ULTIMA - 26/3/19 - IL PUNTO SULLE NOSTRE SQUADRE GIOVANILI ELITE E REGIONALI

Facciamo il punto sulle squadre giovanili veronesi dei tornei Elite e Regionali delle categorie Juniores, Allievi e Giovanissimi, quando mancano poche gare alla fine dei campionati. Nella categoria Juniores Elite, girone A, comanda ora il Camisano che con 50 punti precede il San Giovanni Lupatoto di mister Matteo a 46 punti dopo la sconfitta 1 a 0 contro il
...[leggi]

INCONTRI VIP'S

4/2/12 - INCONTRI RAVVICINATI: DINO MENEGHIN

DINO, IL GIGANTE DAI PASSI BUONI

La leggenda della pallacanestro italiana si chiama Dino Meneghin, nato ad Alano di Piave, bel Bellunese. Il 18 gennaio 1950. A 8 anni ha seguito il padre, per motivi di lavoro, a Varese e nella città capitale del basket del nostro Paese ha vinto tutto quello che c'era da vincere, per un totale complessivo di 28 titoli, così suddivisi: 7 scudetti, 3 Coppe Intercontinentali, 4 Coppe Italia con la Pallavolo Varese; 5 scudetti, 2 Coppe delle Coppe, 1 Coppa Korac, una Coppa Intercontinentale, 2 Coppe Italia con l'Olimpia Milano.

Ruolo centro, altezza 204 cm, Meneghin è stato co9nsiderato il cestista più forte di Europa. Con la Nazionale, nella quale ha collezionato 271 presenze, ha vinto l'argento alle Olimpiadi di Mosca 1980, un oro agli Europei di Francia 1983 e due bronzi agli Europei disputatisi in Germania Ovest (1971) e nell'ex Jugoslavia (1975).

Nel 2005 è stato nominato Commendatore della Repubblica italiana, mentre la sua città natale, Alano di Piave, che non ha mai dimenticato, tornandosi appena glielo consentono i numerosi impegni – come ci ha confessato nell'intervista - gli ha conferito le chiavi della città per i suoi grandi meriti e successi sportivi. Un gigante – mutuiamo l'aggettivo dal titolo del libro uscito nell'autunno 2011 che racconta la sua vita, e che si chiama “Passi da gigante” - anche per la longevità di atleta: 28 anni ininterrotti (da 16 a 44 anni), con un clamoroso, leggendario derby giocato contro quel figlio Andrea, il quale oggi gli ha dato recentissimamente una splendida nipotina di nome Carlotta.

Presidente Meneghin, doveva cadere la neve per sfidare al telefono un gigante del basket come lei. Non ha mai avuto paura di scontri fisici al limite sul parquette, magari, contro le corazzate sovietiche o dell'ex Jugoslavia, la Jugoplastika, la terribile e pluridecorata corazzata della croata Spalato?

“Paura, no, mai; sempre massimo rispetto, ma, paura fisica o di qualsiasi tipo mai perché chi fa lo sport e lo fa con un certo spirito lo fa con grande passione, con grande determinazione, non deve assolutamente aver timore di nessuno. Rispettare tutti, ma non aver timore di nessuno: questo è valido in ogni campo, altrimenti non riesci a far niente in maniera tranquilla. Tutte le tue azioni devono essere spinte, dettate dalla determinazione; se tu cominci ad aver paura di qualsiasi cosa, è meglio che tu stia a casa a fare qualcosa d'altro, tu vada a fare qualche altro sport, o a non farne nessuno addirittura”.

Lei ha vinto tutto nel basket: che cosa le è mancato nella sua lunghissima carriera? Qual è il più grande rimpianto che si porta dietro?

“Bé, per quanto riguardo la Nazionale, quando siamo arrivati secondi alle Olimpiadi a Mosca nel 1980: mi sarebbe piaciuto vincere una medaglia d'oro. Invece, abbiamo perso in finale contro una fortissima Jugoslavia. L'unico rimpianto è non aver mai potuto giocare nella NBA: sono nato in una era in cui il basket americano snobbava tutto quanto non era statunitense, e, quindi, era difficile per gli europei emergere. E, quindi, che questo sia l'unico rimpianto. Ma, la prossima volta che rinasco, vado lì e busso io e dico “provatemi, vedete se sono capace o no di giocare a basket lì da voi””.

Lei crede in Dio, visto che ha parlato, “sua sponte”, di sua libera volontà, dell'Aldilà? E, se ci crede, come vorrebbe che fosse?

“Mah, come ce l'hanno sempre un po' dipinto, ecco: non penso che ci debba essere o ci possa essere l'Inferno, il Purgato, ecc. Io penso che il Signore nella Sua enorme bontà dovrebbe permettere a tutti di vivere nel cosiddetto Paradiso e permettere di vivere in serenità, pace ed armonia, senza più contrasti, inimicizie, fatiche, patimenti. Cose che molto spesso ci accompagnano durante la vita normale, terrena. E, quindi, dopo aver sofferto, più o meno, tutti quanti una loro vita terrena, si possa almeno cercare di avere quella pace, quella tranquillità, salute e serenità che tutti quanti noi inseguiamo, giorno per giorno, nella nostra vita”.

Infatti, Giuseppe Ungaretti diceva che la “vita la si sconta”, la si patisce comunque. E cos'è che ha sofferto di più nella sua carriera di cestista?

“Mah, penso gli infortuni, giocando ad alto livello diversi anni con squadre, con club e con la Nazionale mi sono infortunato ben poco: 7-8-9 volte, fratture. Ma, non era tanto il dolore fisico che mi spaventava, ma, la fatica che devi fare nel recuperare e, quindi, riportarti in forma, tornare al passo con i tuoi compagni, essere competitivo con gli avversari. Ecco, tutta quella parte lì, del recupero dell'infortunio è sempre stata dolorosa, dolorosa; sempre con il punto interrogativo del riuscirò a ritornare a com'ero prima? Però, la volta che rimetti il piede in campo, riprendi la stessa consistenza, la stessa sicurezza, ti ritrovi ancora più forte perché poi sei stato più forte dell'infortunio, ce l'ho fatta un'altra volta, e ti senti ancora più forte”.

Nel libro “Passi da gigante”, uscito in autunno, si parla anche del derby della famiglia Meneghin nel 1990, ovvero della sfida tra il maturo padre Dino e l'emergente figlio Andrea. Cosa provò quella volta e come finì quella sfida?

“Nel 1990 mio figlio Andrea esordì a 16 anni, io a 40 anni giocavo a Trieste con la Stefanel. Abbiamo giocato la prima partita, vinta a Varese, nel ritorno, sempre nello stesso campionato, il Varese ci ha battuti a Trieste; quindi, siamo uno pari. Quello che mi ha sicuramente fatto piacere è che Andrea, in campo a livello professionistico già solo a 16 anni, giocare con una determinazione e una professionalità incredibile, nonostante la giovane età. Già da allora si capiva che sarebbe diventato un grandissimo giocatore, cosa che è stato confermato poi in campo”.

La parola felicità è esistita, esiste nel suo vocabolario personale e in che cosa consiste o è consistita?

“Felicità, se si guarda l'ambito sportivo, sicuramente quando vinci il campionato, la Coppa dei Campioni, la Coppa Italia: quando c'è il coronamento di tutti gli sforzi fatti. Poi, ti senti felice, e, soprattutto, appagato; appagato per le tante fatiche sostenute, per i tanti sacrifici, per il lavoro, il sudore e dici abbiamo faticato tanto ma ne è valsa la pena. In quel momento vedi tutto rosa, nel senso che pensi veramente di aver toccato il cielo con un dito. La cosa più bella è il giorno dopo della vittoria: giochi la finali oggi, ma, realmente capisci cosa hai fatto solamente il giorno dopo. Quando ti senti veramente completato, rilassato ed appagato di quello che è appena successo”.

Lei non ha mai dovuto fare i conti con la solitudine pesante, non quella che uno si ritaglia apposta per riflettere o per rilassarsi, ma, quella che ti pesa addosso?

“No, no, mai. Se mi è capitato di stare solo è perché me la sono cercata io, nel senso che sentivo proprio il bisogno di stare per conto mio, con una passeggiata nel bosco, stando a casa anche da solo, ma, proprio perché avevo e ho bisogno di rilassare la mente, la testa. Facendo uno sport di squadra, sei sempre in mezzo almeno a venti persone, giochi davanti a dieci-quindicimila persone. Per cui, c'è sempre confusione: giornalisti, tifosi, viaggi, aeroporti, treni, pullman, ed ogni tanto hai bisogno di staccare almeno per una mezz'oretta, un'oretta per stare per conto tuo solamente per rilassare la mente. Però, solitudine sofferta, per fortuna mai, perché ho sempre avuto una famiglia molto vicina, ho sempre avuto degli splendidi amici, compagni di squadra. No, non l'ho mai, per fortuna sofferta la solitudine”.

Cos'è che fa commuovere un gigante come Dino Meneghin? Quand'è l'ultima volta che si è commosso, presidente?

“Mah, guardi, se parla dell'ultima volta, quando ho preso in braccio mia nipote. La figlia di Andrea, che è nata una decina di giorni fa”.

Felicitazioni, presidente: come si chiama?

“Grazie, si chiama Carlotta. E, quindi, penso che quello sia stato proprio il momento di grandi sensazioni, di grandi emozioni. Le altre cose sono legate, mah, non so: a me piace molto la neve, mi piace anche sentire il profumo di un fiore, mi piacciono i cani. L'affetto che ti riversano i cani è qualcosa sicuramente di prezioso, perché ti danno moltissimo e non ti chiedono niente e quando torni a casa almeno uno di contento c'è sempre perché muove sempre la coda”.

Il dolore degli altri che cosa le trasmette?

“Pietà, compassione, poi, chiaramente ci si chiede sempre perché succede questo. Perché un bambino viene abbandonato, perché un bambino viene colpito da una malattia grave, perché i vecchi soffrono. La nostra è una vita frenetica, fatta tutta di corsa, di mille interessi; molto spesso ci si dimentica che i vecchi hanno bisogno non dico solo di una parola, ma anche di un abbraccio e di un aiuto materiale. E, quindi, penso che la nostra comunità deve essere presente, attenta ai propri interessi, al proprio lavoro, alla propria famiglia, ma, dovrebbe prestare anche un occhio di riguardo a chi è stato meno fortunato, a chi si trova ad aver di meno e si trova nella necessità di avere un aiuto. Quindi, vedo tutte queste associazioni benemerite che si danno da fare in tutti i campi, che vanno assolutamente aiutate perché basta un piccolo contributo di tutti noi insieme – che per noi magari non è niente – ma, messe tutte insieme, possono avere la loro importanza. Penso che sia assolutamente necessario che ci sia questa “carità” o beneficenza, o perlomeno vicinanza a chi non ne ha, a chi soffre, e basta poco per renderli un po' più felici”.

Che cosa è rimasto delle sue origini venete in Dino Meneghin?

“Eh, ma io non ho mai dimenticato le mie origini, anche se vivo lontano da Alano dal 1958. Ritornare a casa, ogni tanto, a Domegge di Cadore (sempre nel Bellunese) o trovare mio cugino a Udine, o parlare con i miei zii che sono rimasti, o mio fratello è un continuo ripensare a quella che è stata la mia infanzia. Le mie radici, quindi, sono chiaramente venete e non le dimenticherò mai, vedi il fatto ogni tanto di tornare a casa solo per rivivere i ricordi, alcune emozioni, credo che sia fondamentale”.

La sua è stata un'infanzia serena?
Immaginiamo che i suoi siano stati costretti a lasciare il Veneto per cercare lavoro altrove, in Lombardia?

“Un'infanzia serena al massimo. Papà si è mosso da Alano di Piave per venire a Varese per lavoro e ci è rimasto fino a quando è venuto a mancare. Una famiglia proletaria, di grandi lavoratori, che si è sempre guadagnato la vita con grande sudore e sacrificio senza mai chiedere niente a nessuno. E serena. Nonostante ci fossero stati dei problemi, pur tuttavia, ci siamo rimboccati le maniche, proprio da buoni veneti. Quindi, grandi sacrifici. Mio nonno paterno Augusto era stato addirittura a lavorare in Nuova Zelanda, per sbarcare il lunario; l'altro mio nonno ha fatto il radiatorista a Udine, mio papà è andato a lavorare a 15 anni, mio fratello a 19 era già in fabbrica a lavorare. Io ho cominciato a “lavorare”, a guadagnarmi e a costruirmi qualche cosa a 14 anni: ho cominciato ad allenarmi a basket, e, mentre i miei amici andavano in vacanza a divertirsi, io invece andavo in palestra a faticare e a sudare. Ci siamo sempre guadagnato quello che abbiamo ottenuto”.

E lei, ragazzino, a fare i balzi con indosso fiammeggianti scarpette “Superga” color rosse... recita il libro “Passi da gigante”...

“Esatto”.

Di cosa non può fare a meno nella vita Dino Meneghin?

“Di che cosa non posso fare a meno? Prima di tutto della salute: mio povero nonno, quando voleva augurare il meglio per l'altra persona, diceva: “salute, soldi e tempo per spenderli”. Io penso che questo sia la cosa migliore che si possa augurare a chiunque. Non posso fare a meno della famiglia: è un punto di riferimento ben preciso, forte. I famigliari sono gli unici che ti possono venire in aiuto nel momento del bisogno. Di amici ne trovi in ogni angolo, di conoscenti ne trovi ogni centimetro, però, la famiglia penso che sia lo spazio vitale in cui ti possa rifugiare, in cui ti possa consultare o vivere momenti intensi, senza la quale la vita non sarebbe all'altezza e ti sentiresti veramente solo”.

Perché i successi hanno tanti padri, gli sconfitti, i “vinti dalla vita”, invece, poche madri?

“Quando uno risulta bravo nel suo campo o nel suo settore è logico che susciti ammirazione, in molti anche invidia, però, è un elemento, da imitare e soprattutto se è positivo. Per cui, ognuno di noi nel proprio campo, nel proprio settore deve cercare di dare il massimo: da chi scopa le strade a chi ha preso il premio Nobel. Importante è fare il proprio lavoro con la massima intensità, nella convinzione di voler essere il migliore nel mio campo. E impegnarsi, giorno per giorno, con coscienza, con volontà e, se è possibile, con passione”.

Lei era bravissimo a fare gli scherzi ai suoi compagni di squadra – abbiamo letto nel libro che lo ritrae giocatore – a mettere le creme dentro le scarpe dei suoi compagni di squadra, eh. Ma, lei era anche superstizioso?

“Scaramantico, ecco: mi capitava, magari, di fare una partita bene e bella e di aver fatto alcune cose bene e allora cercavo di ripeterle pari pari. Poi, invece, si perdeva e quindi, lasciamo perdere, cambiamo. La superstizione, poi, conta poco: quello che conta, secondo me, è essere pronti e preparati a superare qualsiasi difficoltà”.

Ed è un sintomo di debolezza la scaramanzia, o no, presidente?

“Secondo me, è la scusa per dire l'ho fatta per colpa di. Ecco, io penso che sia proprio una scusa per chi è debole in questo senso”.

Quand'è stato il momento in cui le è venuta la pelle d'oca, le si è accapponata la pelle?

“Mah, io penso, al di là delle vittorie, delle medaglie o delle coppe, la cosa che mi dava sempre grande emozione era l'abbraccio di mio papà o di mia mamma al termine della partita o della Coppa vinta. Quando si avvicinavano, mi abbracciavano e mi dicevano “bravo!” penso che fosse più emozionante, più gratificante, più quello di cento medaglie”.

Papà di nome, mamma?

“Mio papà si chiamava Giuseppe, “Bepi” per gli amici. Mia mamma Viglia”.

Le mancano, presidente? Tanto?

“E, certo, certo”.

Che cos'è che le dà più fastidio in questa vita, che cosa le fa rabbia in questa vita?

“La rabbia? Le guerre: ecco, queste proprio non le capisco. Solamente ad alcuni per prevalere sugli altri non col ragionamento ma con la forza. La guerra è proprio la dannazione del nostro genere umano”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 1° febbraio 2012












Visualizzato(2440)- Commenti(8) - Scrivi un Commento