ULTIMA - 20/4/19 - LA VIRTUS VERONA CERCA OGGI A FANO TRE PUNTI SALVEZZA

Operazione Fano iniziata: la Virtus Verona è partita ieri alla volta delle Marche dove oggi alle ore 16.30 si giocherà una fetta di salvezza nello scontro diretto in programma allo stadio "Mancini" di Fano. Prima di partire, l'allenatore rossoblu Luigi Fresco ha così commentato la vigilia del match: "Se vinciamo mettiamo una serie ipoteca
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INCONTRI VIP'S

31/8/07 - INCONTRI RAVVICINATI: GIANMARIA GAZZANIGA...

GAZZANIGA CONTRO TUTTI

Dopo le interviste a personaggi del calibro di Vittorio Feltri, Gian Paolo Ormezzano, Aldo Agroppi, Marino Bartoletti (solo per citarne alcuni), il nostro direttore Andrea Nocini avvicina un altro grande protagonista del giornalismo italiano, Gianmaria Gazzaniga (classe 1937), originario, come altri illustri giornalisti, dell’Oltre Po’ pavese; per molti anni (35!) al quotidiano “Il Giorno”, e ora prestigiosa firma del giornale “Libero” di Vittorio Feltri (intervistato dallo stesso Nocini lo scorso dicembre), nonché collaboratore di Radiorai e ospite di Telelombardia e Antenna 3.

Non c’è neppure il tempo di fare le presentazioni di rito, che Gazzaniga rivela immediatamente, sull’onda dei ricordi e con tono assai nostalgico, come sia particolarmente legato a Verona, definita sua «seconda città al tempo dello scudetto di quella formidabile squadra e di quei tifosi che la seguivano in Italia e in Europa».

«Segue il Verona, il Chievo, le nostre due realtà calcistiche di serie A e B?» chiede subito Nocini, quasi a voler issare un ponte tra il passato e il presente. «Sì, ma da lontano» confessa Gazzaniga. «Il Chievo mi sembra abbia perso tuttavia qualcosa, non è più una delle fiabe di Andersen, è rientrato anche lui nella “normalità” del calcio. Ogni tanto il calcio italiano ripropone delle favole, ma inevitabilmente vengono a scontrarsi con i poteri forti che annientano tutto e tutti, pure queste realtà che fanno sorridere i bambini che tuttavia per rivedere allo stadio bisognerebbe fare in modo di ritrovare innanzitutto stadi sicuri e squadre simpatiche, e per fare ciò ci vorrebbero delle società serie».

Gazzaniga dà sfogo a un’amara quanto sincera invettiva dai toni machiavellici: «Ci sono società, invece, trasformate in centri commerciali, come stanno facendo Galliani, Della Valle e Zamparini. Io non mi faccio incantare da nessuno. D’accordo che bisogna “dividere la torta”, ma cerchiamo anche di ragionarci un attimo». È un fiume in piena, gli argini sono rotti: «Poi, parlano di diritti collettivi? E chi strepita per questo? Quella stessa sinistra – entra anche la politica! Un inizio con i fuochi d’artificio! – che con D’Alema aveva fatto la apposita legge e che ora vuole cancellare tutto. Italiani svegliatevi! Non vedete che sono tutti uguali, ognuno pensa solamente ai propri interessi in maniera sfacciata. So di farmi tanti nemici, ma io non ci sto più a questo gioco, io mi ribello».

A questo punto interviene la voce del direttore Nocini, che riporta gli straripamenti gazzanighiani verso argini conosciuti e amichevoli: «Lei è nato vicino al grande genio di Gioanin Brera...». «Sì, noi abbiamo lavorato assieme trent’anni», rivela Gazzaniga. «Che ricordo ha di Brera?» chiede Nocini, desideroso di sentire qualche gustoso aneddoto su una delle più prestigiose firme sportive italiane di sempre: «Un ricordo di una specie di despota, un uomo comunque di infinita cultura, un grande scrittore. Lui aveva comunque bisogno di servitori, di vassalli; era una persona che non accettava il contraddittorio. Se si metteva in testa che Rivera e Mazzola erano due "abatini", non c’era verso di fargli cambiare idea».

L’obiettivo sembra essere vicino, la memoria del nostro illustre ospite torna come d’incanto a quei tempi d’oro, e il tono della voce si fa indubbiamente più rilassato, come si sentisse a casa: «Ricordo la vittoria dell’Italia a Wembley con un gol di Capello. Dopo la partita Brera mi si avvicina e mi rivela, in dialetto lombardo: “Gù dàt cinque a Rivera!”; e io: “Ma sei matto? Guarda che io dico invece che ha giocato bene!”. Io e lui facevamo delle liti mica da ridere. Io non sono mai stato uno yes man, e non lo sono stato neppure con Brera».

Sincerità, indipendenza e spontaneità: ecco serviti i tre fondamenti del gazzaniga-style.

«Qual è stato il suo scoop più clamoroso?» chiede, a questo punto, il direttore del sito www.pianeta-calcio.it, premendo il piede sull’acceleratore. Il suo interlocutore, deciso, ricorda che «durante i campionati del mondo del 1882»; «Gulp!!!1982 dottore» precisa Nocini, «perché quello era un tempo in cui il calcio in Italia non esisteva ancora», ma si sa, sull’onda dei ricordi può uscire anche un lapsus “temporale”. «All’epoca – prosegue Gianmaria Gazzaniga – su "La Gazzetta" uscì un articolo intitolato: “Italia facci sognare”. Ora io ho scritto un articolo su Libero: “Italia gastronomica, facci sognare un cucchiaio”, dopo che Toni, rispondendo a una domanda di un giornalista che gli chiedeva quale fosse il suo sogno per il futuro, ha risposto: “Segnare un gol con un cucchiaio alla Totti”. L’Italia ronfante si è destata di colpo; perché c’è una bella differenza tra un dormitorio nazionale come vorrebbe la Gazzetta e un utensile per pasta e fagioli».

La prova dell’acùme dialettico (a volte criptico) di Gazzaniga serve a introdurre il suo vero scoop: «Quando allora tutti erano pessimisti, prima della partita contro l’Argentina scrissi: “Non fasciamoci la testa prima di essercela rotta”. Poi prima della gara col Brasile replicai: “Mondo aspettaci, stiamo arrivando”». E i fatti gli diedero ragione, altroché!

Incalzano ora le domande del direttore che, se nella prima parte dell’intervista ha lasciato giustamente libero sfogo all’istintività dirompente del suo prestigioso interlocutore, ora procede con una serie di domande in puro stile nociniano: «Qual è il giocatore che l’ha colpita di più a livello anche mondiale? Suggerisco qualche nome: Garrincha, Omar Sivori; qual è per lei il mito del calcio?». Nessun dubbio per Gazzaniga: «Il mito del calcio è Alfredo Di Stefano, poi Maradona, il quale è meglio di Pelè che non si è mai confrontato con il calcio europeo che ti addenta il collo e non ti dà spazio, avrebbe dovuto venire a confrontarsi in Italia come ha fatto lo stesso Di Stefano. E poi Puskas – non si ferma più Gazzaniga nel proporre nomi – ma soprattutto Peppino Meazza, – lanciando nel contempo quasi uno slogan – “Fate tornare Meazza e i bambini sorrideranno”».

«Qual è invece l’articolo "flop", "l’autogol" più clamoroso commesso da G.Maria Gazzaniga?» domanda Nocini quasi per stabilire una sorta di "par condicio" tra i suoi pregi e i suoi difetti, e la macchina del tempo ritorna d’improvviso ai giorni nostri: «È stato quando ho dato credito all’Inter di Lippi, che aveva vinto tutto con la Juventus e, giunto a Milano con a disposizione una grande squadra, sinceramente pensavo che lo scudetto fosse dietro l’angolo». Nuove inondazioni, nuove tracimazioni in vista! «Ma, all’Inter c’è un mondo di apprendisti stregoni, presuntuosi, e anche quest’anno non ce la fanno, perché le persone appena arrivano all’Inter diventano dei bauscia, che è un termine milanese per indicare coloro che parlano, parlano, parlano solamente. E Mancini è diventato un bauscia, parla ma poi non riesce neppure a battere i bambini del Parma. Avanti altre domande».

Il direttore Nocini, in trepida attesa, non aspettava altro; le “alluvioni” gazzanighiane lo spingono a sfidare impavido anche un maremoto: «Il dottor Claudio Toscani, confermando il presunto disinteresse della letteratura per i temi sportivi, ha affermato che i giornalisti sportivi sono di serie B; lei gli ha risposto per le rime, si ricorda?». «Porco giuda se ho risposto per le rime!», provocazione pienamente raccolta dal "Gazza". «Qui non c’è una letteratura sportiva, non è come in America. Il calcio è un gioco duro. A volte lo paragonano al basket, che comunque è al coperto; ma il calcio è all’aperto, fatto di cento minuti di corse continue, di spintoni, di calci, magari con la neve e il ghiaccio. Non è vero che i giornalisti sportivi sono di serie B. È vero tuttavia – continua, ricalibrando il discorso – che oggi la scuola di giornalismo non è più quella di una volta. Oggi prendi uno, magari intraprendente, e lo sbatti subito a seguire una partita di serie A e lì ti può stroncare gente che fa il mestiere da trent’anni».

La macchina del tempo guidata da Andrea Nocini rimane negli anni Duemila: «Qual è il più forte giocatore italiano al momento – domanda –; e propone: Antonio Cassano (e mi viene in mente Boskov quando diceva: “Giocatori hanno testa per portare cappello”), Luca Toni, Gigi Buffon,ecc... A quale giocatore italiano – precisa – darebbe il pallone d’oro?». «Adesso non lo darei a nessuno» replica secco Gazzaniga. «Cassano? Ma Cassano chi è? Questo è stato letteralmente inventato dai “mandolinari” faziosi del giornalismo». Colpito e affondato. Nocini stuzzica, e gli argini si rompono nuovamente. «Cassano è uno sregolato, insensibile a ogni disciplina e correttezza sportiva. Io non lo vorrei mai. Quando i giornali rivelavano che sarebbe andato alla Juventus, io ero sicuro che non sarebbe arrivato a Torino, portandosi in casa una rogna simile. A Madrid lo hanno trovato grasso come quei tacchini che imbandiscono i tavoli delle case americane nel giorno del Ringraziamento. E così si può dire di Vieri. Si è consumato il crepuscolo triste di un bomber che era destinato dai suoi fans mediatici a ritornare in Italia con gli allori del trionfo e invece avete visto come è andata a finire. Perché mai cessa in Italia la mania di incensare e di stravolgere la realtà. Buffon invece – proseguendo nell’attenta analisi dei giocatori proposti – è un giocatore che mi dà garanzie, così come Del Piero. Del Piero, – prosegue dando nuovo sfoggio della sua istrioniche vivacità dialettiche – il quale non è stato bistrattato da Capello. Oh bestie! Non avete capito niente! Capello ha centellinato quello che era uno sfrigolio di un cristallo prezioso. Se avesse giocato tutte le partite sarebbe stato raccolto con il cucchiaino. Non ha il fisico, ma ha una gran classe». Il discorso dirotta, quindi, quasi inevitabilmente, su Germania 2006. «Ai Mondiali possiamo fare qualcosa di buono, ma solo giocando all’italiana, senza tanti cucchiai alla Totti. Ci sono tutti dei dischi rotti poi sul fatto che bisogna imporre il nostro gioco; in realtà sono gli altri che vengono avanti e che ti spingono indietro. Ma come fai a discutere di calcio – continua Gazzaniga con la consueta vitalità – quando quasi tutti i quotidiani sportivi si dimostrano ruffianeschi e cortigiani». «Sono pifferai, burattini con dei fili» interviene il direttore Nocini, tra l’approvazione compiaciuta del suo ospite radiofonico.

Le domande ora si fanno più serrate e Andrea Nocini è come giocasse in casa, è il suo modulo preferito: «Se lei fosse un presidente di una squadra di calcio, che allenatore si accaparrerebbe, lei che è milanista...», «Milanista?», «l’ho provocata apposta» ribatte un Nocini soddisfatto come non mai di aver preso per un momento in contropiede perfino un "vecchio lupo di mare" come Gazzaniga. «Comunque, sia prenderei tutta la vita Capello» ci rivela senza la minima esitazione l’estroso opinionista di "Libero". «Tanto di... Capello» ironizza Nocini in un gustoso gioco di parole, dopo una breve, ma intensa sospensione. «Capello ha vinto in squadre diverse, qui con la Juve, a Roma (dove prima avevano vinto solo con Mussolini e Andreotti), ha vinto soprattutto al Milan, scudetti e Coppe Campioni e da allora lo rimpiango» ecco emergere tra le righe (rossonere?) quello che aveva provocatoriamente predetto il nostro direttore, che incalza chiedendo cosa abbia Capello in più rispetto agli altri... «la fortuna anche» suggerisce sempre con la ormai consueta vena provocatoria. E colpisce ancora in pieno. «Ma non è neanche questione di fortuna. Diamo il giusto significato alle parole, – prosegue Gazzaniga – perché qui si stravolge tutto – e un’altra esondazione è in arrivo! – non sopporto più gli italiani, chiederò asilo politico a...». «Feltri. Visto che è già il suo opinionista sportivo...» incalza Nocini con una rapidità da centometrista, ormai lanciatissimo in quel botta e risposta, con cui spesso ama conversare con i suoi prestigiosissimi ospiti. «No. Voglio andare a Vienna o in Svizzera, non in Italia. Io sono felice di lavorare con Feltri, che mi ha portato via da “Il Giorno”». «È il Capello dei...» giornalisti stava per precisare Nocini. «È intellettualmente libero!» interrompe Gazzaniga. Di nome e di fatto, ci verrebbe da aggiungere! «Cosa che oggi nel giornalismo – prosegue – accade raramente. È un grande spirito libero – e per capire meglio il Feltri-pensiero rimandiamo all’articolo a lui dedicato – che ha ereditato “Il Giornale” da Indro Montanelli ("l’imperatore del giornalismo", meno abile invece come direttore di giornale) e lo ha portato a livelli eccezionali».

«La sua formazione di giornalisti e della Nazionale del mondo, specie con giocatori di ieri» prosegue un Nocini, entrato ormai a pieno regime. «Quella dei giornalisti non la faccio» sbotta Gazzaniga. «Dottore, in pratica, le chiedo le firme sportive che stima di più». Il nostro direttore non si dà per vinto, e il suo pressing alto viene premiato. «Mah, per esempio, uno bravo è Aldo Grasso».

Nocini avverte che la clessidra del tempo sta rilasciando i suoi ultimi granelli di sabbia. È il momento giusto per sfoderare l’ultimo asso nella manica: «Sì è mai commosso per un fatto sportivo?». Un deciso sì è la risposta. Ma, ora il tono si fa malinconico, quasi dimesso, le parole sono scandite lentamente, Nocini è riuscito a far emergere anche dal "vulcanico", pirotecnico Gazzaniga la nostalgia, attraverso i lati più toccanti. «È stato in America, a Buenos Aires, – ricorda – quando suonarono l’inno italiano, con tutto il pubblico in piedi ad applaudire, per una Nazionale tra le più forti di sempre. Che emozioni!».

Il sipario sta per essere calato, e il protagonista del programma di "Antenna 3" “Gazzaniga contro tutti!” (a buon intenditor poche parole) non trattiene la sua personale soddisfazione per l’andamento di questa piacevole conversazione: «Sono contento di aver parlato con voi. Come me la ricordo bene Verona, – quasi a volersi riallacciare all’incipit di questa intervista – che squadra, che gente!». Un affetto sincero, che è testimoniato da come sia interessato a sapere come vanno ora le squadre veronesi.

Un personaggio, Gazzaniga, come ancora pochi ne esistono nel panorama giornalistico italiano, con la sua schiettezza e spassosità tipicamente lombarde, che fa rimpiangere, soprattutto in noi più giovani, di non avere qualche capello bianco in più per ricordare le memorabili e irripetibili diatribe dialettiche con il suo indimenticato amico-rivale Gianni Brera.

Magari, davanti a un fiasco di vino rosso e gagliardo, e a un bollito misto, in qualche tipica osteria immerse tra le nebbie pavesi.

(Emanuele Zanini) 20.01.06 ore 09.55












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