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Continua la serie positiva della Virtus Verona di mister Gigi Fresco che vince per 2 a 1 allo stadio “Bonolis” a Teramo e la salvezza ora sembra davvero possibile. I rossoblu veronesi hanno un ottimo approccio alla gara e all’11° sono già in vantaggio. Onescu dalla destra con un traversone basso taglia l’area biancorossa e sulla palla arriva in spaccata
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INCONTRI VIP'S

5/2/12 - INCONTRI RAVVICINATI: “DAN” PETERSON

DIN, DON, “DAN” PETERSON

Di lui i non appassionati del basket ricordano la sua voce originale e il volto prestato a far da testimonial pubblicitario del tè Lipton.
Ma, oltre ad averne apprezzato le telecronache e i commenti sulla pallacanestro in tutte le più prestigiose emittenti italiane negli anni Novanta, l'omino di Evanston passerà alla memoria per aver guidato dal 1978 al 1987 l'Olimpia Milano, con cui ha vinto una santabarbara di trofei: 4 scudetti, 2 Coppe delle Coppe, 1 Coppa Korac, 1 Coppa dei Campioni. Che si aggiungono al tricolore conquistato a Bologna, come coach della Virtus Bologna, portata in trionfo anche nel 1976, quale miglior team di Italia.

Nel 2008-9 e nella stagione successiva, Dan (abbreviativo, diminutivo di Daniel Lowell Peterson) viene nominato consulente tecnico della Reyer Venezia Mestre, l'anticamera, in pratica, del suo clamoroso e storico rientro a Milano (il 3 gennaio 2011), alla guida dell'Olimpia, dopo 23 anni di inattività, e al posto di Piero Bucchi. E' stato eletto “allenatore dell'anno” due volte in Italia, poi, una volta in Europa. La sua voce è stata addirittura definita da un sondaggio la più sexy. Dan Peterson aveva iniziato come coach, alla guida della Nazionale cilena, portandola al punto più alto della parabola del basket dei sudamericani. Esperienza che aveva anticipato il suo arrivo nel nostro Paese.

Mister, Dan Peterson, ma come fa a mantenersi così in forma, come un ragazzino, giovane e bello?

“Ah, ah, ah, non so se sono ancora giovane e bello, ma, io, innanzitutto, faccio una vita pulita, nel senso che non bevo e non fumo. Quindi, sono astemio, non fumo, non bevo neanche il caffè, non bevo neanche le bibite gasate, tanto per dire. Bevo tè, bevo latte, bevo acqua non gasate, neanche gasata, e le spremute. Amen. Cerco di mangiare in una maniera sana, faccio meno esercizi di quanto dovrei fare e cerco di andare a letto in un orario giusto, senza tanti strapazzi. Tutto lì: più che tenermi in forma fisica, cerco di stare bene”.

E da questo suo rigore che è nata l'idea di farla diventare testimonial della reclame del tè Lipton?
E che l'ha reso ancora più celebre e più simpatico alla grande platea della televisione e, in particolare, agli italiani, per via del suo singolare slang?

“Veramente, quand'ero bambino, in casa mia, mia madre era bevitrice di tè Lipton sia in estate che in inverno. E, poi, io bevevo con lei tè alla mattina con biscotto, con qualcosa. Poi, in estate, lei faceva, sempre con il tè Lipton, il tè ghiacciato; quindi, per me, fare pubblicità per loro era una cosa facile perché ci credevo e il segreto di qualsiasi pubblicità, di qualsiasi spot pubblicitario era la credibilità del testimonial: se la persona, che parla di questo prodotto, ci crede veramente, è un successo. Io ci credevo e quindi è andata bene”.

Dan Peterson, com'è stata la sua infanzia?

“I miei genitori sono tutti e due americani ed alla grande: mia mamma nasce negli Stati Uniti dietro nove generazioni, mio padre da almeno tre generazioni. Poi, mia madre è nata nel Nebraska, mio padre nella mia città, Evenston. Mio padre era poliziotto, tenente di Polizia, mia madre era artista ed anche stilista di moda”.

La genialità, l'estro artistico probabilmente l'ha preso dalla mamma, allora?

“Mah, mio padre era anche nuotatore e allenatore di nuoto; quindi, 50 e 50. La creatività, l'estro? Mia madre è stata anche lei maestra di Scuola Elementare, quindi, mi ha insegnato subito i numeri, come scrivere le lettere, come leggere, tant'è in Prima Elementare, all'inizio della Scuola, ero davanti a tutti gli altri, perché mia madre mi aveva già insegnato le cose, non perché io ero più intelligente, ma, più allenato, se vogliamo dire”.

Il momento della sua carriera di coach di basket in cui le è venuta la pelle d'oca, quello che non può assolutamente dimenticare?

“Guarda, due-tre cose in merito al basket: il recupero contro la greca Ares di Salonicco, nell'86-87, quando abbiamo perso per accedere al girone finale, poi, ovviamente, vincendo la Coppa dei Campioni, contro israeliani del Maccabi di Tel Aviv, a Losanna, nello stesso campionato, nell'86-87: è stato una gran pacchia, con lo slam dello scudetto e della Coppa Italia ed è stata la cosa più indimenticabile”.

Cos'è che la fa ancora commuovere? E che cosa invece le dà più fastidio?

“Quello che mi ha fatto più commuovere è stato l'anno scorso, quasi in questo periodo, quando l'Olimpia Milano, la mia ex squadra, dopo 25 anni mi ha richiamato per allenare la squadra per la seconda metà della stagione. Lì è stato veramente una cosa indescrivibile. Mi danno fastidio, credo come tutti, le persone che tramano alle nostre spalle, che fanno come dire collusione, confusione tra le cose giuste e vere e le cose false; c'è certa gente gente che lavora contro il bene del basket, questa è la cosa che mi dà fastidio”.

Di che cosa non può fare a meno di vivere?

“Eh, eh, mangiare e bere, anzitutto, poi, suono la mia chitarra a casa solamente per me. Apprezzo anche i documentari in televisione, le altre cose, ma, poi, anche lo sport: io sono un grande tifoso di tutti gli sport, delle Olimpiadi, ed ora, in quest'anno olimpico sono molto entusiasta per questo”.

Lei crede in Dio?

“Guardi, io credo in qualcosa. Il concetto di Dio, come tutti, non so se è esattamente questo. Io penso che in questo universo, che è infinito, qualcosa e tutto ciò che è capitato non è capitato per caso. Credere in un Dio come tanti, non dico di no, ma, non dico di sì”.

Dove andremo a finire tra mille anni io e lei?

“Saremo in polvere noi due, però, anche questa è una mia preoccupazione: cosa succederà al mondo, troppi abitanti nel mondo, stiamo andando verso i 7 miliardi, la terra non riesce a sopportare questo numero. Il numero ideale era due miliardi, tre miliardi di persone, ma, non certamente sei-sette miliardi, c'è povertà e c'è fame in tutto il mondo. Qualcuno deve fare qualcosa...Cina, ecco, la Cina ha cercato di fare qualcosa, limitare le famiglie a una sola nascita ogni coppia. Ovviamente, con grandi problemi, ok; ma, almeno in Cina hanno preso in mano la situazione, si sono sforzati di cercare di ridurre il numero degli abitanti, magari senza tanto successo. Però, le famiglie non possono più aver sette-otto bambini e pensare che il mondo sarà a posto per loro”.

Una volta morti, io e lei, non ci sarà più niente nell'Aldilà, nell'altra vita?

“Questo è anche possibile, però, già il mitico Socrate aveva detto di bere il veleno e tutti erano scettici con lui, aveva detto ai suoi allievi e ai suoi amici “non state male per me, perché io vado in un posto che sarà bellissimo. O in un sonno che durerà per l'eternità o in una vita meglio di questa”. Quindi, non aveva paura della morte, Socrate, uno dei più grandi miti di tutti i tempi” sorride quello spassoso di Dan Peterson".

Non ha mica paura di morire, della morte?

“Ma, lei ha un fisso sulla fine della vita! Ma, io non ho nessuna paura, zero!”

Ho un chiodo fisso – come dice lei - perché ho perduto due fratelli ed entrambi i genitori non ancora cinquantenne, mister...

“Mah, questo mi dispiace, davvero! Mah, io ho 76 anni compiuti il 9 gennaio, quando ho fatto 70 finisce la paura di questo: uno, alla mia età, sa che in realtà verrà un giorno, quel giorno, e allora cerca di vivere il giorno come fosse veramente l'unico”.

E' superstizioso?

“Superstizioso? No, non penso. Solo cose di routine, ogni tanto, ma sono più abitudinario che superstizioso. No, superstizioso, no”.

Quand'è stata l'ultima volta che lei ha pianto di dolore?

“Well (bene), probabilmente quando sono andato all'ospedale: avevo 20 anni, per un'operazione al ginocchio e mi sono svegliato e mi dovevano riempire” ride di gusto Peterson “di antidolorifici dopo perché veramente era stata una cosa tremenda”.

La felicità esiste, è esistita in Dan Peterson?

“Io sono uomo felice, ha quattro figli. Ci sono certe cose: famiglia, amici, lavoro, soddisfazioni, riconoscimenti, sono piccole cose, che fanno tanti dettagli, e che fanno assieme e fanno un quadro che per me è la fotografia del sole. Sono un uomo felice, assolutamente”.

E' stato sempre libero nelle sue azioni, oppure ha dovuto scendere a compromessi?

“Adesso non mi viene in mente niente, ma, certamente tutti noi dobbiamo fare compromessi per convivere con tutti, altrimenti l'egoismo sarebbe il regno del mondo. Io ovviamente cerco di vivere diplomaticamente con tutti, in buoni rapporti, tutto lì”.

Il giocatore più grande del basket italiano?

“Bé, ovviamente, Meneghin. Ho avuto l'onore e il piacere di allenare lui, per sei anni lui. Più che un grande giocatore, è un grande uomo, un grande personaggio, un grande uomo di squadra, una grande entità, un tesoro per il basket, un monumento nazionale per il basket italiano. Assolutamente!”

Quale il rimpianto della lunga e strepitosa carriera vissuta da Dan Peterson?

“Nell'83-84 abbiamo perso la Coppa delle Coppe per un punto. 1983-84, quattro finali, due Coppe europee, due scudetti persi per niente. Quindi, sono stati due anni per me tremendi. Poi, dopo ci siamo rifatti vincendo tutto per tre anni di fila, però, quei due anni lì mi hanno lasciato il segno”.

La foto, la cover in cui lei desidera essere ricordato?

“Ho già detto che la finale di Coppa dei Campioni 1986-87 a Losanna, contro il Maccabi, è stato veramente il culmine”.

L'”autogol” più clamoroso?

“Ne ho fatti diversi: quando uno allena, fa le scelte, prima poi fa l'errore. Io ho lasciato Dino Boselli tirare due tiri liberi nell'80-81, avessi rifatto rimettere la palla – che era la mia scelta – avrei vinto la partita in semifinale contro il Cantù. E, loro sono andati avanti, a vincere lo scudetto: questo è il più grande rammarico che io ho nella mia carriera”.

Chi lavora sbaglia, chi non vuole lavorare ha già sbagliato, dicono. Il più clamoroso?

“Matematico, matematico: questa è la verità. Il più clamoroso? Quello lì, è quello che mi viene in mente, ok? Ho avuto la scelta o di rimettere la palla laterale con “Mike” D'Antoni o lasciar Dino Boselli a tirare i liberi. Ha fatto uno su due e siamo andati a +2, poi, Giorgio Cattini ha fatto canestro per Cantù e siamo andati ai supplementari”.

Il motto di Dan Peterson?

“Ho già detto prima: vivere ogni giorno come fosse l'ultimo. Tutto lì!”

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 4 febbraio 2012












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