ULTIMA - 21/2/19 - 1^ EDIZIONE DELLA VIAREGGIO WOMEN'S CUP, ECCO LE 8 SQUADRE

Bologna, Fiorentina, Florentia, Genoa, Inter, Juventus, Sassuolo e Spezia sono le otto formazioni femminili che dal 18 al 26 marzo prossimo daranno vita alla prima edizione della Viareggio Women’s Cup, organizzata dal Cgc Viareggio: la manifestazione, come il torneo maschile, è riservata alle formazioni Primavera. Il torneo femminile sarà articolato in due
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INCONTRI VIP'S

2/6/12 - INCONTRI RAVVICINATI: BORTOLO MUTTI

MUTTI MA NON RASSEGNATI

Bergamasco, di Trescore Balneario, dove è nato l'11 agosto 1954, Bortolino, “Lino” per i più stretti e sinceri amici, Mutti l'abbiamo conosciuto per la prima volta quando operavamo per il Mantova esattamente nella stagione 1991-92, quand'era alla guida del Leffe, in C2. Ed è rimasto lo stesso personaggio umile di sempre, assolutamente non cambiato dalla buona esperienza che dopo tanto calcio giocato – specialmente come attaccante in serie B (Massese, Palermo, Brescia, Taranto – storica la sua doppietta firmata contro il Milan; che più avanti da mister del Messina batté a “San Siro”) mai una volta nella massima ribalta: è questo il suo più grande rammarico; assieme al grande sogno di guidare un grande club!) – ha vissuto in veste anche di allenatore (Hellas Verona, Messina – la stagione che ricorda più volentieri -, Napoli, Bari, Piacenza, Palermo, ed altre ancora).

Un uomo, cui piace il contatto con la natura, un impressionista del 2000 che amerebbe dipingere, creare “en plen air”, un uomo – parole sue! - che, se non avesse avuto la palla attaccata allo scarpino, non saprebbe ancora adesso cosa avrebbe potuto fare nella vita di tutti i giorni. Sempre pacate e riflessive le sue dichiarazioni, mai una polemica ingaggiata, una voce, insomma, fuori dal coro e dal gran chiasso e frastuono che echeggia e martella il “grande circo pedatorio”, un antipersonaggio, insomma. Che stride col nostro calcio malato, isterico, viziato, pieno di vizi e di poche virtù, gravido di tante miserie e di rari splendori.

Mister, quand'è che ha provato una emozione fortissima sia da calciatore che da allenatore poi?

“Da giocatore, quando centrai la promozione con il Brescia, nel 1979-80, battendo il Monza al “Rigamonti” di Brescia e grazie a un mio gol: quella volta mi resi conto cosa significava per noi, per la società, per i bresciani, al termine di una lunga rincorsa. Lo ricordo ancora quel momento con grande affetto e con grande gioia. Da allenatore, invece, la promozione col Messina in A, quando abbiamo battuto sia in Sicilia che a “San Siro” il Milan, dove c'erano dieci mila messinesi, e, uscendo da “San Siro”, guardavo il tabellone elettronico che riportava Milan 1-Messina 2: non ci credevo, è stata veramente una cosa, a livello emotivo, molto bello, molto profonda”. E' stato l'ultimo anni in A con i giallo e rossi siculi. Quell'anno lì ci piazzammo settimi, conquistammo la qualificazione all'Europa League, ma, non potemmo parteciparvi perché non avevamo l'idoneità dello stadio. Fu un anno ugualmente molto importante”.

La sua infanzia, mister, com'è stata?

“Sono figlio di un operaio, Mosè, con altri tre fratelli maschi; ci siamo dovuti arrangiare. Abbiamo vissuto le vicende normali di una generazione di ragazzi, che hanno dovuto adattarsi a lavorare, a studiare, a inventarsi qualche lavoro. Era bello, allora, perché c'era più spazio e possibilità per tutti di esprimerti sia nel mondo del lavoro che dello studio”.

Se non avesse fatto prima il calciatore e poi l'allenatore, cosa le sarebbe piaciuto di più fare?

“Mah, mi risulta difficile risponderle alla prima risposta perché ho iniziato con la palla nei piedi e lo sto facendo ancora. Sinceramente, non saprei neanche adesso cosa avrei potuto fare in alternativa al calcio”.

Che so, proviamo a suggerire noi, il medico, l'insegnante, l'avvocato?

“No, no, non sono ruoli che mi calzano; piuttosto avrei fatto l'imprenditore agricolo, perché mi piace l'aria aperta, non l'ufficio, mi piace il contatto con la natura, muovermi, essere libero, non vivere in ambienti chiusi”.

Come Nevio Scala, che lo immaginiamo in sella al suo trattore nella sua tenuta agricola a Lozzo Atestino, nella bassa padovana?

“Mi avvicino di più a questo tipo di attività, a questo tipo di persona, che essere avvocato, dottore o altre professioni”.

Una vita “en plen air”, a pieno e rigoroso contato con la natura...

“Assolutamente sì, assolutamente sì”.

Il rammarico più grande da calciatore e da allenatore, anche se ha ancora molto da dire sulla panchina?

“Il rammarico più grande da calciatore è quello di non aver potuto giocare in serie A, intraprendere una carriera importante da calciatore perché ho vinto campionati, ma, poi, sempre cessioni e il dover ogni volta ricominciare daccapo. E' il rammarico che mi porto appresso perché ho vinto campionati importanti di serie B, e non ho mai potuto debuttare in A, gustarmeli in massima serie”.

Il sogno che si porta dietro oggi come oggi?

“Quello di lavorare con una grande, che, però, per me sarà molto difficile. Però, rimane un sogno, una speranza, ma, nello stesso tempo il mio augurio è quello di poter allenare ancora per un po' di anni. Non è tanto la categoria che mi gratifica, ma lo stare in campo con i ragazzi, avere degli obbietti da raggiungere con il proprio gruppo, con la propria squadra, con la propria società”.

Di che cosa non può fare a meno nella vita di tutti i giorni Bortolo Mutti?

“Non ho grandi esigenze: la cosa che ritengo necessaria è la tranquillità, la serenità familiare, che ti possa permettere di superare i momenti-no e di condividere le gioie della vita. Tutto questo ti permette di trascorrere le giornate in maniera serena, di affrontare la vita in maniera tranquilla”.

Cos'è che le dà fastidio oggi e cosa riesce ancora a commuoverla?

“La menzogna e l'opportunismo mi danno tanto fastidio, il passare davanti a tutto, alle persone pur di raggiungere l'obbiettivo, aggirando i grandi valori. La generosità, l'altruismo, le persone che si dedicano agli altri, a chi soffre, la capacità di donarsi e di essere presenti in situazioni drammatiche, concedersi in maniera totale e disinteressata: questo mi commuove molto”.

Lei è nato in una terra che ha dato due grandi papi, Giovanni XXIII, il “Papa buono”, e Paolo VI, papa Montini: ne ha conosciuti qualcuno?

“No, ma essendo cattolico, cresciuto nell'oratorio assieme ai miei fratelli, e, avendo dato un'educazione cattolica sia alle figlie che ai nipoti, è un ambiente – quello religioso – che io considero molto e da sempre per la capacità di trasmettere certi valori e per la capacità di coltivare una certa educazione. Io credo nella capacità di coesione che questi ambienti ti aiutano a vivere”.

Il dolore degli altri cosa ingenera, cosa suscita in Bortolo Mutti?

“Mah, sono sempre sofferenze che ti mettono a disagio e che, se è possibile, ti spingono a non rimanere indifferente e ad essere solidale, specialmente a quelle che ti toccano o ti sfiorano. E puoi diventare un sostegno morale. Poi, ti ingenera anche un senso di rabbia perché vedi che c'è molta superficialità e in molti casi negligenza da parte della classe politica, dell'umanità nel far fronte a certe realtà, soprattutto a quella dei bambini innocenti. C'è rammarico e tanta impotenza. E, poi, nessuno è immune”.

La felicità è esistita e, se sì, in cosa consiste?

“Sì, la felicità è saper cogliere i momenti dolci, quelli più belli senza tanti egoismi. La felicità è nei particolari, nelle cose più insignificanti che a volte non vediamo e andiamo magari alla ricerca di chissà che cosa e l'abbiamo lì, a portata di mano. E nelle cose semplici, vedi l'amicizia, che, quando ti mancano, avverti il loro valore”.

Libertà e giustizia sono un'utopia o una realtà realizzabile?

“La libertà è difficile da vivere perché siamo un po' tutti imprigionati da situazioni dei Media, da esigenze economiche, da strutture sociali, che devi condividere perché ne va dell'ordine, della democrazia, per cui la vera libertà è utopia. Però, diciamo che possiamo ancora vivere in un Paese libero, dove, sotto quest'aspetto, ci si può ancora esprimere sotto questi valori”.

L'Aldilà esiste, mister, e come vorrebbe che fosse?

“Sono verità che non hanno trovato risposta: io penso di essere l'ultima persona indicata a darti una risposta in merito. Sicuramente, sulla terra ci accompagna la speranza di vivere un obiettivo in questa vita, al fine che non sia sprecata, gettata via, e con la speranza che di là ci sia un mondo che ti possa riportare a ritrovare, riprovare e ritrovare tutto e tutti coloro per i quali ti sei donato, vedi i tuoi cari”.

Un Aldilà, dunque, come premio e consolazione per una vita trascorsa in maniera “giusta”, “proba”?

“Chi lo sa? Io dico che c'è la speranza di essere un giorno premiati e nello stesso tempo di ritrovarsi; altrimenti, in certi momenti e certe difficoltà, sofferenze della vita non valgono la pena di essere affrontati, vissuti. Tutto quello che costruisci di umanamente valido deve per forza avere un senso, un obiettivo ben preciso, che è il raggiungimento di una pace nell'Aldilà”.

L'ultima volta che ha pianto di dolore e di gioia?

“Di gioia non tanto, di dolore quando tre anni fa ho perduto mia madre, Santina: è stato il momento che intimamente mi ha toccato di più”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 28 maggio 2012

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