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INCONTRI VIP'S

13/3/12 - INCONTRI RAVVICINATI: ALBERTO ORZAN

“TARZAN”...ORZAN

Goriziano, di San Lorenzo di Isonzo, dove è nato il 24 dicembre 1931, Alberto Orzan fa parte della Fiorentina che nella stagione 1955-1956 conquistò il suo primo storico scudetto, e che inanellò poi qualcosa come quattro secondi posti di fila. Centromediano, aveva fatto l'apprendistato vicino a casa, nella Pro Gorizia, per poi militare per una stagione nell'Udinese in serie A, nel campionato 1953-54, per un totale 13 presenze e nessun gol. Lunga la parabola-favola vissuta a Firenze (ininterrottamente dal 1954 al 1963), dove, oltre al tricolore, conquista nel medesimo anno – il 1961 – la Coppa delle Coppe e la Coppa Italia. Orzan ha anche indossato la maglia della Nazionale Maggiore per ben quattro volte. Oggi è un vivace pluriottuagenario che si tiene in forma giocando per tre volte alla settimana a tennis.

Difficile fare calcio durante la Seconda Guerra mondiale dalle sue parti, nel Goriziano, o no?

“La Guerra, è vero, è passata di lì, ma, nel 1945 io avevo 14 anni. Poi, si è cominciato a giocare a 16 e via”.

Qual è stata la sua prima maglia?

“Quella del San Lorenzo Isontino. I colori erano il giallo e il rosso. Allora, giocando col metodo, io facevo il mediano laterale: praticamente, ero un terzino”.

La sua famiglia, come era? La sua infanzia come è stata?

“Era una famiglia di poveri, papà lavorava per le cooperative di Trieste, Istria e Friuli, una catena di negozi di generi alimentari, con sede a Trieste, e sparsa in tutta la Venezia Giulia e l'Istria. Mio padre lavorava in uno di questi negozi che c'erano al paese, ha lavorato a San Lorenzo, a Farra, ha lavorato a Mossa, a Mocenigo, si spostava sempre. Trieste, allora, aveva tutta l'Istria come provincia, poi, c'era Gorizia con la sua provincia interna, la Slovenia, e quella bassa verso Grado e Palmanova. Poi, c'era Udine, il Friuli fino a Pordenone, il Venezia Giulia cioè”.

Si ricorda le prime scarpe da pallone?

“Eh, eh, me le ricordo sì: quelle sono indimenticabili” se la ride Orzan. Aggiungendo: “Si andava sempre a vedere la Prima squadra, che allora militava in Terza Divisione mi pare, ed erano tutti del paese, non c'era giocatori immigrati come ora, e il numero mio era dell'ala destra Alberto Medeot. Quando finì le sue – visto che si adoperavano fino alla suola – le presi io e me le feci accomodare dal calzolaio. E, quelle erano le prime scarpe chiodate che indossai”.

Era figlio unico, lei, Alberto?

“No, ho ancora un alto fratello, di sette anni più giovane. Che vive ancora là, dove è diventato anche nonno”.

La sua è stata un'infanzia in salita?

“Eh, sì, si viveva allora di una povertà di cui non ci si lamentava come si fa oggi: quando uno magari ha una macchina, due macchine, il motorino, il computer, compagnia bella, televisione. Allora, non c'era niente, ma, andava bene anche quel poco che c'era, capito?”

La sua è stata la patria di diversi giocatori, o no?

“Sì, al mio paese sono stati diversi, tant'è vero che l'estate scorsa fui invitato dal sindaco del paese all'inaugurazione di uno spogliatoio intitolato ai cinque giocatori del paese: io, Bruno Orzan – che ha giocato anche nella Pro Patria, ai fratelli Toros, di cui uno, il più vecchio, giocava nella Pro Patria, l'altro, il portiere, ha giocato in diverse squadre, tra cui un paio d'anni anche nella Fiorentina dello scudetto, e, poi, c'è Blason, l'ex Padova dei “manzi” di “paron” Nereo Rocco. Siamo stati tutti giocatori di serie A”.

Da lì, dalla squadra del paese, è passato alla Pro Gorizia e, quindi, all'Udinese?

“Sì, in serie C, nella Pro Gorizia, dove ho militato per due stagioni, e poi il salto in serie A nell'Udinese. Un anno lo passai come militare e, pur tenendomi sempre a disposizione dei bianco-neri ed essendo stato avvicinato a Campoformido, persi l'anno; il secondo, invece, nel 1953 fui avvicinato a Udine ed esordii in Udinese-Milan, 2-2, e c'era Soerensen, Liedholm, i soliti, insomma, c'era Burini, mi ricordo, Annovazzi. No, Nordhal non c'era: mi pare fosse stato già ceduto alla Roma. Sì, c'era, come dice lei, Beraldo, un mediano grintoso, Buffon in porta”.

E in quell'Udinese?

“C'era Zorzi, Snidero, Tubaro, Romano, un'ala destra danese che ora non ricordo: era il 1953-54”. E, alla fine del 1954, sono stato ceduto alla Fiorentina”.

Perché fu restio a passare alla Fiorentina, una Fiorentina che stava per far parlare di sé l'Italia pallonara?

“Mi cedettero assieme a Giuseppe Virgili, mio compagno di squadra viola ed attaccante: Virgili, allora, era considerato il nuovo “golden boy”, aveva 17 anni, era giovanissimo. E rifiutavo nei primi giorni ad andare nel club toscano perché a Udine avevo iniziato bene, ero titolare e avrei potuto continuare a giocare. A Firenze sapevo di trovare una squadra già blasonata perché aveva un forte sestetto difensivo, che era stato già convocato in Nazionale, e a metà agosto cedetti ed andai giù assieme a Virgili. E mi trovai subito bene. Quello stesso anno lì, il 1954-55, collezionai 28 partite”.

Qual era l'avversario più difficile da marcare?

“Erano i centravanti scattanti, veloci, piccoletti, perché io ero alto, non ero veloce, però, ero un tempista”.

Chi l'ha fatto ammattire?

“Ammattire è un verbo grosso: direi proprio nessuno. Avevano, per dire, le loro qualità. Io ho giocato contro l'interista Lorenzi, sì, “Veleno”, ed era un soggetto difficile perché aveva scatto, velocità, furbizia, poi, Altafini, del Milan, bravissimo! Ma, poi, c'era Charles della Juve, Luis Vinicio, il laziale brasiliano Humberto Tozzi, c'era il paraguaiano Dionisio Arce (ex Toro, Sampdoria, Lazio, Napoli, Novara e Palermo), c'era una serie infinita di giocatori che potevano metterti in difficoltà”.

Il più forte avversario in assoluto?

“Per me, sono stati tantissimi forti, ma, potrei dire Di Stefano. Siccome si fece a Madrid la prima finale di Coppa dei Campioni contro il Real, e si perse 2-0, lui giocava centravanti, ma era un centravanti vario, atipico; praticamente, era un coordinatore, che andava da tutte le parti e faceva anche tanti gol perché aveva un tiro fortissimo, che calciava molto e molto bene a botta sicura da 20-25 metri”.

Era un giocatore cosiddetto “universale”, “Saeta rubia” Alfredo di Stefano?

“Eh, sì, era un giocatore che spaziava in ogni parte del campo, ordinato, preciso, e tiratore anche. Già allora il Real Madrid era uno squadrone”.

Gento, Di Stefano, Puskas...

“No, Puskas non c'era contro di noi quella volta: venne più tardi, dopo la rivoluzione che c'è stata in Ungheria, a Budapest, nell'autunno del 1956, se non ricordo male, da parte dei carri armati sovietici. Si giocò contro di lui, ma, in una partita amichevole a Firenze, che si tenne credo, non ricordo bene, nel 1958”.

Il più forte della Fiorentina con cui ha giocato?

“Senta, io le posso dire che ho giocato con un gruppo di ragazzi, chiamiamoli ragazzi anche se erano più vecchi di me, bravi, bravissimi: da Cervato a Magnini, a Rosetta, a Chiappella, a Segato, per dire, Montuori, Julinho, grande Julinho. Dopo di lui venne Hamrin, ex Milan ed ex Padova e Napoli”.

Il più forte in assoluta, ci par di capire, era il brasiliano Julinho.

“Eh, sì, era un giocatore, diciamo, il brasiliano della situazione, quello che aveva qualcosa in più anche come bagaglio tecnico; bravo, bravo veramente, e, soprattutto, una brava persona”.

Era più amico, là in difesa, di Giuliano Sarti o di Beppone Chiappella?

“Come simpatia, Ardico Magnini, pistoiese, simpaticone, burlone. Ma, poi, c'era Prini, personaggio importante sia per l'economia del gioco che come compagno che come persona”.

Il più chiuso, il più orso, il più solitario?

“Il più solitario? Era Rosetta. Da buon piemontese, però, aveva quell'ironia un po' controllata. Ho trovato questi giocatori che ho menzionato bravi come giocatori e bravi come persone, gente davvero eccezionale. Ho trascorso cinque anni assieme a loro irripetibili. Poi, io e Sarti siamo venuti nello stesso anno e siamo andati via nello stesso anno, nel 1963: lui è andato a Milano, nell'Inter, io ho smesso e mi sono messo a lavorare. Ma, quella bella parentesi è stata fino al 1958, poi, è venuta a mancare quella Fiorentina che avevo trovato nel 1954: Cervato, ottimo giocatore, fu ceduto alla Juventus, Magnini passò al Genoa, e furono rimpiazzati da Robotti e da Castelletti. Ottimi giocatori anche loro, ma, non tanto quanto quelli che ho menzionato prima. Io sono passato al posto di Rosetta, Segato è stato ceduto all'Udinese, Chiappella è rimasto lì come allenatore, Gratton è passato alla Lazio, Virgili è passato al Torino. Insomma, quella bella Fiorentina che ha vinto lo scudetto ed è arrivata quattro volte seconda. Ho fatto il rappresentante di materiale elettrico”.

Non ha mai battuto un calcio di rigore?

“No, no, nella Fiorentina c'era già chi era designato. Quando giocavo nella Pro Gorizia, sì, ero designato a battere i calci di punizione perché io tiravo molto molto bene e ho imparato da mio cugino Orzan, quello che giocava nella Pro Patria, Bruno. Con lui abbiamo passato delle estati a calciare in tutte le maniere, di destro, di sinistro, di taglio, di collo pieno”.

Nessuna autorete clamorosa?
“No, no, fortunatamente no”.

Gol?

“Io nella Fiorentina ho fatto tre gol: quando giocavo mediano. Ho fatto un gol a Firenze contro il Napoli: si stava perdendo 1-0 e su calcio d'angolo ho pareggiato di testa. Poi, credo che Lojacono abbia fatto il secondo gol e si vinse. Un gol a Bologna, sullo 0-0: su un rimpallo, la palla è venuta a me e da una ventina di metri ho fatto gol. Ma, quella partita lì si perse 3-1. E, poi, feci un gol contro la Triestina e lì si vinse 4-1. Poi, basta. E da mediano che mi piaceva tanto giocare come mezzala sono passato poi a centromediano, molto più indietro, cosicché non si poteva andare più all'attacco, come mi sarebbe piaciuto andare”.

Lei ha vestito la maglia della Nazionale azzurra per quattro volte: cosa ricorda?

“L'esordio in Svizzera, a Berna, si fece 1-1; poi, giocai a Genoa, contro l'Austria e si vinse 2-1 mi pare o 1-0, e si vinse 1-0 con l'Irlanda del Nord e poi si perse brutalmente a Zagabria contro la Jugoslavia. Ci dettero una lezione...; una partita un po' strana. Il nostro cittì era Foni”.

Di quel grande uomo del dottor Fulvio Bernardini ha un ricordo?

“Ah, meraviglioso! Era una persona, di un gentiluomo dell'Ottocento. Persona intelligente, persona affabile, persona che ci creava amicizia intorno, ci creava facilità d'intenti, di operare, di tranquillità di operare. Per dirle una cosa, l'ano dello scudetto, in cui ho fatto 4-5 partite da mediano e poi – essendo difficile entrare in squadra, sempre che non si faceva male qualcuno: e non era come oggi in cui la partita viene giocata da 14-15 giocatori -, in un recupero all'”Appiani” di Padova, Padova-Fiorentina rinviata per nebbia, alla domenica si doveva giocare a Milano, contro l'Inter, ed avevamo appena superato la metà del campionato. Successe che Rosetta al mercoledì si fece male a un ginocchio proprio a Padova, in un campaccio, e il venerdì Bernardini mi dice: “Alberto, ci sei te domenica a Milano, va bene, ok?” “D'accordo, mister” risposi volentieri. Ecco, bastava solo così e lui mi fece giocare centromediano, non avevo mai giocato in quel ruolo e mi fa esordire contro l'Inter, in una partita naturalmente difficilissima, delicata anche dal punto di vista della classifica”.

Come finì a “San Siro” quella volta?

“Finì che si vinse 3-1, si subì il gol dello svantaggio e poi si recuperò portandoci sul 3-1. Fu l'anno dello scudetto, esatto”.

Che rammarico ha?

“Di aver perso l'ultima partita a Genova, contro il Genova, che il Genoa ha giocato in una maniera così brutale nei nostri confronti perché non si aveva perso nemmeno una partita in quel campionato, e che noi giocatori fummo alla fine del primo tempo aggrediti, sotto lo sguardo di un arbitro, Jonni (Cesare) di Macerata, che ha concesso un rigore contro di noi e non ce ne ha dato uno a favore, e fu una grande cappellata (lo dico a distanza di oltre sessant'anni), la sua, anche perché godeva di ottima fama”.

E come andò a finire quella volta?

“E lì il cittì della Nazionale Foni ci raccomandava di non farci male perché a fine campionato si doveva sostenere una tourné a Rio de Janeiro e una in un Argentina a Buenos Aires. Che poi si fece. Ma fu un rammarico perché fummo sopraffatti fisicamente senza reagire e questo mi ha dato parecchia noia, perché a me non piace mettere le mani sul muso: io non le metto a nessuno, ma, non mi piace neanche che me le mettano. E, allora, come ci ha insegnato la Bibbia, “dente per dente, occhio per occhio”: non fummo capaci di far questo per l'esortazione di Foni. E, poi, un altro rammarico lo serbo verso la Fiorentina perché se per quattro anni consecutivi hanno sfiorato di nuovo lo scudetto voleva dire che bastava che la società fosse un pochino più ambiziosa e facesse i pochi ma validi ritocchi che servivano, si avrebbe potuto vincere di più. Non si può arrivare quattro volte secondi, avendo le caratteristiche per potersi battere per lo scudetto”.

Lei ci crede in Dio?

“Non sono un credente, però, credo nella bontà degli uomini, credo nella capacità delle persone, ma, noto che in questo mondo c'è più cattiveria che non. Basta guardare i giornali, sentire i telegiornali e sono di una tristezza paurosa: sono sconfortato da questa situazione generale, mondiale, perché hanno il sopravvento i cattivi, gli imbroglioni, tutti i faccendieri. Quante se ne sentono dire di ogni colore: amministratori che mangiano, politici corrotti e che corrompono, una cosa vergognosa. Sicuramente, sono in minoranza, però, stanno diventando una potenza perché la stampa continua a dare solo notizie brutte. E' un mondo brutto, brutto, che non mi piace più”.

L'Aldilà c'è, secondo lei, o non c'è proprio nulla?

“Non sono un profondo credente di queste cose qui; le ripeto: credo nella bontà delle persone. Quando vedo, noto bontà nelle persone, mi intenerisco e con facilità mi viene una lacrima di dolcezza e la voglia di fare qualche cosa, quando vedo queste cose qui. Ma, purtroppo, se ne vedono poche”.

La commuove, dunque, un gesto di solidarietà.

“Sì, però, che sia sincera, schietta. Non posso sentire qualche anno dopo che questa persona si è arricchita a spese della solidarietà: allora, non bisogna credere più a nessuno. Quante volte lei ha ricevuto telefonate da questa Associazione, da questo Ente di assistenza, da personaggi che ti coinvolgono, a tua insaputa? Questa famosa privacy non so cosa significa. Ti telefonano da tutte le parti, tutti vogliono soldi, noi siamo invalidi di qui, noi siamo invalidi di giù, signor Alberto di qua, signor Alberto di là, io le parlo da Milano, io invece da Roma. Cose tristi veramente: per me, questo è un mondo brutto, non lo vedo bene e forse perché sono vecchio. Mi ricordo di cose molto più belle, la schiettezza, la sincerità di una volta. I miei genitori, mio suocero, mio cognato, mio fratello, tutta gente in gamba, onesta, brave, sincere, schiette. Dicevano una cosa ed era quella: ora non sai più a chi credere. Credo che ci sia poco ora, non lo so”.

Quand'è che è stato felice?

“Sempre. C'ho una moglie meravigliosa, Mariella, e da quando l'ho conosciuta siamo già 53-54 anni assieme, e sono stato benissimo assieme a lei. Una donna meravigliosa, dolce, insomma, sto benissimo con lei, sono sempre felice. Ora siamo io e lei soltanto ed abbiamo ospite una nostra nipote, che studia qui a Firenze, ed è come se fosse nostra figlia. Ho un maschio con figlia di vent'anni ed uno di diciotto, avuto da mia figlia che abita a Roma, visto che ha sposato un romano”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 13 marzo 2012

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