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1/9/07 - INCONTRI RAVVICINATI: MARINO BARTOLETTI...

INCONTRI RAVVICINATI:

MARINO BARTOLETTI (08.01.2006)


Prosegue sul nostro sito la serie di interviste tenute dal nostro direttore Andrea Nocini a personaggi famosi del mondo dello sport italiano.

A TUTTO BARTOLETTI

Dopo Ormezzano, Feltri, Agroppi e Zigoni, è la volta del giornalista Marino Bartoletti (classe 1949), famoso al grande pubblico sportivo italiano per essere stato il direttore del “Guerin Sportivo”, nonché il conduttore di trasmissioni televisive tra cui “Pressing” e “La Domenica Sportiva”, oltre all’inventore (e, fino al 2001, conduttore) di “Quelli che il calcio...”

Saltando di netto le presentazioni, il nostro direttore sforna una prima domanda diretta e concreta: "Cosa stai facendo in questo momento della tua carriera?" "Sto cercando di capire cosa voglio fare da grande" - risponde l’ospite, scherzoso ma non troppo - "Al di là della battuta, avendo fatto talmente tante cose, è arrivato il momento di riflettere per cercare di capire che cosa si vuol fare di utile in questa parte, come dire, “declinante” della vita professionale... Dove “declinante” è tutt’altro che un aggettivo spregiativo: si tratta soltanto di scegliere l’alta qualità, visto che poi non si può tornare indietro, non si possono fare tutte le belle cose che si sono fatte. Si cerca di capire quali sono le cose che ti possono ancora divertire. Forse questo è l’anno in cui tornerò a divertirmi, ma in questo senso permettetemi un pizzico di riservatezza!"

Andrea Nocini ricorda, poi, come Bartoletti ricopra ora il ruolo di "Garante" per il mensile illustrato “Solo Calcio”, oltre a scrivere "come opinionista su “Libero” di Vittorio Feltri, che è stato nostro ospite domenica 4 dicembre 2005..." "Sì" - conferma Bartoletti - "Lo faccio molto volentieri, perché Vittorio è uno dei giornalisti che stimo di più. Mi ha chiesto di collaborare a “Libero”, mi prudevano un pochino le mani perché, tutto sommato, come diceva Walter Matthau in prima pagina “Non si tolgono le macchie a un leopardo”...il leopardo, in quel caso, era Jack Lemmon, che voleva cambiare mestiere. Io non è che volessi cambiare mestiere, in realtà, ma raggiunta una certa dose di appagamento, ripeto, cerchi di capire quali sono le cose che ti possono divertire... Scrivere su “Libero” mi piace, mi diverte, anche perché comunque mi si consente la massima autonomia. Oggi, tra l’altro, ho dedicato un pensiero a Paolo Rossi, in questa rubrica che si chiama “Se io fossi”, per dare un taglio un pochino più personalizzato alle cose che scrivo. Ecco, se io fossi Paolo Rossi, mi ricorderei che quest’anno compirò i 50 anni...quel Paolo Rossi che comunque col Veneto e, col Verona in particolare, ha avuto qualcosa e parecchio da fare... E, quindi, nell’anno della maturità mi farei e farei un bellissimo regalo: quello di accompagnare la Nazionale italiana ai Mondiali in Germania e ricordarle come si fa a vincere un Mondiale, lui che lo ha vinto." Il nostro direttore, sentiti nominare Veneto e Verona, sente una lampadina accendersi in testa: "Tu sei stato il conduttore de “La Domenica Sportiva” nell’anno del trionfo dell’Hellas, il 1984-85. Che cosa ti ricordi di quando avevi dato l’annuncio del trionfo della “super-provinciale”? (Perché credo, se tu sei d’accordo, che lo scudetto da provinciale lo abbia vinto finora solo il Verona, non mi dicano il Cagliari perché nel ’70 c’era dietro alla società dei "4 mori bendati" una regione intera...)" "Per me" - spiega il giornalista - "che sono nato in provincia e vado orgoglioso della mia provincialità di origine, quello fu un anno molto bello, molto importante. Io ricordo con grande nostalgia, con grande piacere, con grande orgoglio soprattutto la serata in cui avemmo tutto il Verona in diretta a “La Domenica Sportiva”...e c’era Guidotti, c’era Bagnoli, c’era Mascetti...c’erano tutti i giocatori. Ed era veramente, al di là delle frasi fatte, una bellissima famiglia. Era bello veder vincere una squadra di provincia, e converrai anche tu che, da allora, nel campionato di calcio, alla provincia di opportunità ne sono state riservate molto poche, e forse non ne verranno riservate più, perché dopo il Verona ha vinto la Sampdoria che, comunque, aveva una storia importante anche imprenditoriale alle spalle; poi, ha vinto un paio di volte Roma e la Lazio(e ci mancherebbe che ogni tanto Roma non vincesse un campionato!), ma, poi è rimasto un dominio assolutamente monotematico tra le due grandi piazze... Purtroppo, quella famosa forbice economica restringerà sempre più il campo delle pretendenti allo scudetto. E, guai a quei campionati che non possono “speziarsi”, che non possono avere il sale, il condimento delle grandi e belle novità, come è stato il Verona. E, come per certi versi Verona continua a essere, rappresentata dal Chievo, che è una grande, bellissima realtà, ma, che sarà condannata, per tutta la vita, al limbo del quinto-sesto posto, quando le cose le andranno bene."

Dopo aver accompagnato il suo ospite radiofonico sui binari di un argomento così leggero e piacevole, il nostro direttore decide che è arrivata l’ora di tastare terreni più scomodi, più spinosi: "Dottor Marino Bartoletti, laureato in Giurisprudenza a Urbino..." - introduce, suggerendo un’atmosfera più grave - "La stampa giornalistica ha i bavagli? Non è che, per arrivare in alto e poi restarci, bisogna essere schierati?" "Non lo so, guardi..." - sorride, sdrammatizzando e un po’ nascondendosi dietro ai suoi celeberrimi baffi - "Io, sinceramente, non ho mai attinto a questa forma di seduzione, quindi, mi vanto (e la ritengo una fortuna) di essere andato avanti sempre e soltanto con i miei mezzi. Certamente, in certe situazioni tipo la RAI, ogni tanto i criteri di scelta prescindono dalla meritocrazia, questo lo posso dire con totale cognizione di causa... Tra l’altro, questo momento della televisione italiana è veramente di grande mediocrità: non si capisce perché certi personaggi, a tutti i livelli, vengano paracadutati e ci vengano imposti. Potrei anche aprire una parentesi, malinconica, dicendo che la mia stessa trasmissione, “Quelli che il calcio...”, sicuramente non è stata affidata a buone mani, ma, comunque la cosa non mi riguarda più. Ripeto, se parlo per me, posso dire soltanto che mi sono bastate le mie forze per avere la fortuna e aver fatto la carriera che ho fatto..."

"Marino" - interrompe Nocini "tu sai come la penso riguardo alla conduttrice...penso si potesse prendere qualsiasi altro giornalista professionista, o esperto, tranne “quella signorina lì...”" "Guarda, non l’ ho scelta io..." sospira l’ex conduttore, amareggiato. L’impressione è che Marino Bartoletti abbia una gran voglia di dire, in maniera più o meno violenta, le “sue” verità. Deluse, arrabbiate, tenute dentro per anni e masticate come una chewing-gum, dal sapore ormai insopportabile. E pronta ad essere sputata: "Ma era abbastanza chiaro che la nostra convivenza era assolutamente impossibile. Mi dispiace per la mia creatura e per la sua storia, che non sono state rispettate. Mi dispiace per la sua dignità, mi dispiace anche per gli ascolti che sono assolutamente dimezzati dai tempi miei e di Fabio Fazio... E’ chiaro che gli scenari sono cambiati, però, quando si manca di rispetto alla cosa che si racconta, e cioè al calcio, è abbastanza evidente che il pubblico lo percepisce... Noi sul calcio ci scherzavamo, sdrammatizzavamo, sapevamo essere leggeri, però, gli portavamo sempre un grande rispetto, amandolo. Adesso mi sembra che questo rispetto non ci sia più, che si privilegino altre situazioni di spettacolo, e che quasi quasi le cose di matrice calcistica vengano colte con fastidio, salvo poi rivalutarle nel momento in cui qualcuno te le porta via... Insomma, come al bambino, cui hanno tolto il trenino elettrico..."

"Fabio Fazio, Francesco Chiesa, Italo Cucci..." - snocciola Nocini, cambiando argomento. Il nostro direttore è solito alternare temi impegnati ad altri più leggeri e piacevoli, in modo da tenere sempre fresche l’attenzione e l’emotività dei suoi ospiti e di non farli impantanare nelle sabbie mobili ora della serietà ora della frivolezza. - "Chi vorresti nella tua squadra, se dovessi ritornare a quel giornale che ci ha fatto crescere tutti, come le figurine Panini, che tu presentasti nel centenario della FIGC, dicendo: “Le figurine Panini si dividono tra Sandro Mazzola con i baffi e Sandro Mazzola senza baffi”...?" Bartoletti se la ride, ma risponde seriamente: "Sono personaggi a cui sono ugualmente affezionato" - spiega - "Se parliamo della storia del calcio, è chiaro che Italo Cucci ne è stato una pietra miliare, a maggior ragione, poi, nella storia del “Guerin Sportivo”, che resta per me la creatura più amata. Fabio è stato un grande compagno di viaggio, uno di quei due-tre, forse due conduttori (lui e Paolo Bonolis) che possono cambiare la storia di una trasmissione soltanto con la loro bravura. A volte ci riescono, a volte no, come dimostra la storia contemporanea!"

Nocini, poi, sfodera un tris delle sue carte preferite, quelle di cuori, ovvero le domande di carattere passionale. Gliele dispone lì, sul banco, belle ordinate: "Qual è il calciatore che ti ha procurato più brividi in una intervista? Qual è il più forte adesso, per te? E quale è la squadra del tuo cuore?"

"Parliamo di calcio" - premette Bartoletti, quasi dispiaciuto di dover restringere il campo - "e quindi dobbiamo escludere altri grandi personaggi dello sport, anche se i brividi più importanti, ovviamente, io li ho provati intervistando gente come Enzo Ferrari, quelli erano brividi veri... Certamente, il giorno in cui mi sono ritrovato davanti, prima con una penna e poi con un microfono, a Pelè, che tra l’altro mi sta occhieggiando da una vecchia fotografia, qui nel mio studio e in questo momento, mi ha lasciato una dedica, un autografo molto affettuoso... Beh, lì era la mia piccola storia di giornalista che si confrontava con la grande storia del calcio. Pelè per me era stato uno che avevo avuto prima nelle figurine, e che mi ritrovavo davanti alla pari... E, poi, ti potrei dire Maradona, ma, lì il rapporto era diverso perché quantomeno non lo avevo avuto nelle figurine! Però, una figurina gliela avevo fatta io, perché lo intervistai a New York, praticamente poche settimane prima che passasse al Napoli, e gli feci...non indossare la maglia del Napoli, perché non volle, ma prendere in mano la maglia del Napoli, e il “Guerin Sportivo” fece un grandissimo scoop. Il più grande giocatore di adesso...di cosa parliamo, di italiani? Di stranieri? Di potenzialità? Di effettività? Dovrei dire Totti, se parlassimo soltanto di piedi: purtroppo sopra i piedi di Totti c’è Totti, con le sue carenze di carattere psicologico che non ne fanno un giocatore completo, però, bisogna ammettere che è sempre un bel vedere. Forse, l’ultimo grande campione del calcio italiano è stato Baggio, per quanto riguarda la sublimazione dello spettacolo calcistico... Aspettiamo che ne nasca un altro, ma questo non dipende da noi, dipende dalle future mamme!" Anche stavolta, Nocini ha colto nel segno: il suo ospite si è talmente appassionato nel rispondere alle prime due domande, che ha clamorosamente dimenticato la terza (la "squadra del cuore")! Sempre che non l’abbia tralasciata di proposito, per non scoprire troppo le proprie, di carte...

Come già prima era capitato, poi, il nostro direttore inverte la rotta e, da acque placide e tranquille, punta dritto verso la tempesta: "Sei un “burattino senza fili”, sei distante dai teatrini vergognosi della tv-spazzatura" - dichiara, riprendendo un argomento precedente - "ti consideri di più un “Garrone” deamicisiano, visto che il grande cuore romagnolo (e te ne posso dar io certezza, visto che il mio povero babbo era di Faenza, di Ravenna), o ti consideri di più un orco cattivo, un “Mangiafuoco” felliniano?" "No, figurati se io sono un orco cattivo o un Mangiafuoco!" - replica, divertito - "Intanto, mi fa molta tenerezza che tu dica “babbo” e non papà, perché anche il mio babbo l’ho chiamato così fino agli ultimi giorni...”babbo” si dice ormai solo in Romagna e in qualche parte della Toscana! No, non so se sono Garrone, tra l’altro, non ho il fisico, nel senso che mi manca ancora qualche chilo, anche se ogni tanto prometto bene, poi risalgo in bicicletta e i chili li smaltisco! Sicuramente ho cercato di mettere sempre, anche se non starebbe a me dirlo, grande generosità nelle cose che ho fatto, grande impegno, anche fisico, e quando son stato direttore di qualcosa mi son sempre sentito un capobranco che difendeva fino all’ultimo i suoi cuccioli e i suoi progetti. Credo, in questo senso, che l’esperienza serva parecchio, e che l’indole, alla fine, emerga sistematicamente."

"Quale è, invece" - ennesima, ostinata domanda scomoda - "l’intervista all'incontrario, il tuo flop giornalistico? Esiste, è esistito?"

"Sì, è esistito!" - ammette, a metà strada tra l’autocritica e l'autoironia - "Io vivevo ormai nel mio mito personale di non mancare mai un’intervista...in realtà, quella volta avevo sparato troppo alto e non ci riuscii: scrivevo allora per il “Guerin Sportivo”, e cercai di intervistare il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga su argomenti calcistici, ma, purtroppo, la cosa non mi riuscì. Lui era in vacanza non lontano da Misurina, e allora non parlava come adesso, anzi gli imponevano di non parlare affatto. Sapevo che era juventino, cercai di stanarlo, ma il cordone era troppo forte, non ci riuscii... E’ stata, credo, l’unica volta che non sono riuscito ad intervistare qualcuno. Un’altra volta, invece, in un posto sperduto dell’Armenia, quando la nostra Nazionale olimpica si giocava le qualificazioni per le Olimpiadi in Russia del 1980, fu l’unica volta in cui non riuscii a mandare un servizio perché lì non esistevano i telefoni! Mandai il servizio soltanto attraverso il telegrafo, cosa che non mi era mai successa e che tengo fra i miei ricordi più divertenti. Quella non la considero una sconfitta, ma un’esperienza di vita!"

"Tu stai scegliendo di guardare il mondo da una finestra" - prosegue, poi, Nocini - "anche tu come fanno i grandi allenatori, come fa Zaccheroni, tuo amico... A proposito di amici: se domani sera volessi invitare qualcuno a cena, chi inviteresti? Sacchi, Lippi, Capello o Trapattoni? Cioè..." "Se la scelta è tra questi quattro" interviene fulmineo Bartoletti, anticipando la risposta e bruciando sullo scatto il nostro direttore. Nessun dubbio: "sicuramente Trapattoni! Perché l’argomento spazierebbe con molta disinvoltura, se non a 360 diciamo a 270 gradi. Con Sacchi sto molto bene, possiamo anche parlare in dialetto fra di noi, però, comincerebbe a parlare di calcio, di calcio, di calcio e di Madrid, di Madrid, di Madrid, e credo che mi andrebbe di traverso quello che stiamo mangiando! Lippi, secondo me, si trincererebbe dietro il silenzio voluto su certi argomenti, perché adesso recita la parte del commissario tecnico e quindi ha perduto un po’ di spontaneità. Capello è un uomo dai grandi contenuti, credo che sia anche il più grande allenatore che in questo momento ci sia, e non soltanto in Italia; ma, il trainer della Juve ai miei occhi ha un piccolo peccato originale, ai tempi in cui era calciatore al Milan, che preferisco non raccontare. Per cui, ripeto: Trapattoni forever!"

"Pastorin, Minà od Ormezzano?" - chiede, poi, il direttore di www.pianeta-calcio.it - "Sottotitolo: Garrincha, Zigoni, Gigi Meroni o quel “pazzo scatenato” di Ezio Vendrame?" "Vendrame mi è molto simpatico!" - ridacchia Bartoletti, carico di affetto e tenerezza - "Ci siamo ritrovati anche sul palcoscenico di Sanremo, giusto un anno fa, e lui, poverino, è stato zittito perché aveva cercato di dire, come sempre, la verità, anche se forse in maniera un pochino ruvida! I primi tre sono grandi colleghi, tutti uniti dal fatto di aver lavorato a “Tuttosport”, alcuni anche come direttore. Ormezzano è stato il primo bambino-prodigio del giornalismo sportivo italiano, poi si è un pochino incupito con l’età. Minà è indubbiamente un campione a vasto raggio, anche lui forse un po’ caricaturalizzato da tante cose, ma con lui è veramente un piacere parlare perché ha un’esperienza di vita, non soltanto di sport... Io l’ ho voluto con me in alcuni percorsi professionali, gli avrei lasciato il mio posto a “Il Processo del Lunedì” l’anno in cui lo condussi con Gene Gnocchi, poi diventai direttore di RaiSport, quindi, sembrava non lo potessi più fare. Mi pregarono di continuare a farlo, ma il candidato a sostituirmi sarebbe stato Minà... Ecco, lui mi manca un pochino, al di là delle parodie che ne fa Fiorello su “Viva Radio2”. Apro una parentesi per dire che la radio è stata ed è di gran lunga il mio mezzo preferito, tant’è vero che anche in radio ho fatto delle cose simpatiche... Degli altri campioni...cosa vuoi, dico Meroni! Dico Meroni perché non siamo riusciti a capire fino in fondo quanto valeva e quanto poteva darci... Sarebbe stato bello vederlo arrivare almeno ai 30 anni." Il nostro direttore prosegue, poi, chiedendo: "Due anni fa arrivasti secondo in veste di candidato a sindaco presso il Comune della tua Forlì, per opporti alla lista vincente dei Ds, e presentando una lista civica al fine di portare qualcosa di nuovo. Domanda: ma lo "status quo ante" non è che resista, non solo a Forlì, ma anche nel giornalismo? Ci sono sempre i vecchi “mammuth” che parlano, non esiste il “largo ai giovani”?" "Beh, sai" - risponde Bartoletti, cogliendo in pieno il senso trasversale della domanda ed approfittandone, ancora una volta, per togliersi qualche sassolino dalla scarpa - "Io non sono sicuramente giovane, se non per la politica! Sicuramente, nel giornalismo non ci sono le incrostazioni che ci sono nella politica italiana. A Forlì, come in altre città, si rifiuta il dialogo, nel senso che se una persona cerca di darti un suo contributo di idee, di esperienze, di entusiasmo, di professionalità, questo si rifiuta sistematicamente soltanto perché non appartiene alla tua parte politica. E questo è molto doloroso, soprattutto in città di provincia da 100-110mila abitanti in cui il concetto di destra e sinistra dovrebbe essere abbondantemente superato a favore della crescita della città. Invece, purtroppo, a Forlì come in tante altre città, nel piccolo parlamento locale si ripetono pari pari quelle perdite di tempo, quelle schermaglie che dovremmo lasciare alla politica nazionale. Invece, sai, quando in un consiglio comunale si perde metà giornata per sentir dire, da una parte, che “Berlusconi è un criminale”, e dall’altra che “è un santo”...poi si finisce col dimenticare di fare le fognature."

Il nostro direttore si è avvicinato, passo dopo passo, all’inevitabile domanda: "Se tu volessi rientrare (dipende solo da te, il tuo nome è molto forte), vorresti rientrare a “Il Processo del Lunedì”, o come conduttore di “Controcampo” o de “La Domenica Sportiva”? In poche parole..." Ma, un po’ a sorpresa, l’ospite smorza subito gli entusiasmi e raffredda gli animi riguardo a questa eventualità: "No, no" - minimizza - "Il tempo del Marino Bartoletti-conduttore è già passato, ho condotto tutto quello che si poteva condurre: “Pressing”, “La domenica”, “Il Processo”, “Quelli che”... e tante altre che non val neanche la pena ricordare. Sicuramente, se e quando rientro, starò dietro le quinte per portare un contributo di idee e di esperienza. Per esempio, mi piacerebbe sperimentare qualcosa di importante a livello di tv satellitare: io sono arrivato secondo non soltanto nella corsa al sindaco a Forlì, ma anche nella nomina a direttore di SkySport, e quello lo avrei fatto molto volentieri! Però credo che anche lì abbiano influito valutazioni non esattamente e non solamente legate al curriculum... C’è, per esempio, il canale satellitare della Rai, che ha delle grandi potenzialità, e che mi piacerebbe vedere un pochino “rinfrescato”, più tonico..."

"Quando io collaborai, nel lontanissimo 1981" - continua Nocini - "per quel mensile nazionale “Tutto B-C”, sotto l’egida del “Guerin Sportivo”, ebbi la fortuna di conoscere Alfio Tofanelli ed Ezio Luzi. A proposito di radiocronisti, a te che piace la radio: qual è il radiocronista che ti piace di più?" "Restando sul tradizionale" - pensa Bartoletti - "credo che Gentili e Cucchi, a livello Rai, siano dei buoni eredi dei loro predecessori di “Tutto il calcio minuto per minuto”. Sono veramente molto bravi, ed è un peccato non poterli vedere impiegati anche in televisione...io ci avevo provato, ma la cosa lì per lì fallì."

"Beatles o Rolling Stones? O Queen?" cambio di argomento "Beatles!" - dichiara l’ospite, ancor prima di sentire la terza opzione - "Beh, sai, è un paragone un po’ disomogeneo, nel senso che i Queen sono comunque un’altra cosa... Beatles perché comunque sono più vicini alla mia mentalità, soprattutto a quella di allora, perché li ho “studiati” un pochino meglio, perché sono già un mito. Invece i Rolling Stones, devo dire, sopravvivono ancora con dignità: io pensavo che facessero male a esibirsi sui palchi coi capelli bianchi, o tinti che è peggio, invece devo dire che l’ultimo cd, “Streets of love”, è una cosa che fa rinascere l’entusiasmo e la tonicità. Sono ancora vivi, e questo non può che far piacere ai ragazzi della mia generazione."

"Ammettiamo che si sposi, domattina o in settimana, un tuo figlio o una tua figlia..." ipotizza Nocini ma, senza saperlo, ha già fatto centro: "E’ appena successo!" - lo interrompe Bartoletti, ridacchiando - "Qualche mese fa!" "Ecco!" - riprende il direttore, sorpreso quanto agevolato da questo imprevisto uno-due - "Tu sali sul palco, da buon babbo...cosa libreresti in cielo: una ode di Giosuè Carducci o una poesia di Giovanni Pascoli?" "Guarda" - svela l’ex conduttore, felice e orgoglioso al pensiero - "in cielo, il giorno del matrimonio di mia figlia Cristina, qualche mese fa, si son librate delle musiche molto belle, che andavano dai suoi gusti personali alle canzoni degli anni ’60, delle quali le avevo trasmesso la passione. Per restare alla tua domanda, Pascoli è un mio conterraneo, romagnolo come me, anche se è sepolto in terra straniera. Carducci è un pochino più “pomposo”, anche se la sua casa è a due passi dalla mia casa attuale. Mi ricordano i fastidi di tante poesie imparate a memoria, ma anche la gioia di potermi confrontare con una poesia italiana che, insomma, qualcosina di buono ha lasciato. Carducci è pur sempre un premio Nobel, accipicchia! Meglio lui di Fo!"

"Restando in Romagna" - avanza il direttore. Il suo orgoglio romagnolo si esalta al contatto con quello che per lui è e sarà sempre “Il Maestro” per antonomasia - "il senatore Sergio Zavoli, maestro del giornalismo italiano, nostro ospite due anni fa, ha detto che “l’importante nella vita è non essere equivocati.” Sei d’accordo?" "Zavoli" - premette Bartoletti - "è molto più che il maestro del giornalismo italiano... Non essere equivocati è importante, per carità, ma non solo questo! Nel suo caso, nessuno lo ha equivocato, perché lui è un fuoriclasse e tutti hanno continuato a ritenerlo un fuoriclasse. Io, veramente, mi vanto della sua amicizia...la mia generazione è cresciuta al suo “Processo del Lunedì”...e mi dispiace ricordare solo questo perché lui ha fatto diecimila cose...non ultima, quella Storia della Repubblica che, secondo me, invece che essere mandata in onda alle 1.30 di notte su qualche canale Rai, dovrebbe essere presa, “cassettizzata” e diffusa a tutte le scuole di ogni livello, perché vale più di un libro di storia. Grande rispetto per questo “maestro”, e anche grande ammirazione professionale. Io gliel’ ho detto in faccia, è stato un mio idolo e non lo rinnegherò mai. E’ una delle poche persone, se parliamo di lavoro e quindi di capacità di maneggiare penna e microfono, che quando parla al microfono sembra che stia leggendo qualcosa, talmente è perfetta la sua prosa." Andrea Nocini, dopo aver ascoltato in quello che lui chiamerebbe un “religioso silenzio” e dopo aver forse, aggiungiamo noi, mentalmente “venerato” ancora una volta il suo incomparabile “Maestro”, passa, poi, ad un ultimo argomento, filosofico-teologico: "Scomodiamo il Manzoni" - la passione del nostro direttore per la letteratura italiana è sconfinata - "Dio, secondo te, "suscita" o "affanna"? Resuscita o ci fa soffrire fino all’ultimo?" Semplice, rapida e serena, la risposta dell’ospite razionalizza l’irrazionale: "No, se soffriamo non è certo colpa di Dio, non bisogna essere un teologo per affermare questa cosa... Ogni tanto gli rinfacciamo qualche sofferenza, ma credo che poi, alla fine, siamo sempre noi la causa dei nostri mali e, per fortuna, anche dei nostri beni."

"Ecco" - Nocini prepara il terreno per il gran finale - "l’abbiamo chiesto anche al “divin” direttore Vittorio Feltri, per il quale tu stai collaborando: ma tu non hai mai pianto?" "Ah, sì" - sincero e diretto, Marino Bartoletti non ha mai risposto al nostro direttore in modo ermetico, fumoso o interpretabile, ma sempre svelandosi senza sforzo alle orecchie del suo interlocutore e dei radioascoltatori: niente trucchi o grimaldelli, il suo prezioso scrigno dei sentimenti ce lo apre “sua sponte” - "Per molto tempo ho fatto fatica a piangere, tant’è vero che, fino a poco tempo fa, degli ultimi vent’anni ricordavo le tre volte in cui ho pianto. Poi...con l’età si sciolgono i sentimenti, cade o avanza qualche pudore...e ti riscopri a piangere e anche a commuoverti, per cose apparentemente banali, per una musica, per il pianto di un bambino, per la foto di un cucciolo, per un ricordo... Ma è bello piangere, e sarebbe bello piangere anche di più."

E con questa ultima, intensa lezione di sensibilità e romanticismo, Marino Bartoletti saluta il nostro direttore (che lo congeda con un romagnolo "Ats salùt!") e i suoi radioascoltatori. Noi che vi scriviamo, dal canto nostro, non possiamo esimerci dal fare un grande “in bocca al lupo” a quello che ricordiamo, data la nostra giovane età, soprattutto come il simpatico e baffuto conduttore di “Quelli che il calcio...”. Ebbene, sono trascorsi quasi cinque anni, ma ce lo ricordavamo esattamente così, dietro quella sua scrivania alle spalle di Fabio Fazio: composto, ordinato, in perfetto equilibrio tra il serio e l’ironico (per capire cosa intendiamo, andate a rileggervi la sua prima risposta all’intervista). E così, magari, anche se lui preferirebbe un lavoro "dietro le quinte", ci piacerebbe rivederlo un domani. Arrivederci!

(Luca Corradi, 12.01.2006) ore 12.14






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