ULTIMA - 20/4/19 - LA VIRTUS VERONA CERCA OGGI A FANO TRE PUNTI SALVEZZA

Operazione Fano iniziata: la Virtus Verona è partita ieri alla volta delle Marche dove oggi alle ore 16.30 si giocherà una fetta di salvezza nello scontro diretto in programma allo stadio "Mancini" di Fano. Prima di partire, l'allenatore rossoblu Luigi Fresco ha così commentato la vigilia del match: "Se vinciamo mettiamo una serie ipoteca
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INCONTRI VIP'S

1/5/12 - INCONTRI RAVVICINATI: ALBERTO COVA

QUI GATTA CI...COVA

Il nome di Alberto Cova è legato ai diecimila metri in piano e all'oro conquistato alle Olimpiadi di Los Angeles nel 1984. Già, fu la famosa edizione che fu boicottata dai russi e dai Paesi satelliti dell'area sovietica, ma, che diede ugualmente l'alloro al “ragioniere” di Inverigo, nel Comasco, dove è nato il 1° dicembre 1958. In quell'occasione, negli Stati Uniti, venne a mancare l'eterno rivale Schildhauer, ma, ugualmente l'azzurro sfoderò una magnifica prestazione.

Fisico filiforme, l'anno prima (1983) Cova conquista, in una sorta di prova generale delle Olimpiadi statunitensi, l'oro ai primi Campionati del Mondo di atletica leggera ad Helsinki, in Finlandia, col tempo di 28'01””04. Oro anche nel 1985 in Coppa Europa nei 5000 metri. Agli Europei di Stoccarda, in Germania dell'Ovest, nel 1986, si vede soffiare il massimo gradino del podio dall'italiano, lo spezzino Stefano Mei.

Dopo le Olimpiadi di Seul nel 1988, in Corea del Sud, a soli 30 anni il clamoroso (perché precoce) ritiro dall'atletica del campione comasco, che è l'unico nella storia dei 10.000 metri in piano a detenere il record nella storia la favolosa tripletta, per aver vinto l'oro ai Campionati Europei, a quelli Mondiali e ai Giochi Olimpici. Cova ha anche tentato la carriera politica, riuscendo a diventare nel 1994 deputato per il Polo delle Libertà nel collegio di Olgiate Comasco. Impresa non più riuscitagli nel 1996, quando, sempre per il Polo, si presentò nel collegio di Erba di Como.

Cova, quand'è che le è venuta per la prima volta la pelle d'oca?

“Nel 1977, quando ai Campionati Europei giovanili sono arrivato quinto sui 5000 metri e quel quinto posto ha significato un pochino la determinazione di alcune scelte del futuro: cioè di cercare di abbracciai l'atletica a tempo pieno piuttosto che fare altre scelte di vita. Ricordo ancora quell'emozione provata da ragazzino, dentro quello stadio ad Ogniz, in U.R.S.S., oggi Ucraina, un'emozione davvero particolare. Riguardo invece ai risultati importanti, come l'oro del Mondiale, dell'Europeo e dell'Olimpiade, queste sono emozioni molto forti che hanno caratterizzato in modo significativo la mia carriera di sportivo”.

Si è commosso quella volta che a Los Angeles, nel 1984, salì sul podio più alto?

“Come non commuoversi! Sono anche una persona orientata alla commozione, vivo l'emozione in modo intenso, per cui tutte le vittorie, dalla più importante, l'Olimpiade, a quella più significativa sono state per me molto emozionanti perché lo sport determina, ti fa vivere questo tipo di emozioni e ha un significato molto profondo perché una persona è riuscita in quel momento a realizzare un sogno cullato fin da bambino. E lascio immaginare quale forza emotiva può trasmettere al vincitore una vittoria del genere”.

Nella vita di tutti i giorni cos'è che la riesce ancora a commuovere in questo mondo che sembra andare a Patrasso, in grande crisi?

“A me commuovono molto le persone che riescono ad ottenere dei risultati personali; non importa quale che sia il livello di questi risultati, e quale enfatizzazione viene data. Ma, non parlo solo nello sport, ma, anche nella vita quotidiana, relativamente a persone che riescono ad emergere da situazioni difficili, quasi impensabili, riescono poi a costruirsi un percorso e ad ottenere dei grandi successi. Non è tanto il valore del risultato che si ottiene, ma il valore che ognuno di noi dà a quel risultato”.

Esiste la commozione, la pelle d'oca, ma anche il pianto per vero dolore: quand'è stata l'ultima volta che le è capitato di prorompere in un grande pianto?

“Il dolore emotivo nello sport è la quotidianità, perché già durante gli allenamenti si vivono momenti felici e momenti meno felici. Allenamenti che vanno benissimo e ti danno una grande forza di carattere oppure allenamenti che non vanno bene o come non si vorrebbe, che diventano dei grandi pensieri, dei grandi problemi. Lo sport già allena nella fatica quotidiana dell'allenamento a superare le difficoltà e a trovare in questi dei valori positivi per poi arrivare ai grandi successi. L'analisi di questi momenti difficile, se fatta in modo chiaro ed intelligente, diventano
dei grandi trampolini di lancio per ottenere in seguito dei grandi successi. Poi, a volte le sconfitte, che sembrano pesantissime o cocenti come un secondo posto, per te non è più una tragedia, un dolore, ma, una volta analizzato, può servirti per ripartire più forte di prima”.

Crede in Dio?

“Sì, sono cattolico, sono cresciuto nel mondo cattolico, nell'oratorio che ho frequentato da ragazzino, mi sono formato all'interno di una famiglia cattolica. Forse, ho praticato poco da adulto, ma, mi sono sempre rivolto a Qualcosa di superiore, di significativo anche nei momenti non solo di difficoltà, ma anche in altri particolari dove una preghiera può essere sempre di conforto e utile e dispensatrice di grandi motivazioni”.

Ha pregato di più nel dolore e nel bisogno oppure nel ringraziamento e nella gioia?

“Io credo di aver ringraziato molto, di aver chiesto aiuto. Il dolore a volte passa, nel senso che sta nelle scelte personali il modo per superarlo, per uscire da una crisi importante o da un cambiamento della vita. Ma, il dolore può arrivare, credo, non per nuocere ma per migliorarci”.

Dottor Cova, la sua infanzia com'è stata, ed oggi che ruolo svolge?

“Non solo laureato, solo solo in possesso di un diploma di ragioniere al punto che mi hanno chiamato “il ragioniere brianzolo”. Lo studio è stata una delle cose che ho trascurato per fare atletica. A 18 anni avevo di fronte a me, che ho abbandonato entrambe – lo studio o il lavoro – e la scelta – poi come si è visto – è caduta sul fare l'atletica a tempo pieno. Cosa che poi mi è riuscita bene e questo dimostra che quando hai delle credenze forti alla fine raggiungi quei risultati che fino a ieri pensavi irraggiungibili. Da giovane, quindi, l'atletica è stata un passaggio molto significativo, che oggi ritorna perché da tempo mi occupo di formazione aziendale, formazione manageriale, dove la mia vita sportiva entra in modo molto forte perché metto a disposizione la mia esperienza sportiva per aziende e manager che vogliono dare una svolta al loro modo di lavorare ed anche al loro modo di vivere”.

Il più grande rammarico sportivo di Alberto Cova?

“Il più grande rammarico in termini sportivi è quello di non aver mai corso una maratona; cosa che ho provato negli allenamenti, ho cercato di avvicinarla come distanza, ma, un grave infortunio non mi ha permesso di fare l'esordio su questa distanza e poi altre scelte che mi hanno allontanato dalla specialità. Alla fine, non avendola provata quando ero atleta vero, questo è un po' il più grande rammarico della mia carriera di sportivo”.

La sua infanzia, i suoi genitori...

“Ho vissuto un'infanzia tranquilla, molto serena, due genitori grandi lavoratori, bravi nel loro settore e a crescere due figli, io il maggiore. Anche nelle scelte a volte non condivise, però mi hanno sempre lasciato la libertà di scegliere la mia strada. Devo solo ringraziare i miei genitori, che ancora oggi esistono, sono anziani, però, li trovo ancora al mio fianco come anche rispetto della vita che conduco e nello scambio dei valori”.

Le affidiamo l'incarico di inscenarci l'Aldilà: come se l'immagina, chi vorrebbe riabbracciare, di chi ha nostalgia quaggiù?

“Delle persone che ho avuto vicino, per fortuna, non c'è ancora nessuno che mi ha lasciato; come le ho detto, i genitori sono ancora in vita, sono persone vicine a me e qui con me e mio fratello. Non ho quindi il desiderio di abbracciare nessuno dall'altra parte. Come mi immagino che possa essere l'Aldilà? Mi immagino che possa essere un mondo che corre, fatto di atletica in genere”.

Il dolore degli altri cosa trasmette ad Alberto Cova?

“Il dolore degli altri credo che possa essere superato con l'aiuto delle persone che stanno vicino a questi individui. Non credo che non ci sia soluzione medica a migliorare certe condizioni: si può solo essere vicini a questi individui che stanno soffrendo di gravi malattie o di certe meste, gravi condizioni di vita. Alla fine, credo che nessuno, davanti a certi casi, è capace di tirarsi indietro, trasmettendo il suo personale contributo, il suo vissuto. E la nostra società potrebbe offrire questo valore di scambio di valori, di vicinanza all'ammalato, ai più indigenti”.

Lei è stato onorevole al Parlamento: la politica l'ha più arricchita (dal senso morale) o l'ha più delusa?

“Ma, guardi – se posso fare una battuta – ho fatto politica di corsa, perché sono stato in Parlamento solo due anni, dal 1994 al 1996: ho sfiorato quel mondo e non ho avuto l'occasione di approfondire, conoscere quelli che sono i meccanismi, le particolarità di questo mondo. Certo che ho potuto farmene un'idea, in questi anni, dal di fuori, capendo dalla gente comune il perché capitano, si avverano certe situazioni. La mia idea è che si è andati a stravolgere doveva e poteva essere – ma, deve essere – la predisposizione di una persona che entra in quel mondo, e che deve dedicarsi a quel mondo e non ai valori della vita di tutti i giorni o curare i propri interessi. Quello che si dice in politica è molte volte difficile da realizzare, però, bisogna avere la determinazione, la costanza di continuare nella grande voglia di portare a termine quello che si dice e si promette. In questo senso, ecco l'utilità dello sport, il quale dà degli appuntamenti specifici: a quell'ora, a quel giorno, quella finale olimpica. E non puoi mica arrivare né un minuto prima né un minuto dopo, altrimenti quella finale non la corri. Nei cinque anni di un mandato di un politico, bisognerebbe ottenere dei risultati, ma, da troppi anni – e mi riferisco non solo agli ultimi parlamentari - si è parlato molto e si è fatto meno”.

La felicità è esistita, esiste in Alberto Cova, e in cosa consiste?

“La felicità credo che siano le cose che ognuno di noi si prefigge di fare e con l'impegno si cercano di realizzare. Questa è la felicità: riuscire a trovare una propria dimensione e non importa qual è il valore del risultato ottenuto, ma importante è il valore che si dà alla cosa che si realizza. Ognuno credo che nella propria testa ognuno debba crearsi degli obbiettivi, debba crearsi delle situazioni, debba costruirsele, debba riuscire a realizzare i sogni che cullava da bambino e che poi nella vita di tutti i giorni – con la mediazione dello stesso vivere – magari non si riescono a realizzare. La felicità è per me realizzare questi sogni”.

La libertà, cos'è per lei?

“Libertà vuol dire quello che noi viviamo nella nostra quotidianità. Io credo di essere, alla pari di tanti concittadini italiani – viviamo in un Paese libero – e siamo liberi di poter crear lavoro, liberi di potere esprimere con parole i propri pensieri, liberi di poter agire nelle regole che la società ti dà. Ed anche di poter pregare un Dio, che magari con la società che si integra con altri mondi può sembrare diverso, ma, che poi alla fine è sempre un riferimento per tutti”.

Di che cosa non può fare a meno il ragionier Alberto Cova nella vita di tutti i giorni?

“Mah, non lo so: questa è una bella domanda! In questo momento, credo del lavoro e dell'affetto delle persone che mi stanno vicino. Credo di essere una persona equilibrata, normale, con magari obbiettivi un pochino importanti, però, quello che per riuscire nel lavoro ed avere l'affetto delle persone che ti stanno intorno credo che sia la cosa più bella”.

La solitudine: non ha mai fatto i conti con questo stato d'animo a doppio taglio?

“Per fortuna, non ho mai sofferto di solitudine anche perché sono una persona molto curiosa, molto attiva. E, quindi, non mi sono mai sentito frustrato. Se mi parla di giustizia, credo che la libertà sia un sentimento che uno prova nel momento in cui trova intorno a sé giustizia. Giustizia giusta? Ogni persona sa che può far fronte a situazioni importanti in cui ci si scontra con una giustizia meno giusta, ma questa complica la libertà delle persone, dei cittadini”.

Cosa le dà fastidio, rabbia nella vita di tutti i giorni?

“Guardi, ad essere sincero, queste sono domande a cui non ho mai pensato”.

La maleducazione, la prepotenza?
“Sicuramente”.

Che vincono sempre i cowboy, quasi mai gli indiani?

L'oro olimpionico brianzola si lascia andare a una bella risata: “Il rispetto verso gli altri; che deve sempre esserci, deve sempre albergare in ognuno di noi. Prepotenza e maleducazione sono due situazioni che ti fanno venir rabbia, sì”.

Esistono i vinti della vita, gli ultimi, i dimenticati? Il motto dell'Istituto romano di “Villa Nazareth” è “I più grandi per i più piccoli”...

“Che i più piccoli possano prendere esempi da cloro che abbiano raggiunto certi risultati, certo. Ognuno sceglie il proprio percorso, fa delle proprie scegliere per raggiungere certi risultati, e il mondo dello sport lo significhi molto bene. Fondamentali diventano le scelte personali: ci sono i deboli e ci sono le persone che vanno aiutate. Io credo che non ci siano degli sconfitti”.

La sua – ha detto prima lei stesso – è stata “una vita di corsa”. Ebbene, cosa si è dimenticato in questo suo continuo protendersi verso la corsa?

“Io ho 53 anni e credo di non essermi dimenticato di nulla. Le cose che ho fatto, nel bene e nel male, le ho sempre vissute bene e pagate di persona. Se devo guardarmi indietro, è stata tutta esperienza significativa per dove sono arrivato oggi”.

Non deve, dunque, ci sta dicendo, ringraziare nessuno?

“Mi pare sottolineato prima che nessuno da solo arriva ad ottenere grandi risultati. Io, poi, vengo da uno sport individuale, dove si pensa che l'atleta – siccome vede solo il momento della gara – in quell'istante c'è solo lui contro gli avversari. Ma, dietro c'è un lavoro di tante persone che nella vita e che hanno collaborato nell'esperienza sportiva. Così come nell'ambito professionale. I risultati che oggi ottengo a livello professionale – certo – me li godo personalmente, ma so che c'è un contributo molto forte della società per la quale lavoro, di collaboratori che cooperano con me e di chi mi sostiene nell'attività che svolgo. Quindi, il ringraziamento va a tutti coloro che mi sono stati vicini”.

Ha mai giocato a calcio?

“Ho giocato a calcio come tutti i ragazzini che crescono col pallone tra i piedi per la strada e poi mi sono dilettato in alcune partite molto amatoriali”.

Inter o Milan?

“Io sono milanista; sono milanista cresciuto negli anni in cui il più grande giocatore rosso-nero era Gianni Rivera, per cui ho sempre ammirato le sue gesta sportive”.

Ruolo? Mediano?

“A centrocampo, no, non da mediano, ma da regista, non da faticatore come forse vorrebbe intendere lei magari alludendo alla resistenza di un atleta dei 10.000 metri. E mi vedrei in un campo più veloce come quello odierno che più tranquillo e meditato come quello di ieri”.

Lei è nato vicino a quella Erba, che ha dato i natali a un grande mancino del nostro calcio, perito tragicamente nel fiore dei suoi anni: Gigi Meroni, la “farfalla granata”, chiamato così in un suo libro dall'on. Nando Dalla Chiesa. Lei la seconda volta si era presentato al collegio di Erba...

“Io sono nato in quella zona, ad Inverigo, in piena Brianza, esattamente al centro dei due rami del lago di Como, equidistanti da Como e Lecco”.

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“Sì, appena sopra Monza, in quello che è l'hinterland milanese, ma dove ci sono già le colline della Brianza che salgono già verso i monti. Gigi Meroni? So chi è, l'ho visto giocare quand'era ragazzino. Sono un tifoso milanista sfegatato, che ho sempre vissuto in maniera molto intensa le vicende dei rosso-neri”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 26 aprile 2012

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