingigantiti per un paio di settimane dal continuo essere trasmessi nella copertina de “La Domenica Sportiva”” sorride Renato Copparoni sul latte già versato ed ormai un ricordo, un incubo lontano. Che si perde nelle nebbie padane".

Qual è il suo più grande rimpianto di portiere?

“Dico sempre che arrivare a certi livelli si è fortunati; conosco, infatti, tanti ragazzi che come me hanno tentato la strada dei professionisti ma che poi non sono stati assistiti dal briciolo di fortuna per poter sfondare, per poter arrivare e poter dimostrare negli anni la loro bravura, le loro capacità. Rimpianto è stato quello di non aver avuto un pizzico di fiducia una volta arrivato a Torino da Cagliari, soprattutto nei primi anni”.

Al Toro doveva vedersela con un formidabile Giuliano Terraneo, o no?

“Sì, ma, non avevo paura di nessuno. E' che ero arrivato in una situazione particolare, dove Giuliano si era imposto perché c'era già l'anno prima, due anni prima, eppoi godeva della fiducia della società e dell'allenatore Radice. Ma, arrivai a Torino che sapevo di incontrare difficoltà; però, c'era un problema. Il Cagliari aveva bisogno di quattrini, navigando in cattive acque, e il Torino era disposto a pagarmi 200 milioni di vecchie lire all'anno. Nel 1978 era una cifra piuttosto importante. Con Gigi Riva, che era in quel periodo lì del Cagliari, mi spiegò la situazione finanziaria non rosea dei sardi e la necessità di realizzare qualcosa in termini economici. “Il Torino ti vuole, Radice ti vuole!” ed io feci una scelta importante, perché lasciavo la mia famiglia, i miei amici, gli affetti, tutto. Però, professionalmente ne valeva la pena. E andai al Toro. Consapevole di non essere inferiore a nessuno: non avevo davanti a me Zoff, Albertosi o nomi eclatanti. Avevo un signor portiere, giovane quanto me, e credevo, da Cagliari, di giocarmela. L'ho capita, la situazione, solamente quando sono arrivato all'ombra della Mole Antonelliana. Infatti, l'anno dopo chiesi di andare via, anche perché ero richiesto dal Catanzaro di mister Burgnich, ma, il Torino non volle cedere la sua parte di comproprietà. Io avrei voluto giocare, anche a Catanzaro, ma, allora, purtroppo, non c'erano come adesso i procuratori, i contratti a scadenza, non esisteva la legge Bossman, quindi, il cartellino apparteneva alla società e da lei dipendevi. E a Torino ho imboccato un'altra strada, ho pensato a un percorso alternativo al calcio, iscrivendomi (senza però portare a termine gli studi) a Scienze Politiche”.

E oggi cosa fa di bello il dottor Renato Copparoni?

“Una volta smesso di giocare a calcio, nel 1988 e nell'Hellas Verona, dopo un anno in mezzo sono entrato a Cagliari alla Camera di Commercio (azienda di servizi alle aziende). Poi, quando Beppe Dossena, mio ex compagno di squadra al Toro, passò alla Lazio nel 1992 come Responsabile del Settore Giovanile, sotto la presidenza Cragnotti, mi ha proposto di far parte del progetto di ristrutturazione del vivaio bianco-azzurro. Ho lasciato il posto alla Camera di Commercio e mi sono prestato per 5 anni alla Lazio. Poi, con Mimmo Caso, mister della Primavera laziale, abbiamo vinto un campionato, quindi, dopo l'esonero di Zeman, ho svolto sotto la presidenza di Dino Zoff, la preparazione dei portieri della Lazio, difesa da Marchegiani. Poi, di nuovo con Mimmo Caso al Foggia, il Chievo (due stagioni), quindi, sono stato sia in tutte e due le sponde del calcio veronese: all'Hellas come giocatore e al Chievo come preparatore dei portieri”.

Ed adesso?

“Adesso ricopro il ruolo di responsabile commerciale in Sardegna di una cooperativa, che è di Concordia, in provincia di Modena, e che si è ben radicata qui, in Sardegna, per completare il progetto di meccanizzazione della Sardegna, e che parte dall'Algeria”.

Qual è stato il portiere più forte dei suoi tempi?

“Albertosi e Zoff. Ricky è stato un grandissimo portiere, perché lo vedevo tutti i giorni al Cagliari; ma, Dino Zoff non gli è stato da meno”.

La sua infanzia è stata serena, difficile?

“No, è stata serena, molto serena. Sono stato un ragazzo fortunato, da questo punto di vista, perché ho avuto una famiglia che non dico mi ha accontentato in tutto, visto che mio padre era un padre energico, di vecchio stampo, ma, ero coccolato dagli zii. L'amore per il pallone, per me, era tutto. Mio padre lavorava nella fonderia del piombo a Gavino, ed era impiegato lì, mia madre invece faceva la casalinga. Io ero il più piccolo ed unico maschio di tre figli. Una famiglia umile, una famiglia per bene. L'unica cosa che mi dispiaceva era che mio padre non veniva mai a vedermi giocare quando giocavo. Ha iniziato a vedermi solamente quando ho iniziato a giocare nel Cagliari, in serie A, poi, non è più venuto. Non veniva a vedermi nemmeno quando militavo nelle squadrette piccole del paese. Forse, l'ho capito più tardi, l'emozione lo tradiva, visto che era molto emotivo ed uno che soffriva molto in silenzio”.

La felicità l'ha provata? E, se sì, in che cosa consiste?

“Bé, la felicità è raggiungere ciò che tu desideri; però, il calcio, dico sempre, è bellissimo, ma sono più le amarezze che le gioie. E' pieno di risvolti, che, se molto strani, alla fine pesano sulla psiche di un atleta”.

E la solitudine, quella brutta, pesante, quella che sconfina nella noia, nella paranoia?

“Sì, sì, sì. L'ho provata soprattutto quando – sono sposato due volte – nel periodo di separazione, sono rimasto solo. Ho provato profondamente questo stato d'animo, questo disagio: non l'avevo mai provato prima di allora, e devo dire che è una cosa dura veramente da superare. Ce l'ho fatta grazie agli amici, al lavoro, ma, capisco le persone che cadono in depressione perché si sentono sole, ma, sono i casi della vita. Piuttosto frequenti oggigiorno”.

Quand'è che ha pianto di vero dolore?

“Quando è morto mio padre; con il quale avevamo un rapporto che durante l'infanzia ha reso limitato il dialogo. Quando è morto, ho capito l'importanza della sua scomparsa, ho pianto, e piango anche adesso. Me non lo faccia ricordare perché...”

Di nome, il babbo?
“Eliseo”.

Lei crede in Dio?

“Sì, guardi: io sono molto credente, praticante. Sono nato nell'oratorio, quindi, sono cresciuto in un contesto di religiosi. All'epoca, essendo un paese piccolino, la ricreazione calcistica si svolgeva soprattutto a livello oratoriale e a contatto, quindi, con i preti. Lì sono cresciuto e non me ne sono mai pentito: anzi, ho coltivato ancora di più il mio percorso di Fede”.

Che cosa troveremo nell'Aldilà?

“Essendo credente, penso che ci sia una nuova realtà, ma, me li immagino come un posto tranquillo, un posto sereno, dove, tolte le traversie, i dolori che abbiamo patito quaggiù, sulla terra, verranno vissute in una maniera diversa, in maniera più armoniosa. Immagino una pace generale e un prato verde, enorme, grandissimo, dove tutti quanti stiamo più sereni, più tranquilli”.

Il dolore degli altri cosa le trasmette?

“Mi coinvolge, sono molto ma molto sensibile a questi dolori, che mi contagiano. Io vorrei che tutta la gente sorridesse, che fosse felice, e vedere qualcuno che soffre, che prova un dolore immenso mi fa tenerezza e non mi lascia indifferente. Ma, mi mette tenerezza anche vedere un cane che zoppica”.

Era superstizioso?

“Sì, molto; ma, anche adesso lo sono. Nel mondo dello sport è un rituale che esiste”.

In che cosa consisteva quando vigilava tra i pali?

“La mia superstizione era quella di avere sempre a portata di mano un bottone che mi portavo dietro da anni. No, non era una moneta, come stavo pensando di dire, ma, un bottoncino con la faccia di un jolly, che avevo trovato nel 1968, quando giocavo nella squadretta del mio paese, in un campetto in terra battuta, in un paesino sperduto della Sardegna. L'avevo trovato, uscendo dal campo, al termine di una partita, in cui avevo parato un rigore, l'ho messo in tasca e da quella volta non l'ho più voluto perdere, ma portarmi sempre dietro nelle partite importanti”.

Magari, l'avrà infilato sotto un guanto quella volta contro Diego Armando Maradona...Il ricordo più bello nel suo anno in riva all'Adige?

“Io di Verona conservo solo cose belle: ce l'ho nel cuore Verona. Verona e i veronesi. Mi sono trovato molto bene; probabilmente, perché mia madre è veneta – della provincia di Padova – e quindi un po' di sangue veneto scorre anche nelle mie vene. Mi sono trovato benissimo e conservo ancora delle grandi amicizie, come se mi fossi congedato dalla città famosa per Romeo e Giulietta soltanto un mese fa”.

Con quale giocatore faceva comunella? Con Elkjaer, con Briegel?

“No, no, molto con Di Gennaro, con Sacchetti, con Volpati – con il quale avevamo giocato assieme nel Toro – ed anche, come dice lei, con Elkjaer. Con Preben, simpaticissimo, abbiamo instaurato un rapporto eccezionale. Poi, con Pacione, e col portiere che purtroppo poi è mancato (Giuliani), con Beppe Iachini – che adesso fa l'allenatore a Genova, sponda Samp -. Eravamo un gruppo affiatato. E, poi, Bagnoli era un allenatore eccezionale, una persona incredibile. Ne ho conosciuti tanti di allenatori, ma, Bagnoli è uno che porterò sempre nel cuore; alla pari di Bersellini e Tiddia, persone in vita e non, un allenatore sardo, Tiddia, colui che mi ha scoperto. Persone rare, difficili oggi da trovare nel calcio; poche persone così valide, secondo me, affollano il mondo del pallone”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 21 novembre 2011

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