ULTIMA - 18/3/19 - LA VIRTUS VINCE A TERAMO E INTRAVEDE LA SALVEZZA

Continua la serie positiva della Virtus Verona di mister Gigi Fresco che vince per 2 a 1 allo stadio “Bonolis” a Teramo e la salvezza ora sembra davvero possibile. I rossoblu veronesi hanno un ottimo approccio alla gara e all’11° sono già in vantaggio. Onescu dalla destra con un traversone basso taglia l’area biancorossa e sulla palla arriva in spaccata
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INCONTRI VIP'S

28/6/12 - INCONTRI RAVVICINATI: RAFFAELLA REGGI

REGGI...BENE LA RACCHETTA!

Tipico vanto della scuola tennistica di Faenza di Ravenna – dove è nata il 27 novembre 1965 -, Raffaella Reggi già a 11 anni era impegnata in tornei lontano dalla cittadina romagnola famosa per le ceramiche (soprattutto quelle in lustro metallico) e guidata un tempo dalla signoria dei Manfredi.
Professionista dal 1981, vince gli Internazionali d'Italia a Taranto, nel 1985, piazzandosi finalista al Torneo di Barcellona. L'anno della sua vera consacrazione è il 1986: trionfa negli US Open nella categoria doppio misto, con lo spagnolo Sergio Casal, risultando la prima italiana a conquistare un torneo del Grande Slam.

Non solo, ma, risultando ancora adesso l'unica atleta del nostro Paese ad aver vinto un torneo del Grande Slam in questa disciplina. Si piazza quarta alle Olimpiadi di Seul del 1988, tredicesima invece del ranking WTA (record personale). Si ritira nel 1992, ma l'anno prima trionfa nel doppio a Linz, in Austria. E' capitana non giocatrice della Nazionale femminile e nel 2000 conquista l'Europeo. Oggi è un'apprezzata commentatrice del tennis per l'emittente satellitare Sky Sport.

Raffaella, qual è stato il momento più emozionante, da autentica pelle d'oca della tua carriera?

“Aver disputato le tre Olimpiadi: quella è stata per me un'emozione grandissima. Ho sempre amato rappresentare il mio Paese, indossare la maglia azzurra e credo che per un'atleta sia la massima aspirazione. Poi, a livello di risultati, i tre Masters con le prime 16 del mondo, l'aver vinto il Mondiale Under 16, da dove è scoccata la mia carriera, le varie partite che ricordo molto molto bene. Però, io direi che tutta la mia carriera mi ha sempre trasmesso emozioni molto forti”.

Il tuo rammarico tennistico più grande?

“Quando io ho iniziato a giocare a tennis, non ho mai pensato di ottenere risultati così grandi. La mia è una grande passione per il tennis, stavo sui campi tutto il giorno, ma, non mi ero posto obbiettivi così importanti. Quindi, per me quello che ho ottenuto è stato un di più, e quando, bene o male, arrivi in alto nella massima classifica mondiale, a oggi ti avrei detto che sarei potuto arrivare forse tra le prime dieci se avessi avuto un servizio un pochino più decente. Rimpianto oddio, è più una constatazione perché quello che ho ottenuto è stato un di più per me”.

Tu eri fortissima perché gareggiavi in gare molto prestigiose ed economicamente remunerative, vedi Roland Garros...

“Sì, sono i quattro Slam, devi iniziare dall'Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e U.S. Open. I quattro Tornei, in cui gli atleti puntano più in alto nell'arco della stagione. Certamente, qui parliamo in un'epoca, quella mia dei pieni anni Ottanta, inizio anni Novanta, dove sicuramente non circolavano i soldi che circolano adesso. Era più che altro cercare di tirar fuori il limite massimo delle proprie capacità. Sì, i soldi c'erano, avevi anche buoni contratti a livello di abbigliamento, attrezzature, scarpe, però, non era – e parlo per me – la cosa principale. La cosa principale era tirar fuori il massimo delle mie potenzialità, delle mie possibilità. Poi, certo, avendo in casa un papà, Gianmario, commercialista, era anche tutto un po' più facile e non mi dovevo preoccupare a livello finanziario. Sicuramente era una grossa fortuna la mia situazione economica familiare”.

Oggi sei una brillante commentatrice sportiva (in particolar modo del tennis) di Sky...

“Prima di tutto, sono pubblicista, come te, io credo; poi, ho lavorato il primo anno nel 2002 – se non sbaglio – a Scream, poi, quando s'è accorpato con Telepiù siamo diventati tutti un Gruppo Sky. Quindi, siamo già dieci anni esatti quest'anno. Quest'anno sono dieci anni che collaboro con Skype e dieci anni che ho smesso di giocare, quindi, tutti anniversari. Ho smesso ad agosto, alle Olimpiadi di Barcellona, e io credo a metà agosto. Mi trovo molto bene a Sky, essere al di là della barricata non è molto semplice, perché devi cercare comunque di essere obbiettiva, spiegare anche alla gente che non conosce il tennis di capire certi meccanismi, certe cose, siamo una bella famiglia, mi trovo bene, mi piace”.

L'avversaria più irresistibile, la tua “bestia nera”?

“La più irresistibile, la più forte di tutte? La Navratilova; sicuramente, la numero uno sia fuori che in campo, grande personalità, una grande signora, capace di dare i consigli giusti anche fuori dal campo. Cosa che magari Chris Evert, che è stata poi quella dietro di lei, non faceva, non avevo con lei un gran feeling. Poi, oggi ho ottimi rapporti con la Seles, con la Sanchez, rapporti che vanno anche oltre il quadrato rosso, il quadrato del campo da tennis. Martina, secondo me, era quella che quando l'affrontavo non capivo più niente, non riuscivi mai a capire cosa faceva, era imprevedibile”.

L'eredità di Raffaella Reggi chi potrebbe oggi averla raccolta?

“Non mi piace molto fare dei paragoni con le ragazze che ci sono adesso perché viviamo in epoche diverse, il tennis forse è concepito molto diversa. Oggi c'è molto più business, molto più affari; anche sotto il profilo proprio dei rapporti fuori dal campo. Sono epoche a sé; magari oggi mi riconosco come grinta, come carattere alla Sara Errani di Massa Lombarda, anche lei romagnola, quindi, non dotata di grandissimo talento – come poi non lo ero anch'io -, però, in campo si danna l'anima. Uno doveva abbattermi, distruggermi, perché io non mollavo mai, e Sara più o meno ricorda me”.

E Flavia Pennetta?

“Io sono stata capitano della Federation Cup per quattro anni, quindi, dal '98 al 2001, e Flavia è stata un po' una mia scommessa. Era giovane, aveva 15 anni, la portai con me in Nazionale e come tipo di gioco mi è sempre piaciuta. Poi, è cresciuta negli anni, anche lei come me si è formata fuori dall'Italia perché credo che la fortuna delle ragazze è riuscire a prendere, andar via da casa, fare esperienze e questo è di fondamentale importanza. Rispetto ai maschi, che amano molto rimanere nell'ovile”.

Esiste nella tua vita il diritto – intenso in senso tennistico, non giuridico - della felicità?

“Sai, la felicità è una parola grossa, e credo che sia di fondamentale importanza trovare un proprio equilibrio. Poi, andando avanti negli anni, quando hai avuto una carriera di un certo tipo e poi finisce tutto, e non hai più le persone che ti fermano per strada, o che ti chiedono un autografo, devi essere bravo ad andare avanti e costruirti comunque una vita di un certo tipo. Ora io ho una figlia, Giulia, no, non gioca a tennis ma a pallavolo, che ha 18 anni e vederla crescere tranquilla e serena, già questo per me è una grande soddisfazione e motivo di tranquillità. Quest'ano ha la Maturità, a ottobre andrà a studiare Lingue Orientali alla Cà Foscari, a Venezia, quindi, già il fatto di vedere mia figlia felice di intraprendere una certa strada, questo mi rende serena. Felicità, sai, è una parola molto grossa: io ho il mio equilibrio, sono tranquilla”.

Giustizia e libertà sono irraggiungibili?

E giù un gran bel sorriso della bella Raffaella, aperta come un libro e romagnola doc: “La libertà? Io mi reputo molto e molto fortunata. Francamente, oggi come oggi, faccio una cosa che mi piace molto, non lo reputo un lavoro quello di commentare a Sky, oppure di trovarmi in un campo da tennis e di dare una mano ai ragazzi perché la reputo una passione, una cosa che mi piace molto. Reputo i lavori altri. Sono altri, molto più faticosi, gente che deve fare veramente fatica ad arrivare a fine mese. Io devo dirti la verità, Andrea, grazie alla mia famiglia, mi reputo una privilegiata. Quindi, il discorso di libertà è facilmente raggiungibile per me”.

E giustizia?

“Ah, come sta funzionando, come vedo adesso, come stanno funzionando da noi non tanto le cose, io sono stato all'estero tanti anni, oggi come oggi mi viene la voglia di prendere su tutto ed andare via. Avendo, però, sai la mia famiglia ancora qui, a Faenza, poi, le tue radici, diciamo così, ti fa dire “no, io comunque rimango e non mollo”. Però, vista la situazione qui non è delle migliori sotto l'aspetto politico. Però, anche nel tennis, nel senso che la cosa migliore per cercare di tirare fuori il meglio è andare fuori e cercare di confrontarsi con i ragazzi all'estero. Poi, alla fine, vedi nel lavoro e nel lavoro, ti parlo nello specifico del tennis, è meglio prendere ed andare via!”

Il destino esiste inteso come fatalità, oppure per te esiste un Dio, una religione?

“Io non sono molto credente, nel senso che non vado tanto in chiesa. Ho un mio modo un po' mio, particolare di credere. Nel destino io ci credo: le cose non capitano per caso”.

Secondo te, esiste l'Aldilà, esiste un Paradiso, un luogo dove ci incontreremo tutti alla fine dei tempi?

“La persona che vorrei ritrovare è la mia mamma, Maria Paola”.

E come vorresti trovarla?

“Sana, che stia bene, che non abbia problemi di quelli che ha avuto nell'ultimo periodo in cui è morta un anno fa, ma, che tutto sia più tranquillo, senza più grossi problemi, senza grandi stress. Dove si può vivere una vita più tranquilla e più serena. Anche se io non mi lamento, eh, perché io mi reputo molto fortunata. Però, insomma, avere una vita un pochino forse più spensierata”.

Che gioventù hai avuto?

“Io ho avuto un'adolescenza bellissima, ho una sorella di 6 anni più piccola, i miei genitori mi hanno dato l'opportunità di fare quest'esperienza del tennis, sono andata via di casa prima a 11 anni – perché ho fatto tre anni a Latina – e poi a 14, quasi 15, negli Stati Uniti. Quindi, sfido qualunque genitore di poter fare alla propria figlia esperienze di questo tipo qui, portare la figlia alla “Malpensa” e dire ok ci vediamo tra nove mesi. Quindi, tutto quello che ho fatto devo solo ringraziare la mia famiglia, per l'opportunità incredibile che mi hanno concesso. E devi pensare che non nasco da una famiglia di sportivi perché l'unico che faceva un po' di sport era mio nonno, che faceva il boxer, il pugile, Angelo, il papà di mio papà”.

Il dolore sia fico che psicologico di un altro che cosa trasmette in Raffaella Reggi?

“Mah, dipende da come tu lo vivi il dolore. Io, ti dico, ho attraversato l'ultimo mese, mese e mezzo della vita di mia mamma, in cui mamma ha vissuto la malattia con una dignità pazzesca, non ha mai mollato, una gran grinta. Ed è stato un gran insegnamento il poter andare avanti grazie alla sua storia, alla sua testimonianza è di fondamentale importanza perché ti fanno passare in secondo piano tutte le altre cose, tutti gli altri stati d'animo: le arrabbiature, prendersela per tante cose che non servono a niente. Io sono una che comunque psicosomatizzo molto, cioè se devo essere in conflitto con altri, mi prende proprio lo stomaco. Io non voglio conflitti, non mi piace essere arrabbiata con nessuno”.

Sei superstiziosa, lo eri quando giocavi?

“Quando giocavo un pochino: lo stesso completino, magari lo lavavo la sera...”

Indossavi sempre quello che ti aveva portato fortuna?

“Sì, magari sì, non sempre. Magari in alcuni tornei, dove riuscivo ad andare avanti. Magari ascoltare delle canzoni particolari prima di entrare in campo”.

Col calcio non ci hai provato?

“Mah, sono una gran tifosa della Juve, adesso un pochino meno, ma andavo allo stadio, giocavo anche a tennis con calciatori della Juve. C'è stato un anno, quello della vittoria della Coppa Intercontinentale a Tokyo...”.

Allora, immaginiamo che tu avrai sfidato quel simpaticone di Stefano Tacconi, il “Bell'Antonio” Cabrini, a Milano Marittima?

“No, a Tokyo, ed ero nello stesso albergo. Ho sfidato Cabrini, Platini, Tacconi, Massimo Mauro, Stefano Pioli, Bonini, e, quindi, mi diedero il biglietto (dicembre 1985) per andare a vedere la finale, ma, il giorno prima vennero a giocare a tennis con me, di nascosto dal Trap, perché il Trap era allora l'allenatore della Juve. Adesso Massimo Mauro l'ho ritrovato a Skype, ma, io a Torino ci andavo spessissimo, mi piaceva molto”.

Eri una tifosa bianco-nera, una Druga...

“Sì, un Drughi, sì” e alé, giù un'altra bella e sincera risata “ma, era tutta la mia famiglia era juventina”.

Come tutta la Romagna, del resto. Il giocatore tuo preferito?

“Nel calcio mi piace molto Del Piero; al di là del calciatore mi piace come è anche come persona fuori dal campo. L'atleta lo si valuta a 360 gradi , e credo che Del Piero, per come è andata comunque quest'anno, si è comportato veramente alla grandissima”.

Ti emozioni facilmente?

“Sì, sono una che mi emoziona spesso quando guardo un film, le storie d'amore. Sì, come dici tu, sono una passionale, anche se sono convinta di dare l'impressione di essere una molto dura, con la puzza sotto il naso, ma, nella realtà sono un tipo completamente diverso”.

Che cos'è che ti dà fastidio?, e siamo al “rovescio” della vita...

“La falsità, le persone che si presentano in un modo e poi scopri che in realtà non sono quelle che sono, l'ipocrisia, il non essere schietti, diretti. Io mi presento e sono questa: e mi piacerebbe che le persone fossero altrettanto con me. Poi, capisco che il personaggio tra virgolette è costruito. Anche se magari poi diventi impopolare perché la gente non ama che tu gli dica le cose veramente come stanno, no?, ma io sono così, prendere o mollare!”

Una gaffe che hai fatto, un'”autogol” come tennista, e in veste da commentatrice televisiva?

“A Sky può essere successo che magari, non so, ti mangi le parole, dici una cosa e poi ne dici un'altra e poi ti scusi o fai finta di niente per non rimarcare lo sbaglio”.

E la steccata, o papera, più clamorosa da tennista?

“La racconto spesso: è quando ho cominciato a viaggiare e viaggiavo da sola ed ero abbastanza piccola - e non so se questa la vorrai scrivere - ma, nel nostro ambiente – come in tanti altri ambienti dello sport – ci sono donne, tu vive comunque la solitudine, quindi, bene o male, ci sono certe donne che puntano già le bambinette piccole, no? E da noi, nel tennis, ce n'erano abbastanza, la ceca Navratilova insegna, però, gente che comunque stava sempre al proprio posto. E c'erano, invece, persone che la facevano abbastanza sporca. Ed io vedendo un po' di movimenti strani nello spogliatoio – calcola, Andrea, che io avevo 14-15 anni, ed ero abbastanza piccolina – e, io nell'esperienza con gli uomini avevo incominciato abbastanza tardi, ebbene, vedevo tutti questi movimenti, tu ti spogliavi, te le vedevi girare, ronzare attorno, ed allora un giorno sbottai con un “qui, mettiamo bene in chiaro le cose come stanno”, poi, mi misi a sedere sulla mia panca e ho iniziato a raccontare come dico io la rava e la fava, sì ieri sera sono andata in questo locale, c'era un mucchio di uomini, mah, bellissimi, anche andando un po' giù pesante nella descrizione dei particolari, e mi hanno lasciato stare, non ho mai avuto più corteggiamenti. Non era tanto una gaffe, ma la voglia di mettere subito le cose in chiaro . Se mi sono sempre fatta voler bene dalle ragazze è essere stata sempre chiara, far capire bene da che parte stai...”

Prima hai sfiorato la parola solitudine: tu hai mai avuto a che fare con quella un po' pesante, un po' lunga?

“No, la fortuna ha voluto che ho smesso in un momento ben preciso in cui avevo deciso di smettere, alle Olimpiadi di Barcellona 1992, e, quindi, saranno 20 anni giusti ad agosto. Ho smesso, tra l'altro, non dicendo niente a nessuno, ho chiamato i miei dicendo “accendete la televisione perché c'è la mia conferenza stampa, signori io ho finito!” Perché quando inizi a perdere da gente che comunque non riuscivi a battere facilmente, fisicamente non stavi più bene, e io ho smesso perché purtroppo non ho più le cartilagini alle anche. Ed è una scelta – la chiamo una grandissima fortuna – che ho preso con la massima tranquillità e libertà. Molti atleti oggi rimangono lì perché forse non hanno forse un'alternativa, quindi, trascinano la fine molto più a lungo e secondo me diventa proprio un'agonia”.

Hai fatto tanti viaggi e molta esperienza all'estero: mai una solitudine?

“No, solitudine assolutamente no, perché bisogna essere in grado anche di stare molto bene. Questa è una cosa di fondamentale importanza”.

Mai una paranoia dunque affiorata nella tua vita?

“All'inizio magari – sai, matrimonio fallito il mio... – ci pensi, Andrea, ma quando stai bene di salute, tua figlia cresce bene, fortunatamente, ti dico, hai un buon lavoro e tutto quanto, va bene così”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 19 giugno 2012

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