ULTIMA - 18/3/19 - LA VIRTUS VINCE A TERAMO E INTRAVEDE LA SALVEZZA

Continua la serie positiva della Virtus Verona di mister Gigi Fresco che vince per 2 a 1 allo stadio “Bonolis” a Teramo e la salvezza ora sembra davvero possibile. I rossoblu veronesi hanno un ottimo approccio alla gara e all’11° sono già in vantaggio. Onescu dalla destra con un traversone basso taglia l’area biancorossa e sulla palla arriva in spaccata
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INCONTRI VIP'S

18/4/12 - INCONTRI RAVVICINATI: ANTONIO ROSSI

ROSSI, UNA CANOA CARICA D'ORO

Antonio Rossi, il “bello della canoa”, nasce a Lecco il 19 dicembre 1969, quinto di cinque fratelli. Inizia a gareggiare in canoa nel 1983, lo stesso anno in cui entra a far parte del Gruppo Sportivo delle Fiamme Gialle, mentre l'anno prima si dedica al kayak. Oro ai Giochi Olimpici di Atlanta 1996, oro nel k2 1000 m assieme a Daniele Scarpa, bronzo ai Mondiali del 1997 nel kayak singolo, ancora oro nella specialità K1 500m, tutte le altre medaglie sono legate al K2. Nel 1992, alle Olimpiadi di Barcellona 1992, assieme a Bruno Dreossi conquista il terzo posto nel k2 500m. Ancora oro, nel k2 1000 metri, in coppia con Beniamino Bonomi, a Sydney 2000, ed argento ad Atene 2004. Sempre nel k2 1000 m, ai Mondiali vince in tutto 3 ori (1995, 1997 e 1998) e due argenti (1993 e 1994). Nel giugno 2009, diventa Assessore allo Sport di Lecco nelle liste del Pdl. In occasione del Giubileo del 2000 riservato agli atleti, legge il documento, scritto di suo pugno, al beato Giovanni Paolo II, in cui si impegna a rispettare, a nome di tutti gli sportivi del mondo, i concetti di serietà, lealtà e correttezza, vero esempio da trasmettere alle nuove generazioni. Nel 2008 è il portabandiera della Nazionale italiana ai Giochi Olimpici di Pechino, mentre per cinque edizioni è uno dei testimonial del Telethon italiano, la “maratona di beneficenza”. E' sposato con Lucia Michell, campionessa italiana di canoa Kayak, in gara alle Olimpiadi di Barcelona 1992.

Senta, Rossi, qual'è la medaglia che le ha fatto venire maggiormente la pelle d'oca?

“Mah, direi tutte per un motivo o per un altro. Anche quella di bronzo a Barcellona '92, la prima che ho conquistato perché era inaspettata, ad Atlanta ne ho vinte due d'oro – ed è stata l'edizione dove ho raccolto di più -, nel 2000 ho fatto una gara praticamente perfetta con Bonomi e solo particolarmente legato, e quella di Atene l'abbiamo vinta sempre con Bonomi con la testa. Sono, dunque, tutte medaglie molto importanti perché non sono mai scontate e quando le ho vinte ho provato una soddisfazione enorme”.

La felicità per Antonio Rossi sia nella carriera che nella vita quotidiana è esistita?

“Sì, sì, assolutamente sì e, per fortuna, direi. Al di là dei successi in canoa, c'è la felicità legata alla mia vita quotidiana, alla mia famiglia e ai miei amici. Ed anche alla mia serenità”.

La felicità è dunque avere una bella famiglia, riuscire nella carriera ed essere circondata da amici veri?

“Penso che vada di pari passo con la serenità”.

Invece, la libertà, cos'è per lei?

“La libertà è...oddio, è una bella domanda! E' riuscire a vivere in sintonia con gli altri, vivendo bene e senza dare disturbo agli altri. E poter avere il lusso di fare quello che si vuole, che si desidera”.

E' sempre stato un uomo libero sia in acqua che sulla terraferma?

“Mah, sì, diciamo di sì; ovviamente, ci sono delle regole da rispettare e non si può fare sempre – soprattutto quando si è più giovani – delle cose che vanno ad intaccare la libertà degli altri perché ti senti il padrone del mondo. Poi, ho avuto la fortuna di entrare giovane in Finanza e ho capito cosa vuol dire avere determinati comportamenti. Detto questo, dire che non sono stato libero di fare quello che volevo, è tutta un'altra cosa”.

La sua infanzia: è stata serena?

“Sì, direi di sì. Io sono il quinto di cinque fratelli (due fratelli e due sorelle) e la mia è stata un'infanzia molto serena. Quello che mi hanno dato i miei genitori è stato molto importante, in primis, l'educazione e il compito maggiore mio di adesso è quello di trasmettere tutto questo anche nei miei bambini”.

Ha mai giocato a pallone?

“Sì” e se la ride di gusto il pluridecorato olimpionico Antonio Rossi. “ma ero scarsissimo”.

In che ruolo si è cimentato?

“In quello di mediano, sai quelli che corrono”.

Hai una squadra del cuore, lei che è nato a Lecco?

“Il Milan è la mia squadra. Baresi, Maldini, Van Basten e i “tulipani” sono stati i miei idoli; quelli del Milan di Sacchi, quelli che davano ancora quattro gol a zero al Barcellona”.

Lei crede in Dio o nel fato, nel destino?

“No, no, io credo in Dio. Però, credo anche che a volte il destino uno contribuisce a costruirselo, cercando di raggiungere i sogni che ha cullato. Può capitare che questi si avverino. Quindi, sognando e volendo fortissimamente una cosa, questa avvenga”.

Il dolore degli altri, non solo quello fisico, dovuto a una gravissima malattia, ma anche quello psichico, cosa ingenera in un campione come Antonio Rossi?

“Oddio, il dolore di un amico o di una persona cara ti porta molto con i piedi per terra e a capire quali sono i problemi veri della vita. Ti fa capire che alcune cose non meritano le tante ansie ed attenzioni cui dedichiamo, che sono delle stupidaggini rispetto alla gravità di altre come una malattia o un grave disagio. Quando lei mi parla di un anziano lasciato morire in un ospizio, ebbene, questa è la tristezza del genere umano che abbandona un genitore, un parente o una persona che non è più tra virgolette utile dal punto di vista sociale”.

Cos'è che le dà più fastidio nella vita di tutti i giorni e cos'è invece che la riesce ancora a commuovere?

“Fastidio le persone che credono di essere più furbe degli altri e che non rispettano le regole che ci si dà: che pensano di fare quello che vogliono, insomma. Da quello che ti supera finché sei in coda con l'automobile a quello che non osserva le normali regole del senso e del vivere civile. Mi commuove è soprattutto quello che nasce da un gesto, da un'idea dei bambini, o anche il manifestarsi di cose in natura e che ci fa capire in che bel mondo viviamo. Ma, anche un semplice gesto tra amici o nella famiglia o anche cose molto semplici”.

La notorietà ha cambiato un “bell'uomo” come lei?

“No, penso proprio di no, anche perché due mesi dopo che ho vinto le Olimpiadi mi sono sposato, non è che mi sono dato alla pazza gioia o sono andato a caccia di altre donne all'infuori della mia futura moglie”.

Quanti figli ha Rossi?

“Due: un maschio, Riccardo, e una femmina, Angelica”.

Quand'è che ha pianto l'ultima volta di vero dolore un gigante dello sport come lei?

“Oggi pomeriggio, quando sono andato al funerale di un mio caro amico. Mi ha commosso il ricordo di una figura di settant'anni, Rinaldo Scaioli, il quale mi ha iniziato alla canoa, e ho rivisto amici che non vedevo da tanto tempo. La sua è stata una morte abbastanza veloce, e, quindi, non me l'aspettavo”.

La solitudine, l'ha mai provata?

“No, no”.

Quando è pesante è una brutta compagnia, eh!

“Non lo so, non l'ho ancora provata”.

Lei è anche impegnato in politica, o no?

“Lei sbaglia, nel senso che sono stato nominato Assessore allo Sport alla Provincia di Lecco, ma non ho un'estrazione ben precisa, sono apolitico, se possiamo usare questo termine”.

Ora è ancora in carica?

“Sì, sì”.

E' importante solo partecipare – come diceva il barone francese Decoubertin – oppure solo vincere?

“E' importante ritirare il premio” e giù un'altra bella risata del campione lecchese. Che aggiunge: “In realtà, importante è sì partecipare ma con la consapevolezza di aver dato il massimo per vincere: è questa secondo me la frase corretta. Quindi, penso che io possa sposarla appieno”.

Non le è mai balenata per la mente l'idea di mollare in mezzo a queste cinque medaglie d'oro?

“Sì, nel 1999-2000, prima delle Olimpiadi di Sydney. Era morto mio padre a dicembre del 1999, mia moglie stava aspettando la mia prima figlia e mi sembrava di dover smettere di giocare e di mettermi a pensare di svolgere un lavoro serio. Mi è sembrato di passare, con la scomparsa di mio padre, di passare dal ruolo di figlio a quello di padre. E pensavo di fare qualcosa di più serio e di avere una vita più normale”.

L'Aldilà: ci crede, come se l'immagina, cosa si aspetta, chi vorrebbe ritrovare?

“Io ci credo, anche perché rimane solamente una vita terrena e basta, senza senso, senza un significato molto elevato. Come me l'aspetto, ebbene, non ho un'idea ben precisa: spero di ritrovare le persone, gli amici che ho perso qua, la cosa mi farebbe molto piacere”.

Suo padre cosa faceva?

“Era medico, specialista in Geriatria”.

Non ha provato una gran pelle d'oca quella volta che è stato chiamato a portare la bandiera italiana alle Olimpiadi di Pechino?

“Soprattutto quella volta. Nella mia carriera sportiva è stata la mia soddisfazione maggiore e l'emozione più grossa che ho provato”.

Un'emozione superiore alla conquista di un oro olimpico?

“Sì, direi proprio di sì”.

E perché, cosa le ha ingenerato quella volta?

“Essere scelto come alfiere, portabandiera di una Nazionale di atleti, del mio Paese, e in un contesto in cui si annunciava molto difficile e delicato come quello in Cina – c'erano ed esistono tutt'ora problemi sui diritti umani, sull'inquinamento di un'autentica potenza mondiale, la quale si apriva al mondo – è stato per me veramente un grandissimo onore. Ed anche una bella responsabilità. Poi, quando sono sfilato con la bandiera italiana – una delle potenze più forti al mondo nel campo sportivo – è stato un grandissimo onore per me”.

Si è emozionato di più a Pechino o quando è stato ricevuto dal beato Giovanni Paolo II?

“Una bella domanda! Mi sono emozionato di più forse alle Olimpiadi perché lì era stata una cosa unica, mentre il Papa l'ho incontrato tre volte. Giovanni Paolo II aveva un grandissimo carisma e la prima volta al ritorno dalle Olimpiadi di Atlanta ci ha ricevuto in visita privata a Castelgandolfo, la sua residenza estiva, dove noi abbiamo il Centro Federale, e in quell'occasione ci aveva detto che anche lui da ragazzo nella sua Polonia aveva fatto canoa, e che ogni tanto guardava dalla finestra i canoisti e si ricordava di quando andava in canoa a Cracovia. Poi, in occasione del Giubileo degli Sportivi, il pontefice mi aveva scelto per leggere un piccolo discorso, un breve messaggio agli sportivi ed anche quella volta è stato un grandissimo onore per me. Sono state due momenti differenti, ma, sicuramente molto toccanti, molto emozionanti, molto forti”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 9 aprile 2012

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