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INCONTRI VIP'S

2/8/12 - INCONTRI RAVVICINATI: CLAUDIO MERLO

IL...MERLO DAL BECCO VIOLA

Il suo nome è legato agli indimenticabili undici anni trascorsi in riva all'Arno, dove ha vinto uno scudetto (edizione 1968-69), due Coppe Italia (1966 e 1975) ed una Coppa Mitropa (1966). Trequartista di ottimo livello, dai suoi piedi filtravano palloni precisi per Luciano Chiarugi e “Picchio” Giancarlo De Sisti.
In Nazionale il centrocampista a lungo della Fiorentina ha collezionato una sola presenza (1-1 in Messico il 5 gennaio 1969), otto invece nella Nazionale giovanile. Sono in molti a concordare che calcisticamente ha ricevuto meno di quanto ha dato, sia i livello tecnico che professionale.

Chiuso tra Giancarlo Antognoni e Domenico Caso, passa all'Inter, dove – parole sue! - vive due brutte stagioni dopo il grande abbraccio dei fiorentini, diventando l'alternativa di Sandro Mazzola, e vincendo soltanto la Coppa Italia dell'edizione 1977-78.
Poi, il Lecce, e 4 stagioni in B con i giallo-rossi, macchiati in parte dal calcio-scommesse che lo vede coinvolto e pagare un anno di squalifica, il 1982. Breve la sua carriera di allenatore, prevalentemente di giovani: così nel Rondinelle di Firenze, idem ad Arezzo ed infine nel Sorso.

295 le presenze nella massima ribalta, a fronte di 19 reti realizzate; 56 le presenze in serie B, per sole 3 reti, sempre con la maglia del Lecce.
Oggi guida gli Allievi regionali d'Elite del Floria 2000 di Firenze. Purtroppo, lo scorso 16 giugno ha contratto una grave meningite virale, dalla quale fortunatamente si è perfettamente ristabilito, al punto di rilasciarci volentieri questa intervista. Sposato con Marta, ha due figli e un bellissimo Nipote, Alessandro. Come il suo primo figlio scomparso dopo pochi giorni che aveva visto la luce.

Mister, quand'è che le è venuta la pelle d'oca da calciatore?

“La pelle d'oca da calciatore m'è venuta quando ho vinto il Torneo di Viareggio la prima volta con la Fiorentina. Allora ero ragazzo, avevo 19 anni e già avevo giocato in serie A; però, a quell'epoca era una manifestazione molto importante, non come adesso”.

La sua infanzia, i suoi genitori?

“Mio padre era un muratore, lavorava, aveva due figli – io e mia sorella – e la vita era tranquilla, normalissima. Non si poteva mica sognare l'America, però, si mangiava”.

Il gol più bello dal punto di vista stilistico e quello invece più importante?

“Il gol più bello l'ho fatto in Coppa Italia con la maglia della Fiorentina e contro il Milan, in cui giocavano ancora Maldini, Trapattoni, sul viale del tramonto. Gli andai via, mi presentai solo davanti alla porta, non ricordo chi difendeva la porta e feci gol. Vincemmo 0-2 a Milano, in Coppa Italia, e il mio fu il gol del momentaneo 0-1”.

Il gol più pesante?

“Io non è che facevo tanti gol: ho realizzato un rigore contro la Juventus, e per noi della Fiorentina ogni volta che si segnava alla Juve erano considerati gol pesanti, particolari, speciali”.

Si ricorda chi ha battuto quella volta dal dischetto di gesso?

“Quella volta c'era Zoff, ma io ho iniziato a giocare quando c'erano tra i pali dei bianconeri Anzolin, Vavassori”.

Mai espulso, mister?

“Sì, sì, qualche volta perché ero un fumino: non digerivo la cattiveria perché nel calcio intuisci subito un'entrata regolare da un'altra con cui l'avversario ti vuol far male. C'è chi entra per prendere il pallone, ma, quando lui entra sopra il pallone quando tu te ne sei appena impossessato, puntando alla tibia, allo stinco, questi vuol dire che ti vuol far male. Ed allora diventavo un po' fumino”.

E chi era quello che più degli altri lo faceva diventare un fumino?

“Io ero una mezza punta, si giocava a uomo e diventava sempre difficile tener palla. Prima c'erano mediani come Furino della Juventus, Gregori del Lane Rossi Vicenza e Bianchi dell'Atalanta e del Napoli che ti seguivano sempre dove andavi ed erano abbastanza tranquilli”.

Chi era quello che le mordeva di più le calcagna, le alitava di più sul collo?

“Bianchi: conservo una fotografia in cui mi marca. Il vicentino Gregori non era tanto cattivo: era molto veloce, più che altro, e ti bruciava nella rapidità, nell'anticipo e nella velocità”.

Qual è stato il giocatore più forte assieme al quale ha giocato e l'avversario più completo?

“De Sisti, col quale ho giocato parecchi anni assieme. Era uno che non si vedeva tanto in campo, ma che si sentiva perché trasmetteva la tranquillità. Ho giocato contro grandissimi campioni a quell'epoca e di quel tempo, ma, il più grande per me in assoluto è stato Rivera”.

Nessun autogol?

“No, nessuno”.

Rigori sbagliati, uno di clamoroso?

“Uno a “San Siro”, c'era Vieri in porta. Io ero rigorista della Fiorentina, lui andò da una parte e mi prese il pallone con fortuna con i piedi perché io calciai un po' centralmente”.

Fu un errore decisivo ai fini del risultato?

“Quella volta pareggiamo, non ricordo più il punteggio finale?”

Triplette, doppiette?

“Adesso che mi fa ricordare, una doppietta la misi a segno contro il Milan, in Coppa Italia, proprio in quella partita in cui le ho appena ricordato di aver firmato il gol più bello. Non ero un goleador, mi piaceva far fare i gol alle punte: ero l'uomo dell'ultimo passaggio”.

Una sola presenza nella Nazionale Maggiore...

“Sì, me lo ricordo quella volta in Messico, ma, allora era molto difficile arrivare a indossare la casacca azzurra, perché giocavano tutti i blocchi, da quello del Milan a quello dell'Inter a quello della Juventus. C'erano meno stranieri e c'erano italiani molto bravi, più forti di quelli di adesso. Avessi fatto il calciatore adesso, sicuramente avrei giocato più partite. I giocatori di adesso italiani non si possono confrontare con quelli di adesso”.

Dopo gli 11 anni “caldi” di Firenze, le due stagioni di “gelo” a Milano, sponda Inter...

“Mi aveva voluto Chiappella, che mi aveva fatto esordire nella Fiorentina undici anni prima. Mi aveva voluto nell'Inter a tutti i costi, conoscendomi bene, e per farmi fare il regista nerazzurro. Però, a Milano c'era un problema: c'era il signor Mazzola e i problemi sono sorti proprio perché lui era intoccabile, inamovibile. Io potevo andare d'accordo con tutti gli altri, ma, essere la sua alternativa fu devastante per il mio destino e prosieguo all'Inter. Ricordo che avevo tutti i giornali contro, mi davano la colpa anche se non giocavo. Mi ricorderò sempre sul giornale “La Notte”, ebbene, in quel quotidiano si dava sempre la colpa a me perché lui voleva Viola, la mezzala della Lazio, e non voleva me. Me aveva voluto mister Chiappella e Mazzola era il regista e le sue parole erano oro colato. Io tentai in tutte le maniere di cercarmi un mio spazio, ma, non mi fu possibile”.

Perché lei non ha avuto quel grande risalto che avrebbe meritato: non se l'è mai chiesto?

“Me lo son chiesto, sì! Perché prima c'erano grandi giocatori italiani, oggi un giocatore che reputo mediocre viene invece considerato un fuori classe. Io ho avuto il piacere di giocare con dei fuori classe sia stranieri che italiani"

Tra gli stranieri, Amarildo?

“Sì, Amarildo, che giocava con me nella Fiorentina. Ma, anche da avversari, e posso citarle Haller, Suarez, Jair, Peirò, Del Sol, ce n'erano tantissimi. Una volta si prendevano solo giocatori importanti, a differenza di oggi che si porta a casa calciatori mediocri”.

Oggi la scelta è un po' come chi fruga nella scatola dei cioccolatini: c'è di tutto un po', però, al ribasso della qualità, o no?

“Sì, adesso arriva di tutto e da tutto il mondo. E sono già dei fenomeni”.

Chi era fortissimo nel suo ruolo al suo tempo?

“Rivera. E poi Mazzola. Difficilissimo soffiargli il posto, la corona di re. Rivera era un fenomeno, Mazzola, per me, era un fenomeno quando giocava da mezza punta, perché era molto veloce, dribblava bene. Quando ha poi incominciato a fare il regista, per me, era un giocatore normale”.

Mai fatto un tunnel clamoroso?

“Adesso non mi ricordo; sicuramente, l'avrò fatto, ogni tanto, ma, non so a chi. Non ero uno che mi piaceva col tunnel irridere l'avversario, prenderlo in giro. Ricorrevo al tunnel solo quando mi serviva, per necessità, non per schernire l'avversario”.

La felicità è un sostantivo che ha conosciuto?

“Sì, sì, porca miseria! Sono stato felice perché io ho fatto il lavoro fra virgolette che mi piaceva più di tutti perché io da piccolino già giocavo con i grandi negli oratori, dove ho iniziato. E un giorno sognavo di giocare in serie A. Ce l'ho fatta, per cui sono stato molto felice”.

La giustizia, la libertà. Quand'è che si è liberi?

“Uno è libero e felice quando fa il lavoro che gli piace, quando va d'accordo con tutti e fa del bene anche agli altri. Io ho avuto la fortuna di giocare nella Fiorentina ed ho aiutato moltissimi giovani che stavano esordendo. Perciò, esiste proprio che la felicità e la giustizia esistono proprio per quelle cose lì”.

E quand'è che si è veramente liberi?

“Mah, bisogna vedere che cosa uno intende per essere libero: io, giocando al calcio, avendo una mia famiglia, sono sempre stato libero. Certo che il calcio, più di altri sport di sacrificio, ti dà una certa libertà con la famiglia, con tutto”.

La giustizia esiste oppure è un'utopia, una bella parola e basta?

“No, io penso che la giustizia esiste, ma certe volte questa giustizia c'è solo per i potenti, per quelli che lavorano per il proprio tornaconto, remando contro gli interessi dei più, degli altri. E' sempre stato così”.

Esiste Dio?

“Mah, io non è che ci creda tanto. Io sono un cattolico e credo in Dio sicuramente, però, pensando quello di buono che ha fatto Gesù per l'umanità intera e confrontandolo con quello che succede adesso, penso che ci passi una grande differenza”.

Si spieghi meglio.

“Io dico che Gesù era unico e i preti che ci sono adesso, Gesù era un signore, non il papa. Io non è che con la Chiesa ci vada molto d'accordo, eh: io dico che il Signore faceva del bene ai poveri, e ritengo che la Chiesa non faccia del bene ai poveri”.

Crede, cioè, in Gesù, meno in chi lo rappresenta sulla terra, i ministri, i preti?

“Non credo nel papa, nei cardinali, nei vescovi. D'accordo, non si può generalizzare, alcuni preti veri ci sono. Io credo in quelli che vanno a fare i missionari in Africa, ma ce ne sono anche in Italia, per carità. Però, tu vai più su con le cariche ecclesiastiche e più riscontri corruzione. Lo stesso paragone lo puoi fare con i nostri politici. Io penso che la Chiesa sia un'istituzione ricchissima, che possa aiutare i poveri, ma non è che li aiuta sempre”.

Lei crede nell'Aldilà, chi vorrebbe ritrovare, come se l'immagina?

“No, io non credo nell'Aldilà: se ci fosse, vorrei ritrovare tutti i miei amici, mia madre, mio padre tutte le persone cui ho voluto bene”.

Quindi, inutile domandarle di impugnare pennello e tela e di dipingerci un suo scenario post mortem?

“No, non mi pongo neanche il problema, perché non ci credo, ecco!”

L'ultima volta che Claudio Merlo ha pianto di dolore, quand'è stato?

“Eh, ho pianto quando mi sono morti i genitori e quando il mio primo figlio è nato e dopo tre giorni è morto. Per una malformazione al cuore”.

E che nome gli aveva dato?

“Alessandro”.

Ha avuto maschi dopo?

“Un maschio, Marco, e una femmina, Claudia”.

I suoi genitori invece come si chiamavano?

“Mio padre era di Mantova e si chiamava Mainardo, un nome che non ce l'ha nessuno nel mondo; e mia madre, che era toscana, invece, si chiamava Alda. Due nomi un po' particolari. Avevo anche degli zii a Mantova”.

Di che cosa non può fare a meno un uomo, un padre, un nonno come Claudio Merlo nella vita quotidiana?

“Della famiglia, la quale ti dà tranquillità, gioia. Sì, anche qualche piccolo dolore, ma, poi, quando nascono i nipoti, si prova sempre più gioia”.

Il dolore l'ha provato, oltre quello per la perdita dei genitori?
“No”.

Ci scusi, non vogliamo toccare un tasto importante: ma, abbiamo saputo che lei ha contratto la meningite allenando gli Allievi...

“Un mese fa mi ha preso un attacco di meningite batterica, molto grave. Fortunatamente, col fisico l'ho superata molto bene e non mi ha lasciato alcuno strascico. L'ho contratta il 16 giugno, per cui non sono ancora al cento per cento della forma”.

Che cos'è che la commuove e cos'è che le fa rabbia?

“Mi dà fastidio la falsità delle persone. Io mi commuovo molto facilmente anche a vedere mio nipote che gioca, sempre allegro, così”.

Come si chiama suo nipotino?
“Alessandro”.

Magari è juventino, il nome allude al richiamo di Del Piero...

“No, c'ha due anni e mezzo, ancora non capisce. Però, lo farò diventare fiorentino, un tifoso proprio della Fiorentina, non della Juve!”

Il dolore degli altri cosa le ingenera?

“Eh, il dolore degli altri mi rattrista: io vorrei vedere la gente stare sempre bene. E, siccome poco tempo fa sono stato malissimo, e sono stato ricoverato con febbre altissima all'ospedale “Borgo San Lorenzo” perché ho contratto una meningite virale, io direi alla gente che sta bene di andare all'ospedale a vedere questa gente, questi malati, di uscire e poi di andarsi a godere la vita”.

Un ricordo particolare, una maglia donata a qualcuno?

“Poco dopo aver vinto lo scudetto con la Fiorentina, mi recai all'ospedale pediatrico “Meyer” di Firenze, e donai la maglia con lo scudetto a un bambino gravemente malato, colpito dal cancro. E ho regalato pantaloncini, le scarpette, altri cimeli a gente bisognosa. Mi è rimasto solamente il ricordo di quando giocavo, e quello non me lo può togliere nessuno!”

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 30 luglio 2012

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