ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

30/11/11 - INCONTRI RAVVICINATI: STEFANO TACCONI

PARATE & SPARATE ALLA TACCONI

Sono in pochi a sapere che Stefano Tacconi (nato a Perugia il 13 maggio 1957) è l'unico portiere ad aver sollevato in cielo, fino ad ora, tutti i trofei delle maggiori competizioni calcistiche tenutesi nel nostro pianeta. E lui è molto riconoscente al sodalizio bianco e nero, società che ha “servito” per ben dieci anni consecutivi e con la quale ha vinto tutto quello che c'era da vincere, dallo scudetto (esattamente due:1983-1984 e 1985-86) alla Coppa Italia, dalla Coppa delle Coppe alla Coppa Uefa e alla SuperCoppa Europea, dalla Coppa dei Campioni alla Coppa Intercontinentale (decisive, quella notte dell'8 dicembre 1985, all'”Olimpico” di Tokyo, le sue due parate nella lotteria dei calci di rigori vinta contro i sudamericani dell'Argentinos Juniors, dopo che la sfida, tenutasi su un campo al limite della praticabilità, e dopo il clamoroso gol annullato a Michel Platini era terminata sull'1-1).

Portiere bello e impossibile, dalla battuta sempre pronta (“Ma, alla Juve non è che si potesse sempre ridere in difesa, eh”), capace di ironizzare anche le situazioni più drammatiche, come quella famosa notte di finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool, vissuta nell'insanguinato stadio belga dell'”Heysel”. Un tipo simpatico e guascone, sincero – fin troppo! - ed amante della bella vita e delle belle donne (perché il bello sicuramente aiuta), il dialogo con Tacconi è scivolato via velocissimo, senza nemmeno accorgerci (“più francescano di me, che sono stato spogliato di tutte le mie cose, di tutti i miei averi, tranne dei miei quattro “gioielli”, delle mie quattro “parate” più importanti, più decisive della mia vita: i miei figli, Andrea, Virginia, Alberto e Vittoria”).

Tacconi ha anche partecipato a trasmissioni televisive, quali “L'isola dei famosi” (2003), “Stranamore” e “Pomeriggio Cinque”. E' anche uscito un film autobiografico, “Ho parato la luna”, interpretato dall'allora terzo portiere della Juve Davide Micillo, e politicamente ha tentato per due volte la carriera, iscrivendosi nelle liste della Destra. Tacconi sinonimo di genio e sregolatezza: alla veneranda età di 51 anni ha deciso di scendere in campo, a difendere i pali dell'F.C. Arquata, compagine militante nel campionato di Prima categoria marchigiana (ma, lui, quell'episodio, l'ha chiamato un'operazione di marketing e comunicazione, campo in cui si ritiene esperto). Una testimonianza, ciononostante, la sua, sicuramente diversa dalle altre (il suo strano rapporto con la Fede e con Dio), ma, certamente originale, significativa ed arricchente.

Cosa fa di bello oggi Stefano Tacconi?

“Ah” e giù una bella risata del portierone “faccio un po' di tutto. Finito il calcio, ho fatto cose diverse e oggi mi hanno portato a fare delle esperienze nuove e fra tre mesi uscirà “Tacconi news”, un mensile che parlerà di tutto”.

Qual è stata la parata più importante della sua carriera e la parata invece più stilisticamente riuscita, per cui si è complimentato con se stesso davanti allo specchio?

“Secondo me, lo specchio si è rotto...” e giù un'altra fragorosa risata. “La più importante è stata quella nella finale di Coppa Intercontinentale a Tokyo, quando siamo diventati campioni del mondo e ho parato due rigori: insomma, credo che quello sia il massimo di un calciatore”.

La più bella invece?

“Non lo so perché ne ho fatte tante; giuro che non me ne viene in mente una”.

Lei si definiva un portiere rigorista oppure completo in tutti i numeri richiesti a un numero uno?

“Mah, in tutto è difficile dire essere completi. Diciamo che a differenza degli altri portieri, paravo anche dei rigori e a parare i rigori ci vuole fortuna”.

Non esistono segreti per parare i calci di rigore?

“Mah, non c'è nessun segreto”.

Non l'ha mai battuto un rigore?

“Assolutamente no: io dico sempre che ognuno ha il suo ruolo”.

Qual è stato invece il rammarico, il rimpianto più grande di Stefano Tacconi?

“Quella di aver disputato una finale di Coppa dei Campioni con 39 morti: morire per il calcio credo non sia giusto”.

Non ha gioito, allora, quella notte del 29 maggio 1985 all'”Heysel”?
“Assolutamente no”.

Che ricordo conserva di Platini e dell'avvocato Gianni Agnelli?

“Con l'Avvocato ho avuto un rapporto molto buono, importante perché gli ero simpatico. E questo era già un buon segno per un giocatore della Juventus: essere simpatico all'Avvocato. Per quanto riguarda Michel, insomma, abbiamo giocato insieme cinque anni e credo che abbiamo vissuto gli anni più belli della storia del calcio juventino. Quando ci vediamo, ci abbracciamo con affetto”.

Si ricorda un aneddoto, un complimento dell'Avvocato?

“Bé, la cosa più bella, che ricordo con affetto è quando Boniperti mi diede la multa su una battuta fatta a Berlusconi, l'Avvocato disse “le avrei dette anch'io le stesse cose, la multa la pago io””.

Stefano Tacconi, voce da uomo anche da set cinematografico, simbolo del maschio italiano, peculiarità che non le sono mai state riconosciute da qualcuno?

“Me l'ha detto una volta Berlusconi, ma non ho mai lavorato con lui”.

Uomo di destra, Stefano Tacconi...

“Io dico sempre che ognuno ha il suo modo di comportarsi, deve avere le sue idee, deve rispettare gli altri, anche perché non si fa nessun danno. A volte, la Destra e la Sinistra fanno danni. No, è meglio stare da solo e pensare come è il tuo mondo e poi uno può sbagliare o può far bene, ma nel rispetto delle regole uno può pensarla come vuole”.

Le portiamo i saluti di Franco Beniamino Vignola, il veronese che firmò la conquista - a Basilea nel maggio 1984 contro il Porto - della prima Coppa delle Coppe della Juventus...Un gran signore anche lui. Ma, la Juventus in base a quale criterio riesce a circondarsi di tutti gentleman?

“Non credo che sia Boniperti o Marotta; credo che sia uno stile, uno stile Juventus. Che è si basa su un comportamento leale e sportivo, di educazione e di rispetto per gli altri. E, tutt'ora lo sta facendo, insomma. Non cambia mai lo stile Juventus, della famiglia Agnelli”.

Anche lei, per caso, come è successo a molti, è nato attaccante e poi si è trasformato in portiere?

“No, no, sono nato portiere e ho finito portiere: mi è sempre piaciuto ricoprire questa posizione”.

La sua infanzia è stata serena o difficile?

“Oh, è stata perfetta: io poi, essendo umbro, sono nato in una regione che ha dato molti santi, e sono cresciuto con un certo culto dell'amicizia tra le famiglie, tra parenti, amici. E, tutt'ora, c'è molto meno rispetto a una volta, però, c'è ancora questa tradizione. Sì, resiste l'attaccamento ai nonni, ai parenti, a tutto quello che significa rispetto verso il prossimo”.

Come mai è tornato in campo – è capitato nel 2008 – dopo tanti anni che aveva staccato la spina con il calcio?

“No, ma, no, è stato solo per due minuti: tanto per fare pubblicità, io sono bravo sul marketing”.

Però, nell'unica gara che ha giocato – con la maglia dei dilettanti marchigiani dell'F.C. Arquata - ha preso un gol...
“Un gol su rigore”.

E, va bene, su rigore ci può anche stare, o no?

“Alla mia età, poi, pioveva, è meglio stare al calduccio, davanti al camino alla mia età”.

Cosa dice di quel pazzo scatenato del dottor Lamberto Boranga, che a quasi settant'anni ama ancora tuffarsi da un palo all'altro nei dilettanti?

“Siamo pazzi, siamo pazzi. Noi abbiamo la testa diversa dagli altri. Perché ho detto di lasciarlo stare? Perché è come un cane che, finché gli dai da mangiare, è bravo”.

La sua bestia bianco-nera era la Juve; la sua “bestia” vera invece chi era?

“Tra tutti Altobelli. Se poteva, prendevo dieci gol”.

Il suo idolo da ragazzino e da grande?

“Un certo Dino Zoff: facendo il portiere, era normale che guardavo loro. Quando io ero piccolo, furoreggiavano Albertosi e Zoff, due portieri che mi hanno affascinato”.

Non ha mai pensato di fare il mister?

“Mai, non ho voluto farlo né ho intenzione di farlo ora, e non ci penso neanche”.

Mestiere, ruolo troppo complicato per uno come lei, immaginiamo...
“No, io non c'ho pazienza io”.

Quattro meravigliosi figli, con la “A” (Andrea e d Alberto) come iniziale dei due maschi e la “V” (Virginia e Vittoria) come iniziale delle due femmine... Sono le parate più grandi che ha fatto nella sua vita questi quattro figli?

Un'altra bella risata anticipa di poco la risposta sempre carica di ironia: “No, queste sono state le più grandi papere della mia vita. Autogol. No, la famiglia è stupenda, però, guardi che quattro son tanti. Però, li abbiamo voluti e ce li teniamo: la bicicletta l'abbiamo voluta e ce la teniamo”.

Mai pianto nella vita di grande dolore?

“Bé, sì, se non piangi non sei né uomo né niente, non hai ideali, non hai niente. Se piangi, vuol dire che tieni a qualcuno, a delle persone che scompaiono. A volte, non capisco come vedi nei film americani che quando muore qualcuno, là fanno festa”.

L'ultima volta che ha pianto di vero dolore, quando è successo?

“Quando è morto mio padre: io mi considero il figlio più fortunato al mondo, perché quando ti muore un padre tra le braccia, penso che sia la cosa più carina, o no?”.

Che lavoro faceva suo padre, come si chiamava?

“No, era pensionato, aveva 84 anni, ormai era alla fine; solo che fortunatamente, non so se qualche santo umbro, io avevo la serata delle donne, l'8 marzo, e potevo essere in qualsiasi posto del mondo. E invece ero ad Assisi”.

Le donne l'hanno arricchito – lei che è un bell'uomo oltre che un valido sportivo –?

“Quando si tocca questo argomento, io dico che sono come San Francesco: mi hanno portato via tutto. Mi hanno spogliato di tutto. Anche gli uccelli, non hanno più niente da mangiare”.

Chissà in difesa, in quei dieci anni di Juve, come ci si divertiva con le sue battute, o no?

“No, ma quando giocavamo noi non è che ci si divertiva molto, insomma. Oggi è molto più facile giocare perché hai già i soldi in banca, una volta c'erano i premi partita. Eravamo come dei rothweiler che quando incontravi il cagnolino piccolo, il cagnolino scappava”.

La felicità è mai esistita in Stefano Tacconi; e in che cosa è consistita?

“Io ho trascorso una bella infanzia, anche se breve, ma con gli amici, ho condiviso tutti i giochi possibili che un bambino doveva avere. Oggi è troppo facile avere tutto nella vita. La sofferenza è stata quella di staccarmi dalla famiglia, perché per un ideale, per un sogno, per un giovane era importante. E mi sento realizzato, sono veramente fiero, orgoglioso, mio padre era fiero, mia madre era fiera. La cosa più importante“.

Cavaliere della Repubblica per il bronzo conquistato nel 1990, ai Mondiali disputati in Italia...Però, il suo rapporto con la Nazionale non è stato di gran successo, di gran fortuna?

“Non so cosa voglia dire fortuna: la sfortuna era allora solo perché non ho giocato: perché io stavo talmente bene perché vincevo con la Juve. Poi, è normale che si facciano delle scelte e che queste devono essere rispettate”.

Però, era un Tacconi molto vincente...e meritava a pieno titolo il ruolo di titolare degli azzurri...

“Ci sono rammarichi in alcuni allenatori, che si mordono le mani, nonostante passi l'età. Ma, assolutamente no, guarda, nessun rimpianto: ho giocato poche volte, però, sono stato nel gruppo per sei anni, ho fatto sempre il titolare, ho fatto un Mondiale, e ho vinto tutto nella Juventus. Aver avuto di più, sarebbe stato sinceramente un po' troppo: “diamo” come diceva San Francesco “ai poveri quello che i ricchi hanno””.

Sarebbe giusto dare a chi non ne ha e prelevare a chi ne ha...

“E Gesù, Dio diceva: “dai a ognuno che è insufficiente”. Adesso bisogna vedere: una volta forse sì; adesso sarà dura. Se ricevi quel che dai”.

Lei crede in Dio?

“Io credo in Dio, ma non sono praticante, perché non mi sembra giusto che un prete da un altro dica la sua: deve essere un Dio ed unico. Predicano a seconda di come gli viene. A me piacciono i frati francescani, anche perché fanno un lavoro particolare. Ed anche perché sono ambasciatore del Centro Pace di Assisi da tanti anni. Scelgo, preferisco loro perché fanno un lavoro diverso dal prete”.

Li frequenta, visto che lei è un perugino doc?

“Sì, sì; ma, guardi che io sono ambasciatore del Centro Pace di Assisi. Per tanti anni”.

Quando ce ne andremo da questa terra, cosa troveremo un giorno (il più lontano possibile) lassù? Esiste il Paradiso, lo ritroveremo Gaetano Scirea?

“Guardi, io non trovo nessuno perché ho già scritto...”cenere eri e cenere diventerai”. Non voglio nessuno che venga a pregare sulla mia tomba, anche perché odio i cimiteri. No, mi dà fastidio andare dentro una bara. Basta. Ci dovrei andare, ma, poi voglio essere bruciato. Non voglio che mia moglie, i miei figli vengano sulla mia tomba. Tanto poi non verranno più: verranno un mese, due, poi ci lasciano lì marcire. A pregare, a portare i fiori: non l'ho mai desiderato, non l'ho mai voluto”.

Ma di là ci sarà qualcuno, visto che anche le ceneri, una volta disperse, saliranno in cielo?

“Guarda, con i tempi che corrono, secondo me, non c'è più nessuno. Io prego, faccio, ma; mio padre è ancora dentro la bara, e al cimitero; non lassù, eh. Ho le mie idee, anche perché se tu preghi per un bambino che sta morendo e poi non lo salvi, non c'è nessuno che, lassù, nel cielo. I miracoli si facevano una volta, forse; poi, quelli di oggi non son veri. C'ho le mie idee, poi, sai...”

Cosa che le trasmette un bambino affetto di cancro?
Non facciamo neppure in tempo a finire di formulare la domanda che Tacconi ha già la risposta in scocca:

“No, è una cosa...Sono due cose identiche perché l'anziano diventa bambino. Dopo tanti anni, torna come era prima. A vederle - io ho girato ospedali – sono cose tremende, che non t'aspetti mai. Io dico sempre che deve morire prima il padre e non un figlio al padre ancora in vita. E' il dolore più grosso che ti possa mai capitare quello di perdere un figlio. Perdere un padre è diverso”.

Lei tra i pali era superstizioso?

“No, io mi facevo il mio segno della croce, sperando che, non lo so: è una cosa che mi viene spontanea quando vado in aereo, lo facevo quando giocavo per rispetto verso te stesso e gli altri. Per rispetto, d'accordo, ma cosa vuoi chiedere quando sei famoso, ricco: cosa vuoi chiedere? Che ti salvi da una partita; è giusto che tu te la giochi, o no, e che speri di vincerla”.

Il bello aiuta: è poi sempre vero?

“Ma, no, aumenta l'invidia: hai più persone che ti odiano”.

Che cos'è che la fa commuovere e che cos'è che le dà fastidio?

“Mah, quello che mi dà più fastidio è l'indifferenza della gente: non mi interessa un cacchio del vicino, di colui che sta male: basta guardare certi fatti, anche successi: c'è un morto per strada, passano sopra indifferenti. C'è “un mors tua, vita mea”. Quello che mi emoziona è vedere i figli che crescono, che piangono, che si fanno male: insomma, la vita quotidiana di una famiglia che ami”.

A cosa non rinuncerebbe mai nella vita?

“Ad avere fatto i figli: mai! E' la cosa più bella che uno possa avere”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 25 novembre 2011
seguiranno foto...

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