ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
...[leggi]

INCONTRI VIP'S

29/2/12 - INCONTRI RAVVICINATI: GIUSEPPE VIRGILI

POEMI...ALLA VIRGILI

Centravanti dotato di grande potenza, più finalizzatore che portato alla manovra corale, Giuseppe Virgili ha conosciuto il suo apogeo nel periodo in cui la Fiorentina (1955-56) - guidata dal mister e dottor Fulvio Bernardini e blindata da una difesa d'acciaio grazie alle presenze di Sarti, Toros, Magnini, Cervato e Chiappella - si cuciva sul petto il primo scudetto della sua storia, sopravanzando il Milan di ben 12 punti e subendo una sola sconfitta in tutto il campionato. Cresciuto nei giovani dell'Udinese (club della città che gli ha dato i natali il 24 luglio 1935), a 16 anni e mezzo Virgili conosce il debutto in massima serie, e viene riconfermato con i bianco-neri friulani per altre due stagioni.

Di lui si accorge la Fiorentina, che lo ingaggia nell'estate del 1954, e che godrà dell'esplosività di “Pecos Bill” per ben quattro tornei di fila, gli ultimi due dei quali si laurea vice-campione d'Italia alle spalle rispettivamente di Milan e Juventus. Rimane all'ombra del campanile di Giotto fino al 1958, quando viene ceduto al Torino sponsorizzato Talmone, dopo aver perduto (nel maggio del 1957) con i gigliati la finale di Coppa dei Campioni contro il mitico Real Madrid di “saeta rubia” Alfredo Di Stefano, Gento e Puskas.
Con il Toro “Pecos Bill” conosce l'amarezza della prima retrocessione della storia del titolato club piemontese, subito riscattata con l'immediata risalita nella massima serie dei granata l'anno successivo.
Memorabile, in serie A, la tripletta firmata nel derby della Mole contro la “Vecchia Signora”.

Dal 1960 al 1962 è in forza al Bari, dove vive un'altra amara retrocessione con i “galletti” pugliesi. Memorabile la trasferta di “San Siro” (stagione 1960-61), in casa del Milan, dove l'infortunio alla spalla subito da Magnanini costringe l'allenatore barese Luis Carniglia a chiedere alla punta friulana di andare in porta.
Ebbene, Virgili è un campione anche tra i pali e il suo Bari trionferà per 1-3. Ancora giovane, all'età di 27 anni accetta di scendere in serie C, nel Livorno, trascinato con i suoi gol, due tornei più tardi, in serie B.

Virgili lascia il calcio giocato nel 1966, non prima però di aver trionfato in serie C con la squadra della “città dei due mari”, il Taranto. In tutto sono 80 le reti firmate in 193 gare di massima serie da “Pecos Bill”, 24, invece, quelle in 72 partite di B. Attaccati gli scarpini al fatidico chiodo, il centravanti friulano ha intrapreso anche la carriera di allenatore, guidando gli umbri del Gubbio (stagione 1978-79). In Nazionale, dove ha collezionato 7 maglie esattamente tra il 1955 e il 1957 (“colpa dei tanti oriundi” come ricorderà lo stesso nostro interlocutore), Virgili ha lasciato il segno per via dei “due gol e mezzo” (due reti più un autogol, quello del sudamericano De Sordi; episodio, che, oggi come oggi, verrebbe considerato gol regolare, da attribuire a chi ha effettuato la conclusione, e non invece a chi ha vissuto l'involontario infortunio difensivo!) rifilati allo stadio “San Siro” di Milano il 25 aprile 1956 al Brasile di Gilmar, Djalma Santos, Nilton Santos, Didì, Escurinho. Brasile, in quell'amichevole, piegato clamorosamente per 3-0 dai nostri azzurri, guidati da Alfredo Foni. Non solo la Fiorentina, ma anche Firenze stessa ha contagiato Virgili, al punto che l'ex centravanti udinese ha assunto pure l'idioma, la simpatica parlantina toscana.

Virgili, qual'è stato il gol più bello e quello più importante della sua carriera?

“Il primo gol che ho fatto in serie A, al debutto contro il grande Milan del famoso Gre-No-Le. Avevo 16 anni e mezzo e vestivo la maglia della squadra della mia città, l'Udinese. Ho fatto un gol che poi i giornali titolarono così: “Meazza, Piola e Mazzola=Virgili”. E io che mi son detto: s'incomincia bene, allora!”

Chi c'era dall'altra parte a difendere la porta del Diavolo?
“Buffon c'era”.

E' stato un gol di potenza, alla sua maniera?

“Sì, ho tirato una botta e la palla è andato nell'angolino. Poi, ho preso la traversa e c'era il compagno di squadra Menegotti, che, sulla respinta, l'ha messa dentro. Finì 2-2”.

Nel Toro lei firmò una clamorosa tripletta alla Juve...

“Io sono il capocannoniere de derby della Mole di tutti i tempi, perché nei derby – io ho giocato due andata e ritorno – e ho fatto cinque gol alla Juve. Non ne esistono altri che abbiano realizzato lo stesso bottino alla pari di me”.

Se la ricorda ancora quella domenica strepitosa?

“Eh, c'era Mattrel in porta della Juve. Mi sembra lui”.

Cosa ha pensato dopo quella prodigiosa scorpacciata di reti?

“Notare che li ho fatti i tre gol tutti nel primo tempo, eh. Poi, mi ha fatto anche tre parate l'estremo juventino, e, quindi, avrei potuto farne cinque o sei di reti quella domenica”.

Tutti di piede?
“Sì, sì, sì”.

Gran fisico, potenza esplosiva nelle conclusioni...

“E tutto scatto, tiro e via: io non mi arrendevo mai. Una bella partita l'ho fatta con la Nazionale a Roma, contro la Germania. Eravamo 0-0, io ero a metà campo con i difensori della Germania; ed ecco spiovere una palla lunga diretta verso la porta, verso, meglio, la bandierina del calcio d'angolo. Io ho cominciato ad azionare le mie leve, a correre dietro alla palla, con tutti gli spettatori che, secondo me, avranno mormorato “ma questo è grullo, no?”. Invece, sono riuscita a prenderla, mentre i difensori della Germania rientravano perché prima si erano fermati anche loro. Insomma, quando sono arrivato lì, a contatto con la palla, io ero bello e fresco, perché avevo già riposato un po'. Si fanno sotto i difensori, ne faccio fuori uno, ne faccio fuori un altro, e c'è Boniperti, gliela passo a Boniperti e lì, eh, eh, il giornalista che scriverà “solamente Virgili poteva fare una cosa del genere”, perché io non mi arrendevo mai, capito? Io, anche se c'era lo spiraglio ben che minimo di una occasione, una piccola probabilità di prendere la palla, ci andavo, la tentavo. Alla faccia di tutti quelli che avevano già detto che tanto quella palla va fuori””.

Nel suo curriculum anche una storica doppietta a “San Siro” - la palla racconta – esattamente il 25 aprile 1956 al grande Brasile... e vittoria secca, 3-0, contro i carioca...

“Eh, ha detto bene: volevo ricordare anche quella volta. In quella gara io avrei segnato tre volte, perché non era come adesso che quando un giocatore la devia assegnano la paternità del gol a chi ha esploso la conclusione. Secondo i regolamenti di allora si fissava autorete del tale giocatore e non invece gol del tiratore. Io, quella volta, arrivai assieme sulla palla con De Sordi, e, punta mia, punta sua, l'abbiamo buttata in gol la palla. E non me l'hanno assegnato a me il merito e io continuo a dire che io al Brasile feci due gol e mezzo”.

Chi c'era in quel Brasile?

“C'erano parecchi della Fiorentina, poi, c'era anche l'ala destra del Genoa che ha giocato nel Milan (sono passati troppi anni, mannaggia!)”.

Era il Brasile di Pelè?

“No, no, no, era quello di Didì, Vavà, Gilmar, Djalma Santos, Nilton Santos”.

E il mitico Garrincha c'era quella volta a “San Siro”?
“No, mi sembra di no. Era riserva, non so”.

Qual è stato l'avversario più forte che ha incontrato?

“L'aveva commentata quella gara anche il grande Gianni Brera: è successo all'”Olimpico” di Roma, il 18 dicembre 1955, contro la Germania, in cui giocava come stopper Liebrich, e Brera disse che in campo nel duello tra noi due si sono viste le scintille. Aveva, il tedesco, un fisico eccezionale, ero uno stopper bravissimo”.

Non ha mai sbagliato un rigore?

“No. Allora, io ne ho tirato uno solo in vita mia e l'ho fatto. Perché quella volta a Milano, contro il Diavolo mi sembra (o contro l'Inter, non ricordo più bene), mancava Cervato. E, allora, il dottor Bernardini chiese “ma chi lo tira?”. Lo tiro io, dottore. Siccome di là c'era Ghezzi in porta, sapeva che lo tiravo forte, no: eravamo stati in Nazionale assieme. Allora, Ghezzi tenta di buttarsi da una parte e via, no, se la va la va; io, preso anche dall'emozione, arrivo in corsa e boom, piglio per terra, faccio un buco di quelli che veniva fuori il petrolio. Però, ho preso anche il pallone e la sfera pian pianino è andata in gol, ma Ghezzi si era già buttato da una parte e ho fatto, insomma, il gol”.

Come andò a finire quella volta?

“Tre a uno, mi sembra. Vinto noi della Fiorentina”.

Un altro gustoso aneddoto lo ritrae anche portiere del Bari, vittorioso per 1-3 a “San Siro”, contro il Milan...

“Sì, anche quella volta vincemmo in casa del Milan. Noi del Bari eravamo penultimi in classifica e andiamo a Milano a sfidare Altafini, Rivera e via. A un certo momento, si fa male il nostro portiere, ma, allora, il regolamento non prevedeva, non permetteva il cambio, ed eravamo in vantaggio per 1-0. Allora, il nostro allenatore Luis Carniglia (ex Real Madrid ed era stato alla Fiorentina), prima di una partita che pareva già persa, fa: “Ragazzi, cercate comunque di mettercela tutta, di fare bella figura!”. Comincia la partita, batto una punizione, boom e faccio gol. Poi, si fa il nostro portiere Magnanini, poverino, e, a quell'epoca, senza i cambi, chi si faceva male andava all'ala. Allora, Magnanini, poverino, all'ala, e io, siccome da piccino in collegio mi piaceva fare il portiere, ho deciso di andare in porta io. Fatto sta che abbiamo vinto noi 3-1 e ho fatto anche delle belle parate. Il gol me l'ha fatto Seghedoni, un'autorete. Mi ero già disteso per bloccare la palla, lui ci ha messo la testa e la palla è andata dall'altra parte. A Bari, alla mattina – avevamo preso il vagone letto – i giornali in grande, in prima pagina riportavano che l'allenatore Carniglia era indeciso la domenica successiva se far giocare Virgili centravanti o portiere”.

A Udine era in che tipo di collegio?

“Io entravo alla mattina e tornavo a casa alla sera. Era un collegio retto da preti, adatto a ospitare anche ragazzi stranieri”.

Quand'è che se ne fatta una ragione di giocare una volta per tutte in attacco e non tra i pali?

“E' nata sempre all'interno di quel collegio, perché mi piaceva di più tirare in porta. Allora , schieravo in porta due o tre portieri perché li ammazzavo di cannonate, e io da solo li mettevo lì e mi piaceva tirare in porta. Fatto sta che ho cambiato ruolo”.

La sua botta era potente, esplosiva come quella di Angelo Benedicto Sormani, o no?

“Non voglio esagerare, ma se c'erano i palloni di allora oggi li facevo diventare ovali perché avevo un tiro veramente forte; non ero un tecnico io, però, avevo uno scatto e un tiro che scoccavo da tutte le parti. Io ho fatto gol anche dalla bandierina, per dirle”.

E contro chi?

“Al “Comunale” di Firenze, gara di spareggio: eravamo in tre che cercavamo di non retrocedere. Spal, Udinese e Palermo e io giocavo con i bianconeri della mia città. E mi sembra di aver fatto il gol alla Spal, portandoci così in salvo”.

Direttamente da calcio d'angolo, come Mortensen, Palanca, Chiarugi?

“Mah, quasi, perché ho preso con l'esterno, ho tirato una botta e il pallone ha girato verso la rete. E c'era anche il terreno bagnato quella volta”.

Il più grande dei giocatori della storica Fiorentina di metà degli anni Cinquanta?
“Eh, per me, Julinho”.

Il brasiliano?

“Sì, bravissimo, quello giocava venti minuti, e in venti minuti faceva quello che voleva”.

E Montuori?

“E Montuori non lo conosceva nessuno. E' venuto fuori, ma, anche lui bravo, eh, un'umiltà da matti: svelto con la gamba destra, perché la sinistra non l'adoperava neanche per salire sull'autobus”.

Lei ha perduto una Coppa dei Campioni nel maggio 1957 con la Fiorentina e contro il mitico Real Madrid...

“Eh, quella ce l'hanno rubata. La prima squadra italiana nella storia della competizione europea ad aver sostenuto la finale è stata la Fiorentina. Adesso fanno un casino per fare una Coppa. Non l'avevano reclamizzata come ora, che è una roba da matti. Poi, lì ci hanno fischiato contro un rigore...C'era Gento, velocissimo. Ha fatto un fallo Magnini dal cerchio dell'area di rigore, quindi, fuori dall'area, no, e questi ruzzolando si è trascinato col corpo dentro l'area e l'arbitro ha decretato il rigore. E, poi, ricordiamoci che non c'era l'andata e il ritorno, ma, partita secca, giocata al “Santiago Bernabeu” di Madrid. Erano i bianchi di Di Stefano, Puskas, Gento, eh, una squadra fenomenale!”

Già, Di Stefano, il più grande calciatore della storia secondo lei, Virgili?

“Lui era il “faro”, diciamo così, che ora, in quest'epoca qua, non so come andasse perché il gioco una volta era più lento, capito? Lui si metteva a centrocampo, catturava come un “faro” le palle e le smistava dove voleva lui”.

Il dottor Fulvio Bernardini, uno dei rari casi di allenatore laureato, era davvero un signore, un gentleman della panchina?

“Io non l'ho mai visto arrabbiarsi, o far gesti o urlare. Lui aveva la sua sigaretta in bocca, quando facevamo l'allenamento a Firenze e lo dirigeva l'allenatore in seconda, lui si accomodava in panchina e non so quanti caffè beveva. E, siccome noi giocatori avevamo il bar , il caffè allo stadio i ristorante, allora, c'era Lucianino, il barista, che con il solo cenno delle due dita sollevate dal dottor Bernardini alla maniera di Winston Churchill, scattava a preparare il caffè”.

Si ricorda un aneddoto tra lei e il dottor (è stato anche cittì azzurro) Fulvio “Fuffo” Bernardini, ex mister anche del Bologna scudettato dopo il famoso spareggio – ed unico nella storia del nostro calcio - vinto dai felsinei all'”Olimpico” di Roma contro l'Inter (1963-64)?

“Non è che ci si scambiassero tante parole, al di fuori degli insegnamenti tattici: noi ci si vedeva all'allenamento, ci si vedeva al martedì, si faceva un po' di allenamento e poi la pallavolo. Mercoledì si faceva la partitella fra noi, fra attaccanti e difensori, giovedì la partita con le Riserve, venerdì la rifinitura e stop. Al sabato si andava tutti al cinema e ci si ritrovava alla domenica”.

Quand'è che le è venuta la pelle d'oca con la maglia di calciatore?

“La pelle d'oca? Quando ho debuttato con la Nazionale. In Ungheria (il 27 novembre 1955, precisiamo noi), e dove c'era come capitano l'asso del Real Madrid Puskas, il centravanti magiaro Tichy, quand'era la squadra più forte del mondo. Abbiamo debuttato io e Bearzot. Bearzot, non so se ha fatto l'unica partita in Nazionale. Sì, veniva dal Torino, bravo. Mio grande amico, e poi anche lui friulano”.

In azzurro ha giocato solo sette volte: rimpianti?

“Mah, io, a dire la verità, sono stato molto scalognato perché a quell'epoca lì c'erano tutti gli stranieri e con la dicitura oriundi li facevano giocare. E io ero tagliato fuori”.

Al posto suo chi giocava?

“Eh, c'era Sormani, Firmani, Altafini. Una volta ero con due di loro e quando sentivo l'inno della Nazionale a me veniva la pelle d'oca, capito, ma, questi qua che cazzo vuoi che gliene fregasse? Sennò sai quante partite facevo”.

Lei crede in Dio?

“Certo, io sono un cristiano. Non vado alla messa, a dir la verità, eh. Ma, da piccino, prima di giocare – quand'ero in collegio a Udine – don Giovanni mi faceva servir messa, mi chiedeva di fare il chierichetto, altrimenti non mi faceva giocare. E, allora, io per rabbia, tante volte – sai che c'è il vino per la Comunione nelle ampolle apposite – io l'ho bevuto tutto. E il prete che disperato si chiedeva: ma chi l'ha preso, chi l'ha bevuto il vino della Comunione? L'avevo bevuto io”.

L'Aldilà, secondo lei, esiste, o finisce tutto con la morte?

“A dir la verità, il solo star lì a pensare ti fa diventare grullo, via”.

Quindi, mister, non c'è più niente quando chiuderemo definitivamente gli occhi?

“Uno se crede crede, sennò non crede, no. Però, se uno dice “ma, il Signore chi l'ha fatto; e chi è, prima di Lui c'era qualcuno? Certe volte ci penso, e dico ma chi l'ha fatto Questo (il Signore)?”

Non ci crediamo: vuole forse dirci che non si è mai domandato una volta dove andremo a finire, cosa resterà di noi?
“Speriamo in Paradiso”.

E come se l'immagina il Paradiso, come vorrebbe che fosse, chi vorrebbe rincontrare, i suoi genitori prima di tutti?

“Mah, sarebbe una cosa bellissima! Ritrovarci tutti lì. Sarebbe bello che fosse un'altra vita, lassù, capito? E di ritrovare non dico i bisnonni, i trisnonni, no, ma, da mio papà a mia sorella, che sono morti, i miei cognati, la mia mamma, tutti: questo sarebbe bello”.

Cosa faceva suo papà?

“Mio papà era brigadiere dei vigili e io penso che sia stato lui, dal cielo, a portarmi fortuna, credo che mi abbia aiutato lui dall'alto a fare questo mestiere. Andava sempre a vedere la partita dell'Udinese, perché era un appassionato. Io ero piccino, ero, no, perché è morto che avevo 14 anni e lui non è riuscito a vedermi debuttare in serie A a 16 anni e mezzo con la maglia bianco-nera friulana. Però, la gente gli diceva guarda che tuo figlio, il Beppe, sta promettendo bene, è bravo. Però, non è mai venuto a vedermi. E, allora, dico che mi ha aiutato lui a diventare quello che poi sono diventato”.

Era figlio unico, mister?

“Sì, l'unico maschio, attorniato da quattro sorelle”.

Beato tra le donne...

“Eh, eh, sì” e giù una bella risata dell'ex bomber gigliato.

E, la mamma, immaginiamo con tutta quella prole, casalinga?
“Sì, sì”.

La felicità quand'è che l'ha provata?

“Io sono stato tanto felice e fortunato, perché studiare non è che mi piaceva – ho fatto la Terza Media per miracolo! -, poi, quando ho cominciato a giocare a 16 anni e mezzo a Udine, quando non esistevano a quell'epoca ancora i semafori, ma c'erano i vigili che stavano al centro della strada per dirigere il traffico, quando mi vedevano, fermavano tutti, eh, eh, e mi facevano passare”.

Chi era il marcatore più duro nei suoi confronti e di chi era “la bestia nera” Giuseppe Virgili?

“Io quando trovavo la Juventus, l'Inter, il Milan, insomma, le squadre più forti, io facevo quasi sempre gol. Erano le mie vittime, le mie squadre preferite, prelibate perché sempre, sempre ho fatto almeno un gol a loro, se non due, ogni volta”.

E il marcatore più forte nei suoi confronti?

“C'è stato Ferrario, che era alla Juve e poi è andato all'Inter, mi sembra, un anno, e alla Triestina; e poi c'era un certo Lancioni, del Lanerossi Vicenza: una roba tremenda era questo, Madonna mia! Ti stava vicino, non ti lasciava respirare, poi che brutto che era! Ti dava anche da cattivo, Madonna mia, certe randellate!”

Cos'è che le dà più fastidio nella vita e che cos'è che la riesce ancora a commuovere?

“Fastidio? Qualcuno che magari è invidioso: mi dà noia quelli che vogliono fare chissà cosa o sono gelosi. Mi commuovo al solo vedere un film con una trama triste, perché io sono facile alle lacrime anche. Mentre quando vedo uno che sta bene o una coppia di sposi come si dice che vanno d'amore e d'accordo per me è una gioia. Così capita con i miei figli: tutti stanno bene, si vogliono bene tra di loro. Io sono un tipo vecchio stampo, perché alle feste di Natale o che io c'ho venticinque persone a casa mia. Ogni anno si fa la festa. Ora ho smesso un pochino da due anni, tre, perché prima a Pasqua radunavo tutti, i quattro figli con le relative consorti e i nove nipoti. E mia moglie regalava loro un bel viaggio al caldo o alle Mauritius o Santo Domingo o alle Seychelles, tutti assieme: bello, bello, davvero!”

L'ultima volta che ha pianto, mister?

“Eh, piango quando c'è un morto, sicuro. Però, non vado al funerale: è morta la mia mamma, sono morti i miei cognati, ma al funerale non resisto a vedere, mi sento male, insomma”.

Ci vuol confessare che non è andato al funerale di sua mamma?

“No, no, no. Neanche al funerale di mamma Gina. Mio padre, invece, si chiamava Aurelio, lo stesso nome che ho messo al mio primo figlio”.

Qual'è stato il più bel complimento che ha ricevuto a fine gara da un avversario o da un mister?

“Mah, a dire il vero, complimenti non è che te li facessero, però, i portieri avevano sempre paura di me perché urlavano e raccomandavano alle loro difese “oh, stagli vicino a Virgili, perché quello tira da tutte le parti!””

Qual era il suo idolo da ragazzino?

“Mi creda, non l'ho mai avuto. Ho debuttato in serie A che non avevo visto una partita di serie A; pensa un po' e basta. E quando ero nell'Udinese, quando mi hanno preso, ero nelle Riserve e giocavo alla domenica mattina e al pomeriggio non andavo mica a vedere la Prima squadra in serie A: avevo i miei amici, con cui si facevano le festicciole in casa mia, si invitavano le ragazzine e si ballava. Il mio passatempo al pomeriggio della domenica era quello”.

Il suo più grande rimpianto?

“Gliel'ho detto: ho avuto la scalogna di avere giocato nel periodo in cui in Nazionale potevano giocare i cosiddetti oriundi. Prima di sposarmi, dovevamo andare in Russia, con la Fiorentina, a fare una tournee, e mi è capitato che Toros in un'amichevole tra la Fiorentina e la formazione delle Riserve gigliate è uscito dai pali, mi è rovinato addosso con tutto il peso dei suoi ottanta chili e mi ha rotto i legamenti del ginocchio e compagnia bella. Toros era il portiere, no, non era il cileno che ha scazzottato con gli azzurri ai Mondiali del 1962, come sostiene lei, non era il famoso Jorge Toros: ha giocato nelle Riserve del Milan”.

Qual'è il fotogramma che le è rimasto impresso del primo scudetto che lei ha vinto con la Fiorentina, quella di Sarti, Chiappella, Montuori, Julinho, Cervato, ecc...?

“Eh, eh, quell'anno è stato costellato di partite belle. Ho fatto 21 gol e ogni domenica erano applausi e via. Ma, era una Fiorentina da primi posti anche gli anni successivi allo scudetto vinto nel 1956, perché ricordo di aver fatto un gran gol al Milan e poi un altro e ho dedicato la doppietta al mio bambino, Aurelio, che era nato. Vincemmo 3-0 o 3-1”.

Chi era il più forte di quell'irripetibile Fiorentina?

“La difesa era fortissima: difatti, mi dicevano, “Oh, Beppe, tu fai gol e noi si vince uno a zero perché di qua non passa nessuno!”. E abbiamo giocato un anno contro il Brasile o in Jugoslavia, non mi ricordo, con 9/11mi giocatori viola in Nazionale. Dopo l'anno dello scudetto, siamo arrivati secondi, pensa, ben quattro volte di seguito. Dietro il Milan, nel 1957, la Juventus, nel 1958, dietro al Milan, nel 1959, e nuovamente dietro ancora la Juve nel 1960. Tornando a quella volta, a quella partita giocata contro il Brasile, in porta non c'era Sarti, perché si era fatto male, ma, Carapellese, ex Genoa. Che era molto più vecchio di Sarti, un 1922 rispetto al 1933 in cui era nato Giuliano (Sarti). Il più forte mi chiede nuovamente? Julinho, eh. Ma, anche la difesa, con Cervato e Chiappella, che era uno, no, di quelli tosti, rocciosi, che in campo si faceva sentire. Tecnicamente non anche lui non era un granché, però, era anche quello che dava la carica, con una vociona alla Louis Amstrong, roca, ruvida e con il tono cupo”.

Fiorentina, ovvero la squadra più simpatica, e forse più amata dagli italiani...

“E, difatti, in quell'epoca lì, noi, dove si andava, si faceva il pieno degli stadi. Ricordo che siamo andati a giocare al “Silvio Appiani” di Padova, e c'era così tanta gente, che gli spettatori si sono mesi a sedere ai bordi del campo. L'arbitro, anche se non si poteva, aveva promesso a questi tifosi che avrebbe potuto iniziare la partita se gli spettatori-invasori ce la facevano a stare fino alla fine a seguire tutta la partita comportandosi per bene. E, abbiamo finito la partita regolarmente, senza incidenti o interruzioni, vincendo per 0-1, e tutto a posto. Oggi non so se si sarebbe potuto verificare quel miracolo qui”.

E un gol clamorosamente annullato?

“Al “Marassi” di Genoa, contro la Sampdoria, una palla contestata da un arbitro straniero, mi sembra un tedesco o uno svizzero su una mia conclusione a rete. Questa viene deviata in corner, ma, dicono che nessuno l'aveva toccata e compagnia bella. Però, il tedesco non capiva, tirano il corner, prendo la palla io, faccio il gol, e i doriani sono andati a protestare con tanto di interprete per spiegare le loro ragioni al direttore di gara. E gli hanno spiegato che prima di fare questo gol che non c'era, e compagnia bella, no, insomma mi hanno annullato il gol, roba incredibile, no. E io ero incazzatissimo, da matti, andai a protestare e il dottor Bernardini mi ha detto “Vai nello spogliatoio, altrimenti l'arbitro ti espelle, o succede qualcosa di spiacevole in campo!” Ma come ha fatto l'arbitro quella volta annullare un gol più regolare di quello, no”.

Autogol esiste un infortunio difensivo nella sua carriera?

“No, no, tutti gol buoni”.

I rigori, chi li batteva?

“Cervato. Io l'unico l'ho tirato a Milano, come le ho già detto prima, quella volta là, contro il Milan e con Ghezzi in porta”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 27 febbraio 2012

Visualizzato(2136)- Commenti(8) - Scrivi un Commento