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Operazione Fano iniziata: la Virtus Verona è partita ieri alla volta delle Marche dove oggi alle ore 16.30 si giocherà una fetta di salvezza nello scontro diretto in programma allo stadio "Mancini" di Fano. Prima di partire, l'allenatore rossoblu Luigi Fresco ha così commentato la vigilia del match: "Se vinciamo mettiamo una serie ipoteca
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INCONTRI VIP'S

24/4/12 - INCONTRI RAVVICINATI: MICHELE MAFFEI

UN SCIABOLATORE CLASSICO, ALLA (SCIPIONE) MAFFEI

Michele Maffei è stato uno dei migliori sciabolatori italiani negli anni Settanta ed Ottanta. Ha preso parte a ben 4 Olimpiadi, da Città del Messico (1968), dove ha conquistato l'argento a squadre, a Monaco di Baviera (1972), dove finalmente conquista l'oro sempre a squadre, a Montreal (1976), di nuovo argento a squadre e in ultimo (ancora argento nella sciabola a squadre) nel 1980. Dieci, invece, in tutte le medaglie conquistate nella stessa specialità in ben 12 Campionati del Mondo, con l'oro individuale conquistato a Vienna nel 1971. Come dirigente Coni, ha ricoperto diversi incarichi ed è stato sia Segretario Generale della Federazione Italiana Scherma (dal 1999 al 2003) sia Segretario Generale della Federazione Ginnastica d'Italia. Ha anche insegnato scherma all'Università: quella degli Studi di L'Aquila, Facoltà di Scienze Motorie.
Volto da attore, ha anche partecipato a selezioni e parti in alcune pellicole di film italiani.

Qual è stato il momento in cui le è venuta davvero la pelle d'oca nella sua lunga ed intensa carriera di sciabolatore?

“La medaglia d'oro di sciabola a squadra conquistata alle Olimpiadi di Monaco 1972, battendo uno squadrone sovietico, è stata sicuramente importante. Per me, rappresentò il riscatto per quel massimo podio sfiorato per un soffio nell'individuale”.

La sua infanzia, com'è stata?

“Serena, mio padre, napoletano, era militare nell'esercito, poi, è passato all'impiego civile. Mia madre era di origini pugliesi, mio padre era appassionato di scherma alla pari di mio nonno, e il maestro, Giuseppe De Santis, ufficiale di cavalleria e della vecchia scuola schermistica, classica, che mi ha iniziato alla scherma, era dello stesso paese di origine di mio nonno, Solofre, mi ha insegnato il fioretto ad impugnatura italiana – un fioretto molto tecnico, tradizionale, molto preciso, molto classico – e da quello sono passato alla sciabola; anche lì tradizionale, classica. Poi, l'ho adattata alle esigenze internazionali, piano piano ho cambiato altri maestri e il gioco è stato completato”.

Olimpiadi di Monaco 1972 imbrattata da sangue causato dalla strage di 11 atleti israeliani commessa dai terroristi palestinesi – i fedayyn dell'Organizzazione “Settembre nero” - nel villaggio dove erano alloggiati i ragazzi ebrei...

“Vincemmo la medaglia verso sera tardi, alle 20-21 post meridiane, e nella notte avvenne la strage. Ci eravamo svegliati, convinti di avere l'onore dei titoli di copertina per l'oro a squadre appena conquistato, e, invece, l'apertura di tutti i giornali del mondo era dedicata all'attentato compiuto alla palazzina israeliana dai terroristi palestinesi. Un attentato terribile che ebbe seguito anche con il rapimento e la tragedia all'aeroporto che tutti, purtroppo, ricordano. L'Olimpiade fu messa a dura prova, circa la sua prosecuzione, ma, durante la riunione delle massime autorità, prevalse la linea del continuare con la manifestazione, anche per onorare la memoria degli atleti trucidati”.

La sua carriera, Maffei, dopo la scherma?

“Ho fatto per anni il dirigente sportivo, sono Segretario della Federazione Scherma, della Ginnastica, dei Pentatlon moderno, dei Medici Sportivi, ed anche della Federazione Disabili che oggi si chiama Cip (dove iniziai la mia esperienza e fui promosso dirigente, facendo poi la carriera del Coni), ed ora sono in pensione”.

La felicità è esistita in Michele Maffei e in che cosa è consistita?

“La felicità è stata quella di essere vicino agli altri, cercare di immedesimarmi nelle esigenze altrui: non ho realizzato appieno le esigenze tipiche di una famiglia classica, tradizionale, con moglie cioè e figli, perché non li ho, però, ho realizzato degli affetti importanti, vivo alla ricerca di scambi utili dove io possa trasmettere quando posso ai giovani nella palestra, nelle scuole, con gli amici con i quali condivido la mia vita, la mia esperienza di ex atleta e di uomo che ha vissuto delle esperienze importanti. E cerco di essere il più possibile pronto a capire le esigenze degli altri: è un tentativo in qualche modo di essere in linea col mio carattere, con il mio modo di essere”.

Essere un bell'uomo l'ha aiutata nella vita?

“Bé, in certi momenti è stato una facilitazione: questa componente, per certi settori della vita soprattutto professionali, non è fondamentale perché si tende spesso a confondere l'aspetto esteriore come qualcosa che possa comportare altre qualità del tipo professionale, comportamentale, individuale. La bellezza, se viene gestita con un po' di superficialità, può diventare un'arma non a favore, bensì contraria”.

Non le hanno chiesto di fare l'attore quand'era all'apice della carriera di schermidore?

“C'è stato negli anni 70-75 un certo interesse da parte del cinema di ingaggiarmi, però, poi non mi sono mai sentito particolarmente portato per i grandi riflettori. Prima di me, anche qualche mio collega – vedi il pugile Nino Benvenuti – ha fatto qualche esperienza sotto quell'aspetto, però, non è riuscito a dare un seguito, perché, secondo me, oltre che essere portati, bisogna essere professionisti e preparati per il mondo della cellulosa”.

Lei crede in Dio?

“Ho ricevuto, da parte della famiglia di mia madre, una educazione molto religiosa e credo – voglio credere, voglio sforzarmi di credere – che comportandosi bene ci può dare un'aspettativa. Ogni tanto siamo vittime del raziocinio e sono i nostri stessi sentimenti, quelli più intimi, che devono scaturire. E non è sempre possibile farli sgorgare con la vita razionale, con questo pragmatismo che ci circonda. Mi faccio guidare dalle sensibilizzazioni del quotidiano, mi faccio prendere spesso da ispirazioni interiori, da sensibilità che sono tipiche del mio modo di essere e credo che già questo sia un tentativo di avvicinarmi alla Fede e a Dio, di non essere in qualche modo chiusi, impermeabili al grande messaggio del senso dell'esistenza umana”.

Come se l'aspetta l'Aldilà?

“Ce l'aspettiamo come un meccanismo e una dimensione che oggi non è possibile immaginare con le nostre capacità mentali limitate, terrestri, da essere viventi e limitati, come una dimensione diversa che ci consenta di non rendere inutile ciò che in questa vita crediamo che sia invece molto utile. Dare un senso alla nostra vita terrena e dopo pensare che poi si esaurisca nel nulla mi sembra un pochino riduttivo: noi seminiamo su questo terreno per poi poterlo far diventare utile nel tempo. Ma, non ho ancora sensibilità, Fede e strumenti per potermi identificare in una dimensione paradisiaca o di anima che aleggia nl nulla o in una dimensione punitiva”.

Se io fossi un facoltoso regista cinematografico e le affidassi di mettermi in pellicola la vicenda dell'Aldilà, come me lo rappresenterebbe? Alla maniera della tripartizione dantesca?

“In una dimensione, per certi aspetti, felliniana , però particolarmente proiettata in una dimensione leggera, verso un'armonia unica e perfetta, verso un'esistenza che sia veramente collegata alla giustizia assoluta, a una dimensione dell'interpretazione dell'universo come un qualcosa di talmente perfetto e preciso, che non possiamo neanche vagamente ipotizzare. E' la perfezione, è una nota musicale di una tale bellezza che non può essere nemmeno interpretata dal più grande maestro umano”.

Una visione magari accompagnata dalle note di quel grande genio di Bach?

“Una musica classica, bell'intensa, che ci trasmettano la gioia di ascoltarla, che so, uno Chopin, un Mozart, insomma, momenti di alta intensità, una stoccata perfetta, e una botta dritta fatta a tempo, misura e velocità, che dà la gioia a chi la riceve, vivere insieme – vincitori e sconfitti – felici insieme per aver fatto diventare grande anche lo sconfitto: questa è l'armonia, è il gioco delle parti, con vincitore e vinti felici entrambi. Questo, secondo me, dovrebbe essere lo scopo primo dell'esistenza; bianco e nero sono colori fondamentali, vincitori e vinto sono due protagonisti assoluti dell'esistenza, ma, a patto, che regni l'armonia di realizzare il tentativo di un arrivare a un obbiettivo positivo, o che consideriamo tale”.

Laziale o romanista?

“Laziale, fin da ragazzo. Conoscevo i giocatori del primo scudetto della Lazio di mister Maestrelli, ho conosciuto atleti come Oddi, Chinaglia, con i quali ho condiviso momenti piacevoli”.

Ha pianto per la recente scomparsa di Giorgione Chinaglia?

“Pianto no, ma, mi sono dispiaciuto perché “Long John” ha rappresentato un tassello che si è disgregato, sparito di quel mosaico del 1973-74 e quindi della mia vita. Però, non ero con lui così amico da provare singhiozzi intensi”.

Mai giocato a calcio?

“Un pochino, in parrocchia. Facevo, però, dei buoni passaggi e cercavo il tackle nel contatto diretto, cercando di giocare sempre senza farmi male per salvaguardare la scherma e togliendo in caso di pericolo il piedino”.

Regista alla Vincenzo D'Amico?

“D'Amico aveva un bel dribbling. Un regista, un terzino alzato, che passava dal centrocampo all'attacco e che viaggiava sulle fasce laterali”.

Qual era il suo idolo calcistico?

“Ho apprezzato Gianni Rivera, Luigi Riva, personaggi di questo tipo; ho apprezzato Tarcisio Burgnich come figura genuina, difensore massiccio, Corso come opportunista, quasi come uno schermidore, pronto a sfruttare il momento della distrazione avversaria per stoccare con il suo tocco leggendario, i suoi passaggi fantastici”.

Anche lei è mancino come l'interista Mariolino Corso?

“No, no, sono un destro, che ha combattuto contro avversari mancini davvero forti, fra cui il grande Viktor Sidyak, sovietico degli anni Settanta ed Ottanta, mio avversario irriducibile. Difficile da battere, e quando ci sono riuscito ho provato grande soddisfazione. Mio compagno è stato anche Montano, amico, avversario, rivale, una figura importante della sciabola negli anni Settanta”.

Viktor Sidyak come Emile Griffith per Benvenuti?

“Sì, diciamo così: ho perso contro di lui l'Olimpiade di Monaco. Se l'avessi battuto in qualche incontro, sarei stato già medaglia d'oro; purtroppo, persi contro di lui, poi, contro l'ungherese persi 5-4 stoccata doppia, forse, sarei arrivato allo spareggio ancora con Sidyak, poi, invece, col computo delle stoccate mi trovai a gareggiare per il quarto gradino del podio, a parità di vittorie con altri due, e mi ritrovai quarto dal poter diventare quasi campione olimpico. Questa è sta la mia più grande amarezza, ma devo dire che mi ha anche dato la spinta per andare avanti fino a 38 anni, fino al marzo-aprile del 1984”.

Cos'è che le dà fastidio nella vita di tutti i giorni e che cosa invece riesce ancora a commuoverla?

“Mi dà fastidio la ripetitività, le buone intenzioni che non corrispondono a fatti concreti. Sono uno sportivo che ha vissuto a contatto di pelle le regole e quindi sono sempre stato alla ricerca e bisognoso di verità assolute. Cosa che non avviene con la politica attuale e con tutto quello che sentiamo alla televisione. Quello che mi commuove sono gli slanci di entusiasmo che hanno alcuni artisti, alcuni scrittori, alcuni comunicatori, alcuni personaggi che mi danno l'idea di essere in buona fede e sono convinti di quello che dicono e che desiderano poi fare. Certo, abituato a vedere persone che hanno predicato bene e razzolato diversamente, sono sempre un po' diffidente. Mi commuovono certi film come “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore, e tutte quelle pellicole che mi portano indietro nel tempo e che riflettono quello che ho vissuto, passato da adolescente. E' vero che il passato, per essere capito, dovrebbe essere vissuto, ma, è altrettanto vero che non è facile scrollarselo di dosso. Bisogna sempre andare avanti, ma, cercando di non dimenticarsi mai ciò che di intenso ci siamo lasciati alle spalle”.

Quand'è l'ultima volta che Michele Maffei ha pianto per vero dolore?

“Alla morte dei miei genitori, quando li ricordo nelle funzioni religiose. Poi, quando ho attraversato momenti di depressione legati ai momenti difficili dello sport, nelle contraddizioni, nei contrasti affettivi. Sono cinque-sei periodi della vita che ti costringono a vivere momenti di sconforto, che ti toccano profondamente: sono delle stilettate affilate che ti toccano le corde più profonde e, per fortuna, fanno sgorgare qualche lacrima, e che dovrebbero più spesso utilizzate. Dovremmo cioè essere un po' più pronti a piangere, a schiudere le porte della sensibilità. Spesso ci vogliamo imporre un atteggiamento maschilistico, da uomini duri, perfetti, e mi sembra un po' stupido tutto ciò”.

Il dolore degli altri cosa trasmette a Michele Maffei?

“Quando negli anni Ottanta in India, mi recai alla Casa dei moribondi che Madre Teresa di Calcutta aveva avviato, sono stato un pochino con loro, ho cercato di misurarmi con queste loro sofferenze, cercando di rendermi utile, e questo mi ha migliorato all'interno. Negli ultimi anni, poi, sono cambiato, sono sempre pronto ad essere disponibile ma mi sono un pochino indurito”.

E' diventato, insomma, un po' più diffidente?

“No, non è proprio così, perché credo di essere oggi in grado di capire se la realtà del dolore altrui è vero oppure simulato, e, quindi, se posso immedesimandomi dare una mano, lo faccio. Però, non sono pronto, come lo ero quindici anni fa, a riaffrontarlo in maniera metodica, dovrei risensi- bilizzarmi alla problematica, cercare in qualche modo riallenare qualche cosa dentro di me che si è arrugginito in questo momento della mia vita. A dicembre 2011 sono andato in pensione ed ora sto riorganizzando la mia vita e cercare di dare un senso importante alla mia esistenza, ritentando di occuparmi di chi ha più bisogno, di ricollocarmi su questo piano e di cercare però le condizioni giuste, grazie a qualche amico che mi faciliti la fase e il percorso di avvio”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 13 aprile 2012

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