ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

10/10/12 - INCONTRI RAVVICINATI: MONS. ROBERTO BUSTI


BELLIM-BUSTI... A TUTTO CAMPO

A fianco del cardinale Carlo Maria Martini, scomparso di recente, il porporato che per quasi vent'anni ha retto le sorti della più grande diocesi cattolica del mondo qual è Milano - e definito il “cardinale bello” per il suo aspetto, per il suo incedere e per la sua impressionante, straordinaria, sconfinata cultura - non ci poteva essere che un prelato altrettanto affascinante e, quel che più conta, molto diretto, alla portata di tutti. Stiamo parlando del vescovo di Mantova, Sua Eccellenza monsignor Roberto Busti, nato a Busto Arsizio il 22 novembre 1940, e subentrato al dimissionario omologo, il padovano Egidio Caporello, dopo una lunga “guida” dei cattolici della città cara alla illuminata signoria dei Gonzaga. La vita ecclesiastica della massima autorità cristiana del territorio virgiliano, monsignor Roberto Busti, appunto, ha come comune denominatore, come filo rosso il Duomo di Milano: è qui che viene ordinato sacerdote dall'allora arcivescovo e cardinale meneghino Giovanni Colombo; è qui che il 13 luglio 2007 riceve la consacrazione di vescovo di Mantova, su nomina di Benedetto XVI e dalle mani del cardinale Arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi. Da sempre, monsignor Busti si dedica alla cura del mondo giovanile, e dal 1991 al 2001 diventa il portavoce del cardinal Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, e coltiva, affina le proprie attitudini verso il giornalismo (è iscritto nell'Albo professionale) e la Comunicazione in generale. Sempre monsignor Roberto Busti è membro della Commissione Episcopale per la Cultura e le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana. Il calcio piace molto al prelato, e se ne intende: e lo si nota fin dalle prime risposte che rilascia alle nostre domande.

Eccellenza, ha mai giocato a calcio?

“Ho sempre giocato a calcio e ho ricoperto delle posizioni diverse: mi sarebbe piaciuto giocare più in porta, magari per parare, poi, invece, mi hanno mandato – dato che ero già un po' più alto degli altri – in attacco. E la mia particolarità era che se c'era un bravo centrocampista che sapeva prendere la palla di testa era gol fatto”.

Lei è nato a Busto Arsizio, cittadina della storica Pro Patria, ora caduta in basso...

“La Pro Patria è caduta nel 1951, è stata la mia squadra del cuore perché io ero nato un bel po' di tempo prima. Ma, ha fatto quello che già adesso si vede fare un po' troppo, e cioè ha venduto una partita per poter andare avanti nella sua squadra. Furono squalificati cinque giocatori, da allora è diventata una squadretta di provincia. Quindi, da ragazzo e per anni ho tifato per la Pro Patria e il Grande Torino, poi, per il Milan. Le cui cose non stanno andando, oggi, a meraviglia. Ma, bisogna tenere a una squadra non solo quando vince, ma anche quando è in difficoltà. Sennò che fede (calcistica) è?”.

Allora, aveva una simpatia per qualche club, le piaceva qualche giocatore?

“L'avevo per il Grande Torino, che era la squadra che vinceva di più fin quando non accadde la tragedia di Superga: su quella collina il 4 maggio del 1949 l'intera squadra si schiantò e perì tutta quanta. Ricordo ancora la formazione, meglio, una delle formazioni-tipo di quello squadrone. Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto e Ossola”.

Lei, Eccellenza, è stato per una decina di anni il portavoce del cardinal Carlo Maria Martini. Il porporato di origini torinesi, scomparso di recente, amava il calcio, simpatizzava per qualche squadra?

“Era, è vero, torinese, ma lui ha sempre detto che a queste cose non era stato educato molto. Era juventino, ma non lo diceva perché non voleva far torto agli altri. Ma, aveva questa predilezione per i bianco-neri di Torino. Ha sempre frequentato il collegio dei gesuiti, è cresciuto con una rigidità di istruzione, di educazione, di studio. Credo che fosse un uomo di grande nobiltà d'animo, anche se era di una famiglia di una certa levatura anche sociale, ma di grande nobiltà d'animo, ed aveva questa propensione enorme per lo studio e per i libri. Ed è la propensione che l'ha portato poi alle lauree in Telogia e a quella in Sacra Scrittura. Che non sono cose da poco”.

Come se l'immagina, Eccellenza, l'aldilà?

“Mah, io credo che una visione dell'aldilà l'abbia data con molta simpatia, con molta chiarezza Papa Benedetto XVI, quando nel Convegno internazionale delle famiglie è arrivato a parlare di questo e aveva parlato della sua famiglia, di quello che aveva vissuto in serenità, in pace. Aveva una nostalgia, come capita andando avanti nell'età, di tutte le cose che aveva vissuto nella sua infanzia, magari, lasciando perdere tutte le cose che erano state difficili. Ed, appunto,Papa Benedetto si immaginava il Paradiso come un ritorno, un ritorno a trovare il papà, la mamma, a trovare tutte le persone con le quali aveva vissuto, cioè a rivivere in una dimensione di assoluta serenità, di assoluta pace, di assoluta gioia quello che abbiamo costruito quaggiù. Noi non sappiamo bene come sarà l'aldilà: il Signore risorto è stato visto dai suoi discepoli, dai suoi apostoli, qualcuno l'ha anche toccato. Hanno mangiato insieme, cioè ha ricompiuto una vita come la nostra, ma, nella quale non c'erano più i limiti. Ecco, io penso che l'aldilà debba essere immaginato come qualcosa che il Signore ha preparato per tutti noi perché possiamo vivere nella serenità e nella felicità. Poi, uno si domanda: mah, dovremo stare a contemplare Dio per sempre? A parte che queste parole, così come sono, hanno molto dell'umano. Cosa significa contemplare Dio se non tutto ciò che Dio ha fatto per noi e che entrano, appunto, in questa volontà di darci questa serenità, questa pace”.

Argomento felicità: quand'è che saremo felici, quand'è che saremo veramente liberi?

“La felicità è ciò che è dentro di noi, insieme alla libertà ci assomiglia a Dio. Cioè è questo disegno che noi vorremmo portare a termine e che è appunto quello che sta dentro il nostro cuore, la volontà di raggiungere una gioia, una pace, una serenità, un legame con gli altri, che non sia interrotto dalle cattiverie, che non sia interrotto dalle incomprensioni. La felicità è un qualcosa che noi vorremmo raggiungere, forse, tendiamo a raggiungere con le nostre mani e ci accorgiamo che è davvero un peccato che non ci fidiamo di Dio, perché è Lui che costruisce questa felicità. Perché solo lui può darci qualcosa che è senza confine”.

La libertà, dunque, va di pari passo con la felicità. E la giustizia?

“E' Certo. Solo che la giustizia per noi significa far rispettare le norme, le leggi, e questo va fatto proprio perché siamo in una società che è plurale, siamo in una società in cui ciascuno esercita la propria libertà, ma, ci vuole anche un luogo, un cammino dentro il quale ognuno sia rispettato in questa realtà. La giustizia di Dio è un'altra cosa, perché a fronte delle nostre incapacità a vivere la dimensione totale della giustizia umana e sovrannaturale, quindi, di rispettare tutti, c'è il Signore, la cui giustizia è la misericordia, cioè la capacità di ricondurre l'uomo su quella strada che non ha saputo percorrere con le proprie forze”.

Di che cosa non può fare a meno nella vita di tutti i giorni monsignor Roberto Busti?

“Ma, io credo che è una cosa che è talmente normale nella vita di ogni uomo, che è quella di avere delle relazioni serene, tranquille con le persone che hai intorno, con le persone che ama e con le persone che lo amano. E, poi, non potrei fare a meno di questa sicurezza di Fede, di questo affidamento di Fede, che la mia vita ha nel Signore Gesù, morto e risorto. Che significa che anche a me, come a Lui, non sono tolte da sotto i piedi le difficoltà, le sconfitte, le delusioni, ma, so che tutto questo va a terminare dentro la Risurrezione del Signore, che è la garanzia della mia risurrezione, della nostra risurrezione. La speranza del cristiano, quindi, anche la mia, non è quella che avverrà anche a me qualcosa, così che non saprei descrivere. No, la speranza è la certezza che avvenga anche con me, che sono figlio di Dio come Gesù, che è avvenuto a Lui”.

Se non avesse fatto il religioso, cosa le sarebbe piaciuto di più fare nella vita?

“Credo troppe cose: dal pilota di aerei al medico, cioè a tutto però ciò che in fondo significa qualche cosa come il rischio per voler tentare qualche strada, che non è comune, e dall'altra parte il servizio che si deve alle persone. Ma, un servizio anche questo molto ben qualificato, cioè qualche cosa che possa essere d'aiuto agli altri, e che magari è dentro una realtà un po' fantastica”.

Se lei fosse Cesare Prandelli, dove schiererebbe gli ultimi quattro pontefici in una sorta di ipotetica “Nazionale dei papi”?

“Giovanni XXII lo schiererei a centrocampo, in modo tale che con la sua mole, con la sua bonomia sappia guidare la squadra. Paolo VI lo schiererei all'attacco perché è stato un uomo che ha saputo continuare il Concilio e continuarlo nonostante le difficoltà che tutti gli altri frapponevano a questo suo desiderio. Giovanni Paolo II è un po' l'uomo squadra, sul quale bisogna fare conto proprio per i passaggi, avanti o indietro, ma sa guidare un po' tutta la squadra. E, Benedetto XVI lo schiererei in porta per evitare che altri facciano dei gol inutili a una Chiesa, che invece ha bisogno di essere prospettata in avanti”.

Il suo motto episcopale?

“Il mio motto è “Omnes salvos facere”: è proprio questo desiderio che io ho preso dalla 1^ Corinti 9, e cioè Paolo che dice “mi farei tutto a tutti per salvarne qualcuno”. Evidentemente, non sono io che salvo, è solo il Signore che salva, però, vorrei che tutti fossero salvi!”

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 8 ottobre 2012
seguiranno foto...

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