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Sta lottando per la salvezza il San Giovanni Ilarione del nuovo presidente Luca Boschetto e del riconfermato vice presidente Carlo Gromeneda, domenica scorsa sconfitta per 3 a 1 in casa del Montorio di mister Marco Burato tornato capolista del girone B di Prima categoria approfittando della sconfitta del Casaleone in casa del lanciatissimo Atletico Città di
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INCONTRI VIP'S

5/12/11 - INCONTRI RAVVICINATI: ANGELO COLOMBO

PROVE DI VOLO PER IL...COLOMBO

Recentemente ha conseguito il diploma di volo, Angelo Colombo, “la littorina della Brianza” delle due Coppe dei Campioni vinte con il Milan di Arrigo Sacchi. Brianzolo (è nato a Mezzago il 24 febbraio 1961), dopo le giovanili al Monza, l'atleta subito individuabile per il caschetto di capelli biondi è passato, su indicazione di Pierpaolo Marino all'Avellino, debuttando in serie A con gli irpini contro la Roma (0-0 il risultato finale) in serie A. Poi, due stagioni di tirocinio all'Udinese, sempre nella massima ribalta, prima dell'esordio nel club che conta, il Milan (1987-90).

L'”Angelo biondo”, come chiameranno subito il mediano di fatica, generoso e vigoroso, il podista instancabile nel recupero di importanti palloni e in recupero sugli avversari sgusciati via alla marcatura, vince uno scudetto (1987-88), due Coppe dei Campioni (edizione 1989 e 1990), una Coppa Intercontinentale (1989), una SuperCoppa europea (1989) e una SupeCoppa italiana (1989). Nel Milan colleziona 115 presenze, realizzando 7 reti. Poi, il Bari (dal 1990 al 1992) in cambio di Carbone, quindi, agli australiani degli Marconi Stallions (1994-95). Terminata la carriera di calciatore, ha iniziato a guidare le giovanili del Milan prima e del suo Monza poi.

Cosa fa di bello oggi l'ex “Littorina della Brianza”, Angelo Colombo? Sta forse facendo l'istruttore di volo oppure lo fa solamente per passione?

“E' solo una passione e basta”.

Ma da quanto tempo è che l'ex Colombo rosso-nero si libra nell'aria con le ali?

“E' un anno circa; poco più di un anno”.

E' parapendio?

“No, piloto aerei ultraleggeri, praticamente, aerei a due posti”.

Quand'è che è volato – rimanendo in quota – con la fantasia da giocatore?

“Sicuramente prima delle partite: si vola con la fantasia anche perché durante la concentrazione uno pensa a quello che può succedere durante la partita, alle varie situazioni di gioco, a quello che succede appunto in campo con i compagni, con gli avversari, con la palla, così, e allora lì è un po' una forma di fantasia, di sogno. Con i piedi per terra, però”.

Quand'è che le è sembrato di toccare il cielo con un dito, le nuvole in senso metafisico; quand'è che si è sentito soddisfatto, fiero di se stesso?

“Mah, diciamo che i momenti più belli sono quando un giocatore, una squadra, una società raggiungono un obiettivo che tutto lo staff, tutta la società organizza, programma prima di iniziare un campionato o un torneo. E quando questi obiettivi vengono conseguiti, solo in quel momento ci si accorge appunto che si raggiunge quello che si è prefissati prima. E quel momento è quello più bello”.

La notte, quella della finalissima di Coppa dei Campioni (1990), contro il Benfica, quando Arrigo Sacchi conquistò il suo secondo maggior trofeo europeo?

“Quella contro il Benfica credo che per i tifosi rosso-neri ed anche per noi è stata un po' prima, a Barcellona, contro lo Steaua di Bucarest, battuto per 4 a 0. Quella partita lì è stato il primo successo in campo internazionale, perché venivamo appunto da uno scudetto e quello fu il primo successo in Europa”.

Il più bel gol di Angelo Colombo?

“Forse, quello del pareggio contro il Napoli: si perdeva 1 a 0, poi, pareggiai io, e poi, dopo, appunto, vincemmo la partita e quell'anno lì anche lo scudetto, ecco”.

Lei era molto amico di Franco Baresi, “il capitano del Diavolo”...

“Mah, lo sono tutt'ora. Sì, anche di altri compagni, sì, sì”.

Il momento peggiore di Angelo Colombo?

“Io credo che i momenti peggiori sono nella vita privata, perché nel calcio sì ci sono dei momenti belli e dei momenti brutti, ma, chiamarli i peggiori, insomma, è sempre uno sport. Anche se poi diventa un lavoro, ma, nella vita di tutti i giorni ci sono momenti – userei proprio la parola che ha adoperato lei – davvero peggiori”.

Non c'è un'espulsione clamorosa, un rimpianto, un grande rammarico?

“No, non ne ho di espulsioni, se devo essere sincero. Anche perché io nel ruolo che occupavo in campo facevo un gol ogni dieci partite e non ero uno che doveva fare tanti gol. Per il ruolo che interpretavo, la media di un gol ogni dieci partite era buona”.

Il rimpianto di non aver giocato in Nazionale?

“No, perché in quei periodi, dopo che Sacchi cominciò ad andare in Nazionale, cambiarono un po' i tempi perché convocò quasi 80 giocatori, rivoluzionò un po' tutto. Che è quello che stanno facendo un po' adesso; ma, in quei tempi, appunto, Bearzot aveva lo zoccolo duro della Juventus, erano sempre quegli 8-9/11mi in Nazionale, poi, gli altri potevano anche ruotare, ma, erano quelli i giocatori, si sapevano già. Poi, col tempo cambiano le abitudini, cambiano le metodologie, cambiano tante cose, e sono cambiate anche le convocazioni. Infatti, Prandelli oggi come oggi credo che sia già arrivato a una sessantina di convocati, è diverso”.

Lei una vita sempre da mediano? Anche da ragazzino?

“Mah, io ho ricoperto un po' tutti i ruoli, perché nasco a Monza calcisticamente e a Monza feci tutti i ruoli, tranne il portiere, ma, poi in campo, proprio tutti: dai due difensori alla punta, tutti i ruoli, insomma, ho fatto”.

La sua infanzia come è stata: serena, difficile, contrastata?

“E' stata un'infanzia tranquilla, nel senso che in una famiglia molto numerosa – eravamo in cinque fratelli – io ero il più piccolo, il più coccolato da tutti, dalla famiglia, dai fratelli. Direi un'infanzia tranquilla in un paesino della Brianza molto piccolo, che, ai tempi, quando ero adolescente aveva poco più di mille, all'incirca mille e cinquecento abitanti, ora invece ne ha quattromila”.

Era l'unico maschio in mezzo a cinque fratelli?

“No, no, no, due sorelle e tre maschi”.

Papà e mamma, che lavoro facevano?

“Mah, mamma era casalinga e aveva da fare con cinque figli da cresce, mentre il papà ha lavorato sempre ed era uno sportivo anche il papà: giocava a bocce e la sua squadra della “Colombo stucchi” vinse il pallino d'oro, una gara delle più importanti in Italia”.

La felicità esiste, è esistita in lei e in che cosa consiste?

“Un grande filosofo brasiliano, quando gli chiedono cos'è la felicità, risponde: “La felicità è dare un pallone a un bambino”. Ma, la felicità è dentro di noi, nel senso che... Insomma, per spiegarmi meglio: se uno sta male, sta male dappertutto. Può raggiungere anche il posto più bello del mondo, ma se sta male dentro, sta male anche lì, dove andrà. Questo vuol dire che la felicità la dobbiamo trovare dentro di noi; io credo che non sono le grandi cose, ma le piccole cose che succedono tutti i giorni e, soprattutto, la famiglia e le cose care che abbiamo intorno tutti i giorni. E' in queste che possiamo scorgere, trovare la vera felicità”.

La solitudine, quella imposta, non quella ricercata per stare tranquilli o per creare, l'ha mai provata?

“Sì, essendo sensibili, tutti proviamo questi momenti; li ho provati anch'io. Sono cose normali, però, è sempre uno stato mentale che teniamo dentro di noi e credo che qui subentri molto l'egoismo. E' un po' l'egoismo è un po' quando facciamo del bene a qualcuno e la domanda che ci poniamo è: ma lo facciamo per lui o per noi stessi? Perché in fondo, quando facciamo una cosa carina, alla fine, diciamo “eh, mi sento meglio, dopo averla fatta!”. E questa sarà pure una piccola forma di egoismo, ma, è giusto che sia anche così”.

Qual è stato il complimento più bello ricevuto da un avversario o da un compagno di squadra?

“Mah, sì, tra i compagni, la si vede, la si respira la soddisfazione, la si vive, ma, dagli avversari...Molto carino, ora ricordo, a Napoli, una volta uscimmo tra gli applausi del “San Paolo”. Insomma, è bello quando vai giocare fuori casa vinci ed esci tra gli applausi. Questa è una gran bella vittoria dal punto sportivo, e molto educativo anche”.

Esiste un rigore sbagliato nella carriera di Angelo Colombo?

“Mah, ne ho tirati pochi, ma quei pochi che ho tirato li ho sempre segnati”.

Il dolore degli altri cosa trasmette in un personaggio come lei baciato dalla fortuna del calcio?

“Eh, bisognerebbe ogni tanto recarsi negli ospedali, per vedere cosa succede, perché uno quando gioca a certi livelli, perde la realtà cruda di tutti i giorni. Parlavo proprio con un mio amico, e gli dicevo che mi piace ogni tanto ritornare a prendere il treno, che la gente non mi riconosca, perché questo mi dà modo di sentirmi ancora più me stesso, non perché si è diversi dopo aver giocato a calcio a un certo livello, ma, ci si sente sempre un po' diversi. Una persona normale un po' normale, che vive la vita di tutti i giorni, come la maggior parte della gente. A me piace molto questo”.

Un bambino affetto da un male incurabile le si fa incontro e, dopo averla salutato, le chiede un autografo, una parola...

“Eh, un bambino affetto da cancro ci dà tante volte degli insegnamenti. Negli ultimi tornei che andai a fare in India, vedevo i bambini con questo sorriso, con questi occhi allegri, ecco: questo contrasto forte con quello che si vede fuori e quello che loro manifestano. E io penso che noi abbiamo molto da imparare”.

Quando entrò nella “Galassia Milan” il rischio di non essere più se stessi era all'angolo, o no? Come quello di montarsi la testa.

“Io credo che i genitori siano un punto di riferimento molto importante sia nel positivo, ma anche nel negativo. Una cosa certa è che i ragazzi subiscono questo: il negativo è quando sono gli stessi atleti, le stesse giovani promesse a pagarne il prezzo in prima persona. Ripeto: può essere positivo o negativo: la colpa è solo ed esclusivamente nostra, di noi genitori, in base al comportamento che teniamo”.

Quando giocava da ragazzino nel Monza e poi passò all'Avellino qual era il suo idolo? Rivera?

“Esatto, Rivera. In quel periodo andavano per la maggiore Rivera e Mazzola. Mi piaceva la tecnica di Rivera, ma, anche la velocità di Mazzola: c'era questa miscela di due giocatori, capitani tutti e due, nelle maggiori squadre di Milano. Sì, Rivera e Mazzola”.

I suoi incontri contro Maradona...

“Mah, Maradona l'abbiamo incontrato tante volte negli anni del Milan e della mia serie A. E' il numero uno in assoluto: quando sento questo duello Maradona-Pelè, Maradona-Pelè, ebbene, io Pelè me lo ricordo dai filmati, non ci ho giocato contro essendo di un'altra generazione. Ma, io credo che Maradona sia stato veramente il numero uno, il più grande di tutti i tempi”.

Crede in Dio?

“Sì, credo in Dio”.

E, visto che afferma di crederci, perché conviene credere in Dio? Eppoi, come sarà l'Aldilà un giorno, il più lontano – ci auguriamo, da buoni coetanei -?

“Io ho perso il papà e la mamma e credo che ci sia qualcosa, perché altrimenti...Non è una certezza, lo dice la parola stessa è una “fede”, o ce l'hai o non ce l'hai. Io, va bene, non ho la fortuna che hanno certe persone nell'avere una grandissima Fede, proprio la certezza, la sicurezza, ma credo che ci sia qualcosa di un'altra dimensione perché non ha senso che una vita duri novanta-cent'anni è sempre poca, è sempre breve rispetto all'Eternità. L'Eternità è il massimo rispetto al conteggio e alla dura dell'esistenza di un uomo, e il secolo cos'é? Non è niente. L'abbiamo visto anche nella storia: è talmente breve la nostra esistenza – questa è la mia convinzione – che ci deve essere qualcosa oltre la vita. La famosa Vita Eterna: Ci troveremo in un'altra dimensione; e credo in questo”.

E come se l'immagina, come se la prefigura l'Altra Vita? Una grande luce, i propri cari vestiti di spirito, di null'altro...Lei che ha la fortuna di volare, non ha mai pensato: adesso vado su, mi spingo più in alto possibile e cerco di scorgere qualcos'altro che quaggiù non sono riuscito a vedere? Conto di riabbracciare i miei genitori, mio fratello, gli amici cari persi troppo presto?

“Il viaggio più fantastico li faccio qui, quando sono a terra. Sì, ogni tanto ci penso e dico: adesso prendo l'aereo e vado in alto, in alto, in alto e voglio vedere dove arrivo. E' ovvio che questi pensieri si fanno mentre si è seduti, si è tranquilli, che si fantastica, si vola con la mente. Ma, non lo so, non lo so come sarà: io penso che esista un'altra dimensione, che c'è lo spirito, c'è questa...Abbiamo visto nella realtà di tutti i giorni i progressi che ha fatto la tecnologia, dove siamo arrivati. Ricordo mia mamma, che era del 1923, che si stupiva quando vedeva il latte nella scatola di cartone, perché lei era abituata sempre a vederlo, alla pari di sua mamma (mia nonna), dentro il vetro. Una volta mi disse: “Ah, se c'erano i nonni qua a vedere che c'è il latte dentro il cartone, sai cosa direbbero?” Adesso noi viviamo già in tridimensionale. La tecnologia fa dei passi dei giganti. Io credo che esista, come il nostro spirito, un'altra dimensione, che nessuno può raccontarlo, perché nessuno è tornato di qua a dirci come è. Io la penso un po' come Seneca, no, quando dice: “Io non paura della morte, perché finché ci sono io, non c'è lei; quando ci sarà lei, non ci sarò più io!””.

Ci penserà la morte, insomma...
“Esatto!”

Cosa fa di bello oggi?

“Io fatto per alcuni anni esperienza al settore giovanile del Milan, poi, un'esperienza al Montebelluna, e poi due esperienze in due anni diversi al Carpenedolo, che è vicino a casa, e adesso sono praticamente fermo”.

Il calcio l'ha arricchita di più o l'ha maggiormente illusa e, quindi, delusa?

“No, né illuso né impoverito: è iniziata come un gioco, bellissimo come per tutti i ragazzini, è diventato un lavoro, altrettanto bello perché mi ha dato molte sensazioni, mi ha permesso di girare il mondo, di conoscere altre culture, altri Paesi. Adesso mi piace ancora il calcio, vedi la partita di ieri sera Napoli-Juve:3-3, una partita intensa, bellissima. Certe partite mi annoiano, giro, cambio programma, certe volte mi annoiano, certe altre no. Ma, questo anche prima”.

Che cos'è che la commuove ancora e cos'è invece che le procura maggior fastidio?

“Mi commuove tutto quello che mi può succedere: ieri sera, per esempio, guardavo il mio cane e pensavo che volesse parlarmi, chiedermi qualcosa. Verrà da ridere, però, io e mia moglie Simona ci siamo guardati stupiti e siamo rimasti lì, ci è venuta la pelle d'oca. E abbiamo detto: ma, questo sta parlando, vuol parlarci, e ci ha commosso”.

E cos'è che le dà fastidio?

“Mah, non sopporto no, non c'è una cosa in particolare. No, non c'è. E va bene come ci sono certe cose, non c'è niente in particolare. Mi dà fastidio questa situazione in cui siamo, che sembra dopo l'11 di settembre. Il mondo – si sente continuamente dire – che è cambiato, che sarà questione di un anno, due, ma, sono dieci anni che sento che tra un anno cambia tutto, così, ma, secondo me, non ci rendiamo conto, o non vogliamo renderci conto che adesso ci troviamo in questa situazione e non torniamo più indietro: si va avanti così. Sì, si può migliorare certamente come tutte le cose”.

E' preoccupato per il futuro dei suoi figli?

“No, figli non ne abbiamo, no, no. Tutta l'Europa sta andando così: prima abbiamo visto la Grecia, poi, la Spagna, il Portogallo, poi, l'Italia. Adesso parlano della Francia: io dico che come eravamo prima non si torna più – questo è il mio pensiero -. Adesso siamo in questa situazione, si parte da adesso e si può solo ed esclusivamente migliorare”.
Tanto lei, dovesse infuriare la eggiore delle parate, sale sul suo biposto e vola via, ci lascia qua tutti, o no?
“Vola via, ma, poi la benzina finisce e devi ritornare giù”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 2 dicembre 2011

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