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INCONTRI VIP'S

17/1/12 - INCONTRI RAVVICINATI: SAUL MALATRASI

DIFESA A RITMO DI SAUL

Quando gli ricordi dove è nato, a Calto di Rovigo, il 17 febbraio 1938, lui, finalmente, scoppia in una fragorosa risata: “Ah, non sapevo, pur essendo venero che “calto” in veronese significa loculo, nicchia dei cimiteri. L'ho appreso quando sono stato ospite a una trasmissione di una vostra emittente televisiva; solo che “Calto” è la denominazione di un vino prodotto da un'azienda del Veronese, ai primi posti della classifica dei più commercializzati. Vatti alla pesca!”

Un uomo così refrattario alle interviste, che riteniamo abbia voluto apposta togliersi dalla rubrica telefonica per non essere più disturbato. Ma, Dio vuole che il difensore rodigino si sottoponga volentieri – come voi stessi capirete - al fuoco delle nostre domande.
E, già, Saul Malatrasi, difensore polivalente, è nativo di un Polesine molto povero, che calcisticamente guardava a Ferrara per poter salire le scale della ribalta pedatoria. Ed è infatti nella Spal che il giovane difensore rodigino debutta, ad appena vent'anni, e, guarda caso, contro la Juventus, marcando così stretto la punta bianco-nera romagnola, Gino Stacchini, che si becca, dopo circa mezz'ora il rosso dell'espulsione.
Ma, non sarà questo neo a macchiare certo una carriera che frutta a Malatrasi qualcosa come 13 trofei, tra scudetti (tre e tutti vinti a Milano in entrambe le schiere), Coppe Italia, Coppe delle Coppe, Coppe dei Campioni e Coppe Intercontinentali (entrambe alzate al cielo contro due formazioni argentine, l'Independiente e gli Estudiantes, rispettivamente con la maglia dell'Inter e del Milan).

Insomma, Saul, dopo aver militato per quattro stagioni a Firenze (dal 1959 al 1963 e conquista di una Coppa delle Coppe e di una Coppa Italia), passa alla Roma (conquista anche qui di una Coppa Italia con i giallo-rossi), per finire all'Inter di Helenio Herrera e del facoltoso quanto generoso presidente nerazzurro, il cavalier Angelo Moratti. Due stagioni, dal 1964 al 1966, molto intense e costellate da vittorie epiche: due scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Poi, sembra – visto che è lui stesso, Malatrasi, a smentircelo a distanza di anni – che il “mago” lo scarichi, quando fu proprio il furbo trainer argentino a volerlo, assieme ad Angelo Domenghini e allo spagnolo Joaquim Luca Peirò (“vive a Madrid, dove sono già andato a trovarlo” racconta l'ex compagno interista), anche “perché con la Roma ero arrivato dopo annate da titolare, e non ero entrato a “San Siro” come riserva o come momentaneo tappabuchi”).

Una stagione interlocutoria nel non ambizioso Lecco sembra aver catapultato fuori dalla corsia dei grandi clubs italiani il difensore di Calto. Ed invece, in maniera rocambolesca (ultima notte di calcio mercato e consigliato durante una cena da Italo Allodi, general manager interista, al “paron” Rocco) il destino vuole che l'ormai trasferito al L.R.Vicenza di Sandokan Silvestri Saul Malatrasi (anche il Bologna, allenato da Luis Carniglia, lo ha corteggiato a lungo) incredibilmente, clamorosamente si trasferisce al Milan del giovanissimo presidente Franco Carraro (“stavo ballando con mia moglie alla sagra del mio paese, quando mi raggiunsero per darmi la notizia del passaggio al “Diavolo”, la squadra del mio cuore, nella quale sognavo fin da bambino di giocare un giorno”).

Ed anche qui, sull'altra sponda, quella rosso e nera, reinventato da “paron” Rocco nel ruolo di libero, Saul fa incetta di trofei: uno scudetto, 1967-68, una Coppa dei Campioni, una Coppa della Coppe ed una Coppa Intercontinentale. Più breve e meno costellata di successi la carriera di allenatore di Malatrasi: inizia come vice alla Spal, poi, è in Serie D, a Legnago di Verona, quindi, conquista con la Primavera della Roma il “Trofeo di Viareggio”. Ancora, alla guida delle giovani speranze spalline, poi, siede sulla panchina di Pescara, Pontedera, Forlì, dei dilettanti dell'Angizia Luco (compagine del Teramano), ed, infine, i lombardi del Lodigiani. Saul Malatrasi non ha mai indossato la casacca azzurra della Nazionale Maggiore italiana: ma, ancora adesso lui è del parere che ha avuto modo di consolarsi con tutti i trofei che ha conquistato in Italia, in Europa e nel mondo. Come dargli torto?

Mister, ci tolga subito una curiosità: ma perché quel suo nome, Saul? La storia dice che è stato il primo re degli ebrei...

“Ai miei tempi, mettevano i nomi di chi era morto in famiglia: il fratello di mia mamma perse, appena nato, il suo bambino di nome Saul, e così pensarono di metterlo anche a me. Ma, non ho alcun vincolo, legame con gli ebrei. Anzi, le dirò di più: una volta, in Russia, all'aeroporto, al momento del controllo del passaporto, gli agenti mi fermarono per via del nome Saul. Gli altri, i miei compagni dell'Inter, fuori a ridere come matti nel vedermi in stato di fermo e preso da tanto imbarazzo. Mi perquisirono, mi fermarono per una buona mezz'ora”.

Saul fa rima con Raul, il “re delle orchestre romagnole”, non il famoso asso del Real Madrid...

“Pensi che allora i suoi colleghi scrivevano sempre Raul: si vede che gli veniva bene”.

I suoi genitori cosa facevano, mister?

“Ah, papà Amer – anche per lui un nome biblico! - e mamma Sara era gente di campagna”.

Qual è stato il momento più bello, quello in cui si è sentito davvero felice nella sua carriera di calciatore?

“Mah, il momento più bello sicuramente per un giocatore è stato il debutto in serie A. Ricordo il mio debutto in serie A, anche se è stato un po' infelice nel senso che sono stato espulso subito, alla prima partita di campionato, a Ferrara, in Spal-Juventus, al 35mo del primo tempo. Però, quella partita la ricordo sempre non tanto per essere stato espulso, ma perché è stato un debutto fino al 35mo buono, poi, per un fallo commesso per ingenuità, mi hanno cacciato fuori e, quindi, fortunatamente non sono stato squalificato la domenica dopo e ho giocato a Trieste. Dove abbiamo vinto per 1-0 e ricordo con piacere quelle 20.000 persone, che mi sembravano 300.000 perché, quando uno debutta a 20 anni, e vede lo stadio pieno, sembrano molte molte di più”.

Fallo commesso, a Ferrara, ai danni di chi?

“Allora, all'ala sinistra la Juve aveva schierato Stacchini, Gino Stacchini”.

Un romagnolo...

“Sì, sì. Ma, poi, siamo stati amici, siamo stati anche al mare insieme: io andavo a Cesenatico e lui aveva un albergo lì vicino, a due chilometri da quello dove alloggiavo io. Era il momento in cui lui era fidanzato con Raffaella Carrà”.

Il giocatore più forte assieme a cui e contro cui lei ha giocato?

“Mah, io ho giocato contro tanti grandi giocatori; anche con tanti grandi ho giocato assieme, eh. Sono più quelli assieme ai quali ho giocato che quelli che mi sono trovato di fronte; ma, faccio presto. I Di Stefano, i Cruijff, i Didì, i Pelé, tutta gente di cui ancora adesso se ne parla tutti i giorni. Erano grandi, grandissimi giocatori. Per quanto riguarda, invece, i compagni, io ho avuto la fortuna di giocare assieme a Rivera: è stato, per me, il più grande”.

Qual è stato il brivido più bello che ha provato nelle competizioni internazionali, visto che ne ha vinti tanti di trofei con le squadre di Milano?

“Mah, la prima Coppa dei Campioni con il Milan perché è stata quella in cui ho giocato tutte le partite. Perché come tu sai la Coppa dei Campioni è un mini-campionato, e poi, a volte, uno arriva le fa tutte e poi per sfortuna magari salta proprio la finale. E, quindi, gli dispiace. A volte, invece, cosa succede: che uno fa solo la finale perché si è fatto male un altro tuo compagno. Mi ricordo, comunque, la prima Coppa dei Campioni con l'Inter perché era il primo anno in cui giocavo allo stadio “San Siro”. E, come tutti sanno, “San Siro” è la “Scala del calcio”, e, quindi, sai, giocare in quello stadio lì era una grande emozione. E, poi, dopo ci fai il callo quando oramai sei smaliziato, quando il calcio diventa un mestiere pian piano, eh”.

La prima Coppa dei Campioni vinta dall'Inter contro chi?

“Allora, la prima Coppa dei Campioni l'abbiamo vinta nel 1964-65: io feci, mi pare, 6 partite, la finale, e feci a Milano contro il Benfica, mi pare. E vinse 1-0 l'Inter grazie a Jair, con l'acqua: c'era una pioggia e fece gol in mezzo alle gambe del portiere. Parlo, eh, di quando c'ero io. Poi, dopo, nel 1966, l'Inter la rivinse due anni di fila la Coppa dei Campioni: vinse a Vienna, quella del 3-1, mi pare”.

Quella contro il Real Madrid di “saeta rubia” Alfredo Di Stefano?

“Sì, proprio contro il Real Madrid e con i due gol di Mazzola e uno di Milani, mi pare. Ma, io, però, allora giocavo nella Roma. Dalla quale presero me, Domenghini e Peirò”.

Herrera volle lei e non fu il “mago” a mandarlo via dopo due stagioni dall'Inter, o no?

“No, per Herrera, secondo me, eh – io dico quello che so per certo – per Herrera, che trovai successivamente a Venezia, dove andò ad abitare con la sua signora, no? - ebbene, Herrera, anche in quell'occasione, ed ero in compagnia di un amico, tale Sergio Frascoli (ex Spal e Venezia), che giocava con me nella Roma - mi confermò, vicino a Piazza Venezia “dai, dai che beviamo un caffè”, e mi ha confermato che mai mi avrebbe dato via”.

Ma, allora, per quale motivo dovette lasciare l'Inter, Saul Malatrasi?

“E' che lui (Herrera) con il povero Armando (Picchi) non andava d'accordo: erano due personalità forti, non si sono mai incontrate. Ma, sai, Armando Picchi, era un grande uomo, un grande giocatore. Era anche un uomo che ci sapeva fare con tutti ed anche lui mi disse “Saul, tu non vai via!”. Poi, cosa è successo? Un giorno, lo stesso Herrera, quando il povero Armando si ammalò, mi chiamò e mi disse: “Guarda, preparati perché devi giocare da libero!” Io, risposi “Perché, mister, visto che mi ha preso come mediano d'attacco perché Tagnin aveva tre-quattro anni in più ed Herrera voleva un mediano. Mi aveva visto giocare a Roma. Poi, mi chiamò ancora e mi disse: “Guarda che c'è Armando che non sta tanto bene e dobbiamo mandarlo tre mesi in vacanza nella sua Livorno, e tu preparati perché devi giocare da libero. Mi hanno detto che tu sei bravo, hai già giocato nella Roma ed io vedo in te colui che lo può sostituire”.

E cosa successe, allora?

“Che Armando stette a casa tre mesi, mi pare, noi abbiamo fatto dodici partite (allora erano due i punti, non tre) e su 24 punti ne facemmo 23. E passammo davanti al Milan: ti ricordi quel campionato che finimmo in testa? Cosa era successo? A volte le disgrazie capitano, ma, a volte ci sono anche le fortune per altri giocatori. Il capitano (Armando Picchi) è tornato a giocare perché stava un po' meglio, ma, nel frattempo, quando misero me libero, saltò fuori questo ragazzo che si chiamava Gianfranco Bedin. E, allora, il posto mio da mediano lo presi Bedin, ed io andai a prendere quello di Picchi. Ho fatto tre mesi, ma, dopo, quando Bedin si è confermato bene nel suo ruolo e trovò l'intesa con Corso e Suarez, ad andar fuori sono stato io. Però, io facendo bene come libero, Herrera non se l'era dimenticato e mi richiamò”.

Per quale motivo il “mago” l'ha richiamato?

“Perché io abitavo ad Appiano Gentile, ed anche lui abitava ad Appiano. Allora, ci trovammo nella piazza verso mezzogiorno e mi disse: “Vieni qua” e si capiva che gli dispiaceva mettermi fuori – lui era un duro e a volte non ti guardava neanche, a volte non ti salutava – però mi disse: “Guarda che tu stai all'Inter”. Poi, lui andò in vacanza, mi richiamò confermandomi la fiducia di giocatore nerazzurro e per darti anche un programma da svolgere (le vacanze erano molte lunghe: ti dava circa una quarantina di giorni, eh). Invece cosa è successo: mi sono trovato chiamato dal Lecco, perché allora era difficile passare dall'Inter al Milan, non ti davano se non a squadre di mezza o bassa classifica. Mi chiamò il Lecco e anche Jair. Che mi disse: “Saul, ci hanno venduto al Lecco”. Mah, io al Lecco? – risposi al brasiliano - “Io non ne so niente”. Invece, mi chiamarono dicendomi “ma cosa fai?”. Devi pensare che allora era un periodo in cui avevo qualche problema perché mia moglie aspettava un figlio e mi voleva il Napoli. M,a il Napoli era una squadra ritenuta forte ed allora non ti potevano dare alla concorrenza”.

E allora?

“Siccome ero convintissimo di rimanere all'Inter perché il “mago” non voleva che io andassi via, a un certo momento, sul più bello che credevo di essere stato riconfermato, mi ritrovai venduto per un'altra squadra. Mi chiesi più volte: “Ma, allora, l'Inter mi vuole o non mi vuole?”. E ne parlai anche in famiglia. E a mia moglie dissi: “Andiamo via, perché mi avevano detto che ero stato riconfermato. Adesso che mi hanno mandato via, io all'Inter non ci sto più””. E Jair mi disse: “Guarda, Saul, che io non vengo al Lecco””. E, va bene, Jair, uno fa quel che crede”.

Un anno di Lecco prima del passaggio all'altra sponda, quella del “Diavolo” milanista...

“Siamo retrocessi, ma ho fatto un bel campionato: mi volevano quattro-cinque squadre. Io ero, sai, dove? In tournè in Messico con il Bologna: ci sono stato per trenta giorni, perché mister Luis Carniglia mi voleva portare al Bologna, in Messico ricevetti una telefonata che mi comunicava che mi avevano venduto al L.R. Vicenza. Mi telefonò Sandokan Silvestri e mi disse: “Sei contento di venire a Vicenza?”. Risposi: “Sai, son contento sì, siamo andati giù col Lecco, poi, sono vicino a casa, sono in serie A, meglio di così...””.

E, come mai, allora, finì al Milan?

“A quei tempi, le liste dei trasferimenti dei giocatori chiudevano a mezzanotte. Io ero a una sagra, una di quelle, sai, che fanno nei dintorni, su invito di una zia di mia moglie – la quale voleva che fossimo suoi ospiti -. A mezzanotte, mentre ballavo, e c'era la famosa Betty Curtis, la cantante, hanno cominciato a dirmi “Sai che ti hanno venduto al Milan, sai che ti hanno davvero venduto al Milan!”. Ed io e mia moglie credevamo nel classico scherzo degli amici: nei paesi ci si conosceva tutti una volta. E me l'hanno detto in più di uno, cinque o sei persone. Alla mattina ha cominciato a suonare il telefono: “Lei, Malatrasi, non deve andare a fare più le visite mediche a Vicenza”. E Sandokan (Silvestri), imbufalito, che mi telefonava, chiedendomi: “Ma, come si fa? Prima mi dici che vieni a Vicenza volentieri ed ora vai al Milan?”. E io ho risposto a Silvestri: ma tu cosa faresti? Mi hanno offerto di andare al Milan. E, parliamoci chiaro, il Milan era tutta un'altra cosa”.

Ed eccola in rosso-nero...

“Sì, ma grazie al passaggio ai “cugini”, finalmente, è venuta fuori la verità. I giornalisti avevano incalzato di domande Herrera, chiedendogli il perché della mia cessione, visto che ero nuovo al Milan”.

E, alé, mister, scudetto anche con il Milan...

“Tornando al “mago”, lui continuava a difendersi dall'assalto dei giornalisti dicendo che non mi aveva ceduto lui. E, nessuno l'ha mai smentito. E io fornii la mia versione: avrei potuto dire di no al trasferimento dall'Inter al Lecco – come aveva fatto poi Jair; che passò invece alla Roma, se ti ricordi – e io potevo andare al Napoli, non fossero stati, i partenopei, una concorrente allo scudetto ed avevano paura i dirigenti interisti cederti a uno squadrone”.

Lecco, in pratica, non si rivelò una retrocessione, ma una fortuna, o no, mister?

“Esattamente! Invece di andare al L.R.Vicenza, e nemmeno al Bologna di Carniglia, al quale era proibito disfarsi di due giocatori-simbolo quali Ianich e Bulgarelli, finii al Milan”.

Meglio “paron” Rocco o “il mago” Herrera?

“Mah, guarda, sono due personaggi diversi. E' ovvio che io sono italiano, oltretutto veneto ed anche un simpatizzante fin da ragazzino del Milan, ed allora Rocco mi sembrava, da come si proponeva, uno del mio paese, come parlava. Però, ti devo dire che Herrera mi vedeva molto bene, calcisticamente molto bene, perché me l'ha sempre fatto capire, anche se era facile. Era capace, come ti ho detto, di stare anche dieci giorni senza guardarti, eh: faceva fatica a dire “buon giorno!””.

Il “paron” era più umano...

“Ma, certo. Aveva anche una certa età e si cerca di più di capire l'altro individuo. Siccome io abitavo ad Appiano Gentile ed oltre agli allenamenti ci vedevamo anche in giro per il paese”.

Non si ricorda una battuta, un aneddoto di Rocco e uno di Herrera nei suoi confronti?

“Allora, io ti posso svelare un particolare – ma, non me l'ha mia chiesto nessuno, a dire il vero – su Rocco. Un giorno, mi dice “Ciao, mona! Senti una cosa: ma, sai che io sono stato una volta sola ad Appiano Gentile?” e giù una gran bella risata di Malatrasi. “Ma, signor Rocco, cosa è andato a fare ad Appiano Gentile?” “Adesso, te lo dico”. Lui, Rocco, girava con una macchina che era guidata da un certo Fulmine, il suo autista, il suo uomo di fiducia. “Mi ha telefonato Allodi - che ha una villa ad Appiano – e stasera siamo invitati a casa sua perché deve parlarmi”. E prende Rocco, dicendogli “Prendi Malatrasi, Rocco, dai retta a me, che fai un affare. Hai detto che ti manca un libero e, allora, meglio di Malatrasi non ci sono attualmente in circolazione”. Ed ancora Allodi rivolto a Rocco: “Ne avrei uno, gran bravo ragazzo, ma ha ancora da farsi: Baveni (poi finito al Genoa)”. “Sai, Italo” ribatté Rocco, “quel mona del “mago” el me la tira: mi dà Malatrasi e con lui una bufala!”. E verso mezzanotte l'affare si fece, in extremis”.

Un grande marpione “el paron”...

“Era uno dei nostri, diciamo, dai, perché era genuino al 200/100”.

Non ha mai segnato? Non ha mai battuto un rigore?

“No, no, io ho segnato con la Fiorentina, ho fatto gol al Torino, ho fatto gol alla Fiorentina. Avevo un bel calcio, però, nell'Inter avevi davanti gente come Suarez, Corso, Tizio, Caio, sono tutti campioni. E c'erano gli specialisti dei tiri piazzati. Ma, io se avessi tirato tante punizioni, molto probabilmente avrei fatto anche dei gol, perché ne facevo sempre anche a livello giovanile. In certe squadre, devi fare quello che ti dice l'allenatore o i più vecchi. Poi, se hai uno come Rivera che tira i rigori, non è che puoi dire ora lo tiro io, capito?”

Destro o sinistro, mister?

“Il mio piede preferito era il destro, ma ti devo dire che ero eclettico perché giocavo anche col sinistro”.

Un autogol clamoroso, esiste?

“Sì, l'ho fatto a Modena senza saperlo e ti dico anche il motivo: siccome io ero uno che in barriera non avevo paura di schierarmi e quella volta al “Braida” c'era la neve, c'era il ghiaccio e perdiamo, noi della Fiorentina, per 3-0. Ero il primo uomo della barriera, un certo Brulls, una mezzala (è stato anche in Nazionale, ed ex Brescia) tedesca esplose una cannonata ed io duro stetti fermo, come di solito i portieri ti consigliano, e la palla mi ha preso il parietale destro e ho fatto un gol nell'angolo senza neanche vedere il pallone”.

Un rigore importante segnato, magari in un derby della “Madunina”?

“No, sono stato in tutto cinque anni a Milano, e ne ho giocati su dieci cinque-sei-sette mi pare”.

Com'è il bilancio personale di Malatrasi? Trionfale?

“No, no, ti dico che ho più pareggiato che vinto. Persi uno e vinto uno, mi pare”.

Ma, lei - ci dica la verità - le sono rimasti di più nel cuore i trascorsi nell'Inter o nel Milan? Sappiamo che da ragazzino tifava rosso e nero...
“Io ero tifoso della Spal, come del Chievo adesso i ragazzi di Verona. Il Milan, in quegli anni Cinquanta, aveva vinto tre-quattro scudetti. Ma, un grande presidente come Angelo Moratti, come la famiglia Moratti, io credo che non ci sia in giro; parlo di quelli che io ho conosciuto, eh. Invece, al Milan sono stato quando era morto il grande Carraro, Luigi, il papà di Franco. Io avevo 27-28 anni, Franco ne aveva 26, in pratica, il presidente per noi era lui. Poi, ho avuto un grande presidente anche a Firenze, Enrico Befani, il presidente del primo scudetto dei gigliati, e, ti dirò di più, Francesco Marini Dettina a Roma. Era proprio un signore ed è morto proprio qualche mese fa, a 94 anni; portò in giallo e rosso Charles e Sormani. Io credo che quando al vertice di una società c'è un presidente che si chiama Moratti, che sia il padre (grandissimo, eh! Di livello superiore a tutti gli altri presidenti), che sia il figlio, le società se li devono tenere stretti, ma, molto stretti”.

Lei crede di avere dato di più al Milan o all'Inter?

“Io sono uno che quando ho capito che il calcio avrebbe potuto essere la mia vita, che mi poteva dare tutto, io mi alzavo alla mattina e pensavo solo a quello. Perché io non potevo fallire: nella vita devi capire che la fortuna passa e tu devi capire quand'è il momento del suo transito. E non ti deve scappare, dando anima e corpo”.
Le ha dato di più il Milan o l'Inter, rovesciamo la domanda?
“Ma, a me ha dato di più il Milan perché mi sentivo titolare fisso, mentre nell'Inter sai c'era Picchi, che era il capitano, e io giocavo in quel ruolo lì, quindi, per me era difficile giocare sempre in quel ruolo, malgrado il primo anno io abbia disputato 25 partite. Mica poche, eh! L'anno dopo ne ho giocate meno, ma non ha importanza. A volte è la società che ti fa sentire meno importante e vuol dire che sei valido; quando la società ti fa sentire importante ed anche i compagni. Io nel Milan ho trovato anche là dei compagni eccezionali, da Trapattoni, Lodetti, Anquilletti, Schnellinger, Rosato. In campo eravamo come una famiglia che ci si vuol bene”.

Il più forte dei difensori di quel Milan chi era?

E, giù un'altra bella risata del difensore polesano: “Ma, mi vien da ridere, e sai perché? Se non dico Anquilletti ma Schnellinger, lui, Anquilletti, stai sicuro che quando legge quest'intervista mi chiama subito al telefono, ed allora, io dico Anquilletti. Scherzo. Sai perché parlo così perché a volte ci sono dei giocatori che hanno avuto troppo nel seno che certi giornalisti dicono per me quello è bravo. Ti porto il paragone di Burgnich e Facchetti: a livello calcistico, Burgnich non ha avuto quello che meritava, mentre Facchetti, bravissimo, eccezionale, gran fisico, ha avuto di più. Due grandi, però, Burgnich, secondo me, avrebbe dovuto avere di più. E così è stato per me o per Anquilletti per anni”.

Chi è l'attaccante che l'ha fatto soffrire di più?

“Chi ti facevano soffrire erano i Menichelli (ti ricordi il fratello del famoso ginnasta?, quello che giocava ala sinistra alla Roma ed anche nella Juventus), quella gente dal passo rapido, svelto, tipo Messi – che è un fuoriclasse -; ma, ti danno fastidio quelli dal passo breve, dal dietrofront, dai cambi di direzione, agili, svelti. Poi, quando formai una coppia molto affiata con Roberto Rosato, avevamo trovato un automatismo che ci intendevamo a mena dito, senza neanche parlare. Un avversario che non ha mai segnato contro di noi, mentre ha segnato contro di tutti, è stato Gerd Muller, il nazionale tedesco. Quello contro me e Rosato ha sempre fatto delle figurette, non ha mai beccato palla!”

Lei ha vinto tutto quello che c'era da vincere nel mondo con la maglia di due squadre della stessa città, Milano. Ed ha vinto due Coppe Intercontinentali contro due squadre argentine, l'Independiente e l'Estudiantes...

“La famosa dove ci picchiarono Combin, che l'hanno rapito e gli hanno fratturato il naso, ammaccato tutta la faccia, è successo un macello, quella volta. Poi, la finale si è decisa di giocarla Tokyo per quel motivo lì, per non dover fare i conti con certi pubblici di certe squadre. Se facevi una finale laggiù, ti picchiano perché devi perdere per forza. Per me, è uno sbaglio, ma, sai, però adesso tutto fanno per i soldi”.

Rimorsi?

“Non ne ho. Ho avuto, quello sì, un grande infortunio che mi ha tolto dal campo per parecchie settimane e così serio che addirittura pareva che dovessi smettere di giocare per due-tre anni e quasi all'inizio di carriera. Ecco, se proprio vuoi che ti dica la sincera verità, il rimpianto di non essere andato ai campionati del mondo in Cile, nel 1962, perché io facevo parte dei convocati, ma, mi procurai una distorsione contro il Napoli, dove giocava Gino Pivatelli, io invece giocavo nella Fiorentina, allora”.

Sì è gloria del basso veronese: è di Sanguinetto, ed ha guidato gli attacchi anche di Milan e Bologna.

“Sì, siamo amici, perché ogni tanto a Bologna lo vedo, e lui di quel mio infortunio ne accenniamo. Senza saperlo, siamo saltati di testa, lui mi è caduto con la scarpa su un ginocchio, sono stato tre mesi, quattro ingessato, e parlavano che forse avrei potuto smettere anche di giocare. Anche se poi i campionati del mondo in Cile sappiamo come sono andati, per me aver disputato quel torneo sarebbe stata la ciliegina della torta. Mi manca proprio quella coccarda nel mio palmares”.

Cosa si ricorda del suo primo presidente a Ferrara Paolo Mazza?
Conserva un aneddoto su chi, Mazza, appunto, è stato anche cittì degli azzurri?

“Quando ho debuttato è stato in Spal-Juventus, come ti ho ricordato prima, e quando mi hanno cacciato fuori, piangevo perché avevo subito la punizione proprio la domenica del mio esordio. Sotto la doccia il presidente Mazza mi ha trovato che ancora piangevo. E lui che mi dice: “A tiè n'asan!”, che in ferrarese significa “sei un asino!”. E, dopo è andata così: fortunatamente finì sullo 0-0, ma, sai, Spal-Juventus, che ti mandano fuori uno anche se un debuttante a dici minuti al termine del primo tempo, rischi per tutto il secondo tempo in dieci uomini di subire la sconfitta. Per fortuna, ripeto, terminò sullo 0-0”.

Lei crede in Dio?

“Sì, sì. In padre Pio, soprattutto”.

Secondo lei, l'Aldilà esiste?

Scoppia in un'altra fragorosa, sincera risata il nostro interlocutore, sorpreso dall'interrogativo, quai imbarazzato: “Ma che domande mi fai! Non me l'ha mai fatta nessuno. Sono più cattolico, se vuoi proprio saperlo”.

Ma, almeno una volta se lo sarà chiesto, o no?

“Ma, non credo che si possa fare lassù una briscola con gli amici come faccio adesso, non ci credo a queste cose qua”.

Perché ha detto di credere in padre Pio?

“Perché una volta, con l'Inter, prima della trasferta di Foggia, siamo stati ricevuti dal santo, nel suo convento. Siamo stati là una giornata e lui ci ha preso a uno a uno e mi ha detto: “'O uagliò, mi raccomando, non battere il mio Foggia. Tanto vincerete lo scudetto”. Infatti, allo “Zaccheria”, quella volta subimmo l'unica sconfitta del campionato, ma vincemmo lo scudetto. Era fine gennaio del 1965, prima di ritorno, se non ricordo male”.

Ma perché il suo paese, Calto, porta un nome così infausto, così tetro? A Verona il calto equivale ai loculi cimiteriali...

“Ma, sai che l'ho saputo anch'io qualche mese fa, partecipando a una trasmissione proprio nella tua Verona. In una guida dei vini che ho qui sotto mano, ho letto che esiste un'azienda che produce il vino, che si chiama “calto”, e che io ho tentato di chiamare per sapere se esisteva un mio compaesano che producesse vino. No, mi sono sentito rispondere: calto significa loculo”.

Ed alé, un'altra risata quando gli spieghiamo che “calto” probabilmente deriva anche dal fatto che quell'estrema dimora ricorda il cassettone di un mobile.

Quindi, mister, lei non crede che esista l'Aldilà, che non si possa ritrovare un giorno a bere del buon vino con “paron” Rocco, il suo mister?

“No, no, questo no. Penso, tutto sommato, di averlo già bevuto quaggiù abbastanza”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 17 gennaio 2012

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