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INCONTRI VIP'S

25/7/12 - INCONTRI RAVVICINATI: CLAUDIO BRACHINO

BRACHINO, IL DIRETTORE FILOSOFO

Nato a Viterbo, il 4 ottobre 1959, Claudio Brachino si laurea a Roma in Lettere e Filosofia e durante gli anni dell'Università conosce il grande Eduardo De Filippo. Con il quale collabora nella stesura di “Mettiti al passo!”, commedia portata in teatro e scritta per Einaudi nel 1982, sotto lo pseudonimo di Claudio Brachini. Non solo, ma, il noto conduttore televisivo e promettente saggista, Claudio Brachino, appunto, entra in contatto anche con un altro grande maestro, Nikita Michailov. Vicedirettore di “Studio Aperto”, autore e conduttore di “Top secret”, ha scritto anche il saggio “La macchina da presa teatrale” (“Quaderni del Teatro di Roma”, 1988). Per Mondadori ha pubblicato “Ricomincio da te” (1997), “Non c'è due senza te” (1998), “Top Secret” (2005).

Direttore, ha mai giocato a calcio?

“Sì, assolutamente, molto da bambino. Essendo figlio unico, qualche volta facevo molti ruoli, dall'attaccante al difensore; anche il portiere nei tornei. Molto anche a livello amatoriale; sono stato anche capitano della squadra di Mediaset Star, ruolo attaccante”.

Il giocatore e la squadra del cuore di Claudio Brachino, viterbese (nato il 4 di ottobre 1959)?

“Io sono viterbese, e, quindi, essendo abitante del Lazio e non di Roma, c'è libertà di tifo; la mia squadra della mia infanzia era il Milan e il fato ha voluto che io venissi assunto da Galliani. Quindi, ho avuto la possibilità di conoscere il Milan da dentro. Molti mi dicevano “Ah, sei diventato milanista perché lavori in Fininvest!”, invece, molti non sanno che il mio mito da piccolo era Pierino Prati, bomber sia del Milan che della Roma. E' chiaro che negli anni dell'Università a Roma se ci fosse una simpatia, diciamo, successiva al tifo primario, è quella per la Roma di Falcao. Ma, parliamo di una simpatia”.

Lei ha collaborato – lei è saggista oltre che conduttore televisivo - anche nella stesura di una commedia (“Tutti in pista!”) con il grande Eduardo De Filippo. Cosa le è rimasto di questo genio del teatro italiano?

“Sì, io ho collaborato con Eduardo in una certa fase della sua vita, quando lui ha fatto il professore a contratto all'Università di Roma, precisamente alla cattedra di Storia del teatro e dello spettacolo. Io ero studente di Lettere, e, dopo regolare Concorso, ho partecipato a questo Corso di Drammaturgia. Tra le 400 persone del Corso, che scrivevano, che non scrivevano, grandi e piccoli così, Edoardo ha scelto il mio testo per riscriverlo insieme, metterlo in scena come regista e pubblicarlo con Einaudi. Avevo poco più di vent'anni, e mi ritengo un uomo fortunato perché quando conosci i grandi da piccolo, come dico io, ti danno una lezione che ti rimane tutta la vita. Ti rimane la percezione della grandezza, ti rimane una grande lezione di vita e di arte, e ti rimangono una serie di regole che ti porti appresso per te stesso e per quello che fai per sempre. Di lui mi è rimasto molto, anche perché Edoardo diceva sempre che la vita di uno uomo non avrebbe senso se non passasse nell'esperienza di un altro. Poi, in realtà, lui mi aveva scelto come giovane allievo per diventare drammaturgo, io non ho fatto più il drammaturgo, ma ho continuato, in fondo, la lezione di Eduardo in quello che ho fatto. A mio modo, ovviamente, senza fare confronti e paragoni, eh, perché, insomma, poi ognuno realizza quello che può”.

Felicità, cos'è un'utopia e basta? Anche giustizia e libertà sono solo concetti astratti di fronte alla realtà del quotidiano? Quand'è che saremo veramente liberi?

“Ma, sai, queste parole hanno un campo semantico talmente vasto e talmente complesso, che rischio, io, ex filosofo del linguaggio, rischiano veramente di diventare delle parole di routine, delle monete che non valgono più niente, super inflazionate. Se dovessi trovare un campo semantico alla felicità, direi che è una delle classiche cose che si hanno nella vita per non raggiungerle mai perché non si raggiungono mai. Sempre, come dicevano alcuni maestri, a frammenti o in brevi momenti. Anzi, io sono uno di quelli psicanaliticamente così complicato che penso che quando sono felice, lo razionalizzo, penso sempre che porti male. Quindi, direi che la felicità è un'eterna rincorsa, no? Su giustizia e libertà non mi pronuncio: ho già dato una risposta su una”.

Il grande Dostoevskij diceva che le felicità sono diverse e che i dolori accomunano gli esseri umani: una sua riflessione a riguardo, direttore.

“Credo che questo – se non sbaglio – fosse l'inizio di “Anna Karenina” di Lev Tolstoj – non vorrei fare il maestrino – quando dice che tutte le famiglie felici si assomigliano e ogni famiglia infelice lo è a modo suo: sono perfettamente d'accordo, non solo perché è Tolstoj, insomma. Ma, sono anche d'accordo perché è Tolstoj, va bene?”

L'Aldilà esiste, oppure è – come recita in una sua nota canzone Piero Pelù – solamente “un'astuta bugìa”?

“Ma, guarda, se avessi una risposta affermativa, definitiva a questo tipo di domande, avrei risolto un sacco delle intuizioni. Io credo che una delle questioni primarie dell'uomo, ebbene, me lo disse una volta Eduardo De Filippo in questi giovanili incontri, in cui ero ragazzo timido, e stavo a casa sua, “un uomo che semplicemente ha paura della morte non ha capito niente della vita”. Però, noi abbiamo una grande paura della morte, paura di questa cosa che finisce e di entrare in questo mondo, che non sappiamo cos'è. E' chiaro che lì entra in gioco una questione che noi chiamiamo Fede: io sono un cristiano, quindi, penso che filtra qualcosa che non sia la vita, però, umanamente ho paura della morte; moltissima paura”.

Lei sembra un direttore solido, che nasconde bene le proprie passioni: ebbene, in quale occasione ha pianto di vero dolore recentemente?

“Ma, guarda, io non ho paura dei pianti. Io ho avuto un altro maestro quand'ero sempre lì all'Università, due-tre anni dopo Eduardo. Ho conosciuto, ho lavorato con Nikita Michalkov, ho fatto un saggio sulle “Prove di pianola meccanica”, in cui il protagonista era Marcello Mastroianni (fu pubblicato nei Quaderni del teatro di Roma, quindi, qualcuno po' ancora recuperare) e si chiamava “La macchina da presa teatrale”, e mi ricordo che i russi piangevano spesso, anche tra di loro, a cena, a tavola, e anche spesso come arte teatrale. E mi ricordo che questa frase di Michalkov diceva “In fondo, le lacrime sono come delle guide comuni, che permettono all'attore di avere degli stati d'animo diversi senza contraddizioni meccaniche”. Quindi, l'uomo piange, piange spesso, c'è quest'acqua che lava via questi nostri stati d'animo, e mi è capitato di piangere. Per fortuna, grandi dolori personali in questo momento non li ho, però, mi capita professionalmente, qualche volta, di commuovermi per le storie degli altri, quando ci sono delle storie struggenti. E, siccome sono diventato papà da grande, mi torturano molto i bambini, i bambini indifesi, vittime dei fatti di cronaca, i più orribili, spietati. Ma, mi capita anche di piangere anche di emozione e di gioia, e, allora, anche in questo senso, mi commuove guardare le braccine grasse di mio figlio, perché è una forma dell'amore puro”.

Di che cosa non può fare a meno, nella vita di tutti i giorni, il dottor Claudio Brachino?

“In primis, della salute, io sono figlio di contadini, quindi, sono primario ed essenziale. Poi, posso citare un altro maestro, che non è stato un mio maestro diretto e poi non è stato un mio maestro politico perché appartiene ad altri, Enzo Biagi. Mi ricordo che da piccolo leggevo i saggi di Biagi, che diceva “Non c'è niente più bello della vita che la sera girare la testa sul cuscino ed essere in ordine con se stessi”. Quindi, per me, l'onestà intellettuale, la pulizia morale sono categorie fondamentali. Ma, anche sicuramente l'amore, l'amore di una donna, l'amore dei figli, l'amore degli altri. Io ci tengo molto a vivere in un contesto armonico, non sono un uomo di grandi battaglie, anche se considero necessarie quelle politiche che si vivono ogni giorno nel lavoro. Considero le più terribili le battaglie che si sviluppano interiormente, ma il nutrimento, le munizioni a livello interiore, io le prendo dall'amore”.

A lei, nato a Viterbo, sede nella storia di elezioni papali, ed amante del calcio, chiediamo di formulare, trasformatosi per un istante in Cesare Prandelli, la Nazionale degli ultimi pontefici.

“Allora, Ratzinger, papa Woytjla, papa Giovanni XXIII, Paolo VI...”

No, troppo facile, direttore: li collochi, li schieri in campo, per favore.

“Beh, diciamo Ratzinger potrebbe essere Pirlo, Woytjla lo vedo invece come un grande attaccante, no?, potrebbe essere (adesso non ricordo più una metafora calcistica)...”.

Come Luca Toni?

“No, no, anche perché non vorrei essere scortese davanti ad un'autorità ecclesiastica. Papa Luciani (Giovanni Paolo I) è stato papa per troppo poco tempo per schierarlo, Paolo VI un concettuale, quindi, gli farei fare il centrocampista. A nessuno di questi gli farei fare il difensore. Comunque, Viterbo è Palazzo Papale, la piazza del Palazzo papale è un punto di riferimento per i giovani che la sera passeggiano. E, alla mia epoca – quando non c'era ancora l'Università a Viterbo – la piazza del Palazzo Papale era sempre deserta, ed è veramente uno spazio metafisico di grande riflessione, con questa pietra grigia, queste notti, no?, viterbesi. E, quindi, chi volesse ancora oggi fare una passeggiata nella storia, e nelle emozioni della storia, si rechi in questa piazza. Dove oltretutto è nato il Conclave, il conclave deriva da lì, no?”

Dal latino “cum clave”, cioè chiusi a chiave, o no, direttore?

“Sì, deriva proprio da lì”.

Dai cardinali che erano chiusi, messi sotto chiave...

“Siccome i cardinali non si decidevano, continuavano a tardare ad eleggere il papa, ad emettere la famosa fumata bianca, allora li chiudevano a chiave. Basta stare lì fermi, a Viterbo, passare per quella piazza ed uno fa un bel viaggio indietro, nel tempo”.

Un vaticanista, direttore...

“No, io non sono un vaticanista, tutt'altro; sono molto affascinato, ho dedicato una puntata in “Top secret” a “Vatican list”, ma, abbiamo dovuto studiare. Quando c'è stata la lunga agonia di Giovanni Paolo II e poi l'elezione di papa Ratzinger, e io ho fatto molte “Straordinarie”: all'epoca ero a “Studio Aperto”, e abbiamo dovuto studiare. Come abbiamo dovuto studiare velocemente con i dizionari dell'Islam quando ci fu l'11 settembre 2001 e poi la guerra in Afghanistan. I giornalisti, alla fine, non sanno mai niente, si devono sempre documentare”.

Ha fatto il Classico?

“No, lo Scientifico. Con merito”.

Ammettiamo che lei si trovi su una barca e deve passare “'a nuttata” difficile. Si accosta a riva e lei ci chiama per portarle quale romanzo da divorare la notte?

“Se devo passare la nottata, se mi deve portare un romanzo, mi porti “L'uomo senza qualità” di Robert Musil (scritto nel 1930). Che è stato un grande romanzo della mia giovinezza; insomma, un po' lungo (due tomi), ma, la prima parte si può leggere in una notte”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 24 luglio 2012

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