ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
...[leggi]

INCONTRI VIP'S

29/1/12 - INCONTRI RAVVICINATI: KATIA RICCIARELLI

DESDEMONA TIFA INTER

Pochi sanno che Katia Ricciarelli ha una passione nascosta per l'Inter; non quella del “mago” Herrera e dei grandi trionfi mondiali dei nerazzurri del cavalier Angelo Moratti, ma, quella personificata più tardi – parole sue – da Fulvio Collovati, campione del mondo in Spagna nel 1982 ed oggi brillante commentatore sportivo televisivo. La soprano nasce a Rovigo, il 18 gennaio 1946, ed è preziosa la figura della mamma – appassionata di lirica – nell'avviare sin da bambina la propria figlia al mondo del canto e della musica lirica. Ma, è nel 1971 che Katia Ricciarelli entra ufficialmente nel mondo della grande lirica, vincendo il Concorso Internazionale Voci Verdiane indetto dalla Rai.

Da lì a poco, seconda metà degli anni Settanta, la sua stella tocca la parabola più alta, esibendo nei più grandi teatri al mondo opere di Puccini, Verdi, Donizetti, Rossini.
Collabora con Josè Carreras, con il quale vive per 13 anni una intensa relazione, Placido Domingo, Renato Bruson, interpretando personaggi ed opere le cui musiche sono dirette da Riccardo Muti, Claudio Abbado, Herbert Von Karajan, Carlo Maria Giulini, Gianandrea Gavazzeni. Nel 1994 è insignita della nomina di Grande Ufficiale della Repubblica Italiana.
Dl 2002 intraprende anche la carriera di attrice, oltre che di presentatrice, lavorando, nel cinema, con Pupi Avati, mentre nel 2007 si candida per il centro-sinistra alle comunali di Rodi Garganico, in Puglia.
Il 18 gennaio 1986, festeggia il compimento del suo 40mo anno, unendosi in nozze con il popolare presentatore televisivo Pippo Baudo, dal quale si separa nel 2004. Il personaggio in cui Katia Ricciarelli si identifica è Desdemona, la figura scespiriana celebrata nell'”Otello”, penultima opera di Giuseppe Verdi, ma, rivisitata anche dal grande Gioachino Rossini.

Quando nasce la sua passione per il canto?

“Sì, sì, fin da piccolissima: avevo cinque-sei anni, quindi, bambina, ultra bambina, neonata”. E, giù un bellissimo, spontaneo sorriso della soprano. “Diciamo che la mamma” riprende “aveva una grande passione e aveva, inoltre, anche una bella voce. Quindi, ho preso sicuramente da lei”.

Qual è stato il momento in cui le è venuta la pelle d'oca per essersi sentita al top della carriera, per aver pensato di avercela finalmente fatta?

“Nel 1971, quando ho vinto il concorso indetto dalla Rai. Un concorso verdiano e da quella volta si è aperto un po' tutto il panorama mondiale, non solo nazionale, e lì c'è stata l'emozione, la responsabilità, per cui è stata una bella cosa”.

Esiste una Katia Ricciarelli sportiva?

“Ma, sicuramente, quand'ero ragazza, molto giovane, sì: facevo ginnastica, facevo atletica leggera. Poi, che intendesse sport a livello fisico, no?”

Sì, in quel senso lì...

“E, poi, mi è sempre piaciuto giocare, correre, ma, dopo ho avuto tante altre cose da fare, per cui mi sono dimenticata di questo. Con la mia professione, lo sport è diventato secondario perché non c'è tempo di fare altre cose: è già uno sport il mio, la professione che svolgo. Equivale come rigore, come disciplina a una pratica sportiva, con le sue regole, le sue rinunce, le sue scelte”.

Lei tifa per qualche squadra di calcio?

“Io sono interista”.

Com'è nata questa sua fede nerazzurra? Dipende dal padre?

“No, non me l'ha trasmessa nessuno. Io avevo una grande simpatia per l'Inter e poi l'ho sempre conservata. L'Inter di quando c'era Collovati, ricordo, per cui, tanto tempo fa”.

Lei è nata nel Polesine, terra di grossi lavoratori, povera di soldi, ma ricchissima di sentimenti, umanità e voglia di fare...E di una grande del rugby, “Maci” Battaglini, cui hanno dedicato lo stadio nella sua Rovigo, ed ha esportato la palla ovale “made in Italy” in Francia e in Europa... E' stato importante, per lei, essere nata in una terra con la fama di emergere?

“Sì, sicuramente sì: la persona veneta. Per me, il cittadino veneto ha una marcia in più, ha una grande forza di volontà. Anche una grande forza fisica, perciò, io credo che sia stato importante nascere in una terra così”.

Esiste la parola felicità nel vocabolario di Katia Ricciarelli e in che cosa consiste?

“Ma, io credo che la felicità sia quella di avere fatto una professione come la mia in un lavoro che gli piace, che mi ha dato tante soddisfazioni. Poi, per il resto, la felicità significa, a mio avviso, ora, col senno di poi, con la mia esperienza, con la mia maturità, consiste nella serenità ed avere ancora il piacere per le piccole cose, che, tra l'altro, adesso non succede più, ma, io l'ho conservata e, se Dio vuole, sono orgogliosa di questo”.

Non ha mai fatto i conti con l'altra solitudine, quella ben più pesante di quella che uno si ritaglia per ritrovarsi, per dedicarsi alla concentrazione ed allo studio dei testi?

“No, no, io la solitudine non la sento per niente. Vivo da sola, con una cagnolina – che si chiama Doroty, come la moglie di Caruso -, e diciamo che non ho nessun problema, cioè non la sento la solitudine, né ho paura della solitudine perché mi trovo bene anche con me stessa. Certo, ho bisogno anche del prossimo, sarei stupido a dire che non serve il prossimo, abbiamo bisogno tutti dell'altro, o no? Però, vivo bene anche da sola, perché ho tanto bisogno di pensare: il mio pensiero è molto importante, ho bisogno di raccoglierlo e di riflettere sempre”.

Qual è il personaggio in cui più si vede, meglio la rappresenta e si immedesima?

“Ma, sicuramente, a livello caratteriale diciamo, non c'è un personaggio in particolare perché tutte le eroine melodrammatiche mi sono care perché c'è sempre questo sacrificio per amore, che poi, oltre tutto, io che sono una romantica, sento molto: il sacrificio sempre per amore. Quindi, non ce n'è uno in particolare: se dovessi dire uno che mi sta particolarmente bene anche per una questione fisica, anche per i tratti somatici, è la Desdemona”.

Il dolore degli altri cosa trasmette in Katia Ricciarelli?

“Mah, una grande sofferenza; più quasi del mio, perché il mio lo vivo e sono talmente preoccupata ed occupata a curarmelo, quando ce l'hai, al fine di stare meglio, che non te ne accorgi quasi del tuo. Ma, quello degli altri è una cosa che mi fa andare fuori di testa, insomma. Dovrei fare tanto di più e a volte non si può”.

Che cos'è che le fa rabbia nella vita e che cosa invece la muove a commozione?

“Allora, partiamo dalla commozione: a me commuove tutto, mi commuove la vicenda a lieto fine ed anche a tragico fine; per cui, in tivù, davanti a un film, spesso da sola guardo e mi metto a piangere come una cretina. Però, dico ma quanto sei stupida, è solo un film! Ma, mi emoziono tantissimo, e credo che questo sia un buon segno ancora oggigiorno. Quello che mi fa arrabbiare degli altri è la mancanza di altruismo, la mancanza di sincerità”.

E' superstiziosa?

“No, perché dovrei come artista esserlo molto di più. Scherzando, io dico sempre io non lo sono perché porta male”.

Quindi, lei non metterebbe mai un foulard, una veste color viola?

“No, no, la metto, eccome. Ho cantato la “Traviata” nell'Arena di Verona indossando un vestito viola un venerdì 13 ed era pure passato un gatto davanti alle transenne. E si trattava pure di “Traviata”. No, no, non credo a queste cose: se siamo noi i fautori del nostro destino. Certo, qualcosa poi ti capita di imprevedibile, ma, la vita è così. Ci diamo noi una buona mano, eh”.

Il più grande rammarico nella carriera di Katia Ricciarelli?

“Rammarico, no, perché ci sono delle cose che avrei voluto fare ma non che non ho fatto, tanto per essere gozzaniana, ma, ne ho fatte tante altre, per cui sarebbe una grossa ingratitudine per tutto quello che ho avuto, cominciare a dire questo avrei voluto fare, ma, ho già fatto di quelle cose che ringrazio solo la vita, il Padre Eterno e le persone che logicamente mi sono state di grande aiuto, una particolare è la mia cara mamma, e, quindi, non posso chiedere di più. Non avrei voluto fare niente di più di quello che ho fatto”.

Ha preso anche lei, come si dice in gergo, il carattere dalla mamma e il carattere dalla mamma?

“Ho preso il carattere dalla mamma, il fisico del papà non lo so, perché praticamente è come se non lo avessi mai avuto. Non ho vissuto col padre”.

E' morto presto?

“Sì, diciamo così”.

L'ultima volta che ha pianto di dolore?

“Gliel'ho detto, professore, io piango sempre. Piango anche per cose che non mi riguardano, come le ho detto, perché anche davanti alla televisione piango, quindi, piango per sofferenze degli altri, piango a volte per le mie poco perché no, non è giusto neanche piangere. Ho pianto l'ultima volta per quello che può essere diciamo la mia infelicità di persona, ho pianto quando è morta la mamma. Poi, non ho pianto neanche per il divorzio perché quando succede succede: è una cosa, come ho detto, ci creiamo noi come situazione, quello per la scomparsa della mamma è diverso”.

Le affidiamo il compito di raffigurare con il suo canto o nel modo che più le va a genio l'Aldilà. Come lo rappresenterebbe, alla maniera di Dante, nella sua “Divina Commedia”?

“No, proprio come l'ha proprio raffigurato e immaginato Dante no. Perché l'ha fatto lui, punto e a capo. Poi, bisogna anche pensare se uno ci crede nell'Aldilà. Diciamo che sicuramente, visto che siamo qui, in questa vita e per una ragione anagrafica dobbiamo andare poi in un'altra vita, insomma, speriamo che questa nuova vita ci conservi delle cose più...; vorrei stare serena nell'Aldilà, e, quindi, immagino un ambiente abbastanza bucolico e soprattutto persone che siano simpatiche, con le quale stare piacevolmente. Vorrei stare serena anche di là”.

Ah, adesso abbiamo capito che lei sta bene anche quaggiù; prima, francamente, ci pareva l'incontrario...

“Io sto molto bene di qua,
sono serena, però, mi dispiace solo che questa serenità, ahimè, viene quasi sempre – ma, non a tutti – con l'età, capito?”

Chi è un personaggio che la fa divertire? Che caratteristiche deve avere una persona per andare d'accordo con lei?

“Deve avere un grande senso dell'umorismo, una grande capacità di intuire a volte anche quelli che sono i miei pensieri perché sennò tu passi la vita a spiegare alle persone, invece, io mi trovavo molto bene con Von Karaian. Era uno che diceva una cosa e ne pensava già un'altra e non c'era quindi bisogno di spiegare; odio le persone che stanno tre ore a fare il giro di un discorso. Quindi, intelligenza, capacità di intuire e grande senso dell'ironia, dell'umorismo, perché io penso che in questa vita ci siamo e non sappiamo per quanto ci siamo. Dobbiamo vivere sereni sì, ma anche con il grande senso dell'autocritica, dell'ironia, prenderci in giro. Ecco, questa è la sostanza. Quelli che non hanno l'umorismo, per me, sono tagliati fuori”.

L'ha fatta più sorridere il maestro Herbert von Karajan, Josè Carreras o Pippo Baudo?

“Diciamo che Pippo agli inizi era una persona con la quale mi divertivo, poi, evidentemente qualcosa non ha più funzionato, ma, questo succede. Von Karajan era una persona che mi divertiva molto; mi intimoriva, mi divertiva molto. Carreras con il quale sono stata 13 anni – è stato un periodo di alti e bassi, ma, un periodo molto importante della mia vita – aveva, pardon, ha un grande senso dell'umorismo e questo mi piace molto in lui”.

Si sente ancora con Carreras, con Pippo Baudo?

“Con Pippo Baudo no, con José Carreras sì”.

Ci esprime la sensazione che Carreras sia una persona molto sensibile; anche perché è nota la malattia con cui ha dovuto combattere...

“Sì, diciamo che ha sofferto molto”.

E sa, dunque, cosa significa la sofferenza...

“Certo”.

Lei crede in Dio?

“Sì, sì, rigorosamente, nel senso che ci credo proprio; non è che lo dico così per dire”.

Quindi, un giorno, non avrà paura del “grande salto” come lo chiamava Federico Fellini?

“No, no, no. Basta che non mi dia tanta sofferenza, poi, pazienza. Certo che uno ha sempre paura di soffrire, no, però, sarà quel che sarà”.

Esiste un autogol nella carriera di Katia Ricciarelli?

“No, non ci sono autogol perché tutto quello che ho fatto l'ho sempre fatto convinta di farlo bene, poi, non è stata la sorpresa, capito? Poi, succede che una volte piaci di più, una volta di meno, insomma, ecco. Autogol significa che tu l'hai fatto, ecco”.

Luciano Pavarotti: non si ricorda un particolare, un aneddoto col grande tenore modenese?

“Come no? Ho lavorato molto con Pavarotti”.

Si ricorda un complimento di Lucianone, uno di quel grande regista che è Franco Zeffirelli?

“Zeffirelli, per me, è una persona che ha contato molto, è un amico sincero, al quale voglio molto bene. L'ho visto di recente, siamo stati a “Porta a porta” assieme a celebrarlo, e provo un grande affetto per lui. Ho fatto il film con lui in “Otello”, e l'abbiamo portato a Cannes, ed è stata un'esperienza straordinaria. In più abbiamo fatto delle opere insieme. C'è un affetto particolare nei confronti di franco. E l'altro che mi aveva chiesto?”

Pavarotti?

“Con Pavarotti mi sono trovata sempre bene: abbiamo fatto delle bellissime cose, eravamo molto divertiti per il fatto che quando si lavorava insieme lui mi chiamava “Oh, Pirina”: mi chiamava così. Per lui era un complimento”.

Forse, stava per “Oh regina, oh piccina!”?

“No, no, era un vezzeggiativo del tipo “Oh “Pirina” come stai?”, esattamente non conosco il significato, ma, si vede che a Modena si dice così. Però, è un complimento e mi diceva “Guarda che sia te che io, se vogliamo fare bene questo disco, dobbiamo cambiare foto, eh!””.

Perché?

“Perché ci siamo accorti che facendo le foto che avrebbero dovuto andare sulla copertina di un disco, avevamo scoperto che tutti e due eravamo dei “pallottolini”. Beh, lui più grosso di me sicuramente; ma, c'è stato un periodo che eravamo tutti e due bene in carne, e allora dovevamo dimagrire. E, promettendoci questo, ci siamo fatti di quelle risate! Ecco, lui aveva un grande se3nso dell'umorismo, veramente”.

E Mario Del Monaco, altro grande tenore italiano?

“Sono stata la sua ultima “Desdemona””.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 25 gennaio 2012

Visualizzato(2089)- Commenti(8) - Scrivi un Commento