ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

27/10/12 - INCONTRI RAVVICINATI: ROMANO FOGLI

FOGLI...D'AUTORE

Centrocampista elegante, ma, anche atleta duttile in ogni settore del campo, tranne la porta, Romano Fogli (Santa Maria a Monte, Pisa, il 21 gennaio 1938) è stato un gentleman del nostro football. Una sola volta espulso (dal grande Concetto Lo Bello), una sola volta Campione d'Italia – con il Bologna -, addirittura decisivo all'”Olimpico” di Roma nello spareggio unico della storia del nostro calcio: quello vinto dai felsinei rosso e blu di mister “Fuffo” Bernardini a spese della Grande Internazionale del “mago” Helenio Herrera, nel giugno 1964.
L'orgoglio di Fogli è stato il precoce debutto -a 17 anni – nel Torino dei Crippa, Arce, Ferrini, Cancian, Bearzot, Ricagni, e la lunga (dieci tornei di fila, dal 1958 al 1968, 285 le presenze e 6 gol) stagione vissuta all'ombra della Garisenda e della torre degli Asinelli. Giunto maturo al Milan di “paron” Rocco, Fogli fa in tempo a conquistare con il “Diavolo” Coppa dei Campioni (1968-69) e Coppa Intercontinentale (1969). Tredici le maglie indossate nella Nazionale Maggiore, tredici gli anni vissuti sulla panchina, anche del suo ex Bologna e della Fiorentina, guidata, alla fine degli anni 90, dall'amico Giovanni Trapattoni.

Mister, quand'è che da giocatore le è venuta la pelle d'oca?

“Se devo essere sincero, la pelle d'oca non mi è mai venuta”.

Non si è commosso nemmeno quando ha segnato e ha battuto la Grande Internazionale, all'”Olimpico” di Roma, nel famoso spareggio del 1964?

“Bé, quella volta che segnai il gol su punizione nello spareggio di Roma fu certamente fantastico perché ci portò in vantaggio sull'Inter e poi facemmo addirittura il secondo gol su un passaggio mio bellissimo a Nielsen. E in quel momento avevo capito che c'era stato un qualcosa di grande nel nostro Bologna”.

Lei ha iniziato nel Torino, come mai? E la sua infanzia come è stata, i suoi genitori erano ricchi?

“No, non erano ricchi, mio padre era un operaio, un lavoratore, andavamo avanti con lo stipendio – in Toscana si dice “del mi babbo” -. Io ho fatto le scuole fino alla Quinta Elementare, poi, ero sempre impegnato in lavoretti perché i genitori non volevano che dopo la scuola andassi in giro ed allora andavo a fare qualcosa dal calzolaio, dal barbiere. Poi - avevo 12-13 anni – arrivò al mio paese un prete, un cappellano, mise su la squadra del Centro Sportivo e io ho cominciato a giocare a calcio”.

Si ricorda ancora il nome di quel religioso?

“Purtroppo, anche lui è morto in un incidente tempo fa: don Vittorio Corsi”.

Se non avesse fatto il calciatore ed in seguito l'allenatore, cosa le sarebbe piaciuto fare, cos'altro le sarebbe toccato di fare?

“Mah, quello che facevo prima di partire per Torino. A 15-16 anni avevo cominciato a lavorare in un'officina, che era un indotto della Piaggio, e facevano tutta roba per la Vespa. Io lavoravo lì e giocavo qui, nel mio paese, in Promozione. Perché io prima di andare al settore giovanile del Torino, avevo già sostenuto due campionati di Promozione di Santa Maria a Monte, in provincia di Pisa. Poi, a 17 anni sono andato a Torino dell'allora settore giovanile Ussello, ex centravanti granata, talent scout, maestro che aveva scoperto parecchi giocatori del Torino come Vieri, Ferrini, Castelletti, Cancian, Orlando, Governato, Crippa”.

Ma, nemmeno quando ha alzato in cielo le Coppe dei Campioni ed Intercontinentale col Milan si è commosso?

“Mah, vede, quando avevo alzato la Coppa dei Campioni avevo già 30 anni e passa, e la Coppa dei Campioni è sempre una cosa stupenda, bellissima, ma non ero uno che soffriva l'emozione, neanche quando ho esordito qui nel mio paese, che ero molto giovane, o quando ho esordito a 17 anni nel Torino in serie A, non badavo a queste cose. Non ho mai sofferto queste situazioni emotive”.

Quali erano i suoi più grandi campioni del Bologna e del Milan?

“In quel Bologna, dove ho giocato 10 anni dal 1958 al 1968, ho avuto giocatori fantastici, meno fantastici, ma mi hanno sempre voluto bene perché io ero ben voluto da tutti anche perché stavo sempre a sentire cosa mi dicevano, cosa mi insegnavano i più vecchi. E, allora, mi volevano un bene tremendo”.

Il giocatore più forte del Bologna?

“Il giocatore, di cui sono rimasto entusiasta è stato Haller. Secondo me, è il miglior straniero venuto nel dopo guerra a Bologna”.

Non Nielsen?

“Nel Bologna avevamo una grossa squadra, avevamo un bel gruppo, allenato da un grande allenatore che era Fulvio Bernardini”.

Il dottor “Fuffo” Fulvio Bernardini, anche cittì della Nazionale azzurra...

“Un uomo fantastico perché sapeva stare con noi e poi all'occorrenza ci chiamava e ci consigliava su come dovevamo comportarci. E, poi, insomma, lui era uno di Roma e sapeva stare alla grande con i giocatori”.

Nel Milan, invece?

“E nel Milan io ho trovato dei grandissimi, e quando arrivai a Milano io con tanti di loro avevo già giocato in Nazionale. Mi riferisco a Trapattoni, a Rivera, a Lodetti, a Prati. Poi, c'era Cudicini, Schnellinger, Malatrasi, Hamrin, Sormani. Poi, è arrivato Combin, quindi, il povero Rognoni, tutta gente molto forte”.

E il “paron” (Rocco)?

“Sembrava uno di quei uomini burberi, invece era di una sensibilità incredibile”.

Cosa le raccomandava a lei che era già maturo, era già un “senatore”?

“Lui mi ha voluto dal Bologna perché meno il portiere ho ricoperto tutti i ruoli. Ero duttile, ero un jolly. L'anno in cui passai al Milan era venuto il numero 13 e allora io molte volte sono andato anche in panchina col numero 13 e sostituivo magari il centravanti, Prati, sostituivo Rognoni all'ala destra, o Malatrasi da libero, Rivera da mezz'ala, ho giocato da libero, ho giocato al posto di Lodetti, di Trapattoni, e allora Rocco aveva capito anche per questo: perché aveva capito che io avrei potuto un numero 13 valido per varie situazioni”.

Il più forte Rivera?

“Sì, secondo me, è stato uno dei giocatori italiani più forti del dopo guerra”.

L'avversario invece più forte?

“Mah, sa, ne ho incontrati tantissimi: Suarez, Mariolino Corso, Boniperti. Nel Milan, poi, Schiaffino e in un Torino-Milan – quando giocavo nei granata – l'ho dovuto marcare io e vincemmo 3-2. No, non feci gol quella volta, anche perché ne ho fatti pochi nella mia carriera. A Torino ne ho fatti uno solo, contro l'Udinese, al “Filadelfia”, di piede, con Cudicini in porta nei friulani. Ma, anche nel Torino, eh, ho giocato con grandi giocatori, come Recagni, Arce, Tacchi, Armano, Bearzot. E mi hanno aiutato molto, mi hanno fatto da chioccia”.

Mai un'espulsione, mister, mai un rigore sbagliato?

“No, ne ho sbagliati: il primo rigore con la Nazionale Juniores ai Mondiali in Ungheria nel 1955, e in una finale con la Francia. A noi bastava lo 0-0, io sbagliai il rigore, ma, finendo la partita sullo 0-0, vincemmo ugualmente il torneo. Ho tirato preciso, a destra, e il portierino me l'ha deviato in calcio d'angolo”.

Mai espulso?

“Una volta sola, in un Bologna-Lazio. Se non mi sbaglio, arbitrava Lo Bello. Ero sfuggito a un terzino della Lazio sulla sinistra, mi prese per la maglia, mi buttò in terra, quando mi rialzai me lo trovai lì vicino, gli sferrai un calcione. Che non era poi nel mio stile”.

13 le maglie con la Nazionale Maggiore: scelga il ricordo più bello.

“Più che altro l'esordio nel 1958 a Genova, contro la Cecoslovacchia, avevo vent'anni. Esordivo con Boniperti, che era il capitano, con Lorenzo Buffon, che era portiere del Milan, poi, c'era Bergamaschi, Cervato. Che allora erano anziani”.

Ha un rimpianto?

“Un calciatore che viene da una squadretta di Promozione, che al primo anno in cui passai al Torino esordisce subito a 17 anni e qualche mese in serie A, non credo che possa chiedere di più”.

Ha giocato contro il mitico Real Madrid di Di Stefano, Puskas, Gento?

“No, ho giocato contro Pelè, Cruijff, Bobbie Chaltron – perché con il Milan abbiamo fatto quella partita col Manchester United, si fece male Rivera ed io dovetti entrare al posto suo. E Rocco che mi guardò in panchina e mi disse dopo un quarto d'ora dall'inizio nella semifinale di Coppa dei Campioni giocata a Milano, si gira, poi, mi guarda e poi mi fa “Oh, ciò, mona, sveglia, sveglia, andiamo, toca a te!”. “Te la senti”, come poi faceva sempre lui, “ciò, mona, andiamo!”. E, feci anche una grandissima partita, contro Bobbie Chaltron”.

Ma, Trapattoni già fischiava?

“No” sorride Fogli “quando giocava, no, non fischiava”.

Nemmeno durante gli allenamenti?

“No, no, no. Anche il Trap, oltre essere stato un grande giocatore, è una persona fantastica, eccezionale. Ogni tanto ci sentiamo, anche dopo la sconfitta di 6-1: ci siamo sentiti anche stamattina al telefono”.

L'ha fatta più impazzire “'O animale” Edmundo, il brasiliano in forza alla Fiorentina, che lei dovette – su ordine della società viola e del Trap – seguire in Brasile a dicembre, o quella notte di Coppa il “pallone d'oro” Bobbie Chaltron?

“No, no, guardi che quel giorno che si partì avevamo appena giocato Fiorentina-Milan, eravamo primi in classifica alla grande con 5-6 punti di vantaggio dalla seconda. Quando si fece male Batistuta, lui doveva telefonare in Brasile e dire guardate Batistuta si è fatto male forte e non parto. Ma, lui, avendo già questo documento firmato che gli permetteva di andare giù a Carnevale, Trap mi consegnò una tabella di allenamenti ed andai giù una settimana per allenarlo, seguendo anche quello che mia aveva consigliato il professore di Educazione Fisica. Però, un ragazzo stupendo, Edmundo: di carattere un po' così, ma nei sette giorni in cui sono stato in Brasile con lui, si è allenato mattina e pomeriggio in maniera seria”.

Non l'ha trascinato nelle danze e nella bolgia del Carnevale di Rio?

“No, no. Mi ha portato giù negli stanzoni dove fanno le maschere, mi h fatto vedere tutto quanto. Io, poi, sono venuto via alla domenica, lui il mercoledì mattina perché aveva la sfilata di questo Carnevale”.

Esiste la felicità?

“Dal fatto di dover andare a lavorare in un indotto della Piaggio o forse magari come tutti gli amici del mio paese sono entrati in Piaggio a lavorare, aver fatto la vita del calciatore ed aver vinto qualcosa di importante, la felicità l'ho provata. Me la sono anche conquistata, eh, però, sono felice per la famiglia, per la moglie, per i figli, per gli otto nipoti. Sono contentissimo”.

Quand'è che si è veramente liberi?

“La libertà ogni persona deve costruirsela; dipende dal carattere della persona. Se uno non è mai contento, non sarà mai nemmeno libero. Io vengo da una famiglia di un operaio, col cui stipendio si campava tutti e tre, poi, ho avuto la fortuna di fare il calciatore, guadagnando anche discretamente. E ho fatto una vita discreta e sono contentissimo della vita che ho fatto. Ora, a 74 anni, pensi un po' che mi diverto ancora ad allenare la Scuola Calcio, mi diverto ancora con i bambini al campo”.

Lei crede in Dio?

“Oh, tantissimo. Specialmente nella Madonna”.

Era scaramantico da calciatore?

“Quando andavo nello spogliatoio: non mi doveva toccare nessuno, nemmeno il massaggiatore con il suo olio canforato, con i suoi massaggi. Me lo strofinavo per conto mio l'olio, l'unguento di cui avevo bisogno nei muscoli delle gambe prima della partita. Ero tranquillo, sereno, non pensavo che dovevo affrontare l'Inter o il Milan. C'erano duemila o a “San Siro” centomila persone per me era indifferente”.

Mai, proprio mai, nemmeno negli assordanti stadi inglesi?

“No, nemmeno quando giocammo e trionfammo col Milan giù a Buenos Aires, in Argentina, la gara di ritorno della finalissima della Coppa Intercontinentale contro l'Estudiantes, che poi ci hanno picchiato tutti quanti. Mamma mia, signori! Ma, io in campo veramente non guardavo le tribune, se c'era centomila o trentamila spettatori. Andavo in campo cercando di fare il mio dovere, impegnandomi e basta”.

L'aldilà come se l'immagina?

“Mi piacerebbe andare di là e di trovare i compagni che sono di là, e fare qualche partitella. Bulgarelli, Haller, Rognoni, ma non dimentichiamo Roversi, Chiodi e via discorrendo, via, tutti quelli che sono spariti. E ritrovarsi magari nell'aldilà e cercare di fare qualche partitina. Sì, tutti coloro che purtroppo ci hanno lasciato presto”.

L'ultima volta che ha pianto?

“Quando è morto Bulgarelli, quando l'altra settimana scorsa è mancato Haller, ebbene, qualche lacrimuccia mi esce. E, poi, anche per il mio amico Giorgio Ferrini: a Torino dormivamo nella stessa camera, passando anni insieme, e quando vado su a Torino, mi reco a trovarlo dove riposa lui, sulla collina, a Superga. Ed ogni tanto qualche lacrimuccia mi viene, eh. Non è un difetto, secondo me, piangere, non lo credo. E' uno sfogo perché sei stato per tanti anni con questi personaggi ed oggi sai che non ci sono più”.

Che cos'è che le dà più fastidio e cosa riesce a commuoverla oggi?

“Più che fastidio, mi dà vergogna vedere quello che sta succedendo oggi nel calcio, nella politica, in vari campi. Ci penso, però, ed ogni tanto a 74 anni mi dico ma chi te lo fa fare di stare così male davanti a tutte queste turpi cose. Però, vedere tanti giocatori giovani, quello con la barba lunga, con gli orecchini, i percing, i tatuaggi. Tempo fa ero con Lodetti, con Sormani e proprio con tutti e due dicevo ma vi immaginate “paron” Rocco se vedesse qualche giocatore ora pieno di tatuaggi, con la cresta in testa. Ognuno giustamente fa quello che si sente di fare, ma, non mi piace vedere i giovani così conciati. Ora è di moda la barba lunga, tutti con i barboni, e non sanno che andando in campo belli e puliti succederebbe anche meno incidenti”.

E cos'è che la commuove, mister?

“Mah, la commozione ti viene quando vedi le persone che ammazzano la moglie, ce l'hanno con i bambini, e volte mi arrabbio anche un po'. Però, la vita è questa in questo momento. Sarebbe troppo bello che tutto andasse alla perfezione”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 26 ottobre 2012

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