ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
...[leggi]

INCONTRI VIP'S

2/3/12 - INCONTRI RAVVICINATI: GIULIANO SARTI

SARTI...DA PARATA

Spassoso come pochi, lucido come la canna di un fucile o il braccio di un violino, fresco come la verdura che i suoi genitori commerciavano a Castello di Argile (Bologna), dove lui era nato il 2 ottobre 1933. Giuliano Sarti è stato il primo portiere a disputare quattro finali di Coppe dei Campioni, vincendone la metà con la maglia dell'Inter. Ma, strano ma vero, il suo cuore emiliano, quasi deamicisiano, tipico della gente di quelle parti, batte, pulsa, fibrilla per la Fiorentina. Una sorta di gesto di gratitudine a chi l'ha proiettato dopo l'apprendistato giovanile alla Centese e alla Bondenese nell'accecante ribalta mondiale. Con i gigliati conquista il primo, storico scudetto dell'edizione 1955-56, perde a Lisbona la Coppa dei Campioni contro le furie bianche del Real Madrid di Di Stefano, di Gento, di Puskas, di Kopaszewski.

Nella primavera 1961, Sarti – che rimarrà in viola fino al 1963 - solleva al cielo sia la Coppa delle Coppe sia la Coppa Italia, poi, sono i veri professionisti dell'Internazionale del “mago” Helenio Herrera a renderlo ancora più famoso, quando conquista scudetti (due: nel 1965 e nel 1966) e Coppe Intercontinentali (1964 e 1965) ed due Coppe dei Campioni (1964 e 1965). Ma, unica macchia nella sua splendida camicia a fiori e...gigli, Sarti viene ricordato ancora oggi, a distanza di più di quarant'anni dall'accaduto, per quell'infortunio capitatogli al “Danilo Martelli” nel maggio 1967 (Mantova-Inter:1-0), che farà scucire dal petto dei nerazzurri il tricolore per decorare la casacca della Vecchia Signora bianco-nera. E, quando il portierone approderà, maturo, alla Juve, sarà l'Avvocato Gianni Agnelli ad accoglierlo a Villar Perosa con il sorrisino e quella scontata battuta “grazie per averci regalato lo scudetto quella volta a Mantova”, che farà più male che bene a un grande signore dei pali, a un portiere moderno come Sarti (innovativo anche per aver indossato nella fredda Glasgow i mutandoni, poi, imitato da tanti colleghi, in primis, dall'amico “Ragno Nero” Fabio Cudicini del Milan, oltre che per giocare fuori dai pali, all'altezza del dischetto del rigore e pronto ad appoggiare i compagni di squadra, a lanciarli nella fase offensiva).

Sarti è amico di tutti: la sua simpatia conquista la gente di Firenze, al punto – parole sue – che “non riesco mai mettere mano al portafoglio, una volta che mi trovo in piazza con gli amici”. Il suo destino si incrocia per ben tre volte con il cognome Herrera: Helenio, il mago interista, Heriberto, il “sergente di ferro” paraguagio, detto anche il “profeta del movimiento”, il “ginnasiarca” che con i suoi spietati allenamenti sacrificò i giocolieri Sivori e Suarez al calcio atletico, l'”Acca acca due” (o H.H.2) incontrato alla Juventus, ed Herrera il cognome della segretaria cui il presidente bianco-nero Edoardo Agnelli affida dopo che lui, smessi gli scarpini, diventa imprenditore nel ramo delle pulizie, al fine di allargare il suo delta lavorativo (più di 300 i suoi dipendenti). Un inguaribile ottimista, un amante di tutto ciò che la vita versa e riserva a ciascuno di noi umani, anche se le spine di questa rosa vitale sono costituite dalla prematura scomparsa di un figlio – Riccardo – a soli 45 anni, e alla cecità da ictus che colpisce appena dopo Natale 2011 la cara, amata compagna, Pia.

Qual è stato il momento più bello della sua carriera di calciatore, quello in cui le è venuta la pelle d'oca?

“Ho iniziato a 17 anni e mezzo a San Matteo della Decima, in Seconda categoria, mezzo anno, poi, un anno alla Centese, e alla Bondenese per un anno e mezzo. In pratica, in tre anni ho fatto tutta una scalata per arrivare poi a debuttare in A a vent'anni e qualche cosa con la maglia della Fiorentina. Quello che mi capitava era talmente una sorpresa continua che non facevo in tempo ad avere delle angosce o delle contentezze, però, il primo scudetto della Fiorentina è stato quello che mi ha dato la gioia più grande anche perché era il primo”.

La più bella, dal punto di vista stilistico, parata e quella più importante?

“Io avevo un modo di giocare che era molto geometrico; di conseguenza, quello che era difficile per tanti a me diventava più semplici. In effetti, quando iniziai a giocare e portai il nuovo sistema, quello che adottano ora, a Firenze e in Italia erano un po' meravigliati perché io giocavo tra il rigore e l'area di rigore e dove nessun portiere si azzardava a spingersi fino lì. Facevo questo perché sapevo di aiutare i miei compagni e riuscivo ad intercettare i palloni che andavano oltre la mia difesa. Mi qualificarono un portiere alla Jashin, come Beara e come Grossi, perché già loro giocavano in questa maniera qua, ma loro non erano ancora venuti in Italia. Una delle parate più belle, non so: c'è n'è una di Firmani della Sampdoria: era riuscito a scavalcarmi e io con due passi indietro feci un bel volo e riuscii a mettere la palla in calcio d'angolo. Questa è stata la più bella e l'ho compiuta sì con la Fiorentina. Quella che ha dato più soddisfazione alla squadra perché era un momento difficile non glielo saprei veramente dire perché le ripeto stavo in porta e il solo difenderla per me era importante”.

Mai parato un rigore o due nella stessa gara?

“Sì, ne ho parati: di quelli che mi hanno tirato ne ho parati una metà e quello che mi ha divertito di più è stato quello contro il Genoa e io sempre con la maglia della Fiorentina. Lo tirò Corradi, che cominciò a fare tante finte prima da arrivare sul pallone e io ero fermo. E mi mise il pallone in mano. E, allora, gli andai incontri e gli dissi “ma potevi fare meno finte”. E lui a me: “Ma te ti potevi anche muovere””.

Non ha mai parato un rigore?

“No, perché avevo due piedi fasulli, perché adesso allenano i portieri anche con i piedi, perché è cambiata la regola del gioco. Allora non era importante questo aspetto e venivamo allenati per altre cose non per dare meglio alla palla. Difatti, io non calciavo nemmeno il rinvio; lo calciavo solamente se vedevo un mio compagno lì vicino”.

L'avversario più forte che ha incontrato?

“Chi mi faceva quasi sempre gol era Altafini, però, il giocatore più bravo che ho incontrato era Di Stefano del Real Madrid”.

In Inter-Real Madrid?

“No, no, l'avevo incontrato anche con la Fiorentina prima, nel 1957, nella finale della Coppa dei Campioni a Madrid. Era meraviglioso: Direi che, per conto mio, per quanto abbia visto Maradona, per quanto abbia giocato contro Pelè, per me Di Stefano era il giocatore più completo”.

Cosa aveva più di Pelè e di Maradona?

“Maradona era un giocatore molto importante per la squadra, però, era molto mancino e aveva la difficoltà del destro, Pelè era più completo di Maradona perché dall'area alla porta. Invece, Di Stefano era un giocatore completo e totale: il campo per lui era piccolo. E poi era un uomo molto forte dal punto di vista caratteriale. Io l'ho incontrai anche con la Nazionale quando inaugurarono il campo del Barcellona, il “Neu Camp”. C'era stata la finale di Coppa dei Campioni Benfica-Barcellona e lui disse, perché giocava nel Real Madrid, disse che avrebbe vinto il Benfica. E, in effetti, fu così. Solo che tre giorni dopo si andò a giocare a Barcellona e il pubblico per dieci minuti l'ha fischiato e ogni volta che prendeva il pallone giù bordate di fischi. Bene, dopo venti minuti il pubblico si è alzato in piedi e ha incominciato ad applaudire perché Di Stefano era una cosa fantastica”.

Qual è il più grande rammarico di calciatore?

“Non ne ho nemmeno uno, nemmeno uno, ripeto, di rammarichi. L'unica cosa che mi dispiace per l'Inter, mi dispiace per il pubblico è l'errore di Mantova”.

Di quell'infortunio del 1967 si sono scritti fiumi di inchiostro. Vogliamo ora fornire la versione, la sua, quella più attendibile di quel pomeriggio infausto per i nerazzurri, che, prendendo quel gol dall'ex Di Giacomo, si tolsero lo scudetto dal proprio petto per appuntarlo alla Juve di mister Heriberto Herrera? Cosa successe esattamente?

“Successe che era talmente facile il pallone e quando era facile io e anche i miei difensori lo sapevano quando il pallone era facile già partivano. In effetti, io avrei dovuto prendere il pallone un po' alto alla mia destra e Facchetti aveva già incominciato a incamminarsi perché intuiva che io gli avrei lanciato la palla e cambiavo sempre direzione. Il pallone preso a destra lo mettevo a sinistra perché dove si svolgeva l'azione c'era parecchia gente, mentre da tutt'altra parte era sempre libero. Questo secondo il modo di vedere. Di conseguenza, i difensori miei lo sapevano già una cosa del genere e Facchetti era andato via. Il pallone non era né veloce né bagnato, non avevo il sole, l'errore era tutto mio perché era talmente facile, non ho chiuso bene le mani di dietro”.

Fu quella l'unica volta che pianse dalla rabbia?

“No, sbattei la testa contro il palo, però, avevo altre giustificazioni per fare tutto questo. Era solamente un cumulo di situazioni che mi si erano create: qualche mese prima mi era nato un figliolo con la palatoschisi, era morto mio cognato che aveva ventidue anni e mio sorella dava alla luce una bambina. Era un cumulo di avvenimenti negativi e allora battei la testa contro il palo dicendo allora non ne vuole andare bene una”.

E, poi, poche settimane prima avete perduto la Coppa dei Campioni per 2-1 a Lisbona contro il Celtic di Glasgow...

“Esatto, esatto 2-1 a Lisbona. Ma, adesso devo dire un'altra cosa. Eravamo alla fine dei cinque anni e questo lasso di tempo si è rivelato sempre deleterio per tutti”.

Lei vuole dire che rimanere cinque anni in uno stesso club fa male, ti toglie le motivazioni?

“Non solo, ma, bisognerebbe cambiare tutta la squadra perché poi quella società possa rinascere più florida di prima. E' il discorso dell'Inter adesso: non rinasce, perché l'ambiente è già depresso. Lo stesso è capitato di recente alla Fiorentina: andato via Prandelli, è andata in depressione. Non aveva più fame di vincere e non c'è più lo stimolo, non riesce a dare più quello che normalmente davi. Lo davi perché c'era il gruppo, perché c'era la società, perché c'era il presidente, perché il pubblico spingeva. Se lei dà un'occhiata, il pubblico della Fiorentina è depresso come quello dell'Inter oggi”.

Qual'è stato il più bel complimento che ha ricevuto da un giocatore o allenatore avversario?

“Da Schiaffino, da Pepe Schiaffino l'anno dello scudetto, il 1955-56. A Milano si vinse 2-0 contro il Milan. Eravamo credo zero a zero e su un colpo di testa che aveva indirizzato bene nell'angolo io riuscii alla mia sinistra a metterlo in calcio d'angolo. E lui mi disse “bravo, hai preso una bella palla!” Sì, sono d'accordo con lei, era un grande giocatore, uno di quelli che non li vediamo più oggi. Gente come lui, come Suarez non li vediamo più, forse, perché li ingabbiano tutti: appena c'è ne è uno un po' bravo, lo ingabbiano immediatamente e non gli danno la possibilità di esprimersi”.

La felicità l'ha provata?

“Eh” sospira Giuliano Sarti. “Bella domanda. Il primo figlio, sì, mi ha dato felicità. Tutta la felicità che ho avuto me l'ha data mia moglie Pia. Mi ha dato tutto, mi ha dato il senso della vita, mi ha dato la gioia della vita, mi ha dato la gioia della vita. Mi ha dato quattro figli, tra i quali uno mi è morto che aveva 45 anni. Oggi era il compleanno di mio figlio, quello che è morto, di Riccardo”.

Lei crede in Dio?

“In questo faccio molta fatica. Dico “ni”. Io credo in Cristo perché è morto ed è stato visto. E' molto difficile per me credere in quello che non vedo. Deve sapere che io ho molti amici che sono dei preti, veramente dei preti. Anche quello che mi ha sposato nel 1960 e ha sposato e battezzato quasi tutti i miei figlioli. Lui era missionario nazionale a Salvador Bahia, in Brasile, e lui tuttora quando rientra in Italia viene da me. E, allora, cominciamo a parlare e una delle ultime volte gli ho chiesto di spiegarmi cos'è il limbo. Per me è inutile. E in effetti l'hanno tolto”.

Si chiama il religioso?

“Don Renzo Rossi e ha 83, 84 anni”.

Quindi, per lei, Sarti, non esiste l'Aldilà, oppure non esiste nulla nell'Aldilà?

“Io spero ci sia, ma, non credo. Credo che una volta finito qui in terra, finiamo tutti in polvere. Se c'è, io non ho fatto niente per non meritarmi un posticino anche là. Perché non ho fatto niente di male; anzi, cerco anche tuttora di fare del bene a tutte le persone che mi contattano o che entrano in contatto con me”.

La sua infanzia trascorsa a Castello d'Argile come è stata?

“La mia infanzia è finita presto, però. E' finita presto perché dopo la Quinta Elementare ho smesso di andare a scuola perché allora c'era la guerra e credo che questa sia stata una scusa. Cominciai a undici anni a stare in negozio di frutta e verdura. Poi, cominciai a fare l'ambulante, mi diedero la bicicletta e andavo per le campagne a vendere i carciofi e i limoni. Che erano le due cose che al paese non c'erano, sennò tutta l'altra verdura e frutta c'era. Poi, incominciai a vendere per le piazze, poi, trovai insieme a mio padre una vendita che era formidabile: i semi salati. Però, io li vendevo all'ingrosso, andavo da queste persone che stavano davanti ai bar o davanti ai cinema e andavo direttamente nei bar a vendere. E io gli portavo questo prodotto. E fu proprio nel ritorno a casa da una di queste vendite che mi trovai a sedere in mezzo a un campo a Cento di Ferrara. E venne uno e disse: è vero che li gioca in porta? Rispose: ma io non ho ancora giocato partite ufficiali. E lì cominciò tutta un'altra vita. Non ho memoria di episodi che mi hanno disturbato. Tanto più che sono sempre stato una persona allegra e quando ridevo e scherzavo, mia madre mi chiamava e mi diceva “ma lo sai che hai un fratello che è prigioniero in Germania?” E io le rispondevo: “Ma, vedrai, mamma, tornerà”. E, in effetti, è tornato. Luciano. Io sono il terzo di cinque fratelli tutti viventi, dei quali l'ultima è una femmina”.

Complimenti, che fortuna!

“Un paio di anni fa, ritornai nella mia vecchia casa e trovai un architetto che lavora al Comune di San Giorgio di Piano e mi disse: “dopo tanto pensare sono arrivato a una conclusione: perché voi cinque fratelli siete vivi, quando la maggior parte di quelli che erano a scuola con me in età dal 1931 al 1934 sono quasi tutti spariti, siamo rimasti in tutto due o tre? Perché questo? Perché queste mamme venivano messe in cinta nel momento che vennero casa i loro fidanzati o meriti dalla Guerra d'Africa e allora per tenerli calmi chissà cosa gli hanno dato oltre al bromuro?”

Lei parla spesso della Fiorentina. Ma, non conserva aneddoti e ricordi del suo ciclo all'Inter?

“Ce li o i bei ricordi anche con l'Inter, però, quando ero alla Fiorentina era quasi dilettantistica la cosa. Eravamo uno in casa dell'altro, eravamo sempre tutti insieme e ci si incontrava sempre. Poi, Firenze a me, che è stata la prima città, quando sceso dal tram numero 17 che mi portava dalla stazione in centro, quando sentivo parlare non capivo le parole dei fiorentini, perché io non avevo cultura. Piano piano, la cultura me la son fatta leggendo, leggendo molti libri e che continuo tuttora a leggere. E Firenze mi ha dato anche l'amicizia, mi ha dato tutto quanto: io posso andare fuori a Firenze senza portafoglio, tanto trovo sempre chi mi offre il caffè o il bicchierino. Quando sono andato a Milano, Milano era invece il professionismo”.

Un aneddoto con il “mago” Helenio Herrera...

“Gliela do subito, a parte il fatto che Herrera mi avrebbe messo in porta in tutte le maniere. Una volta mi ha messo in porta quando ero nelle condizioni di litigare con tutti i miei compagni. Io non ero assolutamente nella condizione di giocare l'anno dopo che ero lì perché fui operato di emorroidi il 1° del gennaio del 1965: avevo un ascesso tra la vescica e la prostata. E sono stato un mese all'ospedale. Quando sono uscito, sono scappato via perché sapevo che Herrera mi cercava, sono andato poi in ritiro e lui mi ha portato assieme a tutta la squadra a Foggia, dove si perse per 3-1. Io avevo fatto un allenamento solo, ero 63 chili di peso e dissi a Della Giovanna, che era lì, dietro a me: “Vuoi scommettere che il mister mi chiama per farmi giocare domenica?” Bé, dopo altri due allenamenti, la domenica giocai. Giuro che non vedevo la metà campo”.

E' stata quella volta che foste ricevuti da padre Pio e l'anno in cui vinceste ugualmente lo scudetto?

“Bravo, bravo! Si perse a Foggia al termine di una partita che io non avevo giocato e mi mise dentro. E io gli dissi: “Lei, mister, è matto!”. Ed Herrera: “Eh, no, la responsabilità la piglio io”. “No” ribattei convinto: “Lei non piglia niente perché se svengo la responsabilità è mia, non sua!” E, allora, Herrera mi diede una versione validissima: “Se lei, Sarti, è in porta, la difesa agisce in una data maniera, se non c'è lei, agisce in un'altra maniera””.

Questo particolare, del dialogo tra voi dell'Inter e il santo, me l'ha raccontato Saul Malatrasi, allora vostro difensore. “Non battete il mio Foggia” ha riportato il difensore di Calto di Rovigo “perché tanto vincerete lo stesso ilo campionato”...
“Allora, vuole la versione più precisa? Padre Pio, quando l'ho visto uscire e venire incontro a noi,
disse: “Ma cosa vogliono questi, che hanno tutto?”

E' diversa. Però, dopo essere andato a parlare al gruppo, io ero di dietro, non sentii nemmeno cosa diceva nella sostanza. Comunque, può darsi che il Santo abbia detto anche questo. Perdemmo sì a Foggia e sembra che lui abbia detto: “Voi perdete a Foggia e vincerete lo scudetto”.

Chi l'allenava bene, tirandole in porta, dei giocatori dell'Inter o della Fiorentina?

“Nessuno mi ha mai allenato. Facevano sì i tiri come facevano tutti, però, i più bravi allenatori dei portieri che io ho trovato sono stati due: uno è Ferrero per la parte atletica e Ferruccio Valcareggi per la parte tecnica. Avevo una buona conoscenza del ruolo del portiere”.

Non le è mica dispiaciuto aver giocato solo otto volte e così poco in Nazionale?

“Ma, sa allora si giocava poco, ma nessun commissario tecnico azzurro azzardava. Solo Viani, che un giorno mi disse: “In porta io ti metterei, ma i giornali vogliono Buffon e io di rischiare non ho molta voglia. Questo me lo disse a Barcellona”.

E, poi, lei è stato il papà di un altro grandissimo portiere italiano: Enrico, Ricky Albertosi...
“Esatto!”

Con quale ex gigliato è rimasto in buoni rapporti?

“Eh, non siamo mica poi rimasti in così tanti. Siamo rimasti io, Ardico Magnini, Alberto Orzan (sono amicissimo) e dell'atleta goriziano) e Giuseppe Virgili”.

Che cos'è che le dà più fastidio nella vita di tutti i giorni e cos'è invece che la riesce ancora a commuovere?

“La commozione la trovo in diverse cose. Non so se questo è indice di vecchiaia oppure no, ma, credo, sì, che abbia una sua influenza anche la vecchiaia. Sono piccoli pensieri rivolti al mio paese e alla mia infanzia perché io sono stato un buon giocatore di carte, anche se in palio c'era poco, uno due o tre soldi o una lira. Sono venuto via dal mio paese, da Castello d'Argile, che avevo 18 anni. L'altro giorno ero solo e mi veniva in mente quei momenti in cui stavo giocando a carte e lì mi sono un po' commosso perché se ne sono andati via un po' tutti i miei amici. Nella vicina Cento di Ferrara ho ancora un fratello: Luciano, il più grande, che oggi ha 87 anni”.

Giocava a briscola e a scopa?
“Scopone, briscola e tressette”.

Il dolore degli altri che cosa ingenera in lei?

“Una grande tristezza, una tristezza incredibile. Il dolore degli altri cerco di dimenticarlo immediatamente. Vede mia moglie il 28 o il 29 di dicembre dell'anno appena trascorso ha avuto un ictus; fortunatamente ha preso solamente la parte visiva. E io non voglio saperlo, mi distrugge il fatto proprio di vedere le persone che non sono più nelle condizioni di fare quello che facevano solamente quindici giorni fa. Ha capito? Il calo, il crollo fisico e psicologico della gente mi dà veramente tristezza. E mi dà molta angoscia quando vengo a sapere che sono stati ammazzati dei bambini, i quali non hanno assolutamente colpa. E la gente che dice che quelli ammazzano i bambini perché non vogliono che loro soffrono; ma chi t'ha detto che soffrono? Non capisco perché una madre o un padre – come quel padre che il mese scorso ha gettato nel Tevere il proprio figlioletto – ammazzano i propri figli. E rispondo a quei tali: ma come fate a sviluppare un ragionamento del genere? Ma, non credo, poi io lascio sempre vivere molto la gente, a partire da chi mi circonda. E quando non mi vedono per un po' di tempo, mi telefonano perché hanno paura che magari sia successo qualcosa perché anche io c'ho quasi 80 anni. Quando si oltrepassa una data età, e non ti vedono, non dicono quello, cioè Giuliano Sarti, è andato a Bologna, ma starà bene o male? Le capiterà anche a lei, eh?”

Certo, ma sarebbe già una bella fortuna arrivare a alla vigilia degli ottant'anni lucido come è lei.
Chi è, secondo lei, un grande mister oggi?

“Claudio Prandelli: è un grande uomo. Pensi solo che io ho tenuto in braccio sulle ginocchia l'attuale sua compagna, perché lei è di Castiglioncello dove io andavo al mare”.

Non la commuove la solidarietà?

“Quando l'estate scorsa a Follonica, in Maremma, nel Grossetano, sono stato chiamato a presentare un libro su Armando Picchi, c'era sua nipote, la quale mi ha detto che hanno trovato tanti assegni indirizzati a degli istituti e loro, né i parenti più stretti né io, che Armando faceva del bene a tutti”.

Le piace il mondo di adesso?

“Abbiamo creato un mondo che non va bene. Non può continuare in questa maniera. Senta, ieri parlavo lì in piazza con delle persone e queste avevano tutte fretta. Ma, dove andate – chiedevo io - che avete tutti fretta? C'è gente che è in pensione e che ha fretta di che? Di che cosa? Datemi una giustificazione, perché, io essendo un lento, a questo punto qua non so se faccio bene o faccio male”.

Con Herrera sveliamo qualche aneddoto?

“Adesso glie ne do un altro. Dovevamo fare una partita contro una squadra argentina, se non sbaglio, l'Independiente. Stavamo facendo allenamento – e poi io non avevo voglia a volte di stare in porta -, e, quando venivano a tirarmi in porta da molto vicino, sempre durante l'allenamento, io gli giravo il sedere perché non avevo voglia nemmeno di prendere una pallonata. E quel giorno lì Corso disse: “Mister, guardi, Sarti gira il sedere!” Ed Herrera che ribatteva: “Sarti, se non ha voglia vada dentro lo spogliatoio”. E io mi sono diretto verso lo spogliatoio. Quando sono venuto fuori, invece, era molto arrabbiato. Io non ho più detto niente, lui (Herrera) non ha detto più niente. Invece, quando siamo arrivati alla mattina della partita, lui aveva già chiesto a Miniussi di giocare, e Miniussi sembra che gli abbia risposto che non se la sentiva la notte di giocare, una cosa e l'altra. Allora, Herrera è venuto da me, dicendomi: “E' una fortuna, Sarti, che io abbia bisogno di lei, sennò gli avrei dato una pedata nel sedere”. Ed io: “Lei, mister, deve pensare che io so che lei ha bisogno di me”. Si giocò la partita, si vinse, poi, siamo andati a fare lo spareggio e si vinse la Coppa del Mondo tra club a Madrid. Lui, Herrera, ha sempre accettato le mie decisioni. Ho avuto delle soddisfazioni – se devo essere sincero – da quest'allenatore, perché quando si fece male andando fuori strada qui vicino a Firenze e fu portato all'ospedale, non permisero a nessuno di entrare nella sua stanza. Io dissi a chi lo sorvegliava: “Dica ad Herrera che io ci sono”. Infatti, c'era Pesaola, “Il Petisso”, ed altre persone, però con me ha sempre avuto un grande rispetto. Che poi era reciproco, eh”.

Altro mister serio e qualificato, il dottor Fulvio “Fuffo” Bernardini, il trainer del primo scudetto viola del 1956...

“Un allenatore come lui l'avrei consigliato a tutti. Sì, era un gentleman, una cultura notevole: che non faceva pesare. Ed era una persona veramente eccezionale. E per gente come me che veniva dalla campagna era una luce: da lui ho ricevuto un'infinità di insegnamenti sotto ogni aspetto, da quello comportamentale a quello dell'educazione e del vivere in società. Un altro buon allenatore è stato Ferruccio Valcareggi: l'ho avuto un anno solo, ma anche lui era un uomo che bisognava capirlo perché era buono, perché qualsiasi cosa di cui avevi bisogno lui andavi da lui e ricevevi una risposta”.

Della Juventus cosa ricorda?

“Della Juventus ricordo Herrera, Heriberto, uno strano personaggio, devo dire la verità. Ma, io arrivai a Torino che ero quai alla fine della carriera. Però, ho tratto, ho scoperto una cosa importante: che quando eri alla Juve era come se tu entrassi allora alla Fiat. Il 27 del mese ti davano lo stipendio, e se poi il 27 cadeva di venerdì sera, era meglio per la presidenza perché potevi solo andare a incassare tre giorni dopo”.

Un ricordo dell'Avvocato Gianni Agnelli?

“Chi nella Juventus si comportava bene, ne avrebbe avuto i benefici poi dopo. Quando io uscii dal calcio dopo aver fatto per qualche mese l'allenatore, io mollai tutto, non avevo più voglia di niente proprio. E cambiai totalmente e riuscii ad avere un'azienda con 350-400 dipendenti. Me la sono costruita piano piano, insieme ad altri due soci. Avevo una ditta di pulizie. Quando facevo le gare d'appalto dove era interessata la Fiat degli Agnelli, io andavo da Umberto (Agnelli) a Torino e lui mi diceva sempre “chiaro, a parità di prezzo ce l'hai”. E io ho avuto qualche appalto di alcune aziende che orbitavano attorno alla Fiat”.

Gianni Agnelli l'ha conosciuto?

“Sì, e gli dico subito la battuta: quando lo incontrai, mi ringraziò per l'errore di Mantova. Mi guardò, mi fece un bel sorriso e mi ringraziò per Mantova. Ma, di Umberto ero molto più amico al punto che potevo telefonargli in qualsiasi orario della giornata. Tant'è che mi diede in mano alla sua segretaria. E sa come si chiamava la segretaria? Herrera” e giù una bella risata dell'ex portiere bianco-nero. “Ma, io casco sempre
dove ci sono gli Herrera. Bastava che mi girassi da una parte e trovavo sempre gli Herrera”.

Il ricordo più bello che conserva durante i suoi anni alla Juve?

“Ricordo che sono stato bene a Torino e che tutti erano bravi ragazzi. Io ormai avevo raggiunto una certa età. Sì, mi allenavo con Anzolin, bravissimo ragazzo che poi ho incontrato non molto tempo fa”.

Con chi è riuscito a costruire maggiori e vere amicizie?

“Me li sono fatti a Firenze. Sono ancora amico di Orzan, di Alberto, quello di Gorizia: una persona degnissima, perché io vado a trovarlo a tennis, perché lui gioca ancora a tennis. Vado a trovarlo, facciamo due chiacchiere e se sto due mesi senza vederlo, ma quando ci si rivede si riprende da dove avevamo lasciato la chiacchierata. Nell'Inter non c'erano amicizie. Anche con Facchetti ho stretto una bella amicizia; Giacinto bisogna capirlo, era una persona generosa, che faceva del bene a tutti. Altre all'Inter, non ne ho fatte di amicizie perché abitavo a Milano, facevo allenamento ad Appiano Gentile, quando tornavo indietro vivevo una vita mia, di conseguenza, non andavo in giro di qua o di là. Avevo stretto più amicizia con Cudicini perché abitava nella via mia”.

I suoi cittì azzurri, chi sono stati?

“Uno è stato Giovannino Ferrari, un altro Mondino Fabbri e l'altro ancora Helenio Herrera”.

Lei è passato alla storia per aver lanciato la moda della calzamaglia...

“Sì, è vero: quella volta a Glasgow, in casa non del Celtig ma dei Rangers, c'era un freddo tremendo, 15 gradi sotto zero e il tramontano. E, io, avendo sofferto sempre il freddo, mi recai nello spogliatoio e tirai fuori delle volgarissime mutande di lana color rosa. E Nicolò Carosio per radio disse: “E' entrato in campo Giuliano Sarti in calzabraga”. Quando sono tornato a casa, ho messo la calzamaglia e da lì ho iniziato sempre a tenere d'inverno la calzamaglia. E gli altri che ridevano e che mi prendevano in giro, hanno cominciato a mettersela anche loro. Io ho cominciato a metterli nel 1963-64”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 26 febbraio 2012

Visualizzato(2342)- Commenti(8) - Scrivi un Commento