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INCONTRI VIP'S

11/3/12 - INCONTRI RAVVICINATI: ON. LIVIA TURCO

NON PARLO...TURCO

Sono davvero in pochi a sapere che l'ex Ministro del Governo Romano Prodi, l'on. Livia Turco – nata a Morozzo di Cuneo il 13 febbraio 1955, la “patria del cappone” come fieramente lo sottolinea la parlamentare – da adolescente ha tentato seriamente di giocare a calcio, ruolo attaccante. Una donna molto tenace, formatasi all'intero di una famiglia operaia ma cattolica. Si laurea in Filosofia, poi, si iscrive al Partito Comunista Italiano, nelle cui file diventerà parlamentare nel 1987.

Poi, conferma il proprio seggio alla Camera dei Deputati dal 1992 al 2001 nel Partito Democratico della Sinistra e diventa Ministro per la Solidarietà Sociale nel primo governo Prodi. Incarico riconfermato dal collega di partito divenuto premier, Massimo D'Alema. Nel 2006 diventa senatrice ed anche Ministro della Salute (fino al 2008) nel secondo governo Romano Prodi.

Onorevole Turco, lei è cuneese, giusto?

“No, di Morozzo, perché Morozzo è un paesetto speciale della provincia di Cuneo. E' il paese della fiera del cappone”.

Ha mai praticato sport in gioventù?

“Sono una camminatrice, mi piace molto camminare e appena ho un po' di tempo cammino”.

Altri sport cui lei si è approcciata da ragazza?

“Ma, guardi, io da adolescente ero un po' maschiaccio e ho provato qualche volta a giocare a calcio, ma, senza grandi risultati, come può immaginare perché non era così appropriato alla mia persona. Però, nell'adolescenza ho provato a giocare a calcio”.

In che ruolo ha giocato? Attaccante immaginiamo.

“Sì, sì, però, era proprio nell'adolescenza, eh. Poi, non ho curato sport: cammino, cammino”.

Nella vita in che ruolo crede di aver giocato, da parlamentare?

“Mah, moh, che domanda! Sicuramente, mi sono dedicata alle cose più difficili; che in genere sono quelle che non contano, ecco. Mi sono dedicata alle cose più difficili, che nella gerarchia della politica non contano. Mi sono occupata dei diritti della donna, mi sono occupata di politiche sociali, mi sono occupata di politiche sulla salute, degli immigrati. Mi sono occupata di cose eccellenti, ma, che nella gerarchia politica non contano”.

Il “gol” più beo che lei ha realizzato a livello parlamentare?

“Bè, sono parecchie le cose cui sono affezionata: mi mette in imbarazzo. Mi deve dare la possibilità di indicare almeno tre. Tre ne ho nel cuore: una è la legge per i diritti dell'infanzia, la cosiddetta legge 285 del 1996, che è stata la legge che in assoluto ha stanziato più risorse per i bambini. Più risorse nella storia della Repubblica, eh. Fatta nella Finanziaria durissima che ci ha portati all'euro, con l'allora governo Prodi. E, questa è una legge cui sono molto affezionata perché è nata nel quartiere Bagheria di Palermo, in una giornata in cui discutemmo di bambini assieme al volontariato, alla Chiesa e alle famiglie e quando venimmo via da questa giornata, io e i miei collaboratori del Ministero ci dicemmo dobbiamo fare qualcosa e preparammo un tavolo, attorno al quale mettemmo il volontariato, i Comuni, le associazioni e facemmo questa bella che si chiama “Disposizioni per l'approvazione dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza”. Nota come legge 285. La seconda legge cui molto affezionato e che considero proprio una mia creatura è quella sui congeli parentali, la legge 53 del 2000, quella che prevede il congelo dei padri e che amplifica la tutela della maternità e che parla di tempi di vita, di tempi delle città . Eppoi, la terza legge del cuore è quella sull'immigrazione”.

C'è anche un rimpianto, una sorta di “autogol”, di rammarico nella sua carriera politica?

“Eh, sì, dunque, il rimpianto, il rammarico è quello di non essere mai stata capace di dire io; di mettermi in gioco in prima persona. Come dire, sono stata una che ha sempre avuto molto il sentimento della secondarietà: stare al largo e stare al gioco di squadra. Che è una bella cosa, però impedisce di misurarsi con la leadership. Invece, io avrei dovuto avere il coraggio di buttarmi e di dire io sulla politica generale e non solo sui problemi che mi stanno a cuore”.

Esiste la parola felicità nel vocabolario dell'on. Livia Turco e in che cosa consiste?

“Bè, felicità sicuramente è il giorno in cui è nato mio figlio: è stato un giorno di grandissima felicità. Mio figlio si chiama Enrico; ha vent'anni, fa Filosofia e scrive canzoni. No, non fa Legge. Poi, ce ne sono stati molti altri, per esempio, quando ho potuto fare qualcosa per le famiglie con disabilità grave: questo è stato un giorno di grande felicità”.

Libertà, cosa le dice questa parola?

“Libertà si collega molto a responsabilità: decidere, assumersi le responsabilità, assumersi il peso delle decisioni. Sì, esercizio della responsabilità”.

Se le dico destino, questi è contrario al disegno di Dio?

“No, io credo poi abbastanza nel destino”.

Quindi, lei non crede in Dio, allora?

“Mah, io credo in Dio, sono credente, sicuramente. Credente nel senso del Vangelo, nel suo insegnamento e “nell'ama il prossimo tuo come te stesso”: questo è il mio modo di essere religiosa. E' la sfida dell'uguaglianza; poi, sì, forse, esiste anche il destino, non lo so”.

L'Aldilà esiste, e come vorrebbe che fosse?

“Mah, esiste; sì, penso che la vita non finisca qui, che esiste la dimensione trascendente e che questa la si conquisti proprio con la forza dell'amore. Credo che sì che il messaggio evangelico dell'eguaglianza, dell'amore, dell'amare gli altri come se stessi sia di una forza dirompente, straordinaria, che sia ciò che dà senso alla nostra vita qui, e che ci può creare l'Aldilà, nel senso che credo che tutto non finisca con la nostra morte”.

Di che cosa riesce ancora a commuoversi?

“Mah, ce ne sono di cose che mi fanno commuovere”.

Un grande gesto di solidarietà, un bambino affetto da cancro, un anziano parcheggiato in ospizio, cosa?

“Sì, tutto questo sicuramente mi fa commuovere. Mi fa commuovere molto quando ritorno a Morozzo: la notte c'è un cielo stellato, che trovo particolarmente intenso, e particolarmente stellato. Mi commuovo perché penso a mio papà, che è morto purtroppo”.

E' stata quella la volta in cui lei ha pianto di profondo dolore?

“Sì, sì”.

Suo padre, cosa faceva?

“Mio papà era uno splendido operaio, che mi ha insegnato i grandi valori della vita”.

La sua infanzia è stata in salita?

“Molto serena, molto serena: certo che mi sono conquistata tutto, cominciando a lavorare giovanissima (avevo dieci anni, veda un po'!)”.

Oggi, giovedì 8 marzo, è la festa della donna: scelga una collega parlamentare che le piacerebbe imitare.

“Una collega di cui ho una grande stima? Io ho stima di molte colleghe, non saprei indicargliene una adesso come adesso. Sono tante le persone – ripeto – di cui ho stima, sono tante amiche; quindi, è difficile scegliere. Debbo proprio scegliere? Non so”.

La senatrice Emma Bonino?

“Se deve far parte del Parlamento, allora, scelgo Rosy Bindi”.

Insomma, non si allontana dalla sua schiera...

“Ha bisogno di donne di altri partiti, di altri schieramenti? Sono molte le donne che stimo, certo, ce ne sono delle altre, ma, la prima che mi viene in mente è la Rosy Bindi”.

Qual è il più bel complimento che si è sentita fare da un collega uomo?

“Che sono tenace, che sono una che non molla mai”.

Cos'è che la sorridere?

“Ah, bè, tante cose: rido volentieri. Mi capita di ridere molto volentieri”.

Per un film di Stanlio e Olio, per uno di Charlie Chaplin, una recita di Giorgio Panariello?

“L'ultima volta che ho riso molto quando sono andato a vedere, appena uscito, l'ultimo film di Carlo Verdone: devo dire che ho molto riso, sì. Però, guardi che io rido facilmente, sono una persona allegra; quindi, ci vuole la battuta, la situazione giusta”.

Cosa non sopporta che si dica su di lei?

“Che faccio parte della casta, questa è la cosa che mi fa incazzare e che mi addolora, questa polemica sulla casta. Perché io sono una che si è fatta da sola, che ha lavorato per tutta la vita, che non si è certo arricchita, che usa i mezzi pubblici, fa una vita normale. Se io sento qualcuno che mi indirizza questa maldicenza, mi incavolo molto”.

Toro o Juve? Noi immaginiamo Toro, ovvero “la classe operaia in Paradiso”...

“Mah, per quel poco che sono stata tifosa, dico Torino. E, certo, rappresenta – come dice lei – la “classe operaia in paradiso””.

C'è un giocatore del Torino dell'ultimo scudetto granata (1976) che le piaceva in maniera particolare? Pulici, Graziani, Pecci, Claudio Sala?

“Claudio Sala, sì, sì”.

Ebbene, lei sarà, nello sfilare del libro, vicino – per ordine alfabetico – a Claudio Sala, al “poeta del gol” granata...

“Ah, ah, ah” prorompe in una quasi interminabile risata la parlamentare ed ex Ministro del Pd. Confermando: “Contentissima!”

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 8 marzo 2012

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