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INCONTRI VIP'S

29/7/12 - INCONTRI RAVVICINATI: GIANCARLO DE SISTI

IO, “PICCHIO” DE SISTI

E' da ragazzino che Giancarlo De Sisti (nato a Roma il 13 marzo 1943) si porta dietro l'appellativo di “Picchio”, ossia di un tipo di trottola (con la punta di ferro) con cui si amava giocare all'inizio degli anni Sessanta. La sua carriera calcistica si è divisa tra gli anni vissuti a doppia mandata (ha giocato e poi fatto anche l'allenatore) a Firenze, e quelli con la maglia rossa dei capitolini (due parentesi in anni diversi). Suo grande maestro è stato quel grande campione di Josè “Pepe” Schiaffino, dal quale ereditò la maglia di titolare della Roma.

L'asso uruguagio, famoso per essere stato anche al Milan, intravvedendo buone qualità nel giovane “Picchio”, si dedicò molto a trasmettergli lezioni di tattica e trucchi del centrocampo. E di questo, De Sisti ne è tutt'oggi molto riconoscente, come avvertiremo dalle sue risposte, dai suoi ricordi. A Firenze conquista (1968-69) lo scudetto numero 2 della storia dei gigliati. Ma, non solo: anche una Coppa Italia (1965-66) e una Mitropa Cup (1966). Ritornerà più tardi nella città bagnata dall'Arno alla guida dei viola, sfiorando la conquista del terzo tricolore, soffiato all'ultima giornata dalla Juventus dello spietato rigorista juventino Liam Brady in quel di Catanzaro (1-2 per la Vecchia Signora, 0-0 a Cagliari per la Fiorentina, superata di un punto; era la stagione 1981-82).

Ma, il nome di “Picchio” De Sisti è legato anche alla storica Nazionale vice-campione del Mondo in Messico 1970, seconda dietro al grande Brasile del mitico Pelè. Due anni prima (nel 1968), “Picchio” è tra gli azzurri che solleva la Coppa Europa, l'unico trofeo vinto fino ad ora dalla nostra Nazionale. Con la Roma conquista una Coppa Italia (1963-64) e una Coppa delle Fiere (1960-61). Ventinove le maglie azzurre complessive, a fronte di quattro gol firmati. Anche nella Roma visse due avventure interrotte: quella dal 1960 al 1965 e l'altra dal 1974-1979. In tutto, “Picchio” ha totalizzato in serie A 478 presenze, firmando 50 reti. Nel 1991 viene nominato Commendatore della Repubblica, l'anno prima riceve la Medaglia d'Oro al Valore Atletico. Dopo aver guidato le Nazionali giovanili azzurre, dal 2009 è testimonial per la Figc; non solo, ma anche ambasciatore del Settore Giovanile e Scolastico della stessa Federazione italiana.

“Picchio”, qual è stato il gol stilisticamente più bello e quello più importante?

“Nel periodo in cui mi è stato affibbiato, andava molto di moda il gioco di questa trottola a forma di pera con la punta di ferro e che veniva fatta roteare grazie a uno spago attorcigliato al suo vertice”.

Lei si sente più romanista o fiorentino?

“Le origini non si dimenticano mai, il successo nella sua completezza hanno riguardato Firenze anche perché la prima e l'ultima fase della mia militanza nella Roma hanno significato l'immaturità giovanile e l'eccessiva maturità. Quando vado a Firenze sono accettato come il giorno che l'ho lasciata: la gente mi riteneva uno di loro, ero ben inserito nel tessuto sociale fiorentino. Però, nel 2007, in occasione degli 80 anni della Roma, ho avuto riconoscimenti straordinari, ho ricevuto tantissimi applausi, sono stato paragonato a un idolo alla pari di Toninho Cerezo, Giacomo Losi, Aldair, Falcao, Bruno Conti. E' bello, mi fa piacere che la tifoseria della Roma si ricordi di me dopo tanti anni che non calco più l'”Olimpico””.

E' rimpianto dai tifosi gigliati più per il secondo scudetto conquistato nella stagione 1968-69, oppure per il secondo posto dietro alla Juve (con lei allenatore) nella stagione 1981-82?

“Mah, lo scudetto vinto da giocatore a Firenze aveva il sapore dell'annunciato, mentre nell'1982 fu un duello all'ultimo sangue e all'ultima gara. Crebbe moltissimo la rivalità tra i bianco-neri e noi, e nacque anche il famoso motto “Meglio secondi che ladri!”, con i secondi riferito ai piemontesi. Nella gara di ritorno a Firenze avremmo avuto la possibilità, battendoli, di superare i bianco-neri, ma, lo 0-0 favorì la Vecchia. Anche l'ultima gara, la trasferta di Cagliari – terminata a reti inviolate – non l'abbiamo interpretata a dovere, perché eravamo obbligati a vincere a tutti i costi. E il Cagliari doveva salvarsi, a differenza del Catanzaro, già fuori dai giochi. Non andò giù a noi che Brio, poco prima che venisse assegnato a un quarto d'ora alla fine il rigore dell'1-2 trasformato professionalmente e in modo impeccabile da Brady,
Brio, dicevo, con una spallata sferrata in piena area di rigore sull'attaccante calabrese Borghi lo mandò fuori dalla linea laterale, non venne fischiato l'estremo del rigore. A un quarto d'ora dalla fine sfumò il sogno del terzo scudetto viola. Ed avessi vinto anche lo scudetto, avrei rischiato la popolarità assoluta perché in riva all'Arno nessun giocatore scudettato si era ripetuto anche come trionfatore in panchina. Però, come qualità di gioco, ricordo il 3° posto della Fiorentina, e il gran calcio riconosciuto all'unanimità da grandi campioni Boniek, Platini e da tutti gli addetti ai lavori. Che dissero che la Fiorentina aveva giocato il più bel calcio d'Italia”.

Lei entrò giovanissimo nella Roma al posto di “Pepe” Josè Schiaffino...

“Avevamo giusto la metà degli anni, lui 36 ed io 18 anni. Io avevo già esordito nella Roma, ma lui mi prese sotto la sua ala protettiva consigliando alcuni atteggiamenti che poi ho studiato, sviluppato e messo in pratica nella mia carriera. E mi fecero guadagnare un senso tattico e di intercettazione di straordinario livello, superiore a molti altri giocatori. Lui intravedeva questo grande mio senso tattico. Sono cresciuto molto grazie alle sue lezioni d'oro”.

Ci porta un esempio, mister?

“Quando arrivi in prossimità dell'avversario, tu non guardi più la palla, ma fissi i suoi occhi; se lui, disgraziatamente, incrocerà i tuoi occhi, subirà una sorta di ipnosi e la palla lo manda dove vuoi tu. Sembra davvero una storia di ipnosi. E questo era uno dei segreti principali che ho appreso da Schiaffino. Leggere il gioco sul campo è stata una delle sue più grandi lezioni di calcio dall'uruguaiano. Poi, la velocità assoluta? Sì, ma nel breve, il lancio lunghissimo? No, il colpo di testa neanche, il dribbling quanto bastava, il rapporto col pallone doveva essere molto buono. E questo senso tattico mi ha permesso per anni di dominare la scena, di essere stato tra i migliori in assoluto”.

Il gol stilisticamente più bello e quello più importante? Il rigore clamorosamente fallito, la tripletta più favolosa?

“Un gol di testa in un'amichevole con la Nazionale, contro l'Austria, a Roma, esattamente il gol del 2-2 (perdevamo 1-2). Fu un gol alla memoria, perché avevo un numero 6 (che sia stato – aggiungiamo noi – Hof?!?), che mi controllava che era alto un metro e 95: cross di Claudio Sala dalla destra, io che vado incontro di testa alla palla tra campioni assoluti del gesto acrobatico, quali Pierino Prati, Gigi Riva, Roberto Boninsegna. Incoccio questa palla saltando altissimo, più alto di questo gigante. Che forse si stava allacciando una scarpa. Un omone che mi dominava solamente stando fermo. Ed, invece, ho fatto sto gol, è stato bello! Poi, sempre contro l'Austria, in Austria, ho scambiato al limite dell'area con Gigi Riva e stilisticamente anche quello è stato un gran bel gol ed anche importante. L'Austria era la mia bestia nera, per chi non l'avesse ancora capito. Poi, ne ho fatto uno di importante nel derby Roma-Lazio, perché dal limite, di prima intenzione, firmai la rete della vittoria (1-0) e la Roma stava perdendo tutti i derby contro la Lazio dopo che aveva conquistato lo scudetto nel 1973-74”.

E rigori, ne ha sbagliati?

“L'ultimo anno di Firenze, nel 1973-74, prima di ritornare alla Roma perché avevo avuto dei contrasti con mister Gigi Radice e al termine di una stagione sofferta, e quell'anno lì mi è capitato contro il Milan di battere due rigori a distanza di tre-quattro minuti l'uno dall'altro e io non pensavo di batterli perché non ero in grande armonia con l'allora allenatore viola Radice. Ed invece calciai il primo in maniera banale e Pizzaballa lo parò, poi, un altro rigore e pensai “vabbè, visto che non sono in giornata e c'era un po' di vento contro che tirava dalla Curva Fiesole, ho calciato il secondo dall'altra parte e Pizzaballa l'ha intercettato, ringraziandomi a fine gara, perché all'ingresso in campo mi aveva confidato che era prossimo alla pensione. Ed io con quei due errori gli ho allungato la carriera! Ma, ciononostante, credo di aver giocato la più bella gara da quando indossavo la casacca viola: tant'è vero che in zona d'attacco, verso il centro-destra, viene fischiata una punizione, sulla quale si era già portato per batterla Giancarlo Antognoni. Io afferro la palla e gli dissi: “Tu mettiti alla mia destra, io ti alzo la palla a cucchiaino, la sollevo cioè da terra, tu calci di collo a scivolare e che Dio me la mandi buona!” Io gli ho alzato questa palla, lui ha calciato forte, di collo e a scivolare, ed è stato il gol del nostro 3-2. E penso che per Giancarlo sia stata l'unica volta nella sua vita che ha baciato in bocca un uomo: il sottoscritto. Era talmente la mia gioia di aver recuperato i due errori che ero così felice che non ho capito più niente in quel momento”.

Il giocatore più forte con cui ha giocato assieme e l'avversario più forte, quello che l'ha fatto ammattire?

“Un avversario, per me, difficile da superare era Giovanni Trapattoni, perché era uno furbo anche nella marcatura, era uno che aveva il passo breve, ti anticipava, neutralizzava il dribbling, non abboccava alle finte, era tosto! Difficile come avversario diretto; ma, ho incontrato anche dei forti mediani, perché di solito erano quelli che mi marcavano, visto che ero centrocampista. Ma, anche Furino, eh, non era un avversario tanto semplice, eh!”

Il compagno di squadra più forte con cui lei ha giocato assieme?

“In Nazionale ce ne sono stati tanti. Tra gli azzurri trovi il valore assoluto, il meglio di ogni ruolo. Rivera, Suarez, Corso, Trapattoni, Gigi Riva, Burgnich, Mazzola, Facchetti, tutta gente di valore mondiale. Nella Fiorentina Claudio Merlo era veramente forte e non ha avuto il merito, la valorizzazione internazionale che uno del suo calibro invece meritava. Era un compagno ideale per me”.

Anche il brasiliano Amarildo, se è per quello...

“Sì, ma se mi chiede di citarne uno, io scelgo Merlo”.

Il rimpianto più grande?

“Non aver vinto contro il Brasile nella finalissima dei Mondiali di Messico 1970. E' vero che essere stato dentro nella “partita del secolo”, quella di Italia-Germania, inorgoglisce chi l'ha vista, chi la vede per la prima volta, ma certamente di più chi l'ha giocata, però, se avessimo completato battendo il Brasile, sarebbe stato un trionfo, un'apoteosi. Invece, è il maggior rimpianto che mi porto dietro: non fossero stati più forti i brasiliani e se non avessimo avuto sulle gambe i supplementari vinti contro la Germania, magari avremmo trionfato noi. Anche perché la gara avrebbe potuto – quella contro il Brasile di Pelè – assumere una piega diversa. Ma, dopo il loro 3-1 si era capito che non avremmo più potuto contrastare, superare i brasiliani”.

L'ultima volta che nella vita ha pianto di grande dolore?

“Nel 1971, quando sono nate morte due miei gemelline che attendavo con mia moglie: per distacco di placenta e al nono mese. Eppoi, nel 1995, quando ho perso tutti e due i genitori a distanza di sei mesi l'uno dall'altro”.

La sua infanzia, le sue origini, il lavoro di mamma e papà?

“Mio padre faceva l'usciere, un'azienda filo-tranviaria di Roma, e mia madre lavorava alla Centrale del latte”.

Era figlio unico, mister?

“No, c'ho una sorella più grande, e ho trascorso un'infanzia con i loro sacrifici. Mi porto dietro un biglietto da visita, il loro. Sono nato durante i bombardamenti del 1943, io ero piccolissimo, mio padre mi portava nei rifugi per salvarci, e, quando ho avuto l'età per capire, mio padre mi ha partecipato dei drammi della guerra, della fuga che lui ha fatto dai tedeschi quando già stava su un mezzo per essere trasportato con tutti gli altri ai campi di concentramento. Lui si è buttato, si è mezzo rotto, però, è riuscito a salvarsi. Questa sua capacità di riflettere, di saper stringere i denti, di soffrire fa parte ormai della mia personalità, di calcolare il valore reale delle cose, la pagnotta, il sudore, ebbene, tutto questo l'ho appreso anche attraverso l'insegnamento che ho avuto. Ho capito che avrei potuto giocare al calcio fin da piccoletto, quando tutti in parrocchia, soprattutto i più grandi, litigavano per prendermi con loro, perché giocassi con loro. Ed allora ho capito che c'erra qualcosa di buono, che forse in qualche modo mi disimpegnavo, ce sapevo fare”.

Lei crede in Dio?

“Assolutamente sì; sì credo molto in Dio. Sono cattolico e sono devoto alla Madonna del Divino Amore. La mia maglia azzurra l'ho data a Lei!”

Come se l'immagina l'Aldilà, chi vorrebbe ritrovare?

“Questo non lo so, ma, vorrei ritrovare tutte le persone che ho conosciuto in questa vita, da mia madre, mio padre, tutti quelli cui ho voluto bene e che mi hanno voluto bene”.

Ho donato la maglia azzurra alla Madonna del Divino Amore e poi cosa successe?

“Ci ha fatto avere un'altra figlia, già ne avevamo una. Ed anche il maschio, alla fine. Andai da Santa Rita, a Cascia: ci ero già tornato, ma, sono stato l'altro giorno per conto della Figc (assieme a Gianni Rivera), per la quale Federazione faccio l'ambasciatore del fair play. Ho partecipato a un'iniziativa del Settore Giovanile e Scolastico a Norcia, e sono passato da Cascia per ringraziare Santa Rita per il figlio maschio. Ho fatto uno stock di ringraziamenti, anche quello di aver giocato in Nazionale”.

Come se l'immagina l'Aldilà? Lo dovesse rappresentare con qualche immagine, come lo descriverebbe?

“Esattamente come li ho conosciuti: ecco, li vorrei rivedere così, con Socrates che me l'immagino sempre in odore di polemica, sempre la stessa persona, come quando lo rimproveravo perché lui non leggeva mai i giornali sportivi. E lui mi rispondeva: “No, a me non interessa, leggo tutto tranne il calcio!” Culturalmente pronto, ma ostile a quanto riportavano le pagine dello sport su di lui allora”.

E Ferrante?

“Era uno divertentissimo, teneva su l'ambiente questo gigante cappellone. Mi ricordo una battuta: “Ma, tu preferisci avere i pantaloni rotti nel culo, o il culo rotto nei pantaloni?” Era un tipo così, ripeto divertente, dissacrante, che giocava molto sui riflessi altrui, faceva le domande a doppio senso. Insomma, io mi immagino di vederli, di ritrovarli come li ho conosciuti quaggiù”.

In un grande campo di calcio?

“Sì, in una grande distesa e sulle parole di quella famosa canzone di Gianni Morandi”.

E, “Picchio”, sorprendendoci, si mette a canticchiare alla grande quei noti versi: “C'è un grande prato verde, dove nascono speranze, che si chiamano ragazzi. Quello è il grande prato dell'amore!” Ha presente? Ecco, me li immagino sulla scorta di queste parole di Gianni Morandi, in un ambiente bello, asettico, sereno e che riproponga un po' di quei momenti che abbiamo condiviso”.

Tre parole: felicità, giustizia e libertà. Cosa mi dice per ognuna?

“Io adesso sono felice, anche se nutro qualche rammarico – in primis, che avrei potuto guadagnare di più rispetto ai calciatori di oggi, aziende per conto proprio, in sé -. Felicità è essere sposato da 46 anni, conosco mia moglie da 51, ho tre figli bellissimi, che mi hanno dato sei nipoti. E che cosa pensa che io possa volere di più? Se non la salute di chi mi è vicino, magari di mia sorella che non ce l'ha completamente in questo periodo. Se non ci accontentiamo...C'è tanta gente che sta peggio di noi, che soffre: basta voltarsi indietro, è un termometro valutativo di come stiamo noi stessi!”

Esiste la giustizia nella terra e quand'è che saremo veramente liberi?

“Non c'è giustizia in tutto, noi non viviamo un'epoca in cui trionfa la giustizia. Ne vediamo troppe nel calcio, nella vita. La giustizia giusta? No, non ci siamo, non ci siamo!”

E quand'è che saremo veramente liberi?

“Non so, non so se quando varcheremo la soglia di questo mondo...La libertà si può trovare in tanti ambiti, chissà, magari andando a vivere in un'isola, facendo altre esperienze, però, siamo maledettamente legati alla nostra Italia. Mi ricordo quando nelle partite in cui io e i miei compagni rappresentavamo l'Italia, prendi quella volta allo Stadio “Atzeca” di Città del Messico (21 giugno 1970), davanti a un muro di persone, davanti a 120 mila persone, ed io allineato assieme agli altri miei compagni, sulle note dell'Inno di Mameli, il mio cuore che fremeva... e vibravo dall'emozione come una foglia, perché mi sentivo uno che andavo al fronte per difendere la patria. Ecco, in quel momento, mi sentivo libero. Trovare, provare la libertà assoluta è difficile, è impossibile perché dovremmo ricominciare daccapo la nostra vita, giocarci meglio le opportunità che ci capitano o ci sono capitate, e le leggi dovrebbero essere più rispettate. Mi ricordo alcuni anni fa, quando si dormiva con la porta aperta di casa, mentre adesso viviamo con ventisette sistemi d'allarme, i cani, le barriere alle finestre. Non siamo liberi! Ma, prenda la stessa marea di tasse che paghiamo: fra poco paghiamo pure l'aria che respiriamo! Adesso siamo arrivati a un punto di non ritorno, ed anche qui possiamo parlare di utopia!”

Che cos'è la cosa che solitamente la fa di più commuovere?

“Io fino a quattro anni fa fumavo qualche sigaretta: da 33 anni fino a 4 anni fa circa. Poi, una delegazione di nipotini è venuta da me dicendomi: “Nonno, vogliamo che tu non fumi più, perché non vogliamo che tu muoia!” E ho smesso dalla sera alla mattina; non ho toccato più una sigaretta da quella volta. E che non fumavo tante sigarette: dieci-dodici al giorno, non di più! Quella, per me, è una cosa che mi ha toccato le corde della sensibilità”.

Mai espulso, mister?

“Mai. Sono stato squalificato una volta perché nel sottopassaggio a gara conclusa commentavo con un mio compagno di squadra, Sergio Carpanesi, a lui che mi diceva “Ma, hai visto cosa ha fatto l'arbitro?” gli ho detto: “Ma, guarda, l'arbitro oggi ha fatto proprio schifo!” Dietro di noi il guardalinee che ha compilato il referto, e mi sono beccato due giornate. Ma, siccome ero incensurato, me ne hanno levata una e me ne è rimasta una!”

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 23 luglio 2012












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