ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

15/7/12 - INCONTRI RAVVICINATI: MONSIGNOR RENATO BOCCARDO

MONSIGNOR BOCCARDO, CHE SLALOM!

Torinese di Sant'Ambrogio – dove nasce il 21 dicembre 1952 -, monsignor Renato Boccardo è l'arcivescovo delle perugine Spoleto e Norcia dal 16 luglio 2009, ordinazione avvenuta presso l'altare della Cattedra della Basilica Vaticana, celebrante il cardinal Angelo Sodano, l'allora Segretario di Stato. L'ingresso in Santa Sede avviene molto presto per il prelato: il 1° maggio 1982 inizia a prestare la propria opera nella Rappresentanza Pontificia in Bolivia, Camerun e Francia. Dal 1988 al 2003 è uno dei Cerimonieri Pontifici. Ha coordinato l'organizzazione e la celebrazione delle Giornate Mondiali della Gioventù di Denver (1993), Manila (1996), Parigi (1997), Roma (2000), ed anche il pellegrinaggio nel 1995 dei giovani d'Europa a Loreto.

L'11 febbraio 2001 riceve l'incarico di Capo del Protocollo, con incarichi speciali presso la Sezione Affari Generali della Segreteria di Stato e come responsabile dell'organizzazione dei viaggi del beato Giovanni Paolo II. Il 29 novembre 2003 è nominato vescovo titolare di Acquapendente e Segretario del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali. Il 22 febbraio 2005 riceve la nomina di Segretario Generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. L'arcidiocesi di Spoleto e Norcia conta circa centomila anime e comprende 25 Comuni delle province di Perugia e di Terni.

Eccellenza, ci può spiegare il suo stemma araldico?

“”Non erubesco evangelium”: è il motto che ho scelto quando sono stato chiamato all'episcopato, perché considero che il dovere del vescovo – come quello di ogni cristiano – è non vergognarsi del vangelo, cioè avere quella libertà e quel coraggio e custodire la fedeltà alla parola del Signore. E tentare di metterla in pratica. Chi, poi, nella Chiesa riceve un ministero che è quello di essere anche guida dei fratelli, a maggior ragione, deve custodire e rendere feconda questa fedeltà. Per questo l'ho scelto un po' come programma di ministero che tento di realizzare”.

Non ha mai dato quattro calci al pallone?

“No, è stata una delle mie mancanze: fin da ragazzino, devo dire che non ho mai avuto la passione per il pallone, e non è che crescendo questa passione sia aumentata”.

Una simpatia, su ci sveli reverendo, nel cuore lei ce l'ha: Toro o Juve?

“Niente, ne l'uno né l'altro, proprio perché non ho mai seguito neanche da bambino l'agonismo calcistico e dunque sento, partecipo indirettamente, ma, nessuna appartenenza”.

Papa Wojtyla era un vero pentatleta, papa Pacelli (Pio XII) amava l'automobilismo e la corsa, papa Ratti (Pio XI) era un grande rocciatore. Lei, invece, quale sport ha amato o ha praticato?

“Sì, a me la montagna piace molto essendo originario di una zona di montagna, e dunque le mie vacanze le passo abitualmente sulle Alpi piemontesi, con grandi camminate, qualche scalata in alta quota. E, quella certamente è una passione. Essendo, ripeto, nato vicino alle montagne, lo sci quando in particolare ero studente, era una passione prioritaria. Poi, andando in giro per il mondo, è stato sempre più difficile trovare il tempo materiale, però, rimane quest'amore, questa passione per la montagna”.

La Nazionale agli Europei di Polonia-Ucraina la sta seguendo?

“La leggo sul giornale. Commenti, previsioni e si misura lì la passione di tanta gente”.

Gli oratori: la grande intuizione di San Filippo Neri, materializzatasi poi nell'Ottocento grazie a San Giovanni Bosco, è stata rivalutata dalla Cei del suo presidente, il cardinal Angelo Bagnasco...

“Sì, anche noi qui in Umbria stiamo sforzandoci di sostenere e di potenziare l'attività degli oratori. Adesso, in questo periodo estivo, sono migliaia i ragazzini, gli adolescenti che frequentano le diverse forme di oratorio che già c'erano o che si stanno mettendo in atto attualmente. Crediamo che la formula dell'oratorio sia innanzitutto un servizio prezioso che la comunità cristiana può offrire ai ragazzi, ai giovani, indipendentemente dalla loro appartenenza professionale. E' un luogo di incontro, di socializzazione, un luogo di formazione importante per la solidarietà, il giusto agonismo, la disciplina personale, il rispetto delle regole. Un lavoro educativo, mi sembra, fondamentale oggi più ancora che in altre epoche. Naturalmente, i nostri oratori hanno un'identità, non sono semplicemente un luogo di aggregazione sociale: fanno parte di un progetto educativo cristiano. E, offrendo, nel rispetto della sensibilità di tutti, questi luoghi
e questi tempi di aggregazione, noi non vogliamo venire a meno anche a quella che è la proposta della vita cristiana. Quindi, metterei insieme formazione umana e formazione cristiana”.

In che cosa consiste la felicità?

“Felicità vuol dire sapere di essere al proprio posto e di occupare questo posto secondo le proprie possibilità nel miglior modo. Sapersi a posto di fronte a sé stessi, cioè avere il cuore in pace con sé e con gli altri, provare a rendersi utile per il bene gratuitamente, ebbene, credo che questa sia la formula della felicità, che spesso confondiamo con un sentimento, con uno stato d'animo, con la mancanza di tensioni, ecc. Mi pare che sia qualcosa di molto più profondo. Ecco, la coscienza di essere al proprio posto e di compiere il proprio dovere”.

Quand'è, Eccellenza, che saremo veramente liberi?

“Eh, quando saremo morti perché siamo condizionati continuamente e dalla mentalità comune e dalle pressioni sociali e dal peccato originale che ognuno si porta dentro. Dunque, questa lotta tra il bene e il male, tra la gratuità e l'egoismo, tra l'affermazione di sé e l'apertura all'altro ecc... credo che ci accompagni per tutta la vita. Credo, pertanto, che dobbiamo fare i conti sempre con questa tensione interiore che produce alti e bassi: momenti di maggiore realizzazione personale (nel senso che si riceva) e momenti di compromesso ed anche di fallimento. Per cui sappiamo bene che la pienezza di qualsiasi aspetto della nostra vita ce l'avremo solamente quando questa vita si compirà nella Casa di Dio”.

Quand'è che si può parlare di giustizia vera?

“Probabilmente, è la stessa cosa: la giustizia è in mano agli uomini, e gli uomini - soprattutto coloro che devono amministrare la giustizia – hanno una grave responsabilità per il bene dell'umanità. Naturalmente, tutti rimaniamo uomini, con le parzialità del giudizio, con le imperfezioni, anche lì con i nostri limiti. Credo che la ricerca della giustizia nella verità è uno dei doveri fondamentali della persona umana e della società, sapendo che il rischio di parzialità esiste sempre. Per cui, avere una chiarezza di vedute e una coscienza della responsabilità grave mi sembra indispensabile”.

Tema dell'Aldilà, argomento più misterioso che mai: cosa ci sarà, come se l'immagina, cosa ci aspetterà, Eccellenza? Chi vorrebbe ritrovare?

“Mah, Gesù ci ha detto soltanto che l'aldilà esiste; non ce l'ha raccontato, non ce l'ha descritto. E, mai nessuno è tornato dall'Aldilà per dirci che cos'è e come è. La fede cristiana ci dice “ci fidiamo della parola del Signore” e aspettiamo di sperimentare questo. San Giovanni nella sua Prima Lettera dice: “Noi vedremo Dio così come Egli è”. Oggi noi cerchiamo di balbettare qualcosa tentando di definire Dio, che è indefinibile per la nostra natura, per le nostre capacità umane. Possiamo immaginare che il partecipare della Vita di Dio sia la risposta a tutta quell'attesa di pienezza, di felicità, di vita, di gioia che ognuno di noi porta dentro. Dire di più mi sembrerebbe fuori posto perché significherebbe ridurre alle nostre categorie umane Qualche cosa che riducibile non è, che ci supera. Però, credo che la prospettiva è questa, quello che dice San Giovanni: “vedremo Dio così come Egli è”, e questa visione di Dio sarà l'appagamento pieno”.

Quindi, non ci comparirà, l'Aldilà, come una grande luce, o un grande sole?

“Bé, il sole e la luce sono delle cose che vediamo noi da questa terra. E rientrano nei concetti che noi possiamo definire, mentre mi sembra che l'Aldilà – proprio perché è al di là – è indefinibile”.

Chi vorrebbe riabbracciare, i suoi genitori?

“Ho ancora mia mamma. In Dio, proprio perché questa visione di Dio appaga la nostra sete di vita e di felicità, ritroveremo, io credo, anche tutte le persone care che hanno avuto un passaggio, che hanno lasciato un segno nella nostra vita”.

Suo padre, che lavoro faceva?

“Mio padre, Luciano, era un dirigente Fiat, e dunque il papà, i nonni con cui sono cresciuto. E vorrei tanto ritrovare loro ed alcuni preti che mi hanno accompagnato nel cammino della formazione: tutte le persone che hanno segnato particolarmente il mio percorso anche umano e sacerdotale. Certamente, è un'attesa che consola”.

La sua era una famiglia numerosa?
“No sono figlio unico”.

Che cos'è che le dà, in generale, più fastidio, e cosa invece la riesce ancora a commuovere?

“Mah, cos'è che mi dà più fastidio? Probabilmente la superficialità, verso la quale ci stiamo indirizzando sempre di più un po' per il ritmo frenetico della vita, un po' perché la nostra società sembra sempre più succube delle pressioni mediatiche. Ed allora si diventa superficiali nel giudizio, nella valutazione, nei rapporti umani, nella moda e nella Fede. Lo vedo sempre di più - dipende un po' dalle zone – ma ci sono ancora le espressioni esteriori della Fede, ma probabilmente sono venuti meno un po' i contenuti: cioè facciamo dei gesti che dicono una Fede, che però non ispira più lo stile della vita, e non diventa un punto di riferimento per le scelte fondamentali dell'esistenza. Dunque, c'è questa questa distrazione, questa superficialità galoppante. Cosa mi consola?”

No, cosa la commuove ancora oggi?

“Il vedere che anche in questa situazione c'è tanta gente – io lo esperimento qui, come vescovo di questa diocesi, andando in giro per le parrocchie, ecc... -, vedere come c'è tanta gente che prende sul serio il Vangelo, e che nella fatica della vita quotidiana cerca di orientarsi, di costruire qualche cosa su una base stabile come quella della parola del Signore. Che riesce ad ispirare dei gesti di accoglienza, di perdono, di riconciliazione, di generosità ed altro. In fondo, è questo il tessuto che rende viva la Chiesa, al di là dei nostri documenti pastorali – e il papa ce li ricorda continuamente, dicendo che non è la riforma delle strutture che darà vita nuova alla Chiesa, ma è la santità personale dei credenti. E questo è certamente sorgente di commozione, consolazione e di speranza. Finché abbiamo della gente così – e penso ai miei preti, che danno la vita con generosità, con sacrificio per stare insieme alla gente:; questa è una zona, tra l'altro che ha vissuto il dramma, le conseguenze di terremoti terribili -, io queste sciagure, queste ferite non le ho vissute, non le ho provate, ma sento le testimonianze di come la gente ha apprezzato, ha sentito questa prossimità dei loro preti. Come i preti hanno condiviso fino in fondo anche il disagio, la sofferenza, la speranza della ricostruzione. E, finché abbiamo dei preti, della gente così possiamo sperare”.

Quand'è l'ultima volta che ha pianto di grande dolore?

“Quindici giorni fa, quando ho seppellito il parroco di Norcia, morto per una banale caduta da cavallo. Monsignor Mario Corini, parroco di Norcia, vicario episcopale per la Valnerina, prete giovane, brillante, stimato, e certamente sono quegli eventi che ti lasciano senza parole. Di fronte ai quali si sperimenta la piccolezza di quello che noi siamo”.

In un'epoca di grande trionfo della Comunicazione e dei suoi strumenti internetici (vedi Facebook, twitter, blog, ecc...) perché si soffre di solitudine e ci si toglie anche la vita a causa dell'incomunicabilità tra esseri umani?

“Questa mi sembra la grande contraddizione del nostro tempo: mai come adesso è facile comunicare (in tempo reale arrivi all'altra parte del mondo), mai come adesso si lamenta della solitudine, fino a poi queste espressioni estreme, che, come ricorda lei, possono essere i suicidi. Noi, qui a Spoleto, abbiamo questo bellissimo “Ponte delle Torri”, che purtroppo è una delle mete preferite da queste persone che decidono di togliersi la vita: persone della nostra zona che altri, che vengono addirittura da fuori. Ed è sempre anche questo un esame di coscienza che siamo chiamati a fare come società. Cioè, non siamo più capaci di avere dei rapporti umani, siamo immersi in un sistema che dà più attenzione all'uomo per l'immagine che dà di sé, che per la sua esteriorità, alla sua ricchezza. Questa tragedia della solitudine per i giovani e per i meno giovani, che alla fine non ce la fanno ad affrontare una situazione più grande di loro. Vedo che il ritrovare, il riscoprire una dimensione umana, dello stare insieme, sia una delle urgenze fondamentali della nostra società. Adesso noi ci preoccupiamo tanto di salvare l'euro – ed è giusto che l'Europa progredisca in questo cammino di integrazione, di reciprocità di rapporti -ma, non vorrei che la preoccupazione finanziaria, amministrativa e politica avesse il sopravvento su quell'altra preoccupazione, che è vitale, che è quella di ricostruire un tessuto della nostra società, di ridare un tessuto umano. E sul tessuto umano verrà anche quello religioso, cristiano, ma innanzitutto la fecondità dei rapporti umani, il tempo per ascoltarsi, il tempo per stare insieme. Penso alle domeniche, quando apriamo i negozi, andiamo tutti ai supermercati, al centro commerciale, e non abbiamo più il tempo di stare insieme, di fare una passeggiata, genitori e figli di fare un picnic: cose che sembrano banali, ma sono quelle che costruiscono una relazione”.

Lei passa una nottata insonne, di angoscia e si rivolge a per chiederci un teso: noi, in cambio, le proponiamo le biografie di Giorgio La Pira, di don Lorenzo Milani, dell'abate Giuseppe Dossetti, “L'imitazione di Cristo”, “Le confessioni” di Sant'Agostino, le poesie di padre David Maria Turoldo. Quale libro sceglierebbe?

“Così, su due piedi, chiederei il libro della vita di don Milani, perché, senza nulla togliere a Sant'Agostino, a Giorgio La Pira, era un prete appassionato. E leggere oggi quello che lui scriveva con quella sapienza, con quella passione, appunto, è stimolante, anche come scuola di vita”.

Di che cosa non può fare a meno monsignor Renato Boccardo, futuro, auguriamoLe davvero, “principe della Chiesa”?
“Domanda difficile!”

Di pregare?

“Domanda difficile perché è naturale che un cristiano non possa fare a meno della preghiera, altrimenti che cristiano è?”

Dell'amore verso gli altri, di concedersi pienamente al prossimo, specialmente al più bisognoso, al più sfortunato?

“Nessuno può vivere da solo: non possiamo interagire senza un altro cristiano, non è possibile vivere una relazione vera senza un altro”.

Senza provare una grande, profonda nostalgia verso Dio?

“Questa è una preghiera che faccio spesso: che non si spenga questa ricerca, desiderio di Dio. La nostalgia, dice bene. E' comunque difficile, così su due piedi, risponderle, perché ci sono delle cose costitutive e sembra banale dire non posso fare a meno della preghiera. Non posso fare a meno di stare con gli altri, non posso fare a meno di leggere qualche cosa di interessante, che stimoli la riflessione: è naturale pure questo. Forse, non posso fare a meno della normalità. Io ho sempre apprezzato le persone normali, perché è facile ammirare gli eroi, che con uno slancio di generosità fanno delle grandi cose, ma, c'è una normalità, che, proprio perché è normale, non viene apprezzata, non viene rivelata”.

Si riferisce alla semplicità, all'umiltà?

“Sì, alla normalità della vita quotidiana: a me piace tanto nelle parrocchie, incontrare la gente che mi racconta la preoccupazione per il figlio che adesso ha perso il lavoro e non sappiamo come fare, però, noi genitori ormai da pensionati gli passiamo dare qualcosa così nostro figlio e sua moglie possono andare avanti. Una vita normale, certo, ma che fatta poi di gesti concreti, di costruzione, di solidarietà, di impegno. La normalità; che mi mancherebbe molto. Che significa anche stare al proprio posto e compiere con responsabilità il proprio dovere”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 27 giugno 2012

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