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INCONTRI VIP'S

10/12/11 - INCONTRI RAVVICINATI: TONINHO CEREZO

CEREZO, LA FELICITA' DEL CALCIO

Antonio Carlos Cerezo è conosciuto da tutti come Toninho Cerezo. Figlio unico, è nato a Belo Horizonte, in Brasile, i 21 aprile 1955, dove ha giocato nell'Atletico Mineiro (dal 1976 al 1985) vincendo 7 scudetti.
In Italia vive 9 intense stagioni, tre nella Roma con la quale vince due Coppe Italia (1984 e 1986), perde ai rigori la finalissima di Coppa dei Campioni contro gli inglesi del Liverpool (all'Olimpico” di Roma nel 1984), e sei nella Sampdoria, gli anni esatti in cui alla guida dei blucerchiati furoreggia il tecnico Vujadin Boskov. All'ombra della lanterna, sponda doriana, conquista, con la coppia Gianluca Vialli-Roberto Mancini, lo storico scudetto del 1991, preceduto dalla Coppa delle Coppe del 1990 e dalle Coppe Italia delle edizioni 1988 e 1989. Sfortunata la finale di Coppa dei Campioni persa per 1-0 contro il Barcellona nel maggio 1992, mattatore (su punizione) Coeman.
A luglio del 1992, ritorna nel suo Brasile, dove vince con il San Paolo (1992 e 1993) due Coppe Intercontinentali, mentre l'anno successivo, il 1993, sempre con lo stesso club, conquista scudetto, Coppa Libertadores, SuperCoppa Sudamericana e due Recope Sudamericane (1993 e 1994).

Intensa pure la carriera di allenatore: in Brasile è coach dell'Atletico Mineiro, del Guarani, del Vitoria di Salvador; in Giappone, invece, del Kashima Antlers (scudetto, 2000), nell'Arabia Saudita l'Al-Hilal e negli Emirati Arabi l'Al-Shabab (scudetto nel 2008). Ha collezionato 74 maglie della Nazionale verde-oro, conquistando il terzo posto ai Mondiali di Argentina nel 1978.
Recentemente, è tornato in Brasile a guidare lo Sport Club de Recife, poi, il Leao, e dal 3 dicembre 2011 ha preso in mano le sorti del Vitoria di Salvador, con l'intenzione e la speranza di riportarlo in massima divisione. Dal novembre 2011 è anche osservatore della Sampdoria in Sudamerica. Attualmente, sta cercando di conseguire assieme a tanti ex calciatori professionisti italiani, tra cui Roberto Baggio, presso il Centro Federale di Coverciano di Firenze, il patentino di allenatore professionista di Prima categoria.
Per ritornare ad allenare nel suo Paese e forse, un giorno, chissà, anche in Italia.

Cerezo, qual è stato il gol più bello segnato in Italia?

“Guarda: io sono sempre stato un centrocampista e arrivavo sempre nell'area due, tre, quattro volte durante a partita, e, in tutte le squadre in cui ho giocato, i centravanti sono diventati capo-cannonieri. E' stato così nella Roma con Pruzzo, nella Sampdoria con Vialli, nell'Atletico Mineiro con Heinaudo, a San Paolo. Sono sempre stato un uomo che dava sempre il passaggio al centravanti che poteva segnare, fare gol. Io credo, senza dubbio, che uno dei gol più importanti è stato alla Sampdoria, il gol che ha proclamato lo scudetto, la partita in cui la Sampdoria ha conquistato matematicamente a Genova lo scudetto”.

Contro chi, se lo ricordi Toninho?

“Contro una squadra del Sud: il Bari”.

E' il gol che ha voluto dire scudetto per la Doria?

“Sì, il gol dello scudetto della Sampdoria. E, poi, l'altro di bello è stato quello contro il Milan, il secondo gol del San Paolo contro il Milan, nella Coppa Mondiale Interclub in Giappone. Sono due gol importanti che in quel momento ha dato anche il ciclo di campione alle squadre della Sampdoria ed anche del San Paolo. Dopo ho fatto un paio di gol, ma ero sempre l'uomo dell'ultimo passaggio, avevo una buona visione di gioco, riuscivo anche a mettere bene la palla di destro e di sinistro, e tutti quelli che avevo davanti sempre avevano una palla pulita per segnare”.

E' mai stato felice?

“Io credo di essere una persona molto fortunata, anche perché sempre ho provato, in tutta la mia vita, nel lavoro, sono una persona che credo che il lavoro mi fa anche molto felice. Ma, sono cresciuto in una zona povera ma di grande felicità, di grande libertà, in Brasile: ho avuto la fortuna di avere una padre e una madre – come tutti, no? - che sempre mi hanno lasciato giocare, mi hanno lasciato insomma fare un po' quello che volevo io. Mi sono sposato presto, ho avuto una famiglia, nel mio lavoro di calciatore ho avuto anche la felicità di giocare tanti anni. Insomma, sono una persona molto felice, non posso lamentarmi”.

Quanti figli ha?
“Quattro figli”.

Tutti maschi?
“No, ho tre donne e un maschio”.

Il maschio gioca a calcio?
“No, no, no, non gioca”.

Si è mai sentito solo?

“Sì, guarda in questo mondo nostro è un mondo che ha dei periodi che ti segue tanta gente e dei periodi in cui sei da solo. Io sono figlio unico, sono cresciuto da solo, mio padre è morto presto, mia madre che era sempre vicina a me. Per crescere come figlio unico, io sono uno che – anche se adesso ho una grande famiglia – il lavoro mi porta, no, lontano dalla famiglia. Ho lavorato sei anni in Giappone, quattro anni negli Emirati Arabi, tante volte la famiglia non può venire. Io vado da solo normalmente e parecchio, principalmente in questi periodi che – ho più di cinquant'anni – mi sento un po' solo, ma quando io sono al lavoro, sono in campo, no, sono nel mondo del calcio, mi sento protetto perché è il mio lavoro, dove riesco a capire che cosa faccio e trovo a fare sempre bene. Così non mi sento da solo, ma, in questo periodo di Natale, Capodanno, quando io sono in giro a lavorare, veramente mi sento un po' solo. Ma, questo fa parte anche della vita, no?”

Lei crede in Dio?

“Sì, tantissimo. Io sono cresciuto con la venerazione per Sant'Antonio: mio padrino è don Serafin, che è un vescovo di Belo Horizonte , che mi ha dato una mano tantissimo quando io ho iniziato a giocare nell'Atletico Mineiro. Sono molto cattolico e credo che sempre quando sono in parrocchia o sono a guardare la messa mi trovo bene, mi sento in un ambiente sano, in un ambiente tranquillo”.

Cosa troveremo nell'Aldilà, quando lasceremo questo mondo?
Cerezo scoppia in una lunga e fragorosa risata:

“Non mi piace neanche a pensare, perché per me la vita è così bella, alzare la mattina e guardare le giornate, il mare, questo sole, anche se inverno. Tante volte in Brasile quando esco, vado a pesca nei fiumi dell'Amazzonia, così, guardo la natura, vedo tutte cose bellissime, che la morte per me è un grande problema, anche se questo è la ruota della vita, non si può cambiare, no, ma mi fa sempre pensare due-tre volte che un giorno devo lasciare tutto questo, la natura bellissima, tutto questo voler vivere, guardare delle cose bellissime che esistono sulla terra, la gente, tutto quello che è intorno. Ci fanno credere anche che siamo piccolini davanti a questo universo”.

Il Paradiso esiste?
Altra risata dell'ex asso doriano e romanista:

“Il Paradiso è qua, è adesso, per me. E' qui, è difficile parlare. Io sono uno anche che credo che senza dubbio esiste un Dio, un grande Dio per fare tutto questo, per creare il mare, la terra, gli alberi, i fiumi. Questo senza dubbio, ma, dopo la morte non sai che cosa può accadere”.

Li troveremo un giorno i nostri cari?

“Magari, perché mi manca tanto principalmente il papà che ho perso molto presto, ma la madre è sempre una grande assenza per me, un grande vuoto”.

Ce l'ha ancora la mamma?

“No, ma per fortuna dopo ho avuto la moglie, che è una donna fantastica, e ho nella vita una grande influenza delle donne, perché sempre con le donne sono riuscito a imparare delle belle cose, di porti bene davanti alla vita, sono uno che sono molto felice con le donne e adesso ne ho anche tre, di figlie, e mostro sempre verso di loro affetto, cerco sempre di essere carino, e questo è anche felicità”.

Quand'è che ha pianto l'ultima volta di gioia e di dolore? Quando è morto il grande presidente della Sampdoria Mantovani, o quando ha vinto lo scudetto a Genova?

“Di dolore, senza dubbio, con la morte di mia mamma. Ma, io sono uno anche molto emotivo e tante volte piango anche nelle cose buone, tante volte trovo un compagno, trovo un amico, così, di tanti anni fa, e questo mi emoziona tantissimo. Tante volte anche da solo, quando guardo i fiumi, guardo i momenti passati da piccolo, ho voglia di piangere e principalmente questo mi capita quando sono da solo”.

Anche la musica la commuove?

“Non è che ho un momento, no, è spontaneo. Qualche volta trovo un tifoso che guarda con occhio così di felicità, mi fa tornare indietro ai bei tempi, e tante volte mi emoziona. Non una cosa in particolare, ma anche tutte le volte che sento una musica o vedo questo, mi viene voglia di piangere. La cosa arriva spontanea, e più volte sono cose piccole e molto semplici che mi fanno venir voglia di piangere”.

Quanti scudetti hai vinto?

“Tanti. Io in tutti i campionati, in tutti gli anni in cui ho giocato a calcio sono arrivato in finale. Ho vinto parecchio, non posso lamentarmi. In questi ventisei-ventotto anni di calcio che ho giocato, sono sempre arrivato in finale. Qui, da voi, in Italia, ho vinto con la Roma, sono arrivato in finale di Coppa dei Campioni, ho vinto quattro Coppe Italia, ho vinto una Coppa delle Coppe, una SuperCoppa, ho vinto lo scudetto a Genova, con il San Paolo ho vinto un campionato paulista, ho vinto due Coppe Intercontinentali, contro il Barcellona e il Milan, ho vinto campionato Libertadores, e ho vinto il campionato paulista, a Belo Horizonte ho vinto sei-sette scudetti del campionato Mineiro, dopo sono arrivato due volte in finale del campionato brasiliano. Come calciatore ho una storia lunga e di felicità: non posso lamentarmi”.

Le manca la Coppa dei Campioni, quella lasciata al Liverpool all'”Olimpico” di Roma nel 1984, o no?

“No, adesso non mi manca più, perché non gioco più, no? Forse, se come allenatore se ho un'opportunità posso venire a vincerla”.

Adesso cosa sta facendo Toninho Cerezo? Sta allenando?

“Sì, alleno, adesso ho la mia squadra a Salvador Bahia, in Brasile, il Vitoria. Faccio l'allenatore. Come ho detto prima, ho lavorato sei anni in Giappone, a Tashima, poi, negli Emirati Arabi, adesso sono qui in Italia che faccio corso di Master a Coverciano e avevo un contratto di osservatore per la Sampdoria fino a giugno, ma, adesso ho trovato lavoro in Brasile e faccio avanti e indietro dal Brasile a Coverciano”.

Il giocatore più forte assieme al quale ha giocato e quello avversario?

“Mah, guarda io ho giocato con tanti di quei calciatori forti”.

I primi nomi che le vengono in mente...

“Io da piccolo ho giocato con un calciatore che tante volte voi non conoscete, perché non ha giocato in Europa ma nell'Atletico Mineiro. Il nome di lui è Heinaudo, ha giocato fino a 25-26 anni e veramente era un fenomeno: giocava in maniera veramente incredibile. Quando puoi, entra nel suo sito e riesci a vedere lui in campo: Heinaudo dell'Atletico Mineiro. Dopo ho avuto la felicità di giocare con tantissimi calciatori: Zico, Socrates, Falcao, Platini, Gullit, Van Basten, Vialli, Mancini, Cruijff, ho visto Rumenigge. Ho visto una galleria di campioni, la storia del calcio mondiale”.

Maradona?
“Sì, anche Diego”.

Ed altra risata: “Diego, senza dubbio è un fenomeno anche lui, poi, Bertone, no, era un giocatore fantastico. Heinaudo, però, era un fenomeno, ha giocato con me quando avevo 17 anni nel Cruzeiro a Belo Horizonte. Ma, Heinaudo è stato il meno noto”.

Più forte anche di Maradona?

“No, primo in calcio non ce l'hai; ci sono sempre quei quattro-cinque che fanno la differenza. Il primo è difficile dirlo, perché per farlo primo lui deve giocare come Pelè, che ha giocato venti anni e ha vinto tutto. Maradona ha giocato, ma ha giocato un po' meno, no? Un po' come Zico, no? Ci sono dei periodi che i calciatori vanno bene tre anni, quattro anni, cinque anni”.

Era superstizioso?

“No, non lo ero tanto; direi di no, sinceramente direi di no”.

Quando è morto il presidente dello scudetto della Sampdoria hai pianto?

“No, ero fuori Italia quando è arrivata la notizia. Avevo il lavoro e non potevo fare niente. Mantovani, per me, non è mai stato un presidente, più un amico che un presidente. Ho avuto un buon rapporto non solo con lui, ma anche con tutta la famiglia. Questa è la vita, questa ruota gira e un giorno arriva anche il mio turno”.

Non le sarebbe piaciuto giocare anche in una delle tre squadre più prestigiose d'Italia, o, all'estero, nel Real Madrid o nel Barcellona?

“No, non ho mai avuto questo sogno, perché ho iniziato a giocare in una squadra famosa in Brasile, che è l'Atletico Mineiro. Dopo il mio sogno era quello di giocare in Nazionale e ho avuto l'opportunità di giocarvi. Dopo ho avuto la fortuna di giocare nella Roma, ho visto un altro calcio, un'altra mentalità, dopo sono venuto alla Sampdoria, sono ritornato in Brasile, ho girato un po' il mondo giocando a calcio. Sono uno che non mi lamento di niente. Credo che Dio ci crea una strada, ci prende e sono uno che ringrazio Dio, credo che sono una persona fortunata”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 8 dicembre 2011
seguiranno foto...

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