ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

22/12/12 - INCONTRI RAVVICINATI. EZIO PASCUTTI

PASCUTTI E IL SUO (V)EZIO DEL GOL

Se nel calcio – ormai confinato in soffitta - degli anni Sessanta esiste la figura della vera, originalissima “bandiera”, del “fedelissimo” legato per anni (18), per sempre alla stessa maglia – quella del Bologna -, ebbene, il più chiaro esempio è Ezio Pascutti (nato a Mortigliano di Udine il 1° giugno 1937): pensate, dalla stagione 1954/55 fino al 1968-69!

Infatti, l'ala ambidestra dei felsinei e della Nazionale (17 le maglie azzurre, 4 i gol, due quelle della Nazionale “B”), colleziona la bellezza di 296 presenze e un totale di 130 gol. Il record, quello di 10 reti consecutive è durato molto a lungo; polverizzato solamente nel 1994 da Gabriel Batistuta.

Abbiamo scoperto, solo attraverso le confidenze che non sempre affiorano dall'intervista, che Ezio Pascutti è durato tanto nella “città delle due torri” per amore di Emanuela, sua moglie, conosciuta (è stata la gentile consorte a rilevarcelo dopo 7 mesi di sofferenze del marito e di nostri tentativi di avvicinarlo telefonicamente) quando il bomber aveva 19 anni mentre lei, bolognese doc ma tifosa juventina, le chiedeva un autografo dopo una partita. Infatti – ascoltando lo stesso Pascutti – l'Inter del “mago” Helenio Herrera era sul punto di prenderlo, ma, poi, il trasferimento in nerazzurro sfumò. Eppoi, toglietevi dalla testa – altra scoperta! - di immaginare che la sua gioia più grande sia stata quella dello storico scudetto, vinto allo spareggio contro la Grande Internazionale, all'”Olimpico” di Roma, nel giugno del 1964: vi dirà di no, “perché io quella volta non c'ero in campo!”

“No, non perché non avevo segnato io il gol dello scudetto!” Una sola macchia sulla sua maglia a bande verticali rosse e blu: quel pugno (mai, peraltro, andato a bersaglio) sferrato il 13 ottobre 1963 (ottavi di finale di Coppa Europa) durante una gara con la Nazionale sul volto di un rognoso difensore della vecchia Urss, tale Dubins'kyj, che quasi rischiò di aprire una grave crisi politica tra il Partito Comunista Italiano e la vecchia Unione Sovietica. E, i più cattivi giornalisti gli affibbiarono l'amaro, sgradevole appellativo di “uomo dal pugno facile”, facendo così ogni volta aizzare ogni domenica le Curve “Rosse” delle tifoserie avversarie.

Che – dicono – lo fischiavano al punto, che lui sembra applicasse agli orecchi i tappi per non avvertirli.
17, ciononostante le presenze in azzurro in cambio di 8 reti (2 anche nella Nazionale “B”). Non chiedetegli se è solo sinistro: Pascutti s'infuria subito con quel suo “Sono ambidestro, so calciare di destro ma anche di sinistro!” Uno scudetto e una Coppa Mitropa (1961) luccicano nella sua bacheca personale (oltre alla partecipazione di due Mondiali, in Cile nel 1962, e in Inghilterra, nel 1966). Ha intrapreso anche la carriera di allenatore: è seduto sulle panchine dei romagnoli bianco-neri del Baracca Lugo, della Sassuolese (a più riprese) e del Russi di Ravenna.

Mister, qual è stato il momento più bello che ha vissuto nel calcio?

“Quando ho debuttato in Nazionale: ero giovane ancora. Poi, quando ho debuttato con la maglia del Bologna ed, infine, quando ho conosciuto mia moglie”.

Non quando ha vinto lo scudetto con il Bologna, battendo nello storico spareggio tra pari prime classificate, all'”Olimpico” di Roma la Grande Internazionale del “mago” Helenio Herrera?

“No, perché quel pomeriggio io non giocavo: ero infortunato”.

Lei detiene un record: quello di 10 reti consecutive. Poi, infranto da Gabriel Batistuta nel 1994...

“Sì, e ho fatto 130. Senza rigori: è questo il vero record nel record!”

Il gol più importante firmato con la maglia della Nazionale?

“Uno dei più belli, se non il più bello, quello realizzato al debutto al “Romeo Menti” di Vicenza, contro la Francia. Avevo 19 anni. Poi, la doppietta (1-2) firmata a Vienna nell'autunno del 1962”.

Triplette?

“Quella che mi ricordo è quella contro l'Atalanta, qui a Bologna. Ma anche una tripletta l'ho segnata in amichevole alla Juventus: è stato l'anno che dovevamo vincere lo scudetto, invece, lo conquistarono i bianco-neri”.

Qual è stato il marcatore più duro, più spietato?

“Uno che proprio mi stava sulle scatole è stato (Fabrizio) Poletti, terzino destro (anche del Cagliari). Parlo di quando lo incontravo con la maglia del Torino. Oltretutto, io ed Alberto ci conoscevamo abbastanza bene. Lui, pur di non farmi giocare, veniva lì e mi faceva parlare per distrarmi. Invece, come marcatore puro credo che Tarcisio (Burgnich) non si possa lasciar fuori”.

Un rigore sbagliato?

“Sì, qui a Bologna contro Albertosi della Fiorentina. Me l'ha parato e da quella volta o non ne ho sbagliati più o non ho voluto più tirarli”.

Esistono giocatori oggi alla Ezio Pascutti?

“Ah, io oggi non è che vada molto alla stadio, per cui non ho idea in questo momento”.

Un bel sinistro come lei?

“Io sono ambidestro, attento, eh. Io ero ambidestro, non sinistro: ero più destro che sinistro”.

Un'espulsione famosa?

E, giù un bel sorriso: “Sono stato espulso a Mosca, contro l'Urss, nel 1963”.

Cosa aveva combinato con la maglia della Nazionale quella volta?

“E' accaduto durante una partita di qualificazione ai Mondiali; con la maglia della Nazionale. Il mio marcatore continuava a farmi i falli. Si chiamava Dubinskyj, quello non me lo dimentico. Fece un fallo al limite della sopportazione, io ho reagito, ma gli ho dato solo una spinta. Lui, naturalmente, ha calcato il copione, e mi hanno espulso. Ma, più che l'espulsione in sé, ricordo cosa provocò quel mio gesto (non è vero che gli ho sferrato un pugno!): la rovina del PCI italiano con la vecchia Unione Sovietica, paladina del Comunismo. Comunque, mi è costata cara quell'espulsione, anche perché allora toccai il nervo scoperto della politica. Erano tempi brutti, quelli, per picchiare un russo, come avevano detto che avevo fatto io”.

Rimpianti? Lo voleva un grande club?

“Sì, quando dovevo andare all'Inter, il cav. Angelo Moratti mi voleva a tutti i costi, invece, a Bologna non mi volevano lasciare andare. Ci ho rimesso, poi, io, perché, oltre a non guadagnare dei bei soldi, ci ho rimesso a non trasferirmi in un club importante come l'Inter e la sua vetrina internazionale”.

Chi avrebbe dovuto sostituire in quell'Inter di Helenio Herrera?

“L'Inter, come ala sinistra, con l'11 sulla maglia aveva Mariolino Corso; ma, non era ala. Allora, c'era addirittura, come centravanti nerazzurro, (Aurelio) Milani”.

Era superstizioso, Pascutti?

“Superstizioso no, però, mi toccavo da qualche parte quando dovevo incontrare qualcuno”.

Il talento più forte incontrato da Pascutti?

“Gianni Rivera, Sandro Mazzola, Giacomo Bulgarelli, mio compagno, che oggi, purtroppo, non c'è più. Ma, ce ne erano di buoni giocatori, allora!”

E' stato felice con il calcio?

“Sì, col calcio sono stato molto felice. Poi, venivo da un paese, dove non c'era niente”.

Soprannome che le hanno dato da calciatore?

“Janich mi chiamava “zoppett” (“zoppetto”) perché dicevo sempre che avevo male, poi giocavo e facevo anche i gol. Bulgarelli, invece, mi chiamava Ermete, perché Ermete Zacconi recitava, da buon attore, bene le scene”.

Ha fatto mai un gol da zoppo?

“Da zoppo ho vinto una partita contro il Genoa. Ed anche lì feci tre reti. Insomma, “zuppett” (sorride) li ha fatti, via”.

Ci crede in Dio?

“Sì, abbastanza. Non sono un esaltato. Venivo da un paese dove c'era una chiesa e cento persone. Quindi, eravamo tutti lì”.

Quando ce ne andremo, ci sarà qualcosa di là?

“Mah, io non credo che ci sia, sa: spero di ricordarmi le cose mie, ecco”.

Secondo lei, una volta morti – lei vuol dirci – non c'è più nulla?

“Ah, no, no, non dico niente sotto quel lato lì”.

Immaginiamo che l'ultima volta che ha pianto sarà stato ai funerali di Giacomo Bulgarelli...

“Sì, sì, sì, esatto!”

A questo punto chiede, ed ottiene, di inserirsi nella conversazione telefonica la moglie Emanuela; la quale professa con fierezza tutta la sua fede juventina, con quel suo “E ben contenta di esserlo”: Ed ancora: “Il mio nome, sa, dottore, vuol dire “Dio con noi”. Io ho conosciuto mio marito perché a Bologna l'ho fermato per strada a Bologna. Lui aveva 19 anni. Ma, anche lui ha conosciuto me, veh”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 20 dicembre 2012

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