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Si sono chiusi tutti i campionati dilettantistici della nostra provincia dall’Eccellenza alla 3^ categoria che hanno laureato i nuovi capo-cannonieri dei vari gironi e la nuova scarpa d’oro 2018-19, queste tutte le classifiche finali. In Eccellenza, dove si sono giocate 32 partite, chiudono appaiati in vetta a 16 reti Mariano Mangieri del Pozzonovo ed
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INCONTRI VIP'S

7/12/11 - INCONTRI RAVVICINATI: PAOLA PIGNI

PIGNI, A TUTTA CORSA!

E' la piccola atleta di Milano capace di diventare grande quando nel 1972 in Germania, alle Olimpiadi di Monaco di Baviera, salì sul terzo gradino del podio, occupato da avversarie dell'Est Europa, “completamente dopate” come non si stancherà mai di rivendicare la stessa podista. Dovunque vai, la scorgi – ancora oggi – correre con una radiolina in mano “ed allora tutti mi prendevano in giro!”, alla ricerca degli splendidi panorami che la cementificazione ha nascosto, ha sepolto. Nonna di un nipotino – Filippo - al quale non ha mai parlato di atletica, nella vita ha ricoperto sempre ruoli di dirigente e si è sempre tenuta allenata, ergendosi a paladina di un'atletica pura e pulita, lontana dal doping e dagli anabolizzanti. Insomma, una sorta di Giovanna d'Arco, anche se li preferirebbe essere accostata a Santa Chiara, fiera oppositrice dei tanti rischi etici che tarlano, che minano, sfalsano, “lesionano” - come usa dire l'ex medaglia di bronzo - lo sport in generale.

Qual è stato il momento in cui l è venuta la pelle d'oca come atleta?

“Guardi, io in questo ho una teoria tutta particolare: io ritengo come nella vita umana, sociale, culturale di ogni essere pensante i traguardi che uno si pone sono relativi alle proprie età e alle proprie capacità. Io credo che un bambino che ottiene un successo sportivo, un successo scolastico, un dono provi una felicità immensa, come, per esempio, chi ama fare delle pratiche sportive amatoriali e si pone un traguardo ed è riuscito a portare a termine questo traguardo prova la stessa gioia. E io credo che sarebbe molto pretenzioso da parte degli atleti che Dio ha donato di grandi capacità agonistiche e nello stesso tempo di grandi qualità fisiche che solo loro attraverso le loro vittorie olimpiche o i loro record del mondo possono essere in grado di provare la gioia che dona lo sport. Allora, io ho vissuto nella mia carriera tantissimi momenti che mi aspettavo, per esempio, il primo Collegiale che ho fatto, la prima Nazionale, il primo record italiano, e quello che le posso dire è che avevo forse un difetto: ottenuto un traguardo, me ne ponevo subito un altro. Buttandomi, forse, dietro alle spalle questo, perché avevo sempre la sensazione che lo sport ha due facce che sono stupende, ma contrastanti: una è quella che se perdi, hai sempre una gara, che segue la gara che hai perso; c'è sempre, dunque, un'altra possibilità, ma, nello stesso tempo, se vinci, c'è sempre la prossima prova, in cui devi confermare la vittoria, e, quindi, rischi di perdere. Questo è il bello dello sport, no: che si ricomincia sempre da capo”.

Conserva qualche rammarico nei suoi anni di atleta?

“L'unico rammarico che ho è aver saputo a ritroso che noi – e credo anche la nuotatrice azzurra, la padovana Novella Calligaris – ci siamo allenate allo sfinimento, con un criterio di sport non oserei nemmeno chiamare decoubertiniano perché, secondo me, neanche al barone De Coubertin interessava solo partecipare alle gare, però, con la volontà di vincere ma con la convinzione che l'allenamento, la fatica, la rinuncia, il sacrificio veniva sublimato dalla mia voglia – almeno per me – di ottenere un risultato, di arrivare a un traguardo. E, questo è stato poi lesionato, veramente lesionato – adopero proprio questo termine – nel senso che mi è stato profanato da un mondo che invece si dopava: quello dell'Est. Adesso è stato dimostrato, però, mi hanno derubato della gioia di essere sicuramente nell'albo delle medaglie d'oro olimpiche. E, questo non forse un rammarico, perché poi nella vita si va avanti lo stesso, però, mi è rimasto questo in fondo al cuore e alla mente, e ti viene da dire peccato!”

Esiste la felicità in Paola Pigni e in che cosa consiste?

“La felicità è un traguardo difficilissimo da raggiungere. Prima di tutto, secondo me, bisognerebbe capire che cosa si intende per felicità, perché penso che la felicità assoluta è molto complessa, è un concetto che l'uomo aneli raggiungere, ma che con difficoltà ci riuscirà. Felicità nel momento; io mi sento felice quando vedo le persone che amo felici. Allora, quando vedo i miei figli – io c'ho due figli, un maschio e una femmina -, il mio nipotino intorno a me sereni e felici, provo in me un senso di grande serenità. Cioè quando ho la sensazione che le persone che amo stanno bene; e, allora, mi sento profondamente, interamente appagata”.

Non ha mai sofferto di solitudine?

“Anche lì è molto strano, perché io mi sono sempre allenata da sola, no, anche per allenarmi molto più a lungo, intensamente, molto più faticosamente degli altri, e, quindi, mi sono abituata a correre da sola, ad allenarmi da sola, in compagnia della radio. Mi prendevano in giro perché andavano queste immagini che mi riprendevano mentre correvo con la radiolina in mano per le strade di Milano, per le strade di Roma, per le strade del mondo, un modo per stare con me stessa. Però, la solitudine è, secondo me, terribile quando tu sai che sei assolutamente sola, nel senso che tu sai che se avessi bisogno di un conforto e questo non esiste. Se questo conforto c'è, un momento di silenzio, un momento di stare con se stessi, facendo un po' di sport, correndo nel bosco, facendo anche della cyclette davanti alla televisione, un'ora, due ore così, è un momento di parlare a se stessi la cosa non mi dispiace. Mentre, invece, la solitudine dell'ammalato, del diseredato, del disperato è la cosa più tremenda; lo stesso il sapere di non avere nessuno, penso che sia uno stato d'animo insostenibile”.

Cosa trasmette a Paola Pigni il disagio, il dolore degli altri, dei vinti dalla vita?

“Eh, dottore, mi fa una domanda così complessa...”.

E' stata così veloce nella corsa e nella vita che dovrebbe sviluppare in tempi rapidi la risposta, o no, professoressa?

“Eh, lo so, però, questa è una domanda molto complessa perché resto smarrita davanti alla crudeltà e alla cattiveria. Giorni fa mi ha lasciato attonita, mi ha fatto male essere venuta a sapere che in Francia due genitori hanno ucciso il proprio figlio di 4 anni dentro una lavatrice. Una cosa che mi ha quasi tormentata, torturato l'anima, e onestamente per quel pochissimo che posso fare verso le persone che conosco se un mio amico, se una persona che conosco, un collega, qualcuno che lo vedo in un momento di sofferenza – se posso – con quella delicatezza e con quel rispetto che si deve e che bisogna avere per il dolore, il disagio degli altri, ebbene, a me fa piacere poter essere vicina. Anche nelle piccole cose: una mia amica recentemente ha avuto la mamma anziana che si è rotta la gamba, e mi ha fatto piacere andare a trovare. Mi sforzo, perché non solo una filantropa e non voglio prendermi i meriti che non ho, perché oggi andiamo e facciamo tutto di corsa, però, mi non mi dispiace rendermi in qualche modo utile. A chi ha persino criticato anche San Francesco, ponendo l'interrogativo ma il santo di Assisi era così buono perché voleva essere un santo, perché era un santo, o era così buono perché si sentiva importante ed utile? Io, ho avuto un amico che una volta mi ha detto: tu credi che i santi – non i martiri – fossero santi perché avevano lo slancio del sacrificio ed allora citava San Francesco? Un mio professore, tantissimi anni fa, quando frequentavo la Scuola tedesca, avevo 18 anni, mi fece 'sta domanda e mi rimase impressa: se lei pensa che un santo tipo San Francesco, il quale aveva conosciuto la vita beata – perché lui a un certo punto aveva deciso di lasciare la vita di piacere – ha voluto essere così santo perché le è venuta la divinazione di dedicarsi agli altri o perché aveva dentro di sé il bisogno di capire che se fosse stato utile agli altri avrebbe avuto dentro di sé una risposta che gli dava la positività della sua vita?”

Io, dottoressa Pigni, avrei scelto la seconda parte della risposta: mi sento importante quando mi rendo utile agli altri.

“Ecco, vede, è quello che le stavo dicendo anch'io: a volte, mi piace dare una mano a qualcuno perché mi fa sentire utile. Soprattutto, poi, direttore, man mano che passano gli anni, il sentirsi utile accresce, il poter sentirsi utile diventa quasi un'esigenza di sopravvivenza molto importante”.

Ma, è vero che si corre per non sentirsi soli?

“No, io purtroppo adesso non posso correre ma camminare perché ho un problema al ginocchio, però, vado due volte in palestra alla settimana; è un modo per ritrovare se stessi. Per esempio, la corsa permette di scoprire cose che quando uno va in bicicletta va più veloce, oppure uno va in macchina deve stare attento alla guida e non vede. Io, ovunque vado, mi sono messa a correre nei dintorni per andare a fare una specie di escursione avventurosa per le strade vicino a casa ed anche per quelle più lontane. L'ho fatto a Tokyo, l'ho fatto sulla via Emilia, l'ho fatto ovunque, l'ho fatto a Londra, a Parigi: da metropoli a piccolissimi borghi, e l'ho fatto anche nella Puglia e lungo la strada ho avuto la possibilità di ammirare dei bellissimi citrulli. E ho scoperto delle cose fantastiche. Per esempio, sulla via Emilia, ogni tanto trovavo un albero e c'era una scritta “Qui uccisero il tal cittadino, il tal partigiano”, insomma, la nostra storia. E' fantastico, per carità, anche correre lungo la riva del mare, ma, in città, nei piccoli centri ti imbatti in pezzi di storia, scopri il mondo. Come facevano attraversando a piedi da una città all'altra, attraversando Nazioni e Continenti i “wanderer” tedeschi, i viandanti del Romanticismo tedesco. Si scopre molto di più andando a piedi”.

Le è venuta la pelle d'oca quando è salito sul terzo gradino del podio olimpico a Monaco 1972? E cosa ha provato come atleta e come donna italiana?

“Guardi, io ogni volta che ho sentito l'inno nazionale, devo dire la verità, mi è venuta la pelle d'oca. Quella volta, avevo perso la medaglia d'argento per un solo centesimo e non me ne davo pace. Quando si vince una gara così importante, difficilmente si realizza il significato, lo si gusta, lo si apprezza interamente. La cosa che mi ha più colpito è stato il primo record del mondo che ho stabilito; e ho detto: mamma mia, nessuno è fino adesso è riuscito a fare quello che ho fatto io. Questo mi ha proprio esaltato, anche se non sono una che si eccita tanto facilmente da questo punto di vista, eh”.

Lei crede in Dio, e cosa troveremo un giorno nell'Aldilà? Come vorrebbe che fosse l'altra vita?
E quand'è stata l'ultima volta che ha pianto di grande dolore?

“Bé, ogni volta che ho perduto una persona cara, ho cercato di controllarmi, ma veramente ho provato un forte dolore. Un grandissimo dolore l'ho provato il 13 aprile, quando è morta una mia carissima che io adoravo; ed era rimasta l'ultima cosa viva delle mie radici milanesi. Morti mio padre e mia mamma, era rimasta quest'amica di famiglia, mi ha visto nascere, 60 anni insieme, ed è morta velocissimamente, in pochissimo tempo. Lì ho dovuto farmi forza, perché lei non aveva più nessuno tranne me, ed è stata una cosa veramente straziante, un dolore irreparabile, grande. Uno di quei dolori che rasentano la disperazione. E' molto difficile metabolizzare la disperazione”.

L'ha aiutata la Fede?

“Non sono forse una canonica, però, voglio sperare in Dio, voglio sperare che Dio ci sia, voglio sperare”.

E l'Aldilà come se li immagina?

“Mi piacerebbe che nell'Aldilà ognuno di noi potesse realizzare la felicità che non ha potuto realizzare qua. E, soprattutto, mi piacerebbe ritrovare le persone che non ho più. La grande disperazione è la mancanza delle persone amate”.

Come si chiamava quella sua amica recentemente mancata?

“Augusta Orlandi, e lei con tutta la sua famiglia abitava sotto dove abitavo io con la mia famiglia. Lei è stata amica dei miei genitori, mi ha visto crescere, mi ha visto frequentare la scuola tedesca, le prime gare, mi veniva a vedere, era molto amica di mia mamma. Io adoravo i miei genitori. Ho perso mio padre che avevo 23 anni: è morto di infarto. Poi, ho perso nel 1989 mia madre, che aveva 81 anni, e, una volta morto il papà, ho dovuto prendermi a cuore la sorte di mia mamma. Ho sofferto di meno per la morte di mio padre solo perché da giovane si ha più energia, più forza. Quindi, mi era rimasta questa mia amica, con la quale c'è stata una confidenza assoluta. E per dieci anni io mi sono presa cura di lei, andando una volta al mese facendo su e giù Roma-Milano, e le telefonavo tutti i giorni per quattro volte al giorno, perché io aspettavo lei e lei aspettava me. Stava bene, ma, quando è morta inaspettatamente ho provato la stessa disperazione che avevo vissuto quando erano morti i miei genitori. Quando il destino ti toglie una persona cara, è un grande dolore”.

La sua che tipo di infanzia è stata? Suo padre che lavoro faceva?

“Mio padre era un famosissimo cantante lirico: Renzo Pigni. Mia mamma era spagnola, catalana per la precisione: Montserrat Hurtado. Montserrat, come la Madonna Nera vicino alla basilica di Barcellona, quella custodita dai monaci benedettini in Catalogna. So che lei aveva vinto un concorso canoro, venne dalla Spagna, e venne qui in Italia, dove cantava papà, e lei non cantò. Io ho fatto la Scuola Tedesca, pensi un po'. Mio padre era un uomo fantastico, un uomo pieno di vita, pieno di generosità. Veramente, un uomo dalla generosità infinita. Un artista intelligente, un ragioniere intelligente, un uomo spettacolare. Mia madre era una donna che per la famiglia sarebbe stata capace di distruggersi, ed era di Barcellona; quindi, con un carattere, una volontà, una dedizione infinita”.

Ha preso, quanto a tenacia, dalla mamma, allora?

“Non so se lei conosce i catalani: è gente che hanno un coraggio, una dedizione, ma, anche un orgoglio smisurato, no. Abbiamo affrontato momenti di grande difficoltà economica, però, sempre con dignità e hanno fatto studiare me e mio fratello nelle migliori scuole. Siamo cresciuti con un senso, dunque, della famiglia profondissimo. La famiglia come radice, come corpo, come regola”.

Quindi, avrebbe dovuto diventare, minimo, un'interprete, visto che ha frequentato la scuola tedesca a Milano?

“No, no. Cominciai andando in questa scuola tedesca, in questo istituto retto da suore, l'istituto più “in” di Milano, dove mandavano le ragazze per bene. Abitavo, allora, in corso Garibaldi, in pieno centro di Milano, e dietro di me costruirono a 50 metri la Scuola Tedesca Statale, ed andai lì. Allora, la Scuola tedesca non era riconosciuta e, quindi, non potevo frequentarla perché sarei diventata un'analfabeta”.

Perché un istituto tedesco o spagnolo (vista l'origine dei suoi genitori) o italiana?

“Perché c'era questa scuola di suore, mia mamma aveva conosciuto una sua amica che proveniva da Belgrado ed era molto considerata. Poi, costruirono, dietro casa mia, lo stesso istituto tedesco ed allora andai lì. Ma, io sono stata felicissima di aver frequentato la scuola tedesca: penso di aver avuto un insegnamento scolastico, una preparazione alla vita fantastica, severissima! Una delle scuole più severe al mondo, soprattutto, allora, ma, di grande capacità di informare. Sono stata molto contenta di averla fatta”.

Di che cosa, adesso come adesso, non potrebbe fare a meno?

“Ah, della salute dei miei figli e di mio nipote. Ho due figli: uno si chiama Claudio, medico – sta finendo la specializzazione di anatomopatologo in Germania, ad Augsburg -; poi, c'è mia figlia, laureata in Psicologia, specializzazione Psicologia del Lavoro ed è un alto funzionario del Coni. Poi, ho un nipotino di sei anni, Filippo, che io amo e che ogni tanto chiamo Claudio come mio figlio. E' il bambino più dolce, almeno per me, eh, simpatico, bello ed intelligente del mondo”.

Che raccomandazioni propina nonna Paola al piccolo Filippo?

“Lei non ci crede: non ho mai detto al mio nipotino che io ha fatto l'atleta. La cosa che mi piace fare con il mio nipotino è raccontargli le favole, e insegnargli a essere una persona giusta, rispettosa della dignità degli altri e con un concetto di serietà, di dovere, ma anche di capacità di divertirsi”.

Ogni volta, prima di uscire dalla porta di casa di Filippo, cos'è che gli ricorda?

“Gli chiedo di darmi un bacio. E gli do un bacio. Per le raccomandazioni, c'ha i genitori. I genitori educano, i nonni coccolano. Gli sto vicino con grande piacere”.

Non avesse fatto l'atleta, la maratoneta, cosa le sarebbe piaciuto fare nella vita? La cantante, seguendo così le orme dei suoi genitori?

“Mi sarebbe piaciuto, sì, fare la cantante come mio padre”.

La cantante lirica?

“Sì, sì. Oppure, la musicista: mi sarebbe piaciuto moltissimo. Io credo di avere nell'anima questo Dna musicale che mi hanno trasmesso i miei genitori, e che non si è espresso. Però, io non è che nella vita ho fatto solamente l'atleta: ho fatto, grazie a Dio, tutt'altro. Ho fatto, per dire, l'atleta “a latere”, perché mi sono diplomata all'Isef, mi sono laureata in Scienze Motorie, ho lavorato presso la Federazione Bocce, ho fatto il tecnico, ho cercato quello che mi diceva mio padre: lo sport era importante, ma, nella vita quello che conta è la cultura, l'istruzione, impegnarsi con passione e dedizione, altrimenti diventa tutto labile”.

La cultura, dunque, lei ha detto, e la scuola...

“La cultura, non è la scuola. La cultura è l'esperienza, la capacità di apprendere sempre e comunque da tutto e da tutti. Perché tutti ci possono arricchire. Gli affetti, la propria anima, la propria conoscenza, la propria coscienza, la propria pazienza, la propria tolleranza”.

Il suo motto preferito, qual è?

“Sinceramente, di motti non ne ho. Non lo so: potere avere – oggi come oggi un'utopia – un rapporto sincero con gli altri; di far vivere e rispettare gli altri il più possibile. Però, è un'utopia perché oggi siamo così ridotti al minuto, cronometrati non più alla giornata. Siamo immersi, nella vita, in una girandola così complessa, così a volte crudele, cattiva, assurda, maligna. Che rende tutto così complesso, insomma”.

“Traviata”, “Madame Butterfly”, “Romeo e Giulietta”: quale di queste opere preferisce?

“Posso dirle quello che mi piace? Io adoro “Rigoletto””.

Perché?

“Mah, guardi, adoro “Rigoletto”, pretendo una storia cruda, crudele, ed oserei dire anche spietata, perché questo povero Rigoletto poi muore. Perché non è una storia che ci trasmette la morale, perché ci sono dei brani in “Rigoletto” che mi fanno impazzire, come il quartetto finale. E' qualche cosa di una bellezza che in una scena c'è l'amore di Gilda, la vendetta e l'odio del padre, l'uomo che tradisce e la superficialità amorosa del Conte, c'è una modernità di vita incredibile, una capacità di vendersi, uno che uccide, ma nell'uccidere: io devo uccidere qualcuno, e quindi uccide Gilda. E c'è anche la donna, la sua femminilità della donna che conquista, che vuol conquistare, la crudeltà dell'uomo che invidia la sessualità della donna per conquistare il Conte. Nel finale di “Rigoletto” ci sono tanti aspetti anche attuali, reali della vita, che lasciano un po' perplessi. Eppoi, devo dire mi piace – e questo me lo cantavo mentre correvo; anche nei cross (le corse campestri), dove primeggiavo e disciplina in cui come unica italiana ho vinto il campionato mondiale più volte. Una volta andai a Parigi, per gareggiare ed io pressoché sconosciuta in quanto la specialità aveva registrato sempre il dominio dei russi delle ragazze della Bulgaria e dell'Est – tutte drogate, tutte dopate – e, mentre il pullman ci portava noi atlete dall'albergo a questo posto di gara, io cantai “...Io sono docile, sono rispettosa, sono obbediente...”, il “Barbiere di Siviglia”, “...ma, se mi toccano dov'è il mio debole...”. Da quella volta io continuavo a canticchiare da sola questi versi: “Sono docile, sono obbediente, dolce, amorosa; mi lascio reggere, mi fo guidar. Ma, se mi toccano dov'è il mio debole, sarò una vipera e cento trappole prima di cedere farò giocar”. Era troppo divertente. Forse, è un po' troppo, come dice lei, “Boheme”, però, mi piace molto Verdi”.

Molto Giovanna d'Arco, Paola Pigni, o no?

“Giovanna d'Arco, mi piace molto, sì. Peccato perché si è fatta uccidere così..., si è fatta imbrogliare...Anche Santa Chiara: mi piace moltissimo Santa Chiara. Infatti, mia figlia si chiama Chiara, mentre mio figlio si chiama Claudio. Una grandissima santa, Chiara. Ho chiamato tutti e due i miei figli con la “C” perché volevo Chiara perché mi piace molto Chiara e da quando ero piccola, già a 14 anni, dicevo tra me e me che se mai avessi avuto una figlia l'avrei chiamata Chiara”.

Chiara era la fidanzata di Francesco d'Assisi...

“Sì, sì, forse anche per questo, perché mi piace anche Francesco; ma, Chiara è una santa, incredibile, una donna modernissima, una donna intelligentissima, una figura fantastica. Fantastica”.

Che cos'è che le dà più fastidio e cos'è che la riesce ancora, oggi, commuovere?

“Mi dà fastidio, odio, proprio odio, l'ipocrisia. La gente è difficile, perché nella vita a volte bisogna saper mentire; ci sono delle cose che in un determinato contesto, momento storico, hanno un senso, in un altro non lo hanno già più. L'ipocrisia, la falsità mi danno un fastidio tremendo; soprattutto, quando non sono necessarie, capito? Quando vede l'ipocrisia a livello proprio di serpente, diventa nel modo subdolo di aggirarti da parte dei cosiddetti furbi. E diventa un tradimento spirituale, mentale, intellettivo terribile: non voglio citare Mourinho, però, non mi piace una prostituzione intellettuale bruttissima: non mi piace, soprattutto – le ripeto – quando non è necessaria, quando hai a che fare con amici, e non mi rivolgo alla vita sociale dove è ammesso tutto e l'incontrario di tutto per svariati motivi ed interessi. Tornando all'attuale allenatore del Real Madrid, da interista quale sono, ma non certo solo per quello, odio la volgarità della battuta, non per la battuta o per la parolaccia che può scappare di bocca a qualcuno: un allenatore non si pretende debba essere un asceta, per amor di Dio, ma la volgarità dell'anima, e la mancanza di rispetto della dignità degli altri mi dà fastidio da morire. Persino se questa è commessa contro gli animali: il rispetto di queste creature lo ritengo fondamentale, come la dignità che dobbiamo avere verso tutti”.
“L'ipocrisia fine a se stessa mi dà tanto fastidio, questo modo, quest'arte subdola, vigliacca di volerti raggirare, prenderti in giro. Invece, mi commuove quando vedo un film con storie di persone sfortunate, e poi mi commuove la dolcezza della vita, la dedizione, l'affetto, un sorriso di mio figlio, l'abbraccio con mia figlia, quando mio figlio torna dalla Germania, e lo vedo felice, mi commuove molto. Spero di poter vedere i miei in salute”.

Lei è d'accordo con quello che dice Gabriele D'Annunzio: “Io ho quello che ho donato”?

“Mah, c'è un proverbio che recita: “Ciò che fai ricevi”, “ciò che semini raccogli”: anche questo è vero; però, a volte non è così. Purtroppo, la realtà, a volte, ci tradisce in questo. Dovrebbe essere così; se ci fosse un minimo di giustizia, non dico divina, dico giustizia divina, ebbene, se questa ci fosse...Però, non c'é; soprattutto in questi tempi non c'è”.

Ci dica la verità: lei a calcio non ha mai provato a giocare?

“No, sono solo una tifosa dell'Inter. Ho provato a giocare così, magari qualche volta, però, da quando ho iniziato a fare atletica no, perché magari per giocare una partita tra amici rischiavo di rompermi una gamba e sarebbe stato davvero un bel guaio”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 3 dicembre 2011

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