ULTIMA - 21/5/19 - MARCOLINI SCARPA D'ORO, PASSARIELLO SUPER-BOMBER DI TERZA

Si sono chiusi tutti i campionati dilettantistici della nostra provincia dall’Eccellenza alla 3^ categoria che hanno laureato i nuovi capo-cannonieri dei vari gironi e la nuova scarpa d’oro 2018-19, queste tutte le classifiche finali. In Eccellenza, dove si sono giocate 32 partite, chiudono appaiati in vetta a 16 reti Mariano Mangieri del Pozzonovo ed
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INCONTRI VIP'S

7/2/12 - INCONTRI RAVVICINATI: RENZO ARBORE

CALCIAVO CON TANTO, TROPPO...ARBORE

Renzo Arbore, il “re del clarinetto”, l'”ambasciatore nel mondo della musica napoletana”, ha giocato a calcio nel ruolo di terzino sinistro volante, ergendosi (parole sue!) subito al ruolo di “re delle autoreti”. Una sorta, insomma, in campo calcistico, di Comunardo Niccolai, il difensore del Cagliari dello storico scudetto conquistato dagli isolani guidati da Gigi Riva nella stagione 1969-70 divenuto famoso più per gli incredibili e continui gol all'incontrario che per l'arte pedatoria.

Arbore, artista geniale, eccentrico e polivalente: dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza in quella Napoli che lo vedeva vestire all'americana mentre andava cantando “Tu vuò fare l'americano” del noto pianista campano del dopo guerra Renato Carosone, quel ragazzo – parliamo sempre di Arbore - che si vanta di essere stato il primo ad indossare i jeans a Foggia, facendo arrabbiare il padre medico (la mamma casalinga ha allevato quattro figli!) per quei pantaloni definiti dal genitore
“da operaio”, è stato, ed è, piacevolmente “di tutto un po'”: conduttore radiofonico in “Bandiera gialla” (1965) e in “Alto gradimento” in coppia con Gianni Boncompagni (1970), ottiene il grande successo televisivo in “Quelli della notte” (1985) e a “Indietro tutta!” (1988).

Trasmissioni che gli rendono fama e celebrità, e attraverso cui lancia e scopre Roberto Benigni, Mario Marenco, Giorgio e Franco Bracardi, Marisa Laurito, Nino Frassica, Milly Carlucci, Daniele Luttazzi, Andy Luotto, le Sorelle Bandiera. L'Italia della metà degli anni Ottanta fino ai primi anni degli anni Novanta torna a sognare e ad apprezzare il professor Michele Mirabella, il filosofo Luciano De Crescenzo, il romagnolo Maurizio Ferrigni, Riccardo Pazzaglia; e conosce l'attrice Maria Grazia Cucinotta, quella che in “Non ci resta che piangere” aveva duettato con il grande attore napoletano Massimo Troisi, scomparso giovanissimo poco dopo aver girato la famosa pellicola.

Sempre circondato da belle donne, come le ballerine brasiliane del Caffè Meravigliao, o il ridicolo corpo di ballo delle Ragazze del Coccodè, nel 1991 Renzo Arbore, ormai showman affermato (ma, è stato anche regista, attore, sceneggiatore e compositore di colonne sonore), fonda “L'orchestra italiana”, con la quale diventa una sorta di ambasciatore in tutto il mondo della nostra musica. Non solo napoletana, eh. E' testimonial della “Lega del filo d'oro”, l'Onlus nato a favore delle persone sordocieche e mute e con sede principale e storica in Ancona. Partecipa (nel 1986) anche al Festival di San Remo, cantando l'ironico “Il clarinetto”, strumento che sa benissimo interpretare anche nella versione jazz, e piazzandosi al secondo posto. Nel 2002 viene nominato Grand'Ufficiale della Repubblica Italiana.

Dottor Arbore, ha mai giocato a calcio?

“Sì, giocavo molto male e mi chiamavano il “re dell'autogol”. Da ragazzo feci un memorabile autogol. Allora, nelle squadre di calcio c'erano ancora i terzini ed io ero terzino, cosiddetto terzino volante. Erano gli anni del Grande Torino, e, quindi, ero molto piccolo. Poi, ho lasciato il calcio e mi sono dedicato ad altri sport, che ho praticato per un certo periodo con un certo successo. E che erano il cavallo, l'equitazione, il tennis e lo skettinaggio”.

Qual è stato, ricorrendo sempre ad una metafora del calcio, il “gol” più bello, il più esaltante di questa sua lunghissima carriera, e l'”autogol” più clamoroso?

“Metafora? Bé, il gol? Potrei dire tante altre trasmissioni, ma, il gol vero è stato “Quelli della notte”, il successo di fanatismo di “Quelli della notte” alla televisione è stato il gol veramente che mi ha fatto pensare l'ultima sera, quando è finito il programma, ho realizzato un gol: perché è stato il programma – diciamo la verità – non perché l'ho deciso io – ma, è stato ritenuto dalla critica stessa il programma più clamoroso della storia della televisione italiana dopo “Lascia e raddoppia”. Un successo di fanatismo e di affezione perché importante in un programma ci sia l'affezione al programma, non l'ascolto, non l'indice d'ascolto, ma, l'indice neanche di gradimento, ma, di apprezzamento”.

Lo diceva Picasso, suonava così quella canzoncina di “Quelli della notte”, o no?

“E lo diceva Picasso, sì. Il pubblico, anche se non ti apprezza molto, ma, di sicuro ti ama. Bé, questo è molto importante, eh. E, sempre quella canzoncina diceva: “Lo diceva Neruda che di giorno si suda, rispondeva Picasso io di giorno mi scasso””.

Se non ci sbagliamo, dottor Arbore, dovremmo essere intorno al 1984 o 1985, perché io, in quel periodo che furoreggiava lei con quella trasmissione, mi ero appena iscritto all'Università di Urbino...

“Era il 1985”.

Lei è passato prima dalla radio, che è stata palestra, maestra di oratoria, per tutti, e con Gianni Boncompagni faceva vivere il personaggio della fantasia “Scarpantibus”...

“Sì, è stato “Alto gradimento”. Bé, la radio, non avendo il supporto dell'immagine, per non annoiare il pubblico, devi innanzitutto avere il ritmo, poi, devi dire delle cose interessanti, perché alcune volte la televisione con le immagini si salva, ma, può essere disinteressante e, poi, l'abitudine a parlare direttamente al pubblico che tu non vedi. E', quindi, una palestra fondamentale: quasi tutti i grandi artisti della televisione vengono dalla gavetta radiofonica. Penso a Fiorello, penso a Mirabella, ma tanti insomma che animano il nostro video, a Jerry Scotti. Vengono tutti dalla radio, Jovanotti, e la radio è stato un veicolo straordinario. Solo che da un po' di tempo non vengono fuori nuove personalità”.

Mi pareva che anche Corrado Mantoni e il grande Mike Bongiorno avessero iniziato con la radio, o no?

“Come no? Corrado era addirittura annunciatore”.

Ed anche il nostro senatore Sergio Zavoli.

“Come no? Lui ha fatto le prime trasmissioni radiofoniche importanti, le interviste alle suore di clausura, poi, “Il Processo alla tappa””.

Esatto, dottor Arbore, autentici affreschi giotteschi le interviste a quelle povere sorelle!
Continuando, maestro, l'ha stregata di più la radio o la televisione?

“Mi ha stregato?”

Sì, l'ha ammaliata di più la radio o la televisione?

“Certamente, la radio. Io e la radio abbiamo in comune una cosa: l'idolatria per la fantasia. La radio è fantasia, fa scatenare la fantasia. E, siccome io sono appassionato dei prodotti della fantasia, compreso il design, la moda, le cose belle, la pittura, insomma, i prodotti della fantasia, la radio celebra la fantasia più della televisione. Celebra anche la verità, però, la fantasia è qualcosa di più surreale, di più artistico, ecco, della realtà diciamo”.

Noi che amiamo il grande genio dell'onirico, Federico Fellini, ci sembra che la radio ecciti, sviluppi, stimoli la fantasia creativa di ognuno di noi, o no, dottor Arbore, e perché la radio continua, secondo noi, a partorire dei grandi geni, mentre la televisione va un po' appiattendosi nel generare grandissimi talenti e si procede continuando a promuovere secondo il vizio italico della raccomandazione o “sponsorizzazione politica”?

“La radio è una grande palestra per fare poi bene la televisione. Se non hai fatto la radio, poi, la televisione la fai, ma non la fai molto bene. Però, in radio è più facile che un dilettante possa iniziare senza raccomandazioni, senza spinte, in televisione oggi, purtroppo, ci sono delle regole. Poi, la radio è un po' meno soggetta al “dittatore”, che è l'auditel, che è l'audiradio. Sì, c'è il rispetto per la quantità di pubblico che ti sente, però, in televisione è diventata veramente una dittatura, ecco, mentre in radio non ancora”.

Scomodiamo il grande filosofo Hegel: tesi per Renzo Arbore la radio, antitesi la televisione, la sintesi potrebbe essere il teatro?

“Il teatro?”.

Sì, il teatro, o il cinema?

“No, no, perché il teatro mi affascina molto, lo pratico pure perché con la mia orchestra faccio ormai degli spettacoli anche teatrali, però, non è la mia prima passione. La sintesi sa qual è? La sintesi è che io parto dal jazz, e, quindi, dall'improvvisazione. E l'improvvisazione la si può fare alla radio, come ho fatto con “Alto gradimento” e prima con altre trasmissioni, si può fare con la televisione, come ho fatto con le mie trasmissioni televisive, è difficile farlo al cinema, è molto raro, pressoché impossibile farlo a teatro. Perché ci sono delle regole che vietano, ti proibiscono di essere agile, come puoi essere agile invece in radio e in televisione. Quindi, l'improvvisazione, che è quella che più mi stimola, che è quella con la quale io sono andato avanti – come hanno detto anche i critici anche rispetto a quelli che fanno oggi umorismo, o che fanno varietà televisivo, radiofonico –, io sono quello che ha fatto l'improvvisazione, con Boncompagni prima, da solo dopo, ma, abbiamo sempre praticato la vera improvvisazione. Cioè un tema e si va a improvvisare con delle caratteristiche, con delle cose, con delle chicche. Ho perfino tentato di fare il cinema improvvisato – perché molti degli sketch del primo e del secondo film sono improvvisati -. Ma, ripeto, parto da questo: se mi dovessi definire, io direi un jazzista prestato alla radio e alla televisione”.

Marcello Mastroianni, sex simbol dell'Italia del primo dopoguerra, diceva che la vita va inventata ogni giorno per viverla meglio: è d'accordo? Ed Arbore, secondo no, se l'inventa ogni giorno, accompagnato da quel suo clarinetto, icona conosciuta in tutto il mondo...

“Vado avanti non sollecitato dall'inseguimento del denaro o della tranquillità economica, ma sollecitato dalle mie passioni, e, siccome ho bisogno di emozionarmi con cose che mi appassionano, io passo da una passione all'altra, mantenendo sempre fisse le regole del jazz, della canzone, della musica napoletana, e di tante altre. Però, mi invento un po' la vita perché passo delle passioni: ho una linea di mobili che si chiama “Miami Swing orchestra” by Renzo Arbore, poi, mi occupo di musica folk, della quale adesso non i occupa più nessuno, o di musica messicana. Insomma, devo sempre trovare nuovi entusiasmi, nuove passioni, inventarmi una cosa diversa. E anche, come no, frequentare molto, alimentarmi molto leggendo ed imparando. Adesso, anche servendomi anche degli strumenti elettronici, cioè dei ritrovati della tecnica. Che prima guardavo con sospetto, adesso, inizio ad essere contaminato”.

Verbo proprio mutuato dal mondo dei suoni, della musica. Passiamo, ora, ai temi forti che hanno sempre accompagnato l'esistenza umana: felicità, giustizia, libertà, solitudine, destino...

“Mah, felicità è avere degli amici in salute ed essere pure tu in salute; avere degli affetti in salute, e poi una serata di ricordi e di sentimento: quelli sono momenti in cui si tocca la felicità. Mia madre mi lasciò con un bellissimo slogan, che, per me, è come un testamento. Riferendosi ai periodi nei quali noi quattro figlio, mio padre lavorava, mia madre, eccetera si arrampicavano, c'era la guerra, c'era anche un po' la povertà, la ricostruzione, però, mia madre non si accorse che era felice e negli ultimi anni della sua vita, disse “eravamo felici, ma non lo sapevamo”. E, allora, bisogna sempre tenere presente questa cosa: se non hai dei guai, se non hai delle angosce vere, puoi dirti appagato. Hai la tua piccola o grande dose di felicità, anche se non la riconoscerai mai”.

Lei crede in Dio?

“Mah, io sono molto combattuto: vorrei che si facesse vivo più spesso e che effettivamente mi giustificasse le grandi ingiustizie della vita, perché su quello io divento severo. Quando leggo un increscioso fatto di cronaca – l'ultimo di stamane di quel genitore che ha strappato il proprio figlio di un anno e mezzo, dopo una lite, alle braccia della compagna ed è corso a gettarlo nel Tevere – e quando, ripeto, leggo di queste cose, mi arrabbio anche con Lui. Forse ci credo perché mi arrabbio anche con Lui. Non si possono tollerare certi fatti di sangue, certi crimini, certi delitti”.

Faccia finta, per un istante, che io sia un facoltoso produttore cinematografico, o teatrale, e le chiedessi di inscenarmi, interpretarmi l'Aldilà. Come me La prefigurerebbe?

“Mah, io avevo intenzione di fare il mio secondo film impostato sull'Aldilà. Poi, per la verità, in qualche maniera, Benigni e Troisi hanno fatto “Non ci resta che piangere”, perché l'Aldilà, per me, nella mia immagine d'artista, che è appunto un incontro meraviglioso di artisti di varie estrazione, di affetti, eccetera, questo sarebbe l'ideale che fosse così. Certo, le immagini che ci hanno dato da bambini di Paradiso, Purgatorio, Inferno, bé, io debbo dire che non ci credo all'Inferno e al Purgatorio”.

Perché?

“Perché anche i terribili, eccetera, purtroppo hanno avuto una vita terribile, e perfino la crudeltà di quel padre che ha commesso stamattina quell'atto inconsulto non gli fa meritare, secondo me, le pene dell'inferno per tutta l'eternità. Quello, certamente, dolorosamente è malato di rabbia, di tutto, eccetera. Voglio dire, l'Aldilà lo immagino solo come un altro soggiorno, ecco: spero che sia così”.

Non pensa che il “caron dimonio” - cui Dante nella “Divina Commedia” fa traghettare, a colpi di remi, le anime dei dannati verso l'Inferno - non lo dovrebbe fare Osama Bin Laden?

“Sì, vabbé, certo, eh, sì, lo so, lo so, certo”.

Anche Stalin, Hitler, se vuole...

“I grandi, grandi... mah, insomma, non me li immagino; purtroppo, se c'è Dio, Dio ha inventato pure Osama Bin Laden, questo è drammatico”.

Sì, ma, Dio non è creatore del male, dell'odio, della violenza tra uomo e uomo...

“E, lo so, però...”.

Allora, maestro, noi dovremmo averlo contro per avermi privato, in giovane età di due fratelli, Antonio, un anno, e Giorgio, 28...

“Eh, lo so, lo so...”.

Nel famoso “Cinque maggio”, il Manzoni scriveva: “sperdi ogni ria parola/ il Dio che atterra e suscita/ che affanna e che consola/: che, tradotto in soldoni, sta per “solo Dio è capace di tutto, solo a Dio nulla è impossibile”; ma crediamo che davanti a spietati pluriassassini non prevederà alcun sconto...

“Eh, lo so, lo so...”.

Non vorrei, un indomani, se mi consente, vedere prima il barbaro Osama bin Laden prima dei miei due cari fratelli, strappati sul fior fiore degli anni...

“No, no, io spero proprio di no: saranno sicuramente in Paradiso i suoi due fratelli, però , non lo so, è un tema che ha sempre affascinato l'umanità, un argomento con cui ci si può scherzare solo con la fantasia, ma, non certo immaginabile”.

Il dolore degli altri la contagia, cosa le trasmette?

“Moltissimo, moltissimo, moltissimo: io credo che il comandamento più importante che dovremmo avere è “Ama il prossimo tuo come te stesso”. E' un comandamento quasi impossibile da dettare così, però, si avvicina all'idea della perfezione, si avvicina all'idea di Dio. Amare il prossimo tuo, anche quello che non conosci, è, secondo me, un segno di vera nobiltà: quando ti addolori per le disgrazie, per le sciagure dovunque e a chiunque succedano è un segnale di sensibilità. Ecco, per lo meno questo, perché c'è gente che non se ne fa nemmeno carico, io, invece, sì, purtroppo”.

Il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche sosteneva che “la vita senza la musica è un errore”?; noi aggiungiamo anche “un orrore”...

“Certo, senza l'arte, la musica è un balsamo straordinario, è un balsamo naturale. La musica può veramente confortarti, distrarti. Io, insomma, sono ricorso alla musica nei momenti drammatici della mia vita, che, come tutti, ho avuto, ed effettivamente sono molto grato alla musica. E' una grande consolazione. Il mio professore di Italiano, parlando dell'arte, mi diceva “Essa stessa vita è consolatrice della vita”, è una grande consolazione”.

“Vissi d'arte e d'amore”, possiamo abbozzare, maestro, lo slogan, il motto di Renzo Arbore?

“Penso proprio di sì. L'amore non è soltanto quello per una donna, come ho avuto nella mia storia, ma credo di avere per il prossimo, che se lo merita, una bella fetta da regalargli”.

Come mai non si è mai sposato, non ha mai avuto figli, lei, che è sempre stato circondato da belle donne, dalla grandissima Mariangela Melato alla molto professionale Mara Venier?

“Ho perso dei treni” se la ride Arbore “quelli che avrei dovuto prendere al volo, ma ero troppo giovane, troppo immaturo, e, quindi, non li ho presi. Sono sbagli, non si può avere tutto dalla vita”.

Tema libertà: per essere del tutto liberi nell'esercizio della propria professione è importante non avere legami affettivi troppo forti (e vincolanti) come la moglie, i figli, la propria famiglia?

“Io penso che siamo avvantaggiati, certo. Non avendo, con onestà, degli obblighi, eccetera, un artista è più libero, essendo single, perché può muoversi, può conoscere, può frequentare. Deve anche combattere la solitudine e, quindi, incontrare persone, arricchirsi delle esperienze degli altri e via dicendo. Non è una regola: ci sono altri che hanno creato avendo sempre accanto una persona, delle preoccupazioni, dei figli, delle esperienze che, caso mai, hanno fatto proprie. Insomma, io ritengo che mi abbia aiutato l'essere libero. Per esempio, io ho viaggiato moltissimo, molto molto con la mia orchestra, recandomi in tutto il mondo tranne che in India. E tutto questo mi ha arricchito, mi ha anche fatto anche constatare che noi viviamo nel Paese più belo del mondo, più prezioso del mondo e dobbiamo tenercelo caro, l'Italia”.

La libertà, dunque, è aver la fortuna di poter creare secondo il mio estro?

“Quella, quella è la ragione sociale della libertà: cioè riuscire a realizzare quello che uno può e vuole fare. E' un privilegio, forse, di pochi, ma, quello più prezioso che io ho nel mio bagaglio”.

L'ultima volta che si è commosso, cos'è che le dà fastidio e quand'è stata l'ultima volta che ha pianto di grande dolore?

“La commozione, in me, è molto frequente: mi commuovo con delle canzone bellissime napoletane, delle quali capisco i testi, e sono eccezionali, sono poesie straordinarie, sottovalutate perfino dagli stessi napoletani; e poi mi commuovo per un film, per un'opera d'arte, bella, e naturalmente mi commuovo per i ricordi di persone che non ci sono più. Non invidio tanto, non sono invidioso”.

Cos'è, allora, che le dà fastidio?

“La cosa che mi dà più fastidio è la presa in giro del pubblico; siccome nello spettacolo molti fingono di amare la gente, non è così, la prendono in giro, fingono. A Roma la chiamano “paraculaggine”, ma, non si può dire. La furbizia diciamo italica, la furberia italiana. Più è squallida, più mi dà fastidio”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 4 febbraio 2011












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