ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

13/2/12 - INCONTRI RAVVICINATI: ON: GABRIELE ALBERTINI

ALBERTINI, “L'ALTRO RIVERA EUROPARLAMENTARE”

Nato il 6 luglio 1950 a Milano, l'onorevole Gabriele Albertini dal 2004 ricopre il ruolo di parlamentare europeo a Bruxelles. Forzista, è stato per due legislature (dal 12 maggio 1997 al 30 maggio 2006) sindaco della più grande arcidiocesi d'Italia, Milano, guidando giovanissimo l'azienda di famiglia – la “Cesare Albertini S.p.a” - assieme al fratello Carlo Alberto. Ha ricoperto moltissimi incarichi in Confindustria, in Assolombardia ed è stato presidente della Piccola Industria di Federmeccanica.

Ha ricevuto, fino ad ora, qualcosa come dieci onorificenze, la maggior parte delle quali da Paesi diversi dalla Repubblica italiana (è Grand'Ufficiale): dall'Impero Britannico, dalla Francia, dal Lussemburgo, dalla Norvegia, dal Santo Sepolcro di Gerusalemme, ecc.). Modi garbati e modi da vero gentleman, Albertini ha scritto due libri: “Sindaco senza frontiere” e “Nella stanza del sindaco”. Il tempo con lui non passa, tra una citazione dotta e l'altra, capace com'è di spaziare da un argomento all'altro dello scibile umano.

Onorevole Albertini, complimenti, innanzitutto, per le numerose benemerenze internazionali ricevute in questi anni e che ricordano Breznev con tutte quelle medaglie e croci che tintinnavano sul petto dell'ex capo dell'unione Sovietica...

“Bé” se la ride subito di gusto il nostro interlocutore “come diceva il grande Giolitti una croce non si nega a nessuno. Effettivamente, ho ricevuto molti Capi di Stato che mi hanno onorato di quelle onorificenze di cui lei sta accennando; alcune sono anche effettivamente meritate per i ruoli svolti nelle relazioni con i Paesi che me le hanno insignite. Per esempio, “la legion d'onore” o piuttosto il “gran cordone del regno di Giordania all'ordine dell'indipendenza” perché abbiamo sviluppato rapporti molto collaborativi e, forse, per alcuni altre, mentre per altre credo che siano state solo delle elargizioni che sovrani o Capi di Stato solitamente fanno come segno di amicizia quando sono ricevuti in Paesi o in città che visitano”.

Ha mai giocato a calcio, magari da ragazzino?

“Quando ero studente, al “Leone XIII”, qui a Milano, come tutti i ragazzi della mia età, giocavo a calcio ed era lo sport collettivo più praticato. Ed ero anche nella squadra della mia classe. Però, non ho mai eccelso e non è uno sport che poi ho frequentato anche da adulto, pure essendo stato uno sportivo ed essendolo ancora. Nel senso che ho praticato quasi tutti gli sport, però, il calcio non particolarmente”.

In che ruolo giocava?

“Stavo al centrocampo e tendenzialmente ero più in difesa che in attacco”.

Aveva, a livello di fede calcistica, l'imbarazzo della scelta: o la Grande Inter di Helenio Herrera o il Milan di “paron” Rocco, visto che lei, nato nel 1950, all'epoca dei primi trionfi continentali ed internazionali delle due milanesi era un ragazzino?
“Mah, guardi: io non sono mai stato un vero e grande tifoso, tant'è che anche prima di diventare sindaco – quando questa linea sarebbe stata istituzionale – ho sempre ritenuto che la seconda squadra dopo il Milan sarebbe stata l'Inter, ovvero l'altra squadra di Milano. Cosa che tra veri tifosi non avviene, perché, come per le contrade senesi il vero tifoso del Milan apprezza le sconfitte dell'Inter e viceversa. Invece, per me, era una gloria della città avere due squadre così straordinarie. Poi, in famiglia, a parte mio padre Carlo – che era juventino – siamo sempre stati tutti milanisti, eccomi essere stato l'unico sindaco – questo lo può riscontrare come un'anomalia, una stranezza – milanista del dopo Guerra”.

Quindi, le piaceva Gianni Rivera?

“Sì, decisamente sì. Rivera era uno dei personaggi, anche per la sua giovanissima età, e, quindi, per tutti noi adolescenti di allora pensare che un giovane, non ancora maggiorenne, aveva già debuttato in A con l'Alessandria per passare l'anno dopo al Milan e restarci una vita, insomma, il giovane che aveva successo così presto era un qualcosa di molto stimolante. Poi, ho sempre molto apprezzato il suo stile anche fuori dal calcio: era ed è una persona molto simpatica, molto gradevole. Siamo anche diventati un po' amici perché l'ho frequentato per parecchio tempo, con una certa assiduità padre Eligio, eppoi, è stato deputato europeo per almeno due anni e non tre, quando lo ero anch'io; quindi, ci siamo incontrati anche lì”.

Qual è stato il “gol” più clamoroso finora firmato da Gabriele Albertini politico e quale invece l'”autogol”?

“Dunque, riguardo le mie responsabilità istituzionali, nella mia vita pubblica, difficile sceglierne una sola. Direi, se posso chiederle, mi atterrei alle dita di una mano: i depuratori, il termo-valorizzatore – che sembra un fatto trascurabile perché poco raccontato dalla stampa -. Ricordo, circa quest'ultimo argomento, che quando venne ad inaugurarlo l'allora Ministro Alterio Matteoli, il “Corriere della sera” mise una notizia tra le brevi in cronaca. Pensi un po'. Invece, il termo-valorizzatore dà calore ed energia a 250.000 milanesi, costa tre volte la “Scala”, ma si paga in sei anni vendendo l'energia elettrica e il calore che produce, emette inquinamento a un decimo dei valori consentiti dall'Unione Europea, e, di conseguenza di ciò, spegne le caldaie di 14.000 appartamenti. Poi, ricorderei le due linee di metropolitana inaugurate e avviate nel nostro turno di guardia, il passante ferroviario e le otto stazioni di metropolitane inaugurate durante il nostro turno di guardia. Il grande sviluppo urbanistico: sono undici milioni di mq di aree industriali dismesse, che stanno diventando città nel corso dei nostri anni di governo. Sono state trasformate ed oggi le gru e i grattacieli che stanno sorgendo e i prati, i campi e i parchi che s'inseriscono in questo contesto sono tutti frutti del nostro lavoro. Il Museo del Novecento, avviato durante il nostro turno di guardia, e inaugurato durante l'Amministrazione Letizia Moratti. Il Polo interno della Fiera, che è una conseguenza delle attività svolte nel Polo Interno. Credo di essere arrivato a cinque”.

E le imprese mancate, non riuscite?

“Per quanto riguarda, invece, le cose che non sono riuscito a fare e che hanno creato grandi problemi a me, ma, soprattutto, alla città perché non sono riuscito a farle sono state la privatizzazione della Serravalle perché avrei voluto – e stavo cercando di farlo, ma le forze politiche della Maggioranza non me l'hanno permesso – di mettere all'asta tra la Provincia di Milano, allora governata dall'onorevole Colli, e il Gruppo Gavio il nostro 18% e che sarebbe stata la quota di controllo della società. Quindi, avrebbe avuto un valore enorme per l'uno e per l'altro; quindi, l'avremmo stravalorizzata questo cespite patrimoniale del Comune di Milano. L'altra privatizzazione che anch'esso, anche in questo secondo caso sempre per veto dei politici mi venne impedita dall'asse Tremonti-Bossi perché emanarono un decreto il giorno stesso in cui il nostro bando veniva pubblicato, secondo il quale per favorire Alitalia, ma, in realtà, in base alle regole europee che impediscono gli aiuti di Stato per favorire i concorrenti di Alitalia, cioè i vettori, i bilanci delle società aeroportuali venivano fissati, nel caso della Sea, di oltre 20 milioni all'anno, riducendo le tariffe aeroportuali. E questo sballò i valori di riferimento e non ci permise di trovare un compratore dei tre che avevano i loro interessi prima per 600 milioni, pensi un po' per il 33%. Adesso è stata venduta per 286 milioni, quasi la metà, una cifra veramente sproporzionata rispetto a quello che pensavo di fare. E, la terza cosa, non meno grave, ed anch'essa impedita dal seguito, dell'Amministrazione, con anche forze politiche coinvolte, il “Piano parcheggi”. Un'altra delle lacune della città, in questo momento sono in corsa i lavori, ma, molto al di sotto di quello che servirebbe, 60 mila auto in divieto di sosta, ebbene, che dire: sono una difficoltà per tutti , per i residenti, ma anche per coloro che non sono in grado di circolare liberamente perché le loro strade sono ostruite da auto in sosta, che invece potrebbero essere collocate sotto terra”.

Il grande filosofo Schopenhauer diceva che la “felicità consiste nella minore infelicità possibile”...

“Mah, guardi, citando anch'io un'espressione non di un grande filosofo come Schopenauer, ma di un grande politico come De Gaulle, che rispose a questa domanda “Generale, è felice?” il giorno in cui si vinse la guerra e lui era alla testa dello schieramento vittorioso che attraversò le Champes Elysées (I Campi Elisi) prima di diventare il Presidente della nuova Repubblica francese – rispose – “Absit iniuria verbis” (“Non vi sia offesa nelle parole”), non mi riferisco cioè a lei -, ma cito solo quello che rispose il generale: “Che domanda sciocca! La felicità non esiste!”. Io non credo che esista la felicità, almeno qui in terra; esistono attimi in cui si è felici, in cui si gioisce per quello che avviene dentro di noi o fuori di noi o, forse, insieme. Se posso fare una graduatoria dei sentimenti, della qualità dei sentimenti che può provocare attimi di felicità, potrei andare in questa sequenza: la vittoria, non solo per uno sportivo ma in qualsiasi campo della vita, dalla politica all'impresa, alla vittoria inteso come successo di un obiettivo raggiunto. Poi, la compassione, che è il condividere, il fare del bene al bisognoso, oppure raddrizzare un torto, o compiere un atto giusto, specie chi deve contrastare un forte per difendere un debole. E, poi, forse, la cosa più bella sono le gioie dell'amore, quando si condivide, si vive insieme la felicità di amarsi”.

Ci potrebbe raccontare un aneddoto curioso della sua vita di primo cittadino di Milano?

“Mi viene in mente l'ex Presidente della repubblica, l'on. Francesco Cossiga. E' uno dei miei principali riferimenti: con me ebbe un rapporto particolarmente affettuoso e cordiale. Venne spesso a trovarmi quando fui sindaco e quando si trovava a Milano. Le devo dire due cose: la prima in campagna elettorale paragonò il mio avversario a Capeto (il famoso Filippo Il Bello di Francia), perché aveva, lui imprenditore, apprezzato diciamo l'area di sinistra e gli annunciò la prospettiva di perdere senza perdere la testa evidentemente con il riferimento che aveva fatto. Eppoi, fu la persona che per primo mi telefonò quando divenni sindaco e mi disse queste parole col suo marcato accento sardo (e l'imitazione alla Massimo Lopez è spettacolare, stucchevole, riuscitissima!): “Caro Albertini, sei arrivato nella casta dei politici. Da questo momento i conti del tuo psicanalista andranno alle stelle perché dovrai combattere con la tua nevrosi!”. E qua fu abbastanza vero”.

Un Albertini, ci appare, malagodiano, liberale vecchia maniera, vicino dal punto di vista ecclesiastico, a papa Paolo VI, vostro arcivescovo... o al cardinale Alfredo Idelfonso Schuster..., soglio di fantastici porporati, tra cui Carlo Maria Martini, Dionigi Tettamanzi, non ultimo il lombardo di Malgrate, Sua Eminenza Reverendissima, il cardinal Angelo Scola...

E, mentre pronunciamo il nome di Giovanbattista Montini, papa Paolo VI, il parlamentare europeo del pdl ci sorprende con un'altra perfetta imitazione sul pontefice che ha preceduto papa Albino Luciani ed è succeduto a papa Giovanni XXIII: “Il nostro interessamento fraterno si rivolge a quelle popolazioni che soffrono la fame, la miseria”.
Già, un pontefice la cui preparazione intellettuale la si sta riscoprendo, apprezzando in toto solamente adesso...

“C'è un bel libro su di lui, di Jean Guitton, “Dialoghi con Paolo VI”, pubblicato per la prima volta nel 1967. Mi ricordo che è stato uno dei libri che mi è rimasto nella memoria, molto bello”.

Si è offeso, onorevole, perché l'abbiamo associato, paragonato a Paolo VI?

“Si sarà piuttosto offeso lui. E' stato un grande papa. Mi cresimò, ecco da arcivescovo di Milano quando frequentavo il “Leone XIII”, qui a Milano”.

Il dolore degli altri cosa le trasmette?

“Eh, il dolore degli altri, soprattutto il dolore degli innocenti, a volte toccati dalla mala sorte o a volte toccati dall'ingiustizia, dalla protervia del forte e cattivo mi dà un grande senso di necessità di un'altra vita per raddrizzare questo mondo sbagliato. Ecco, il dolore soprattutto in un bambino – infatti, ci sono tutt'ora questi casi di bambini affetti da malattie incurabili. Ne ho conosciuto anche alcuni, uno in particolare, Antonio G., nei primi giorni in cui sono diventato sindaco perché aveva il espresso il desiderio – c'era un'organizzazione “L'albero dei desideri”, che proprio concedeva la realizzazione dei desideri a bambini che si trovavano come lui in una situazione così disperata; e quel giorno Antonio aveva espresso il desiderio di essere un appartenente alle Forze dell'ordine, e quel giorno con una divisa fatta su misura aveva fatto la vita di un poliziotto sulle volanti, in caserma, seguendo le attività in centrale operativa, ecc. E lo invitai anche a Palazzo Marino e gli detti – non avevo avuto il tempo di preparargli una divisa da vigile urbano - ma, il fischietto, i guanti, l'elmetto da vigile urbano, quelli sì. E il ricordo di quell'incontro – che, poi, ce ne furono altri, ci frequentammo quando purtroppo la malattia lo portò via – ebbene, ricordo che lo misi seduto sul davanzale di Palazzo Marino, sul fronte che dà verso Piazza San Michele, e si accorse di due cose: una fu una scoperta anche per me, dall'ufficio del sindaco di Milano del Duomo si vede solo la Madonnina. Non me n'ero accorto, in alto, un po' a destra, si intravvedeva il picco del Duomo e di questo particolare non me ne ero mai accorto prima. E la seconda cosa, guardando in basso, Antonio si accorse di una carrozzina con una persona evidentemente sopra, che veniva spinta per salire delle scale – non c'erano ancora gli scivoli; forse nemmeno ora – per entrare nella chiesa di San Fedele. Ed ebbe un'espressione che nessun bambino di dieci anni ha mai: non vedono la sofferenza i bambini, neanche si accorgono della morte. Disse “Oh, poverino, guarda, non riesce a camminare”. E fu un segno particolare del suo mondo e di quello che stava vivendo”.

Ammettiamo il caso che in una di queste serate di lungo e freddo (diremmo glaciale) inverno lei si trovi da solo in un albergo a Bruxelles, e, preso da angosce e da mille preoccupazioni, ci chiede di spedirle via Posta accelerata subito un libro per dribblare i “giudici togati e troppo severi della notte”. Quale libro sceglierebbe tra la biografia di Fratel Ettore, il padre camilliano con la croce fiammeggiante che soccorreva i barboni, gli “ultimi” di Milano, e quella invece di don Carlo Gnocchi, il padre degli orfani, bambini mutilati, ciechi, poliomielitici...?

“Mah, guardi, don Carlo Gnocchi l'ho visto fisicamente solamente e purtroppo da morto e mia madre – ricordo proprio quel particolare – mi accompagnò davanti alla camera ardente e mi fece notare che aveva le fosse degli occhi scavati come se ci fosse il vuoto (ed, in effetti, c'era). A don Carlo, come lei ben saprà, si accese una battaglia per far sì che il beato potesse donare non solo le proprie cornee ma anche tutte le altre componenti degli occhi. E, questo per agevolare l'operatività del chirurgo, e quindi, all'aspetto si vedeva questo profondo vuoto nelle orbite. Mia madre, allora, mi spiegò che si trattava di una atto di grande generosità del religioso. Poi, i trapianti sono diventati una regola, ma allora , nel suo caso, si accese un aspro dibattito. Mentre fratel Ettore l'ho conosciuto direttamente, l'ho incontrato, lo ha anche aiutato come sindaco di Milano. Guardi, sono due mondi e due personalità straordinarie e credo che forse sceglierei fratel Ettore non per priorità, ma perché è forse più da conoscere di quanto non lo sia don Carlo Gnocchi, che mi risulta essere beato. E don Carlo ha il merito di aver impostato una struttura che ancora vive e prospera, ed è conosciuto ed amato per quello che ha fatto. E' ancora un po' da scoprire, fratel Ettore: ecco perché lo sceglierei, non per una priorità né di santità né di altro; e senza nessuna sorta di competizione tra queste due belle grandi figure”.

Giù la maschera, onorevole Albertini: lei crede in Dio e perché? E, l'Aldilà come se l'immagina, se ammette di crederci, come se lo aspetta?

“Mah, guardi io ho frequentato per 12 anni il “Leone XIII” e nasco in una famiglia profondamente cattolica, con madre religiosissima, che aveva su di me dei sogni e dei desideri...”

Quasi curiali, vorrebbe dire, o no?

“Mi concedo una digressione che forse la divertirà: il suo ideale, per me, era che diventassi papa e santo. Il massimo, e pensi un po' verso quali obiettivi sono stato spinto, e quando sono diventato sindaco – mia madre era già molto anziana, quasi novantenne, e mi mise al mondo all'età sua di 42 anni e con altri figli già generati prima; quindi, un vero caos! – a un certo punto, ai miei fratelli che le comunicarono “hai visto, mamma, che Gabriele è diventato sindaco”, con un'aria minimizzante, da under state lombardo, lei sussurrò:“Oh, Signor, lè miga diventà papa!” (“Oh, Signore, non sarà mica diventato papa!”).

Nonostante i 12 anni dai gesuiti, io sono alla ricerca di Dio, perché non sono affatto convinto di crederci; anzi. Da un certo punto di vista, se analizzo quello che veramente sento, le riflessioni che faccio, io non credo in Dio, però, io credo – questo sì – nell'assoluta necessità di credere per chi ci riesce per tutti noi. Perché la difesa dalla paura della morte, del nulla, ed anche – ricordando nelle prime battute della nostra conversazione le tante ingiustizie che si vive, la sofferenza del debole, dell'innocente – eh, insomma, sarebbe meraviglioso che ci fosse un altro mondo, in cui tutto quello di sbagliato che c'è in questo venga riconciliato. C'è quella bella frase de “I fratelli Karamazov” - che adesso non ho qui davanti a me – in cui uno, il più piccolo, mi sembra Alioscia, a un certo punto, dice “ma un giorno ci sarà tutto questo?” Io credo che sono sicuro arriverà, la nostra storia verrà completamente ridisegnata e ci sarà un momento di grande gioia per tutta l'umanità e saranno perdonate e sanate tutte le ingiustizie, tutte le sofferenze del mondo saranno cancellate. E' bello pensarlo; è un grande desiderio. Sono onnipotenti i nostri desideri di bene o sono solo forti e potenti? Non lo so; è una domanda la mia. Sono nel dubbio, non sono nella certezza della Fede”.

Nella sua soggettiva rivisitazione dell'Aldilà, lei, onorevole Albertini, mutuerebbe Dante Alighieri?

“L'Aldilà mi piace immaginarlo come appunto in quella visione un po' così particolareggiata , anche se Dante era molto soggetto alla cultura del suo tempo. Poi – faccio un'osservazione particolare – c'è anche qualcosa di junghiano nella visione di Dante, c'è qualche cosa di onirico, ci sono, specie nel Paradiso, delle lezioni, delle visioni che richiamano un po' alla psicanalisi junghiana, dove si avverte questo mondo recuperato. Mah, a me piace immaginare l'Aldilà come è il Paradiso, come è la visione meravigliosa dell'Amore di Dio e dell'amore degli uomini che diventano un'unica cosa. Se posso permettermi, ho una visione dell'Aldilà, che è molto terrena”.

E qual è?

“Noi pensiamo che la civiltà umana abbia un suo percorso. I nostri antenati preistorici prendevano quello che era già pronto: le bacche e gli animali che uccidevano. Poi, hanno imparato a cucinarli e così via. Poi, hanno scoperto che un seme poteva produrre un albero e, quindi, è nata l'agricoltura, l'allevamento e da nomade è diventata stanziale. Poi, finalmente, percorrendo molto rapidamente il corso della storia, arriviamo alla civiltà industriale e usiamo i prodotti della materia inanimata, cioè non facciamo più le navi con gli alberi ma con l'acciaio che produciamo mettendo insieme dei minerali che sono sotto terra. E per l'atomo e per tutto il resto; e così è nata la civiltà industriale, che ha prodotto vere e proprie rivoluzioni. Negli ultimi 300 anni dalla macchina a vapore di Watt ad oggi sono cambiate più cose nel mondo di quante non ne siano state modificate negli otto-dieci mila anni di storia, dall'homo sapiens a Watt. Adesso siamo entrati nella fase più avanzata, purtroppo, la viviamo, la vedremo perché la nostra vita ha una sua durata che non è quella che possa prevedere già sviluppi conoscibili. Siamo entrati nella fase in cui la civiltà umana entra nella vita; cioè, noi riusciamo non tanto a fare un'automobile, mettendo insieme dei pezzi di metallo in maniera intelligente, ma siamo già arrivati alla pecora Dolly. E, allora, ecco un'Aldilà che poi è al di qua, o se si vuole una Valle di Giosafat, il Giudizio Universale. Forse, noi potremmo essere, noi uomini, noi essere umani, in grado magari tra cento-duecento anni di riprodurre la vita, di essere immortali, singolarmente immortali, perché noi siamo composti di 99 elementi; come tutto l'universo. Solo come sono combinati questi elementi, che fanno i 70 chili di Socrate o i 70 chili di un sacco di patate. E, una civiltà veramente a conoscenza di tutto, forse, può arrivare a questo. E allora può darsi che si possa conoscere il disegno della storia, della vita così a fondo da fare tornare in vita tutti gli esseri umani, combinando le loro molecole esattamente come sono state e giudicarli per quello che hanno fatto”.

“A Milano” ha scritto Ermanno Olmi “quando è venerdì sera si spengono le luci e si accendono le parole”. Grande è la solidarietà della metropoli famosa per la fretta e il suo caos, oltre che per “La Scala” e la Borsa...Ecco, venendo alla domanda, cos'è che riesce ancora a commuovere un uomo, Gabriele Albertini, che dalla vita – ci sembra di intuire – ha avuto tutto?

“Sono nato bene e sono vissuto meglio” sorride il parlamentare europeo. E aggiunge: “la vittoria è il primo elemento della soddisfazione. Poi, la soddisfazione è riuscire a fare del bene al debole”.

Ha paura della morte?

“Intesa come dolore fisico, sì, certo. Alla pari, credo, di quasi tutti noi essere mortali, o no?”

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 8 febbraio 2012

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