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INCONTRI VIP'S

8/3/12 - INCONTRI RAVVICINATI: ARDICO MAGNINI

MAGNINI, “IL PAROLA GIGLIATO”

Ardico Magnini, nato a Pistoia il 2 ottobre 1928, è l'unico giocatore della sua città ad aver, finora, vestito la maglia della Nazionale.
In cui debuttò esattamente il 26 aprile 1953, allo “Sparta Platz” di Praga, in casa della Cecoslovacchia (2-0 per i cechi e doppietta di Pazicky), e che gli consentì di fare parte della spedizione azzurra ai Mondiali di Svizzera nel 1954. Figlio unico di un ciabattino, trovò l'ostacolo del padre non foss'altro per le tante scarpe distrutte a furia di tirar calci al pallone. Debutta in B nella Pistoiese nella stagione 1947-48, poi, passa alla Fiorentina il 1° dicembre 1950. Ma, il debutto con i viola risale al 21 gennaio 1951, quando al vecchio “Comunale” batte il Napoli per 2-0. E' la Fiorentina di mister “Fuffo” Fulvio Bernardini, il tecnico galantuomo, il primo coach laureato (ma è stato anche trainer del Bologna scudettato del 1964 e pure cittì della Nazionale italiana!), con il quale Firenze conquista il primo scudetto della sua storia (1955-56), trionfa in Coppa delle Coppe e conquista la Coppa Italia.

Poi, due stagioni nel Genoa difeso ora da Giorgio Ghezzi ora da Lorenzo Buffon, quindi,il definitivo tramonto (1960-61) nel Prato. Ma, la notorietà di Ardico Magnini è legata alla figurina, che lo immortala in bella rovesciata e con la casacca della Nazionale, nella raccolta delle figurine dei grandi calciatori di A e di B dell'edizione 1963-64. Anche il popolare “Calcio Illustrato” lo riporta a tutto pasto in prima di copertina alla maniera del difensore della Juventus Carlo Parola, il quale è ritratto una decina di anni prima in quel gesto proprio al “Comunale” di Firenze, il 15 di gennaio 1950, quando la sua Juve sconfisse i gigliati, per 0-1 ed all'80mo della ripresa. Ma, pochi sanno che a Magnini riusciva facile quel gesto atletico, quella rovesciata alla Silvio Piola, per essere stato una promessa mancata nel salto in alto e in lungo.

Come mai quel nome così raro ed originale?

“E' un nome che quando sono nato – eravamo ai tempi del fascio - non ci potevano mettere nomi stranieri; di conseguenza, Ardico è stato tradotto sillaba per sillaba ed è venuto fuori Ardico. Il suo vero nome era Ardic, un nome che mio padre ha trovato su un libro in cui gli attori principali si chiamavano Galiziana ed Ardic, con la “c” dolce”.

Suo papà era allora un artista...

“Mio padre era un calzolaio. Di Pistoia”.

Era una famiglia numerosa, la sua, Ardico?

“No, mio padre, mia madre e io. Sì, ero figlio unico”.

Come ha iniziato a giocare a calcio?

“Dato che stavo a Pistoia, vicino a dove stavo io c'erano grandi campi, che si chiamavano gli “Alberoni”. Era una piazza grande, dove si andava tutti i ragazzi a giocare lì. Io ho giocato lì, poi, piano piano, mi hanno visto giocare e mi hanno portato prima a una squadretta delle Case Nuove di Masiano, poi, dalle Case Nuove di Masiano (sotto Pistoia) sono passato alla Pistoiese”.

In serie B ha giocato e debuttato in B e in A...

“Sì, ho fatto la B e la C. Una volta, nella B ero un ragazzino che ha fatto qualche presenza; poi, nella C le ho fatte tutte”.

Poi, nel 1950 passa alla Fiorentina, in cui vince scudetto e Coppe...
“Sì, sì”.

Chissà che contento suo babbo per il trasferimento dalla Pistoiese alla nobile e più quotata Fiorentina...

“Mio padre non era contento che io giocassi al calcio per il semplice fatto che ritornavo a casa con le scarpe rotte”.

E, quindi, doveva risuolarle ogni volta...

“Eh, per forza! Ma, poi, mio padre, dopo l'insistenza di tante persone che gli dicevano “lascialo giocare!”, “lascialo giocare!”, ha acconsentito a farmi giocare e mi si è anche morto!”

Come è morto?

“Io sono di Pistoia e sono l'unico pistoiese che è arrivato a toccare la Nazionale. E, di conseguenza, mi hanno fatto un grande banchetto in un locale di Pistoia grande, con la presenza di tante persone, che diceva la sua, chi ci credeva, chi non ci credeva che diventassi un giocatore o meno, o che era convintissimo che andassi avanti; di modo che lui è venuto a sentire tutte quelle lodi, di conseguenza, la mattina seguente, tac, gli prese una trombosi”.

Dopo proprio quel banchetto e tutti quegli sperticati elogi?

“Sì, proprio così”.

Parliamo della sua avventura nella Fiorentina, quella che le ha dato maggior notorietà...

“Io sono arrivato a Firenze il 1° dicembre del 1950, perché allora i trasferimenti si verificavano solo a dicembre. Il 21 gennaio del 1951 ho giocato la prima partita con i viola in serie A e contro il Napoli. Che battemmo per 2-0. Nella Pistoiese giocavo centravanti o mezzala, nella Fiorentina ho giocato terzino”.

Quindi, suo babbo quand'è morto?

“Eh, eh, mi è morto nel 1957 o nel 1958: mi sono morti il papà e la mamma, tutte e due a distanza di tre giorni. La mamma si chiamava Nella, e faceva la casalinga”.

Chi era il mister della sua Fiorentina, di quella Fiorentina, Fulvio Bernardini?
“Sì, Fulvio”.

Si ricorda un suo gol nei viola?

“Sì, ne ho fatti sette-otto in tutto il periodo a Firenze”.

Il più importante?

“A Torino, alla Juventus, in porta c'era Viola. Si è vinto 4-0 quella volta, mi sembra l'anno dello scudetto. Un gol di destro, ho preso la porta, scambiandomi la palla a centrocampo, sono andato avanti, nessuno mi è venuto sotto., ho tirato e ho fatto gol”.

Lei debuttò in Nazionale il 26 aprile 1953 allo “Sparta Platz” di Praga, in Cecoslovacchia...

“Sì, si perse 2-0 contro i cechi. In azzurro ho collezionato venti e oltre partite. In Nazionale non ho fatto gol”.

I suoi mister in azzurro?

“C'è stato Alfredo Foni, c'è stato Annibale Frossi”.

Ha avuto anche Bernardini come cittì allora?
“No, solo nella Fiorentina”.

Che tipo era il dottor Bernardini?

“Il più grande signore di questo mondo”.

Si ricorda una battuta?

“No, era come papà e figlio, c'era davvero molto rispetto”.

Con chi faceva più amicizia con quella Fiorentina della metà degli anni Cinquanta?

“Guardi, non per mancare di rispetto a quelli di ora, ma, tutti noi di quel periodo là, tutti e nessuno escluso, dalle Riserve ai titolari della Prima squadra eravamo sempre insieme. O si andava a ballare, o andavamo al cinema, o dove ci piaceva , ma, ci muovevamo sempre tutti insieme”.

Rigori sbagliati, autoreti clamorose?

“Autoreti nessuna, rigore sbagliato sì: uno a Milano con il Milan, in Milan-Fiorentina. C'era la nebbia di modo che io sbagliai il rigore. E poi da quel giorno non l'ho più tirato. In porta? Mi sembra ci fosse Lorenzo Buffon”.

Il più forte avversario da marcare?

“Nella Fiorentina, il più difficile era Praest della Juve. Era molto alto: c'era lui, Karl Hansen, John Hansen, quella gente lì, ma, Praest era quello che dovevo fermare. Era il “trio danese” bianco-nero. Karl Hansen e John Hansen erano le mezzali juventine, Praest era all'ala sinistra, centrattacco era Boniperti, e all'ala destra c'era Muccinelli”.

Al Genoa ha giocato in serie A anche lì, all'ombra della lanterna?

“Sono stato due anni sì in serie A, poi, mi sono fatto male alla spalla perché sempre con la Juventus mi venne addosso Stivanello, mi montò sulla spalla e mi uscì di posto l'arto. A quei tempi inserivano un chiodo per il bloccaggio e di conseguenza non potevi muovere la spalla più di una certa altezza. E, quindi, non la potevi adoperare. Ora fanno delle operazioni diverse che puoi continuare a giocare”.

Lei è immortalato in una figurina dell'Album della raccolta dei grandi calciatori di A e di B della stagione 1963-64: si ricorda quando gliela scattarono quella foto e che cosa le diedero in cambio?

“Quella è una fotografia che l'hanno richiesta da tutte le parti, non solo qui in Italia, ma anche all'estero”.

Era una foto in bianco e nero fatta al “Comunale” di Firenze?

“L'ho fatta a Firenze nello stadio “Comunale””.

Qualche anno prima, era stata eseguita una foto del genere a Carlo Parola, della Juventus, per ricordare quel suo gol in rovesciata, grazie al quale la Juve, quel 15 gennaio del 1950, espugnò il “Comunale” di Firenze.
“Sì, sì, è vero”.

Le diedero un premio, dei danari in cambio dei diritti d'autore, la festeggiarono?

“No, niente, niente. Andò che mi fecero questa fotografia, la stamparono anche sui giornali: sul “Calcio Illustrato”, e da tutte le parti”.

Però, la ripreso con la maglia della Nazionale, non con quella della Fiorentina, eh?

“L'hanno cambiato loro il colore della maglia”.

Ma, era così bravo a fare le rovesciate? Era come Silvio Piola?
“Eh, eh, all'incirca”.

Era il suo mito era Piola?

“Il mio mito? Piola era centravanti, io da terzino miti come potevo averli. Come rovesciate spettacolari credo di aver assomigliato a Parola, sì, eh. Ma, non mi ispiravo a nessuno. Io facevo le rovesciate perché me lo sentivo io di farle; perché io dovevo non giocare a calcio, ma, fare a atletica. Di conseguenza, ero portato in salto in alto, dove potevo arrivare a saltare il metro e novanta, mentre nel salto in lungo arrivavo quasi sui sei metri e mezzo. Però, indipendentemente, era un gesto in me innato”.

E' stato felice nella sua vita?

“Io? Sì. Felicità significa per me essere amato da tante persone. Essere riconosciuto quando vado per strada, quando passeggio per le vie della mia Pistoia, ricevere la stretta di mano delle persone che mi hanno riconosciuto”.

La libertà è importante in un uomo?
“Penso di sì”.

Perché così uno può fare meglio ciò che vuole?
“Senza però nuocere agli altri”.

Per cui deduciamo che lei per continuare a giocare a calcio avrà detto a suo babbo: “Dai, babbo, lasciami giocare a calcio!”

“No, ai miei tempi, non c'era questa confidenza, questa possibilità di parlare in questa maniera con i propri genitori. Sa, i genitori avevano un indirizzo particolare, bisognava parlare solo quando era il momento e via discorrendo. Ora i figlioli mandano al diavolo i genitori; prima non si poteva neanche immaginare di dire una parola”.

Calcisticamente ha un rammarico?

“Ho un rammarico sì: che sono troppo vecchio”.

Ma, nella sua carriera, sognava di vestire la casacca della Juventus, del Milan o dell'Inter, oltre che della Fiorentina, di quella favolosa Fiorentina?

“No, no, no. La mia passione era di giocare nella mia squadra del cuore, fin dai tempi in cui ero ragazzino, era il Bologna”.

E lei non ha mai giocato nei rosso e blu emiliani...

“No, la Pistoiese mi vendette al Bologna, però, anche la Fiorentina mi richiese. E io delle due, visto che erano come valore ugualmente forti, scelsi Firenze. Perché era più vicina alla mia Pistoia”.

Si ricorda qualche gol contro il Bologna?

“No, contro il Bologna non ne ho fatti”.

Il più forte giocatore della sua Fiorentina?

“Il più forte? Può essere stato Cervato, Rosetta. Erano bravi: non erano forti dal punto di vista fisico, ma, a livello di tecnica erano imbattibili. Da tutte le parti del campo in cui tu l'avessi schierati, loro stai certo che avrebbero fatto la loro bella figura”.

Chi le faceva sempre gol, la sua “bestia nera”?

“La “bestia nera” le dissi che era Praest. Era un signor giocatore, un Nazionale, e rispetto a lui la prima volta che lo incontrai rimasi un po' handicappato diciamo così. Non era veloce, era bravo tecnicamente, altro che”.

Lei crede in Dio, ci crede nell'Aldilà?

“Mah, senta, nessuno è mai venuto a ridirmi come si sta bene di là. Quando le ho detto che ci credo, ho detto una bugia; quando le dico di no, dico la stessa bugia. Saperlo!”

Non c'è proprio più niente, allora, una volta che lasciamo questo mondo?

“Mi sa anche a me che non troviamo più nessuno, che non troviamo niente”.

Ha figli, lei, Ardico?
“Sì, ce ne avevo due”.

Uno le è venuto a mancare?

“Sì, Fabrizio. Era medico biologo e, alla bellezza di 37 anni, scoprì lui stesso di avere un tumore. Mi ha dato un figlio, che ora è avvocato, mentre l'altro mi ha dato un maschio e una femmina”.

Esiste il destino; è già scritto per ognuno di noi?

“Credo di sì, che il destino sia scritto”.

Ci compiaciamo con lei, Ardico, perché a 83 anni e passa è molto in gamba!

“Eh, sì, può già dire che sono ottantaquattro gli anni, se guardiamo i millesimi. Bada molto a me mia moglie Anna, con la quale gestivamo un bar fino al 2010, fino a due anni fa. Sì sono in gamba, su due gambe, un po' acciaccate, ma, c'ho due gambe”.

Un ricordo dei due anni vissuti con la maglia del Genoa?

“Come portieri, ci sono stati Giorgio Ghezzi e Lorenzo Buffon. Un anno Ghezzi, un anno Buffon. Abbadì, uno straniero, un argentino”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 6 marzo 2012

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