ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

24/10/12 - INCONTRI RAVVICINATI: ENRICO ALBERTOSI

IO, RICKY ALBERTOSI, “IL PORTIERE DI NOTTE”

E' stato uno dei portieri più leggendari degli anni Settanta e Ottanta. Enrico Albertosi, nato a Pontremoli (Ms, il 2 novembre 1939), cresciuto – dopo i dilettanti della Pontremolese e lo Spezia - nella Fiorentina, all'ombra di un altro grande “guardiano dei pali”, Giuliano Sarti, ha vinto lo storico scudetto col Cagliari di Gigi Riva (1969-70; solamente 11 i gol subiti dalla retroguardia sarda!), e ha conquistato poi (stagione 1978-79) la sospirata stella del decimo tricolore con il Milan di Gianni Rivera. Campione d'Europa nel 1968, sempre con la Nazionale azzurra guidata dal cittì Ferruccio Valcareggi due anni più tardi, in Messico, si è laureato vice-campione del Mondo, alle spalle del Brasile di quel Pelè, che gli ha fatto sempre gol, anche in amichevoli. Portiere considerato dai più guascone, viveur, in campo, ostentava molto coraggio e grande sicurezza. Era anche dotato di una buona tecnica di base (“Ho anticipato i tempi, quando più tardi si è chiesto anche ai portieri di partecipare alla manovra corale della squadra”), mitigava la sfacciataggine dietro un paio di baffi molto rassicuranti. Albertosi ha conosciuto anche l'onta del calcio-scommesse nel 1980, da cui ne è uscito due anni dopo rinnovato spiritualmente ed ancora atletico tra i pali (ha concluso la carriera nei marchigiani dell'Elpidiense, in C2, nella stagione 1983-84, disputando due campionati e alla venerabile età di 45 primavere). Ha vinto tre Coppe Italia (due con la Fiorentina: nel 1961 e nel 1966; ed una col Milan nel 1977) e due Coppe delle Coppe (nel 1961 con i gigliati, nel 1973 col Milan), totalizzando nella massima serie 532 partite.

Albertosi, si è tanto scritto su di lei; bene, cos'è che non si è mai detto sul suo conto?

“Beh, non si è mai detto probabilmente che ero un bravo ragazzo. Forse, passavo un po' per guascone, per viveur, invece, non era così. Io sono sempre stato un bravo ragazzo, mi sono avvicinato al calcio perché mi piaceva, mio padre era portiere. E' stato lui ad avvicinarmi al calcio, anche se non voleva che continuassi a giocare, perché prima voleva che completassi gli studi. Invece, mia madre ha insistito, e mi sono avvicinato poi al professionismo, pur studiando e giocando”.

Che cosa avrebbero sognato i suoi genitori che lei diventasse, che so, un medico, un avvocato, un farmacista?

“No, no, nulla di queste professioni. Mio babbo avrebbe voluto che diventassi maestro come lui. Sa, io vivevo in un paesino, e il maestro, il dottore erano, dopo il sindaco, le persone più importanti”.

Si è pentito, poi, di fare il “vigile tra i pali”?

“No, assolutamente! E' sempre stata la mia passione, ho sempre e solo giocato portiere e non ho nessun rimpianto. Anche se, probabilmente, se avessi giocato all'attacco avendone le possibilità, avrei potuto guadagnare molto di più. Però, non mi lamento, ho avuto una carriera stupenda, secondo il mio modo di vedere, perché ho disputato 4 campionati del mondo, avrei potuto partecipare anche a un quinto, ho vinto due scudetti, tre Coppa Italia, due Coppe delle Fiere: io, le mie soddisfazioni, me le sono tolte”.

Giocava in attacco da ragazzino?

“No, no, io ho sempre giocato in porta da ragazzino. Giocavo in attacco
quando mi allenavo con le squadre professionistiche, nel senso che, alla fine dell'allenamento durante la partitina, non andavo in porta ma giocavo in attacco. Avevo anticipato i portieri di oggi – che devono giocare solo con i piedi, sul passaggio indietro dei compagni – e l'avevo già anticipato trent'anni prima, perché io giocavo molto fuori dai pali e giocavo molto spesso con i piedi”.

Non ha mai calciato un rigore?

“No, no, ne ho battuti. Ne ho battuti due di rigori: uno con lo Spezia, quando giocavo in Liguria, e ho fatto gol al 92', e un altro in Coppa Italia, a Firenze, contro la Roma, e militavo allora nella Fiorentina, e, purtroppo, quella volta l'ho sbagliato. Ma, avevamo già perso ormai, per cui non era fondamentale quella mia conclusione. Ricordo che, dopo di me, calciò Cudicini e mi ha fatto gol”.

Qual è la copertina da calciatore in cui preferisce essere ritratto, immortalato?

“Sono due i momenti più belli: il primo quando abbiamo vinto matematicamente il campionato col Cagliari, cosa impensabile e irripetibile per tutta la vita; infatti, secondo me, nessuno vincerà mai un campionato italiano con una squadra come il Cagliari. Una squadra sull'isola, non succederà mai più. E, l'altro quando siamo entrati in campo nella finale dei Campionati del Mondo Allievi Nazionali, mi sono sentito i brividi addosso; e sono sensazioni che ti porti dietro tutta la vita”.

Non aver vinto la Coppa del Mondo o una Coppa dei Campioni resta il suo rammarico più grande?

“Probabilmente sì, anche se io ho disputato due Coppe dei Campioni, una col Cagliari in cui abbiamo passato il primo turno e nel secondo dopo aver già vinto in casa fummo eliminati perché Riva si era fatto male in Nazionale contro l'Austria, e dover giocare a Madrid senza Riva, che per noi era l'80% della squadra, è stata una grossa penalità. Gigi era quello che ci faceva il gol, era quello che ci dava la carica, era quello che ci trascinava. Il secondo, con un Milan che non era quello di adesso: era un Milan abbastanza modesto. Avevamo pareggiato ad Oporto, contro il Porto, e abbiamo perso a “San Siro” a causa di un gol balordo e per colpa di un pallone nuovo che io avevo sconsigliato, ma, invece, Rivera ha voluto lo stesso che giocassimo con quel pallone lì, e un tiro di un brasiliano, la palla mi ha girato, mi è battuta sul braccio e mi è andata dentro”.

La papera più grande, quella più clamorosa?

“L'infortunio più grande della mia carriera è stato a Vicenza, al “Romeo Menti”, su calcio di punizione, facile, di Maraschi, sono andato tranquillo, la palla mi è passata in mezzo alle gambe e mi è andata dentro. E abbiamo perso 1 a 0”.

Qual è stato l'attaccante che le ha fatto sempre gol?

“Pelè, l'attaccante che mi ha fatto sempre gol è stato Pelè”.

Perché ha detto sempre?

“L'ho incontrato in Nazionale, in partite amichevoli, tra “vecchie glorie”, nella finale dei Campionati del Mondo in Mexico '70, mi ha sempre fatto gol”.

E' davvero il giocatore più forte al mondo, o viene dopo Maradona e Di Stefano?

“No, no, io credo che non ci siano dubbi: per me, Pelè è stato veramente il più grande del mondo. Era un giocatore a tutto campo, giocatore che sapeva segnare, farti far gol, saltava bene di testa, calciava bene sia di destro che di sinistro. Era veramente un giocatore completo”.

Lei e il “paron” Rocco al Milan: ci ricorda qualche aneddoto, cosa le raccomandava?

“Io l'ho avuto per pochi mesi al Milan, però, mi ha fatto un'impressione meravigliosa: era veramente un padre di famiglia, abitavamo nello stesso residence, mi consigliava nonostante che io fossi già avanti con gli anni, però, lui mi dava lo stesso dei consigli su come dovevo e non dovevo comportarmi. Era veramente un padre”.

Quali erano i consigli tecnici del “paron” nei confronti di Albertosi?

“Consigli tecnici? Non entrava mai nello specifico”.

E, con Manlio Scopigno, il “filosofo”, il mister dello scudetto a Cagliari?

“Eh, sì era proprio un filosofo; era un allenatore che solo lui avrebbe potuto tenere unito la squadra che avevamo, perché eravamo abbastanza birichini, nel senso che fumavamo tutti, ognuno voleva fare quello che voleva: era un po' una banda. E' riuscito ad amalgamare questa squadra, dandoci molta libertà. Che poi noi ripagavamo la domenica in campo. Per dirne una: andavamo a giocare a Torino, sapeva che a me piacevano i cavalli, e, allora, mi diceva: “Ricky, cosa fai, vai all'ippodromo oggi? E, io dico: “Sì, mister, se posso!” “Va bene” mi rispondeva “alle sette e mezza si mangia!” Io prendevo, andavo all'ippodromo, guardavo le corse e ritornavo sereno, tranquillo e poi il giorno dopo giocavo bene. Altri andavano al cinema, altri andavano a fare le passeggiate, cioè non eravamo inquadrati come burattini, ecco”.

Già, per la passione per i cavalli, lei quasi non è andato al Creatore, quel maggio del 2004. Le capitò un malore, dopo aver corso al trotto all'ippodromo “Sesana” di Montecatini Terme, cadde in coma, da cui si riprese, ottimamente e per fortuna, tre giorni dopo. E' cambiata, dopo lo scatenarsi di quell'episodio, la sua vita dal punto di vista religioso? Le è aumentata la Fede, oppure, l'ha perduta, se l'aveva?

“Io ho sempre creduto in Dio: non frequentavo spesso le chiese, prima che mi succedesse questo incidente. Ora, frequento quasi tutte le domeniche, vado a messa, prego perché io credo che sia stato un miracolo quello di avermi salvato la vita”.

Nell'aldilà, allora, chi vorrebbe rivedere, riabbracciare?

“Io, magari. Magari potessi vedere i miei genitori Gloria e Francesco”.

Come se l'immagina?

“Mah, i genitori me l'immagino con tutte queste anime che stanno in Paradiso, spero; come spero che ci vada io. Di ritrovarci felici, contenti di poter riparlare, pensando a tutto quello che ho fatto, perché poi i miei non hanno saputo tutto quello che ho fatto, e mi piacerebbe veramente riparlarne con loro”.

Il dolore degli altri cosa trasmette in un omone come Enrico Albertosi?

“Mi sento una certa pietà mista a impossibilità: di aiutare chi soffre ma magari non posso farlo. Io sono stato nella mia vita abbastanza altruista, non sono mai stato un egoista”.

La felicità è esistita, esiste in Ricky Albertosi?

“La felicità esiste, l'ho sperimentata quando ho conosciuto la mia attuale compagna. Io sono separato, poi, ho conosciuto questa ragazza, con la quale mi sono sposato e ho avuto un figlio. E mi ha dato veramente una felicità incredibile: siamo ancora insieme dopo trent'anni e stiamo benissimo, viviamo l'uno per l'altro”.

La giustizia esiste; la libertà anche? Oppure sono solo paroloni? Quand'è che saremo veramente liberi?

“Sono solo paroloni. La libertà probabilmente esiste, ma, di giustizia ne esiste poca”.

Non le è mai piaciuto fare l'allenatore dopo una carriera così lunga vissuta tra i pali?

“No, mi sarebbe piaciuto: mi sarebbe piaciuto fare l'allenatore dei portieri. Avevo cominciato a Firenze nel 1994-95, dopo un paio d'anni la Fiorentina è fallita, per cui ci siamo trovati tutti senza lavoro e poi non ho più trovato nessuna squadra che mi avesse dato fiducia per allenare”.

I suoi baffoni l'hanno rassicurata di più delle grandi difese in cui lei si trovava ad agire?

“Io non ero timido, io ero sfrontato. I baffi sono un'invenzione di mia moglie, che m'ha detto “Ma perché non ti fai crescere i baffi?” e me li sono fatti crescere. Ma, io quando andavo in campo ero uno sfrontato, non ero assolutamente timido, anche perché, se il portiere dà l'impressione di essere timido, è finito: ti tirano da tutte le parti”.

Qual è il soprannome che le hanno appiccicato che le è più piaciuto?

“Mah, il “portiere della notte””.

Perché?

“Perché io all'inizio giocavo solo in notturna: quand'ero alla Fiorentina, Sarti, il titolare, non voleva mai giocare di notte, giocavo io e facevo sempre delle grandi partite”.

Il suo idolo da bambino e il portiere più bravo secondo lei?

“Il portiere che era il mio idolo era lo spagnolo di Barcellona e Real Madrid Ricardo Zamora, poi, quando sono cresciuto, ho cominciato a conoscere Lev Yashin, il “Ragno nero” della Nazionale dell'Unione Sovietica, e ho avuto la fortuna di giocarci contro ai campionati del mondo e con la Fiorentina in una partita di Coppa e sicuramente il portiere più grande è stato lui”.

Il giocatore assieme al quale lei ha giocato?

“Credo, senza dubbio, che il giocatore più forte con cui ho giocato sia Gigi Riva”.

Pensavamo che anche lei ci dicesse Gianni Rivera...

“No, Riva”.

Perché Riva e non Rivera?

“Perché Rivera giocava in una grande società e in una grande squadra come il Milan, mentre Riva giocava in una squadra come il Cagliari: c'è una differenza enorme. Fare 15, 20, 25 gol a Cagliari è come farne 45 a Milano; cosa che poi non è mai riuscita a nessuno”.

Lo scudetto del Cagliari è paragonabile solamente a quello vinto nel 1985 dall'Hellas Verona: Cagliari, ricordiamo, è capoluogo di regione, la Sardegna, Verona, invece, è capoluogo di provincia...

“Certo, è vero: impresa che sarà irripetibile anche per il Verona. Cagliari, come dice lei, capoluogo di regione, ma su un'isola: è diverso!”

Era scaramantico?

“No, mah, facevo sì determinati movimenti quando andavo in campo, tipo quando raggiungevo la porta saltavo, toccavo il palo: una cosa che ho sempre fatto da bambino e ho continuato a farlo”.

E' riuscito a parare due rigori di fila in una stessa partita?

“Ne ho parati due sì in una partita di Coppa con il Milan, che eravamo andati ai supplementari e poi ai rigori e ne ho parati due. Ho avuto la fortuna di pararne due e abbiamo passato il turno”.

Contro la Roma?

“No, contro una squadra cecoslovacca”.

Oltre i trent'anni, lei, Cudicini e Zoff avete vissuto la seconda giovinezza e in club titolati, prestigiosi. Come mai?

“Sì, io dopo Cagliari, a 31 anni sono andato al Milan; anche sono andato nel periodo più brutto del Milan, perché cambiavano presidente ogni anno, si cambiava sempre giocatori, non era l'ambiente che c'era prima, quando c'erano altri presidenti. Poi, con l'arrivo di Liedholm, c'è stato un anno in cui ci andava bene tutto ed abbiamo vinto lo scudetto della stella, nel 1978-79, dopo che la stagione prima abbiamo rischiato di retrocedere”.

Era la serietà, la grande volontà e la forte preparazione che vi permettevano di vivere così a lungo tra i pali?

“Facevamo una vita serena, una vita tranquilla; anche se tutti dicevano il contrario. Al momento giusto ci facevamo sempre trovare pronti; e, questo, anche perché fisicamente eravamo molto più dotati di altri, per cui potevamo anche fare cose che non si sarebbero dovute fare. Però, una volta in campo, eri sempre il migliore in campo”.

Il bomber che le ha fatto più gol, la sua “bestia nera” era Pruzzo, Anastasi?

“Ora non lo ricordo l'attaccante italiano che mi ha fatto più gol”.

E, sui rigori, chi non voleva che andasse a batterli?

“Questo lo so, lo ricordo: Savoldi. Savoldi perché mi mandava sempre da una parte all'altra. Poi, ho imparato a conoscerlo bene, sapevo dove lo tirava, un anno me l'ha tirato a Milano, sono andato dalla parte giusta, ma ha preso l'incrocio dei pali ed è andato dentro”.

Giocava nel Napoli, allora, Beppe Savoldi, o nel Napoli?

“Nel Napoli, nel Napoli”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 23 ottobre 2012

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