ULTIMA - 21/5/19 - MARCOLINI SCARPA D'ORO, PASSARIELLO SUPER-BOMBER DI TERZA

Si sono chiusi tutti i campionati dilettantistici della nostra provincia dall’Eccellenza alla 3^ categoria che hanno laureato i nuovi capo-cannonieri dei vari gironi e la nuova scarpa d’oro 2018-19, queste tutte le classifiche finali. In Eccellenza, dove si sono giocate 32 partite, chiudono appaiati in vetta a 16 reti Mariano Mangieri del Pozzonovo ed
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INCONTRI VIP'S

1/11/12 - INCONTRI RAVVICINATI: MONS. VINCENZO PAGLIA

NON FUOCHI DI...PAGLIA

Monsignor Vincenzo Paglia è vescovo della diocesi di Terni-Narni-Amelia dal 4 marzo 2000. Nato nel Frusinate, in uno dei borghi più belli d'Italia, Boville Ernica, il 21 aprile 1945, presso l'Università Lateranense ha conseguito la laurea in Teologia e, in seguito, la licenza in Filosofia.
Presso l'Università di Urbino, invece, consegue l'alloro in Pedagogia e si iscrive all'Ordine dei Giornalisti del Lazio, collaborando con riviste, giornali, emittenti radiofoniche e tivù. Nota ed intensa la sua attività di scrittore: ha già pubblicato, fino ad ora, una dozzina di libri.
In campo internazionale, monsignor Paglia ha curato con particolare attenzione e con successo la situazione balcanica, riuscendo a riavviare le relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e l'Albania.

Non solo, ma, si è preso a cuore anche la questione del Kosovo, riuscendo a siglare l'unico accordo tra Slobodan Milosevic e Ibrahim Rugova per la normalizzazione del sistema scolastico-educativo nella regione balcanica; non solo, ma, è riuscito ad ottenere il rilascio di Rugova durante la guerra del 1999. E' presidente della Commissione Episcopale dell'Umbria, Consigliere spirituale della Comunità di Sant'Egidio e presidente della Federazione Biblica cattolica internazionale. In passato, è stato presidente della Cei per l'Ecumenismo e il dialogo. Dal 26 giugno 2012 è stato nominato dal Santo Padre, Benedetto XVI, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia ed elevato alla dignità di arcivescovo.

Monsignor Paglia, ha mai tirato quattro calci al pallone?

“Il calcio è uno degli sport più popolari. Io, essendo entrato in seminario a dieci anni fino poi all'età di ventiquattro, il calcio era uno sport non dico quotidiano, ma, certamente settimanale. Ed era un modo per vivere momenti spensierati, belli, a volte anche con qualche tensione, però, era una maniera anche per imparare a fare squadra, perché, senza grandi discorsi, si comprende subito che se uno vuole giocare da solo è difficile. E, quando stai in una squadra, se vuole fare da solo, perdono tutti. Ecco perché oggi, con più maturità, dico: è meglio che ciò avvenga perché fin da bambino bisogna imparare a non essere individualisti, ma saper giocare, o meglio, vivere assieme agli altri. Ed è la grande fatica di oggi. E, credo che in questo senso lo sport del calcio, ma credo in genere tutti gli sport aiutano certamente la salute del corpo se si osservano regole normali della vita. E, se non si eccede in tanti altri sentieri non corretti, aiutano la salute del corpo ma anche la capacità di sapersi relazionare con gli altri, per fare ciascuno la propria parte, a farla nel migliore dei modi possibili, e ci si rende conto che il migliore dei modi possibili è sempre quello di legarsi agli altri, aiutando anche loro nel fare nel miglior modo possibile la loro”.

E di portare rispetto ai vinti...

“Il senso dello sport o anche del gioco in maniera più generale – parliamo delle attività ludiche, quelle tra i ragazzi, tra coetanei in oratori, in seminari, in collegi e in altre parti – ed è chiaro che è uno sport dove c'è anche la competizione. Ma, non è una competizione come obiettivo della vita: è una competizione all'interno di un modo ordinario di vivere. Per cui, fa bene anche vincere, e non è che questo vuol dire umiliare gli altri. Fa bene giocare assieme, anche per gioire assieme di un'ora trascorsa in maniera piacevole, serena e vissuta con passione, sapendo che il senso della vita non è prevalere sugli altri, ma che tutti assieme, anche con differenze, si sta spensieratamente ed umanamente in amicizia”.

In che ruolo giocava?

“In attacco, ma ero disposto anche a ricoprire, all'occorrenza, anche i ruoli della difesa. Non sono stato un grande giocatore, ma uno normale come tutti, ma che trovava piacevole questa competizione sportiva iscritta in un contesto di amicizia, di serenità, come può essere l'oratorio o il seminario o il paese o altri luoghi a noi più familiari. E credo che questi luoghi abbiano educato in maniera anche solida milioni e milioni di ragazzi e, per certi versi, un abbandono di questi luoghi o un'eccessiva pratica sportiva porta facilmente a deragliare da un senso bello di una vita onesta e serena. Perché la solitudine di stare sempre solo davanti a un computer o a internet oppure la competizione sportiva tesa a un primato come scopo delle proprie giornate io credo che rischia di rendere un po' più triste la vita di tutti; a partire da quelli che vivono solo questa dimensione”.

Da bambino, simpatizzava per qualche squadra, le piaceva qualche giocatore? Lei, è originario del Frusinate: tifava Lazio oppure Roma?

“No, io da ragazzino avevo simpatia per le grandi di allora. E che sono anche quelle di adesso. Mi piaceva la Juventus. I ricordi di infanzia mi riportano a Boniperti, quindi, a uno dei grandi atleti di un tempo, centravanti della Juventus e della Nazionale”.

Eccellenza, lei in Vaticano oggi rappresenta un'autorità nel campo della famiglia. Il cardinal Carlo Maria Martini diceva che i giovani di adesso non vogliono sposarsi, metter su famiglia perché non hanno fiducia, ottimismo verso il futuro. E diceva: “Chi non ha fiducia, non pianta un ulivo”. Oggi, camminando per Roma per venire da lei - ma questo l'abbiamo constatato a Milano e in molte altre città - scorgi giovani intenti ad ascoltare la musica nelle cuffie, quasi rinunciassero ad amare, a rifiutare la realtà, tutto ciò che li circonda. Una Sua riflessione, monsignore.

“Io credo a una cosa: che quelle prime parole di Dio nella Bibbia, quando, dopo aver creato Adamo, disse “Non è bene che l'uomo sia solo!” indicano una verità esistenziale di fondo. Adamo era vivo, eppure gli mancava qualcosa di vitale. Ecco perché la solitudine è sempre triste, e nel profondo nell'uomo è scritto – io lo chiamerei così – il “bisogno di famiglia”. Ed è singolare che statisticamente parlando, la stragrande maggioranza dei giovani vuole crearsi una famiglia, una moglie, un marito e stare con lui per tutta la vita. Io a Terni, quando il 14 febbraio, San Valentino, il patrono della città, venivano centinaia di coppie, non erano ancora sposati, e, tuttavia, venivano a chiedere la benedizione di conferma, che l'amore non finisca. Ebbene, purtroppo, questo desiderio profondo che c'è viene come stroncato da una sorta di cultura di solitudine di massa. Per esempio, oggi è quasi “political incorrect” dire “ti amo per sempre”; ed è strano, perché si può dire “Juve o Milan forever”, e non lo si può dire per la propria moglie e per il proprio marito. Impariamo dallo sport, questa volta”.

Cerchiamo, dunque, lei ci dice, di mutuarlo dallo sport questo slogan, questo motto!

“Esatto, perché, secondo me, il bisogno di famiglia è inscritto nel profondo stesso dell'uomo. La società è come una famiglia, la Chiesa è come una famiglia, e chi come me, ad esempio, ha scelto la via del celibato, non è che rinuncia ad avere una famiglia. La mia famiglia è la diocesi, è la parrocchia, sono gli amici, ma, non posso vivere da solo. Persino l'eremita, che sceglie in un certo modo la solitudine, tuttavia , lui, per poterla vivere, deve sentirsi legato all'intera Chiesa. Che è la sua famiglia. E deve pensare alla Chiesa, deve pregare per la Chiesa, deve preoccuparsi per la famiglia umana, perché terminino le guerre, deve darsi da fare come può, magari, anche solo sentendo la ferita di non poter fare tutto. Deve pregare per gli anziani soli, deve pregare per coloro che sono abbandonati”.

Per gli ultimi...

“Per gli ultimi. Ecco, in questo senso, il bisogno di famiglia è l'energia e il motore dell'umanità. Quell'energia che Dio vive anzitutto in se stesso e che ha trasferito nell'uomo. Che cosa vuol dire per noi cristiani credere che Dio è un'unità di tre persone, uno e trino? Vuol dire – mi si permetta la battuta! - che neppure Dio sta da solo o può stare da solo: ha bisogno di essere in tre. Questa tensione d'amore Iddio l'ha trasferita nella creazione, particolarmente, nell'uomo e nella donna, che ne sono il culmine. Ecco perché potremmo dire che la famiglia, in un certo modo, è un po' come la categoria interpretativa non solo della storia dei singoli ma dell'intera creazione”.

La felicità: quand'è che la si raggiunge?

“E' legata a quello che ho detto prima: la felicità è essere amati ed amare”.

E' donarsi per gli altri...

“Esattamente, e non solo do se mi dai, ti faccio se mi ricambi. E, in questo, amore e felicità diciamo che sono sinonimi, anche perché l'amore è anche fatica, ma anche la felicità è fatica. L'amore è costruzione, ma anche la felicità è costruzione. Impariamo dallo sport. Anche in questo caso: per raggiungere un obbiettivo quanti sacrifici, quanti allenamenti, quante rinunce, quanti bocconi amari uno deve masticare? Quante rinunce all'individualismo: ecco perché a volte si ha bisogno dell'allenatore, di un aiuto esterno che ci permetta una visione più ampia. Ecco, così è per l'amore, così è per la felicità: non si è mai felici contro gli altri, ma solo con gli altri: questo lo diceva Giovanni Paolo II. Che si intendeva di amore, di comunione ed anche di felicità”.

Quand'è che saremo veramente liberi?

“Se per libertà si intende fare quello che ci pare, è una falsa libertà perché è come dire continuare a mettersi lacci attorno a se stessi. Saremo veramente liberi quando impariamo a donare agli altri gratuitamente qualche cosa di nostro. Perché questo è veramente gratuità libertà, gratuità, amore e non commercio. In un mondo dove il commercio e il mercatismo è diventato la legge generale, di cui tutti siamo schiavi, il dono della gratuità è la manifestazione più alta della libertà”.

L'aldilà: quando si spegnerà la luce della vita, che cosa ci attende, come sarà, come vorrebbe che fosse?

“Vede, noi siamo immersi nel mistero; quindi, certe prospettive le intuiamo, altre ci sono rivelate dal Vangelo. Cos'è il Paradiso, cos'è l'aldilà? E' un qualcosa che noi dobbiamo, possiamo vivere già al di qua. Come l'inferno: vogliamo le guerre? L'inferno è iniziato! Cominciamo ad amarci, è iniziato l'amore? Bene, è iniziato il Paradiso. L'aldilà sarà tutto quel complesso di legami di amore che la morte non riesce ad interrompere. In questo senso, la morte non spegne la luce di amore e di felicità che viviamo già da ora. E, quando Gesù dice “ciò che è legato sulla terra, sarà legato anche nei cieli” vuol dire che il cielo comincia già ora, quando, per esempio, ci troviamo nella Santa Messa della domenica tutti assieme. L'aldilà cos'é? E' una domenica senza tramonto, quando siamo tutti attorno allo stesso Signore, ci nutriamo della stessa Parola, dello stesso Pane. Questo è l'aldilà che inizia già da ora. E, non a caso, allora, noi nel Credo noi non diciamo “Credo nell'aldilà”, ma “credo nella vita eterna”, cioè nella vita che comincia già ora, e che non finisce più. E la vita è l'amore, la morte è l'inferno: in questo senso, queste due realtà, l'una drammatica, l'altra di letizia e di gioia, sono in un certo modo anche nelle nostre mani. Certo, il Signore poi, comerà all'infinito quelle scintille damore che già noi su questa terra viviamo, ma, proprio per questo, la morte, l'aldilà sarà come una grande luce che porta all'infinito quel fuoco, quelle scintille d'amore che abbiamo vissuto già su questa terra. Ecco perché allora i nostri cari si sono allontanati da noi, ma, non sono staccati da noi. Quelli che abbiamo amato non li vediamo più, ma c'è un filo rosso, quello scritto da Dio, che ci lega in maniera, direi indissolubile, a tutti loro. E, questo è quel grande popolo che Dio crea e sul quale dona questa grande forza d'amore che li unisce per sempre a Lui, e, quindi, anche tra di loro”.

La sua infanzia, monsignore? Lei è nato a Boville Ernica, uno dei borghi più belli d'Italia, nel Frusinate...

“La mia infanzia è stata un'infanzia normale. Come quella di tantissimi. Quindi, una famiglia con mamma, papà, i nonni, i fratelli”.

Papà che lavoro faceva?

“Il contadino. La mamma la casalinga, eravamo in cinque fratelli. Poi, tutti gli amici. Ed è questa cellula che mi ha insegnato a vivere assieme agli altri, ad avere rispetto degli altri, a guardare anche in alto, verso il Signore. Direi che, come diceva Cicerone - che è della mia terra – che la famiglia è davvero “Seminarium rei pubblicae”, il seminario, dove si apprende ad edificare la società. Per questo ringrazio Dio e i miei genitori, e gli altri, che mi hanno aiutato a comprendere che la vita non è mia proprietà o appartenente solo a me. La vita e, soprattutto, quella di Fede, è essere parte di un popolo, ed edificare questo popolo perché trovi solidarietà ed amicizia nel corso di tutta l'esistenza”.

Cos'è che riesce a commuoverla e cos'è che le dà fastidio?

“Mi commuove quando i più poveri sorridono perché qualcuno gli ha teso la mano: non dimenticherò mai i sorrisi di tanti che mi è capitato di cercare o andavo a cercare. Perché in quel momento loro sentono che essi sono importanti per te e io capisco che in realtà sono loro ad essere importanti per la mia vita. E il fastidio è, appunto, l'opposto della misericordia, della compassione: è tirar dritto”.

E' l'indifferenza.

“Sì, è pensare che quel che conta è l'”io” e non il “noi”, particolarmente, il più debole di questo “noi””.

La nominiamo cittì della Nazionale degli ultimi pontefici. In che ruoli li schiererebbe? Karol Woitjla lo schiererebbe in attacco?

L'arcivescovo sorride, chiosando: “In attacco, come punta di sfondamento!” “Papa Ratzinger farebbe molto bene l'allenatore, nella distribuzioni dei ruoli e degli incarichi”.

Giovanni XXIII?

“Mah, io lo metterei il “patron” di tutte e due le squadre. Sì, anche degli avversari, perché lui riesce a far capire alle due squadre che quello che le unisce è più importante dei gol che si fanno”.

E Luciani, il “papa del sorriso”, Giovanni Paolo I?

“Un grande papa, io l'ho conosciuto personalmente quando era vescovo. Visto che il calcio senza pubblico è un problema, ebbene, papa Luciani è un grande pubblico. Che sa applaudire e fare sorridere tutti”.

E Paolo VI, colui che ha portato avanti il Concilio Vaticano II, voluto da papa Roncalli?

“E, Paolo VI, secondo me, è un buon numero dieci, che deve fare avanti e indietro. O che ha fatto avanti e indietro; a difendere la porta e a propinare suggerimenti. E' il papa del Concilio, che ha portato avanti il Concilio Vaticano II. Che è la grande bussola della Chiesa. Si deve a lui questo grande miracolo, che poi ha dovuto cominciare a tradurre nella realtà, e giocare questo ruolo è un ruolo molto complesso. Spesso poco visibile, ma senza questa applicazione iniziata da lui del Concilio, sarebbe certamente difficile comprendere Giovanni Paolo II. Giovanni Paolo II ha potuto giocare a tutto campo proprio perché Paolo VI l'aveva preparato e aveva appunto già preparato gli schemi a secondo delle diverse situazioni e condizioni. E, in questo Paolo VI ha attrezzato la Chiesa perché davvero giocasse a tutto campo”.

Pio XII?

“Pio XII è il contenuto più robusto, più citato nel Concilio Vaticano II. Pio XII è presente in molti, moltissimi modi all'interno del Concilio e della Chiesa contemporanea. Non dimentichiamo che è stato lui in qualche modo – ed anche Pio XI – il papa del mondo, dell'universalizzazione della Chiesa. Questo, secondo me, non va dimenticato. I suoi radio messaggi, la sua visione universale: partiva anche da Roma per fare di piazza San Pietro, meglio, fare del mondo una sorta di piazza San Pietro. Questa visione la si deve molto a papa Pio XII”.

Infatti, sta scritto che quando, appena eletto, la mattina del 2 marzo 1939, dopo la benedizione “Urbis et orbi”, a papa Pacelli si fecero incontro monsignor Domenico Tardini, monsignor Giovanbattista Montini ed alcuni collaboratori della Segreteria di Stato tra cui monsignor Antonio Samoré, il pontefice espresse la volontà di lanciare un primo messaggio di pace...

“Per questo dico che la storia di oggi è difficile capirla senza Pio XII. Senza di lui sarebbe stato più problematico legare la Chiesa alla democrazia. E' stato Pio XII che per primo ha detto che la democrazia più congeniale alla Chiesa – e noi venivamo ancora dalla monarchia d'Italia e da tante altre parti -. Tutte queste cose vanno ricordate perché per comprendere la profondità di questi grandi personaggi e della Chiesa del Novecento che hanno segnato non solo la vitalità della Chiesa, ma anche del mondo”.

Siamo nell'era delle grandi comunicazioni, eppure, i giovani comunicano poco tra di loro?

“Siamo in un tempo di globalizzazione: questa è un po' la cifra nuova. Mc Luhan diceva negli anni Sessanta che il mondo era un villaggio globale. Era vero, Paolo VI l'aveva intuito, la Chiesa l'ha intuito fin dall'inizio per certi versi. La piccola valle – nel “Discorso della montagna” - c'era già tutto il mondo. Davanti alla piazza del Cenacolo a Pentecoste c'erano già tutti i popolo del mondo. Oggi tutto questo si esprime in una maniera assolutamente esaltata. Ora in un tempo di globalizzazione c'è come una sorta di contraccolpo, di spaesamento. Il mondo è diventato troppo grande. Esiste che ciascuno di noi, per ritrovare se stesso, pensi che debba rinchiudersi, ripiegarsi, mettersi le cuffie, ascoltare la sua musica, vedere il suo programma, badare al suo problema, alle sue aspirazioni. Ecco, tutto questo crea questo ritorno di solitudine, per cui abbiamo folle di soli. Il compito della Chiesa è comprendere, entrare dentro la globalizzazione, convertendola da una visione solo mercatista o individualista ed aiutare a far nascere un popolo spirituale e non presente in tutte le culture, in tutte le terre, in tutte le Nazioni. Cioè fare della diversità una chance per un'unità più ricca. In questo senso, noi stiamo in una sorta di crinale: il rischio di un mondo globalizzato, liquido, individualista, e, dall'altra, un'enorme chance per fare della pluralità una ricchezza. Per fare del mondo delle Nazioni - una battuta? - una grande squadra di calcio”.

Quand'è che ha pianto di grande dolore l'ultima volta?

“Per la morte di due amiche carissime segnate dalla malattia, ma, travolte dall'amore anche per chi stava peggio di loro. E la loro scomparsa ha creato in me una serenità e un pianto profondo”.

Il suo stemma?

“Il mio stemma è una colomba con il ramoscello su delle onde: è la pace, l'annuncio della pace, e lo stemma è “Gaudium et spes”, le prime parole della Costituzione Conciliare sul rapporto della Chiesa con il mondo contemporaneo. E sono l'inizio di una frase bellissima: “le gioie, le speranze, i dolori e le tristezze di ogni uomo – soprattutto dei più poveri – sono anche le gioie, le speranze, la tristezza e l'angoscia della Chiesa””.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 31 ottobre 2012

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